SI PREPARANO???

BCE:BINI SMAGHI,STRETTA MONETARIA DEVE ANTICIPARE INFLAZIONE
(ANSA) - ROMA, 11 SET - La tempistica della 'exit strategy'
dalle misure straordinarie di sostegno al credito dovra' essere
studiata con estrema cura, e ''la fase di stretta monetaria non
potra' aspettare che si materializzi l'inflazione, ma dovra'
precederla''.
A dirlo e' il membro del comitato esecutivo della Banca
centrale europea Lorenzo Bini Smaghi, che nel suo intervento
durante una conferenza alla Banca d'Italia si e' soffermato su
come le banche centrali, su entrambe le sponde dell'Atlantico,
dovranno calibrare la 'exit strategy', cioe' il ritiro delle
misure studiate per sostenere i bilanci bancari e favorire la
ripresa del mercato creditizio dagli shock passati. Senza
trascurare la politica dei tassi d'interesse, a minimi storici
negli Usa come in Eurolandia.
''Sara' fondamentale avere una exit strategy ben studiata'',
ha detto Bini Smaghi. E anche se ancora ''non e' il momento'' di
metterla in pratica, ''avere una exit strategy e' un atto di
responsabilita' per una banca centrale''.
Bini Smaghi si e' soffermato sulla tempistica di una simile
scelta, che implichera' per la Bce il dover riassorbire misure
come la liquidita' disponibile 'a rubinetto', l'espansione delle
attivita' finanziarie che le banche possono dare a garanzia
contro liquidita', l'allungamento delle scadenze dei prestiti e
l'acquisto dei covered bond: molto dipendera' - ha detto - dalla
ripresa economica e dalla stabilizzazione dei mercati, le cui
prospettive sono al momento avvolte dall'incertezza. Iniziare la
exit strategy' troppo presto rischia di minacciare la ripresa;
troppo tardi di seminare instabilita'. (ANSA).

Non è tutto oro quello che luccica

 

L'antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l'accusa di manipolare il prezzo dell'oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d'oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell'oro.
L'iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.
Se il mercato dell'oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.
La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell'oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.
Per Barrick, che prevede che i prezzi dell'oro si manterranno in crescita, l'operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l'eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.
Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell'oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.
A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell'oro di questi giorni, visto che l'operazione Barrick implica l'acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.
La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.
After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.
Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

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Etichette: Barrick Gold, borse, JPMorgan, oro

http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/09/e-tutto-oro-quello-che-luccica.html

Gas release: teoria del complotto o gioco delle coppie?

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Scritto da Carlo Stagnaro

venerdì 11 settembre 2009

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Per giudicare l’efficacia di un provvedimento, bisogna anzitutto aver chiaro quale sia il suo obiettivo. Se la gas release della settimana scorsa serviva dunque ad aiutare le piccole e medie imprese italiane, strette tra il crollo dei volumi, la riduzione dei margini, e un costo dell’energia comunque più alto di quello dei competitor, i dati diffusi ieri dall’Eni non lasciano spazio a dubbi:

l’asta è andata semideserta, i prezzi hanno scontentato venditore e compratori (il che potrebbe essere un argomento per l’equità della scelta, però), e gran parte dei lotti sono andati a grossi utilizzatori o intermediari. Della delusione di tutti dà conto Stefano Agnoli sul Corriere. Dagospia, invece, offre una lettura, diciamo, complottista: forse non del tutto ingiustificata. Ma credo sia necessario aggiungere qualche tassello.

Partiamo, comunque, dai risultati dell’asta: dei 5 miliardi di metri cubi di gas disponibili, ne sono stati ceduti circa un quinto: per i lotti semestrali, ne sono stati assegnati 91 su 340, mentre per quelli di durata annuale si è arrivati a 53 su 285. Tra i maggiori beneficiari dell’operazione, l’Ilva, il gruppo tedesco E.On, e poi Burgo e Phlogas: che da sole avrebbero messo le mani su circa metà del totale venduto. Il prezzo di aggiudicazione è stato pari a circa 20,2 centesimi / metro cubo: sotto il mercato italiano (che viaggia sui 25-26) ma sopra i valori europei (15-17). Ora, i destinatari teorici del provvedimento – da Confindustria ad Aiget – si lamentano, mentre l’Eni minaccia ricorso.

Secondo la ricostruzione di Dagospia, si tratta del risultato di un diabolico disegno del presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, contro il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ossia colui che più di tutti ci ha messo la faccia. Sebbene tra i due non scorra buon sangue, non credo che Ortis potesse arrivare a tanto; né che, ammesso che ci sia la sua manina, anche a condizioni più favorevoli le cose sarebbero andate diversamente. La gas release è uno strumento da usare con estrema cautela, come avevo scritto tempo fa: in condizioni molto particolari può aiutare a sbloccare il mercato, ma in generale è un intervento a gamba tesa sul mercato. L’Italia ha spesso avuto, nel passato, caratteristiche tali da giustificare manovre autoritative: in fin dei conti, il mercato del gas è dominato da un (ex) monopolista (ex) pubblico, che controlla tutti i punti di accesso internazionali (Rovigo deve ancora entrare in funzione), nonché la rete nazionale e gli stoccaggi. Bene.

