Energie alternative: crisi di crescita o fine di un’illusione?

Economiadi Luca Conforti
pubblicato il 10 dicembre 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Il crollo della credibilità della “green economy” in poco più di un anno è stato verticale così Copenaghen, da apoteosi di un nuovo paradigma politico ed economico, si trasforma in una lotta per la sopravvivenza.

Hopenaghen, come la chiamano in queste ore gli ambientalisti, ha un obiettivo minimo: garantire l’attuale livello di sostegno finanziario e normativo e mantenere, almeno a parole, un’elevata tensione dei grandi del mondo verso l’argomento. Se il clima dovesse scendere nella lista delle priorità sarebbe la fine, per cui la parola d’ordine è ottimismo, qualunque cosa uscirà del vertice sarà positiva. Anche se questo traguardo minimo dovesse essere centrato, il destino della “Green Inc” si deciderà nei mesi successivi in posti lontani da Copenhagen: Washington, Pechino, Bruxelles e Benevento. Tra truffe, ipocrisie, favori e scandali bisogna riconoscere che l’obiettivo teorico ed encomiabile di costruire un’economia più sostenibile ha permesso un’applicazione pratica che non disdegna la speculazione, il calcolo politico e la manipolazione. Ecco a voi un breve viaggio nel lato oscuro dei salvatori del pianeta e i peccati che potrebbero distruggerne le sorti magnifiche e progressive.

QUI WASHINGTON - La vera delusione per chi lotta ogni giorno contro il riscaldamento globale è stato, persino più dei professori del Cru che truccano i dati, Barack Obama. È salito al potere promettendo un Green Deal, soldi pubblici per le tecnologie amiche dell’ambiente, invece sono stati trovati i capitali per salvare le banche, l’industria dell’auto, i proprietari di casa sfrattati, ma quelli per le società verdi dovranno aspettare la riforma per la sanità. Il “climate bill” è al Senato dove è già stato parecchio stravolto, un voto definitivo non ci sarà fino alla primavera prossima; a sentire i giornali americani non avrebbe al momento la maggioranza per essere approvato. Dentro ai testi in discussione è già entrato di tutto: sostegno al carbone americano e penalizzazione per il solare se i pannelli sono realizzati in Cina. In attesa di un chiarimento a livello nazionale, l’incentivazione alle fonti rinnovabili è lasciato ai singoli Stati e alla loro “sensibilità” verde. Il presidente nero-verde si è parzialmente riabilitato proprio con il suo blitz su Copenhagen, ma il rischio che il leader del mondo libero prendesse un impegno politico davanti ad altri capi di Stato che poi avrebbe dovuto essere recepito nella legge, ha dato una sferzata ai lavori per far sì che nel discorso di Copenhagen venisse già recepita la linea del congresso. Rimane il fatto che per ora soldi veri la lotta non ce ne sono, l’impegno del taglio del 17% nel 2020 (rispetto al 2005, il 4% sul 1990) rappresenta veramente poco anche rispetto agli impegni presi dall’Europa. Il capo negoziatore Usa, Todd Stern, ha dichiarato che «l’amministrazione Obama non si sta concentrando sugli obiettivi al 2020». La domanda è: fino a quando il presidente riuscirà a cavarsela con il carisma e le promesse prima che gli Usa vengano considerati inaffidabili nella riduzione delle proprie emissioni?