Il quadro è stato però alterato dalla crisi: che, tra i suoi portati, ha determinato un crollo della domanda industriale di gas e un crollo della domanda di elettricità (quindi della domanda di gas per il termoelettrico). Per la prima volta, il mercato è strutturalmente lungo: la questione che Paolo Scaroni deve affrontare, oggi, è più come sbarazzarsi del gas che comunque è obbligato ad acquistare dai suoi fornitori, più che ritagliarsi il margine grasso a cui era abituato. Per lui, insomma, come per tutti, contano oggi i volumi: tanto che i maligni, come ha punzecchiato Quotidiano Energia, mormorano che all’Eni avrebbe fatto comodo il successo dell’operazione.

Cosa ha prodotto, insomma, tutto questo tran tran? Direi più feriti che vincitori. Gli unici a guadagnare veramente, infatti, sono i grossi utilizzatori, che giustamente cantano vittoria. Per il resto, però, si vedono macerie. Macerie, anzitutto, a Via dell’Astronomia, che su questo punto aveva minacciato tuoni e fulmini e si ritrova con un pugno di mosche. Macerie a San Donato, che vende poco gas e a basso prezzo: né volumi né margini. E macerie, soprattutto, in Via Veneto, dove alberga il regista politico dell’iniziativa, Scajola, che, volendo giocare di sponda con gli industriali, è riuscito a far incazzare sia Emma Marcegaglia, sia Paolo Scaroni.

Ecco, infine, la possibile coda: l’Eni potrebbe far ricorso contro la gas release. La minaccia è affidata a Domenico Dispenza, capo del Gas & Power, che ne parla con toni bellicosi al Corriere. In questo caso, il principale destinatario sarebbe proprio Scajola, ma inevitabilmente qualche schizzo colpirebbe anche il suo collega-nemico, Giulio Tremonti. Che vedrebbe allargarsi il fronte polemico contro quello che è il più importante gruppo industriale italiano nonché la principale partecipata del Tesoro: lo scazzo sulla gas release va messo in fila con una serie di attriti reciproci, che vanno dal taglio del dividendo (Scaroni contro Tremonti) alla “tassa sulla Libia” (Tremonti contro Scaroni) con annesso possibile ricorso.

In questo contesto, allora, la divergenza tra Tremonti e Scaroni si sovrappone a quello tra Scajola e Ortis, che oltre tutto origina proprio dalla “vivace dialettica” tra Ortis e Scaroni; mentre è nota la scarsa empatia tra Scajola e Tremonti (che ha avuto pure risvolti energetici: come nella riforma della borsa elettrica, voluta da Roberto Calderoli con spalla tremontiana, e nelle osservazioni spedite dal Tesoro al Mse sul ddl sviluppo e in particolare sull’atomo, il più caldo tra i dossier sulla scrivania di Scajola). Facendo un po’ di ordine nel gioco delle coppie, si osserva che gli unici a non essersi ancora incornati sono Ortis e Tremonti, mentre Scajola e Scaroni potrebbero trovarsi, loro malgrado, nella stessa barca.

Da:http://www.chicago-blog.it

Il giorno che crollò il mondo.

Set 0911

 

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Pubblicato da Debora Billi alle 11:02 in

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L'11 settembre è il compleanno della mia migliore amica. Non rischio più di dimenticarmelo.
Otto anni fa, mentre ero come tutti davanti alla TV, mi chiamò mia sorella gridando allarmatissima: "Ci stanno attaccando gli extraterrestri!" Lei è un filino esagerata, ma a tal punto era impossibile, lì per lì, riuscire a capire chi avesse potuto compiere un attacco di tale portata e di tale gravità. I russi? I cubani? Figuriamoci. Ma nel giro di poche ore, abili investigatori scoprirono passaporti fumanti e manuali di volo, e il mondo ebbe una risposta.
Una risposta costata molto a molti, e le tremila vittime dell'11 settembre divennero molte, ma molte di più, e non solo americane.

L'Afghanistan ebbe la sua guerra, il suo Presidente firmato Unocal, ma non ancora il tanto sospirato oleodotto. L'Iraq fece la sua parte, con decine di migliaia di morti, il Paese spaccato, ma gli oleodotti ancora saltano in aria e i giacimenti vanno al rallentatore. L'Iran, per il momento, ha salvato la buccia. Per promettere la chiusura di Guantanamo, c'è voluto un Presidente diverso da ogni altro prima.

Il primo a fare una sommaria analisi dei fatti, che andasse oltre le spiegazioni predigerite, è stato Michael Moore con il suo Farenheit 911. Ho sempre pensato che gli abbiano dato la Palma d'Oro a Cannes più per ringraziarlo di aver messo su pellicola le segrete opinioni di tutti che per vera arte filmica. Il primo che ha collegato gli eventi dell'11 settembre al picco del petrolio è invece un libro poco conosciuto in Italia perché mai tradotto: si tratta di Crossing The Rubicon di Mike Ruppert. L'autore, un giornalista americano, mostrava di conoscere molto bene il problema picco... e insinuava che lo conoscessero altrettanto bene i membri della junta Bush. Gli eventi del 2001, secondo Ruppert, sono stati causati dalla consapevolezza dell'approssimarsi del picco e dalla necessità di modificare gli assetti geopolitici mondiali con l'approvazione di un'opinione pubblica paralizzata dal terrore e il forzato sostegno degli alleati.

La junta, come la chiamò in seguito Gore Vidal nel suo Le menzogne dell'impero e altre tristi verità, nel 2001 non si poteva neppure menzionare. Le gesta di quel superclan petrolifero di comando che includeva Cheney, Wolfowitz, Armitage, Rumsfeld e Perle (detto Il principe delle tenebre), autore del profetico PNAC, Project for The New American Century e vero think tank dietro l'amministrazione Bush e la gestione post-11 settembre, venivano ignorate dalla stampa e i giornalisti di tutto il mondo. Solo i siti Internet più estremisti osavano parlarne.
Unica eccezione, in Italia: Giovanni Minoli, che nel 2003 svolse un'eccellente e lunghissima inchiesta sui ogni membro della junta inchiodandoli alle loro responsabilità. Andò in onda su RaiTre alle due di notte. Oggi Giovanni Minoli sarà forse chiamato a "normalizzare" RaiTre per compiacere un governo ormai disfatto.

In fin dei conti, sono passati otto anni.

http://petrolio.blogosfere.it/2009/09/il-giorno-che-crollo-il-mondo.html

ALTO FUNZIONARIO CINESE PRESAGISCE L'ALLONTANAMENTO DAL DOLLARO


Data: Giovedì, 10 settembre @ 17:00:00 CDT
Argomento: Cina

DI STEPHEN C. WEBSTER
Raw Story
Stando a quanto pubblicato in un documento, la Cina starebbe gradualmente assumendo un atteggiamento circospetto nei confronti della fornitura crescente di dollari, tanto da voler finanziare le nuove iniziative, sopratutto relative alle energie verdi, attraverso diversi tipi di valori quali ad esempio l’oro, l’euro e lo yen.
“Noi confidiamo in un cambio nella politica monetaria statunitense non appena si avranno segnali positivi di crescita”, ha dichiarato Cheng Siwei, ex vicepresidente del Comitato permanente, scrive il The Telegraph.
“Se, al contrario, continueranno a stampare moneta per comprare titoli di Stato”, ha continuato Siwei, “ciò porterà a fenomeni inflazionistici, e dopo un anno o due ci saranno pesanti ricadute sul dollaro. Ad oggi, la maggior parte delle nostre riserve sono in titoli di Stato statunitensi e ciò non cambierà nel prossimo futuro, ma ciò non toglie che potremmo iniziare a diversificare le nostre riserve addizionali comprando euro, yen o altre valute”.
Siwei ha inoltre confermato che la Cina è particolarmente interessata all’acquisto di oro, ma ha puntualizzato che ne comprerà con circospezione per non agitare il mercato.
“Fino a che essi (la Cina) venderanno dollari e compreranno oro, yen o euro, non può che esserci un movimento al ribasso per il dollaro statunitense”, ha scritto Edward Harrison in un rapporto economico su RGE Monitor.
“Non ci si può basare sulle parole di un alto funzionario cinese per comprendere le politiche della Cina”, ha aggiunto, “e Cheng non ha mai detto che i cinesi stanno attivamente diversificando le proprie riserve allontanandosi dal dollaro. Ciò nonostante, sono molti i funzionari cinesi che ormai da diversi mesi si lamentano della linea ribassista del dollaro, per cui sono portato a credere che le loro parole saranno seguite prima o poi da azioni”.
Tuttavia, alcuni sostengono che la Cina abbia già iniziato tale diversificazione.
“Il Commento di Siwei dipinge esattamente ciò che l’osservazione dell’andamento del mercato dell’oro sembra suggerire”, sostiene AmbroseEvans-Pritchard in una edizione del Telegraph. “Ogni volta che c’è un andamento al ribasso dell’oro, entra in gioco una potente forza sconosciuta che acquista”.
“Per lungo tempo gli investitori hanno sospettato che si trattasse della Cina. Successivamente, abbiamo scoperto che Pechino ha in effetti raddoppiato le sue scorte di oro, fino ad arrivare a 1054 tonnellate. Prima il fatto compiuto, poi l’annuncio”.
Il Business Insider ha aggiunto: “sarà un processo lento e il paese non ama comprare in modo massiccio, in quanto distorcerebbe oltremodo il mercato, ma senza dubbio continuerà ad accumulare il prezioso metallo”.
Lunedi scorso i tassi di cambio per l’oro hanno battuto un record di sei mesi, a 995.19 dollari all’oncia, mentre alcune analisti prevedono che esso si apprezzerà fino a superare i 1000 dollari molto presto.
“Il fattore sottostante è sempre il dollaro”, ha dichiarato Dan Smith, un analista della Britannica Standard Chartered Plc, come riporta Bloomberg News. “Se ci sarà una caduta del dollaro, essa potrebbe innescare un forte rialzo dell’oro”.
Domenica scorsa, i presidenti delle banche centrali dei paesi più potenti del mondo, su richiesta degli USA, hanno concordato di rafforzare la struttura degli accordi “Basilea II”. Hanno inoltre deciso di dare più poteri al “supervisore globale” delle imprese finanziarie, con l’intento esplicito di creare un mercato più resistente alle scosse economiche e finanziarie.
La Cina detiene più di 2 trilioni di riserve in dollari statunitensi.
Aggiornamento: a causa delle paure sull'affondamento del dollaro, l'oro ha già superato i 1000 dollari l'oncia
Titolo originale: "Top Chinese official signals move away from dollar "
Fonte: http://rawstory.com
Link
07.09.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIOVANNI PICCIRILLO