QUI PECHINO – Il rischio, paventato da molti commentatori ai tempi Bush e del protocollo di Kyoto (ma abbiamo veramente fatto tanta strada da allora?) è che senza un coinvolgimento degli Usa l’altro grande inquinatore, la Cina, non si sarebbe mai piegato a ridurre la sua “sporca” crescita. In realtà le cose stanno andando diversamente, anche se non meglio. Il governo di Pechino ha mostrato molto interesse per le tecnologie più moderne, per l’energia producibile con il vento ed il sole e l’efficienza energetica, ma ha altrettanto chiaramente fatto capire che non è disposto a farsi indirizzare dagli obiettivi “globali” (leggi “occidentali”). Ogni richiesta verde accolta dai cinesi è stata abilmente trasformata in un’occasione di guadagno: progetti di enormi parchi idroelettrici o la costruzione a tappe forzate di centrali nucleari ridurranno le emissioni di gas serra, ma non possono essere considerate delle vittorie per gli ecologisti. Il vero fronte caldo poi sono i fondi provenienti dall’estero, al centro di un vero e proprio scandalo internazionale: le Nazioni Unite hanno sospeso i sussidi ad oltre 50 progetti di campi eolici cinesi, perché sospettano che il governo di Pechino avrebbe ottenuto negli anni precedenti oltre un miliardo di dollari sotto forma di “carbon credits” che non gli spettavano. Il meccanismo sfruttato è quello dei Cdm, come spiegano qui, ovvero la vendita sul mercato di certificati verdi per gli interventi nei paesi emergenti da parte dei paesi industrializzati. I campi eolici cinesi avrebbero presentato dei risultati peggiori del reale per ottenere il sussidio internazionale in quanto “non profittevoli” senza aiuto esterno. Il problema non è tanto che i cinesi imbroglino, ma che i paesi industrializzati ci facciano caso, segno che il flusso degli investimenti non è più così copioso, la volontà di usare meglio i soldi di solito indica che stanno per finire. Sempre gli Usa puntano a togliere la Cina dall’elenco dei paesi emergenti visto che ormai li considerano il principale interlocutore (se non avversario) nello scacchiere globale. Senza gli incentivi esterni, la conversione dell’economia cinese è destinata a rallentare parecchio.

QUI BRUXELLES – Se anche l’Europa, leader politica e filosofica dell’impegno contro l’effetto serra, corregge la rotta, allora il problema è serio. Al centro del contendere ancora gli incentivi alle energie prodotte con il sole e con il vento: ha iniziato la Spagna con il ridurre il prezzo di favore concesso ai pionieri di queste tecnologie, l’Italia dovrebbe farlo dal 2011 (ma una decisione è attesa entro l’anno prossimo). Decisioni normali visto che nel frattempo queste industrie sono cresciute e l’efficienza delle tecnologie ha fatto passi avanti enormi, la necessità di trattamenti di favore rispetto al petrolio e al gas, considerando il costo della Co2 prodotta, andava riducendo. Non mancano gli studi, targati solo 2008, in cui persino il costoso Kwh prodotto con i pannelli solari avrebbe raggiunto la Grid parity (costo di accesso alla rete) rispetto alle fonti tradizionali nel giro di qualche anno. La reazione negativa dell’industria del settore ai tagli decisi o solo annunciati derivano da tre cause: 1) I settori abituati ai sussidi non riescono a privarsene, nemmeno quando i fondamentali economici lo permetterebbero (chiedere al mondo dell’auto) 2) la prospettiva che il prezzo del petrolio non superi gli 80 dollari sta facendo crollare la disponibilità di capitali privati per gli investimenti. I soldi pubblici dovrebbero compensare questa riduzione. 3) Se i governi dovessero riformare il meccanismo degli incentivi è probabile che una parte dei fondi venga dirottata dalla produzione alla distribuzione. La crescita delle centrali eoliche e solari non viene sfruttata al meglio perché le reti attuali non sono in grado di gestire l’intermittenza di questo tipo di produzione. Il problema è che chi costruisce e gestisce gli elettrodotti non sono le stesse società che fanno produzione, se si rimettesse mano alle norme i due fronti sarebbero in forte concorrenza.