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UN GIOCO AL MASSACRO

 

Giovedì, 10 Settembre 2009 - 13:30 -

di Ilvio Pannullo

L’estate è finita, l’inverno è alle porte, la vita e la morte non cambiano mai. Vorremmo fosse uno scherzo, un paradosso, ma è la triste realtà: la crisi economica che ha devastato le economie di mezzo mondo mandando in frantumi una fiducia nel mercato che si riteneva più sacra di Dio, adesso pare solo un lontano e spiacevolissimo ricordo. I governi e le istituzioni finanziarie internazionali devono ancora risolvere i problemi, le storture, le irragionevolezze che sono state alla base di una caduta dei valori azionari peggiore di quella che si osservò in occasione della grande crisi, ma c’è già qualcuno che grida alla ripresa. Vorremmo fosse uno scherzo, ma è la triste realtà; è storia e quello che pare insegnarci è che la storia non insegna nulla.
Quello al quale stanno assistendo i piccoli risparmiatori di tutte le economie, emergenti e non, incapaci come sono di comprendere le reali dinamiche sottese ai finti proclami da spot pubblicitario, è un gioco al massacro. Ogni uomo e donna che abbia una sia pur minima connessione con le leve del potere o sia in grado di spendere una qualche credibilità sul mainstream televisivo, la scorsa settimana ha levato la sua lode alla sopravvivenza del sistema finanziario mondiale, a quello che si è rivelato alla fine come un banale riflusso gastroesofageo prolungato. Le nostre preoccupazioni sono finite, insomma, se si crede a queste buffonate. E tutto lascia intendere che sarebbe saggio non farlo.
Non fate ciò che dico, fate ciò che faccio. Potrebbe riassumersi così l'analisi del comportamento di molte banche e investitori istituzionali. Un articolo di Vittorio Carlini su Il Sole24Ore coglie esattamente il senso di quanto sta accadendo oggi sui mercati e, per farlo, aiuta il lettore a seguire il suo ragionamento, nascosto neanche troppo tra le righe dell’articolo, focalizzandone l’attenzione sull’unica cosa che ha un valore reale: i numeri. “Per rendersene conto – scrive Carlini - basta ritornare con la mente al 26 agosto scorso. In quella data si è svolta un'asta di titoli di Stato, con la domanda che ha superato l'offerta. I BOT semestrali sono stati collocati con un rendimento medio ponderato dello 0,550%.
Secondo Assiom, vuole dire un yield semplice e cioè al netto di tassazione e commissioni dello 0,08 per cento”. Dato che lo yield rappresenta il rapporto dividendo-prezzo corrispondente al rapporto tra l'ultimo dividendo annuo per azione corrisposto agli azionisti e il prezzo in chiusura dell'anno di un'azione ordinaria, è utilizzato come indicatore del rendimento immediato, indipendentemente dal corso del titolo azionario. Un numero, insomma, cui prestare attenzione in momenti come questo.
Ebbene - si chiederà - cosa mostra questo fatto? La risposta è semplice: visto che gli acquirenti sono stati in maggior parte banche ed investitori istituzionali, ciò vuole dire che questi soggetti, spesso impegnati a distribuire ottimismo (pur con le debite riserve) sui rally dei mercati, preferiscono parcheggiare la loro liquidità a breve in investimenti con rendimenti vicino allo zero. Potrebbe essere un caso di scuola per dare dimostrazione della teoria sull’asimmetria informativa tanto cara al professor Stiglitz e, se lui ci vinse un Nobel, vorrà dire che ci sarà pur un briciolo di logica in quello che questa teoria sostiene.
È importante, infatti, comprenderne il senso soprattutto per i risvolti pratici che si potrebbero cogliere, in via del tutto casuale ed ipotetica, se si decidesse di guardare quanto accade oggi consapevoli di non sapere. In questo Stiglitz assomiglia molto ad un Socrate moderno che, invece di bighellonare in giro per l’agorà ateniese interrogando tutti i passanti sulle questioni più disparate, abbia deciso di interessarsi al solo argomento che pare avere importanza ai giorni nostri: il mercato. Similmente al filosofo greco, il professore americano ammonisce chiunque si avvicini alle teorie economiche esortandolo alla vigilanza e all’onestà intellettuale. L'asimmetria informativa é infatti quella condizione in cui un'informazione non è condivisa integralmente fra gli individui facenti parte del processo economico. Stando così le cose, dunque, una parte degli agenti interessati avrebbe maggiori informazioni rispetto al resto dei partecipanti, potendo trarre un vantaggio da questa configurazione.
Ovviamente siamo nel campo delle mere speculazioni. Diversamente già si leverebbero nel cielo le grida di quanti, non potendo accettare la crudezza della realtà, ridurrebbero precise ricostruzioni a mere coincidenze. Se non fosse una speculazione, insomma, sarebbe nell’ennesima teoria del complotto. Ma siamo proprio sicuri che sia tutto frutto della mente di qualche mitomane?
Antonella Randazzo scriveva sul suo blog: “Il termine complottisti viene oggi utilizzato con toni assai dispregiativi, ad indicare alcune persone che denunciano l’attuale sistema come dovuto al potere criminale di uno sparuto gruppo di persone. Tale denuncia risulta essere, per il potere costituito, assai dannosa, poiché mirerebbe a rendere le persone comuni coscienti di non avere alcun potere politico o finanziario. Per questo motivo, coloro che denunciano questo stato di cose vengono coperti di etichette o nomignoli, atti a spostare l’attenzione su particolari irrisori o su aspetti personali, al fine di minimizzare le loro denunce o di renderle poco credibili.
C’è da interrogarsi su quest’esigenza di etichettare persone che a un certo punto della loro esistenza scoprono che le guerre non vengono fatte per “portare democrazia”, che alle autorità politiche non frega un baffo se loro hanno un lavoro decente oppure no, che la storia insegnata a scuola non la conta giusta sul potere che i grandi banchieri-imprenditori hanno avuto nel provocare determinati eventi, o che la scienza ufficiale non lavora sempre a favore degli esseri umani. Queste persone si sono rese conto, con non poco sconcerto, che quello che accade in ambiti finanziari, economici o politici non è esattamente come lo raccontano i mass media.”
Tombola. La realtà è così, ma solo se si crede al pifferaio. Basta un attimo di distrazione dal campionato, dall’ultimo gossip, un attimo in cui si spegne la televisione si accende il cervello e magari si legge un buon libro, che tutto pare tornare a posto come in un videogioco. In un attimo di lucidità si realizza che, in effetti, il messaggio di ottimismo sui mercati è arrivato con chiarezza. Però, tutta questa sicurezza sull'equity evidentemente non c'è. Gli investitori istituzionali, che sono i primi a fare pressioni perché torni ad instaurarsi un clima di fiducia (e che ovviamente sono già esposti sul mercato azionario) preferiscono diversificare. Strano: diffondono fiducia, ma sembrano non averne. Non è certamente un comportamento coerente.
Si potrebbe obiettare che l'attuale forte inclinazione della curva dei tassi, sia negli Usa sia in Europa, segnala i timori della ripresa dell'inflazione e quindi, indirettamente, presuppone la ripresa dell'economia. Insomma, le condizioni per proseguire nella salita dei mercati ci sarebbero. Ma non ci s’illuda, è solo fumo negli occhi. Le obbligazioni a lunga durata scontano sì il surriscaldamento dei prezzi ma, in verità, ciò che non viene detto è che questo aumento fittizio dei valori nominali è più conseguenza dell'enorme liquidità immessa dalle banche centrali, piuttosto che di una reale ripresa dell'economia reale.
Come dire, insomma, che passato l'effetto ondata di liquidità sul mercato, se il mondo dell'economia reale non riparte, i corsi azionari ripiomberanno nel buco nero dal quale sembra stiano per uscire. Alle sirene degli economisti si preferisca dunque la saggezza popolare: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=101553&mode=thread&order=0&thold=0

CRISI/ Indovinate perché le banche hanno le semestrali in ordine…

 

Gianni Gambarotta

11/09/2009 - 6.11

Le semestrali presentate dagli istituti italiani mostrano dei dati tutto sommato incoraggianti. Come hanno fatto le banche a recuperare redditività? Semplice: hanno ripreso le vecchie abitudini. Ma alcune di esse hanno continuato a finanziare il sistema produttivo