BENEVENTO DOCET – Per capire la situazione italiana bisogna andare in curva tra i tifosi del Benevento che domenica scorsa festeggiavano: “Oreste Vigorito è tornato in libertà!! Il popolo giallorosso potrà finalmente riabbracciare il suo GLADIATORE, il suo leader EMOTIVO, colui che con bellissime parole ma, soprattutto tanti fatti, ha insegnato al popolo giallorosso che si può vincere anche nella sconfitta, e che prima o poi con i VIGORITO realizzeremo il nostro sogno: la serie B!! IO STO CON I VIGORITO!!”. Vigorito era appena uscito dagli arresti domiciliari per aver truffato sui contributi pubblici alle sue aziende, su tutti la Ipvc, società pioniera e leader dei parchi eolici in Italia. La situazione “pericolosa” in cui versa il settore eolico nel meridione è già stata più volte sottolineata. Non abbiamo fatto molta strada da questa bella inchiesta dell’Espresso di un anno e mezzo fa, in cui peraltro Vigorito era già protagonista. La situazione è peggiorata dal punto di vista tecnico nel senso che i posti ricchi di vento diminuiscono sempre più: il 10% degli impianti eolici installati semplicemente non lavora, la quota dei “funzionanti 0 ore” rimane costante nel corso degli ultimi 5 anni. Il tempo in cui il vento è sufficiente forte per far girale le turbine è basso rispetto ad altri paesi europei più fortunati: 1413 ore l’anno contro le oltre 2000 della Danimarca e le oltre tremila della Scozia. In più la quota delle pale più attive, oltre le 1800 ore, diminuisce anno dopo anno (erano il 48% nel 2004 e sono il 38% nel 2008). Il gap della produzione con le centrali tradizionali, che funzionano circa 7000 mila ore l’anno, si allarga anziché restringersi. Da anni corriamo meno degli altri in Europa: dal 2005 al 2008 siamo passati dal quarto al settimo posto come produzione dal vento, sorpassati da Portogallo, Francia e staccati dal Regno Unito con cui ci contendevamo il podio. Lo spazio per una crescita solo “di carta” che vive dei contributi pubblici, ma non produce energia è dunque aumentato. La risposta sarebbe spostare i campi eolici in mare (il famoso eolico off shore), ma nessuno sembra volerlo davvero.

RISACCA – Dopo Copenhagen i problemi rimangono tutti: riduzione dei capitali disponibili, incapacità della lobby verde di muoversi su un’agenda unica, crisi di credibilità e perdita di appeal verso i politici. Anche l’opinione pubblica sembra ritirare il proprio appoggio incondizionato: secondo un sondaggio riportato da Rinnovabili.it, l’Osservatorio Scienza e Società di Observa ha rilevato che, rispetto ai dati del 2007, la percentuale degli italiani che credono realmente che stia avvenendo un cambiamento della temperatura globale è scesa dal 90 al 71,7%. Tra chi si è dichiarato incerto rimane comunque di valore l’opinione scientifica mentre è risultata meno rilevante il pensiero delle associazioni ambientaliste: solo il 13% degli intervistati ritiene che abbiano, con il loro operato e con le campagne di sensibilizzazione, influenzato la percezione del cambiamento climatico. Tra gli scettici è diffuso il pensiero che gli ambientalisti siano catastrofisti spingendo al limite le conseguenze del global warming. Un’altra indagine commissionata dalla Nielsen in collaborazione con l’Oxford University Institute per il cambiamento climatico, ha raccolto i pareri di oltre 27.000 consumatori di ben 54 Paesi sparsi in tutto il mondo: la percentuale dei sensibili al tema è stata stimata del 37% registrando una diminuzione del 4% dell’interesse rispetto ai dati raccolti nell’anno 2007. Entrando maggiormente nel dettaglio, mentre negli Usa il numero delle persone che hanno dimostrato preoccupazione è di gran lunga scemato, dal 34% del 2007 al 25% di quest’anno, un apprensione maggiore è stata invece riscontrata in America latina e in Asia, rispettivamente con percentuali del 57% e del 42%. Tutto ciò non cambia il dato di fondo, ovvero che il riscaldamento globale esiste ed il più grande pericolo del nostro tempo, se non porci un ulteriore domanda: se chi dovrebbe combatterlo sbaglia strategia, quante possibilità abbiamo di uscirne vivi?

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