Le banche italiane sono riuscite a venire fuori dalla crisi, a non essere travolte dalla tempesta perfetta che per un paio di anni ha imperversato sull’economia mondiale. Molti, a partire dal ministro Giulio Tremonti, dicono che hanno fatto meglio di tante loro concorrenti straniere perché hanno ceduto meno alle tentazioni di quella finanza creativa che ha inventato i sub prime e altri prodotti simili e che alla fine si è rivelata pericolosissima, talvolta mortale. E probabilmente è così. Qualunque sia la ragione, le semestrali presentate dagli istituti italiani mostrano dei dati tutto sommato incoraggianti: è vero che presentano dei ritorni sul capitale praticamente dimezzati, e questo dopo un 2008 che non era stato certo entusiasmante. Però si parla sempre di un utile, di un’attività che è ritornata a produrre ricchezza. E che in prospettiva - se è vero quanto assicura ormai la maggior parte degli esperti sulla crisi che starebbe per passare - ne produrrà ancora di più. Il punto è: come hanno fatto, e come stanno facendo, le banche a recuperare redditività?

La risposta è semplice e non entusiasmante: hanno ripreso le vecchie abitudini, si sono rimesse a fare finanza, sono tornate a quei modelli in voga prima della crisi e in realtà mai abbandonati proprio perché quando funzionano, danno risultati eccellenti per le banche e i loro manager. Invece sono state molto caute, strette di manica in quella che si sperava sarebbe stata la loro attività principale: sostenere l’apparato manifatturiero che è ancora ben lontano dall’uscita dal tunnel della crisi. Secondo quanto riporta l’ultimo supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia, la crescita dei crediti concessi dalle banche alle aziende continua a rallentare. Per l’esattezza in luglio il tasso di crescita dei prestiti alle imprese si è attestato all’1,3 per cento, contro il +2,42 per cento del mese di giugno.

È su questi dati che si basa Tremonti nei suoi ripetuti attacchi al sistema bancario (il primo al Meeting di Rimini di fine agosto, l’ultimo di un paio di giorni fa). Le critiche del ministro sono state rintuzzate da molti commentatori. Il Corriere della Sera di martedì 8 settembre ha fatto una difesa d’ufficio degli istituti di credito contro le pretese di ingerenza del mondo politico (e visti quali sono i grandi azionisti della casa editrice, da Mediobanca a Intesa Sanpaolo, la cosa non sorprende). Ma anche un commentatore acuto e distaccato da qualsiasi interesse come Francesco Forte ha messo in guardia dalla tentazione di lanciare una caccia alle streghe contro i grandi istituti.

Probabilmente nessuno, e meno che mai Tremonti, vuole partire lancia in resta contro Intesa, Unicredit, Montepaschi e via dicendo: sarebbe irresponsabile e privo di senso soprattutto se si ricorda che è stato proprio lui a varare quei Tremonti bonds che nella fase più acuta della crisi hanno dato tranquillità al mercato. Tuttavia non si possono ignorare i dati forniti da Bankitalia sulla decrescente propensione delle banche a finanziare le imprese. Un atteggiamento che avrà forse le sue fondate motivazioni (evitare di accollarsi eccessivi rischi di insolvenze), ma che potrebbe davvero mettere in ginocchio una larga parte del sistema produttivo nazionale fatto di migliaia di piccole imprese. E lo sanno bene le Banche di credito cooperativo, quelle che fino a poco tempo fa si chiamavano Casse rurali e artigiane, che invece continuano a finanziare il tessuto produttivo dei rispettivi territori perché ritengono che sia questo il loro mestiere (o addirittura la loro missione). Il lavoro fatto da queste numerose, efficienti ma piccole banche territoriali è eccellente, encomiabile. Ma non basta. L’industria italiana ha bisogno di grandi capitali che possono venire solo dai grandi istituti.

 

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37216

FINANZA/ La Gran Bretagna e il realismo che manca all’Europa. La Cina ringrazia

 

Mauro Bottarelli

11/09/2009 - 6.13

Mentre gli Usa “nascondono” un deficit commerciale in aumento del 16 per cento dietro dazi su importazioni cinesi, mostrando poca lungimiranza, e la Gran Bretagna stringe con Pechino accordi commerciali per 500 milioni di dollari, la Bce fa accademia sui criteri di Maastricht

L’avevamo annunciato due giorni fa e puntualmente la prima rappresaglia Usa nei confronti della Cina e della sua disinvolta politica di differenziazione e investimento si è materializzata. Il dipartimento del Commercio americano ha annunciato ieri di aver imposto dazi preliminari compresi tra il 10,90 e il 30,69 per cento su importazioni di tubi d’acciaio cinesi per complessivi 2,6 miliardi di dollari. La mossa era stata caldeggiata dai produttori e dai sindacati americani del settore secondo cui le importazioni di acciaio cinesi a prezzi bassissimi hanno portato alla perdita di migliaia  di posti di lavoro negli Stati Uniti. Furiosa la reazione cinese giunta ieri mattina. «La Cina è molto preoccupata per questa vicenda - ha dichiarato un portavoce del governo cinese - e ci opponiamo con vigore a misure protezioniste del genere».

La prima battaglia della nuova guerra fredda sembra decisamente iniziata. Anche perché l’America, nonostante il dibattito sembri incentrato unicamente sulla riforma della sanità del presidente Barack Obama, comincia ad aver paura. E parecchia. Michael Barr, vice del segretario al Tesoro Timothy Geithner, ha dovuto ammettere che una nuova ondata di pignoramenti è alle porte nonostante lo schema statale di rinegoziazione dei mutui – ad oggi vi hanno aderito una cinquantina di entità creditizie che hanno soddisfatto però soltanto il 6 per cento degli aventi diritto mentre alcune non hanno rinegoziato nulla – e, sempre ieri, la nota analista Meredith Whitney ha messo in guardia il governo dal fatto che a causa dell’alto tasso di disoccupazione il prezzo delle case negli Stati Uniti potrebbe crollare di un altro 25 per cento. Se infatti il dato reso noto ieri dal governo ha visto scendere ulteriormente la richiesta di sussidi di disoccupazione, in molti temono che queste fluttuazioni non possano essere lette come un dato macro consolidato ma soltanto come un parziale aggiustamento in corso d’opera destinato a conoscere nuovi andamenti a “v”.

Un dato macro che invece fa paura è quello che vede il deficit commerciale Usa salire del 16,3 per cento, il massimo incremento mensile da 10 anni, passando da 27,49 a 31,96 miliardi di dollari sulla scia dell’aumento record del 4,7 per cento delle importazioni. L’import Usa avanza a 159,6 miliardi di dollari, sulla scia dell’aumento di 2,4 miliardi di dollari di importazioni di auto e di quello da 1,7 miliardi di dollari di beni di consumo, come farmaci, giocattoli, abiti e apparecchi televisivi: le importazioni di auto sono ai massimi da dicembre. A far salire le importazioni contribuisce anche l’incremento a 62,48 dollari al barile del prezzo del petrolio: il deficit commerciale con la Cina, poi, sale del 10,8%. Unico dato positivo, figlio della debolezza del dollaro, l’export Usa che avanza del 2,2 per cento a 127,6 miliardi di dollari. Insomma, il gigante barcolla ma proprio per questo non rinuncia ad assestare colpi al nemico-amico asiatico.

Chi invece ha capito che con la Cina è meglio fare affari piuttosto che guerra è la Gran Bretagna, visto che Londra e Pechino hanno stretto un accordo commerciale e di investimento da 500 milioni di dollari in buona parte destinato allo sviluppo di attività “verdi” e a bassa emissione da parte di industrie britanniche. Con il tasso di disoccupazione al 10 per cento, Gordon Brown ha deciso – su consiglio del ministro per il Business, Lord Mandelson, che proprio in questi giorni è a Pechino – che occorre sviluppare il commercio con le economie in rapido sviluppo come Cina e India. Tra gli accordi già chiusi quello che riguarda la Pilkington Group, branca britannica del gigante giapponese del vetro e la cinese Shanghai Yaohua Pilkington Glass per costruire una fabbrica in cui sviluppare vetro in grado di salvare ed economizzare energia negli ambienti. Inoltre il Britain’s Carbon Trust, ente para-governativo per lo sviluppo di un’economia a bassa emissione di inquinanti, ha chiuso un accordo con la China Energy Conservation Investment Corporation per permettere l’ingresso della tecnologia verde britannica sul mercato cinese.

Insomma, nel giorno in cui la Bank of England decideva a sorpresa di mantenere invariati i tassi allo 0,5, Londra metteva la freccia e superava in scioltezza le timidezze e le ingessature burocratiche della Ue e cercava altrove la chiave della ripresa. Ma, come già ricordato, loro hanno la Bank of England e la sterlina e possono decidere quale leva utilizzare per risanare e rilanciare. Nell’area euro, invece, i conti pubblici sono finiti fuori scala in quasi tutti i paesi e vi è “l’urgente necessità” che nei piani di bilancio per il 2010 i governi “predispongano e rendano note strategie ambiziose e realistiche di uscita dalle misure connesse con la crisi”. Lo ha chiesto la Banca centrale europea, nell’analisi trimestrale sull’andamento delle finanze pubbliche dei paesi membri pubblicata ieri con il suo ultimo bollettino mensile. Il risanamento dei conti pubblici dovrà iniziare “al più tardi con la ripresa economica e gli sforzi andrebbero intensificati nel 2011”. Inoltre, secondo la Bce nei paesi in cui si registrano elevati livelli di disavanzo-Pil o di debito pubblico-Pil, gli sforzi di risanamento “dovranno essere significativamente superiori al valore minimo di riferimento dello 0,5 per cento del Pil l’anno fissato dal Patto di Stabilità e di crescita: l’aggiustamento strutturale annuo - si legge - dovrebbe raggiungere almeno l’1 per cento del Pil”. La Bce ha poi avvertito che nell’area euro solo tre economie minori - Cipro, Lussemburgo e Finlandia - rispetteranno i criteri di Maastricht quest’anno e “tutti rischiano di scostarsi nel 2010”. Burocrati, nulla di più. Peccato che siano questi burocrati a doverci mostrare la via d’uscita dalla crisi. Auguri.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37224

ENI/ Privatizzarla? Farebbe la gioia di tutti i competitors, da Mobil a Gazprom

 

Silvio Bosetti

11/09/2009 - 6.10 

Dalla Siberia alla Nigeria ed in tutti i Paesi in cui agisce in concessione, Eni opera già in un regime di confronto, competizione o collaborazione con gli altri players (dalla Mobil alla Gazprom), verso i quali occorre avere le stesse dimensioni e risorse. Silvio Bosetti risponde a Carlo Stagnaro

In un articolo comparso questa settimana Carlo Stagnaro sostiene “l’idea di dividere e privatizzare l’Eni, sottraendola all’influenza della politica” nell’interesse di tutti e per il miglior funzionamento del mercato dell’energia. Lo spunto per questa uscita è dato dalla proposta di un grande fondo finanziario americano (Knight Vinke Asset Management) che suggerisce di separare la grande azienda italiana dell’energia in più tronconi: uno dedicato all’attività estrattiva, un altro alle attività commerciali, ed un terzo alla gestione delle reti (infrastrutture).

Sulla base di questo intervento, vale la pena fare qualche breve considerazione su quanto accade nel comparto dell’energia, rimettendo in fila i concetti di liberalizzazione, privatizzazione, competizione del mercato e vantaggi per i consumatori. Non perché Eni (la cui autorevolezza e dimensioni sono tali da non essere turbate da quelle “provocazioni”) necessiti di una difesa, ma perché la materia è complessa ed articolata, e seguire le suggestioni dei grandi gestori della finanza potrebbe non essere scevro da qualche sorpresa meno gratificante di quelle attese da Stagnaro.

La separazione della filiera energetica dell’energia nelle sue principali aree industriali è alla base della liberalizzazione e della possibilità di creare un mercato: la Comunità europea ha emanato le Direttive ed il nostro paese le ha recepite da quasi dieci anni. Eni ha rispettato le norme, in Italia e all’estero. Nel frattempo il sistema regolatorio si intensifica: dalla separazione di natura contabile ci si avvia verso la separazione funzionale fino a quella proprietaria. I maggiori Stati europei (Francia e Germania avanti a tutti) non sono favorevoli a queste separazioni in tronconi. I più importanti competitor di Eni sono tuttora presenti in tutte le parti della filiera.

Un secondo elemento, ben distinto dal precedente, riguarda le privatizzazione delle società. In Europa lo scenario è molto variegato. Il gigante russo Gazprom è quasi coincidente con “lo Stato”;  la Gaz de France francese o la Statoil norvegese, che deve la sua ricchezza ai pozzi del gas nel suo mare del Nord, a loro volta sono considerati dei veri campioni nazionali. D’altro lato è vero che possono essere vincenti in questo mercato anche le private Shell o Bp, ma la storia anglosassone è ben diversa.

Passando ad un terzo aspetto, il citato articolo annuncia importanti benefici economici per i consumatori e per l’intero sistema. Le ricadute delle proposte del Fondo americano (gli “spezzatini” e l’uscita dalla proprietà pubblica), per l’esperienza osservata, sia in Italia che all’estero (anche nell’Inghilterra della signora Thatcher) possono rivelarsi sia positive (la contrazione dei costi per la competizione) che negative (l’incremento delle funzioni di raccordo e di controllo con relativi aggravi economici).

Come quarta ed ultima annotazione, è bene ricordare che Eni ha già effettuato (sul lato cosiddetto down stream) la separazione delle infrastrutture (rete di trasporto Snamretegas, le caverne di stoccaggio con Stogit, la distribuzione locale con Italgas), mentre sul lato up stream dalla Siberia alla Nigeria ed in tutti i Paesi in cui agisce in concessione, opera già in un regime di confronto, competizione o collaborazione con gli altri players internazionali (dalla Mobil alla Gazprom) verso i quali occorre avere le stesse dimensioni e risorse.

L’affidabilità degli approvvigionamenti, la diversificazione delle fonti, le problematiche geopolitiche, le scelte di ingenti investimenti nei gasdotti e nei pozzi estrattivi, richiedono soggetti autorevoli, competenti e autonomi. Eni ha molte di queste caratteristiche, dunque può e deve essere stimolata ad affrontare il futuro energetico dell’Italia e dell’Europa, non necessariamente seguendo solo le sirene dei Fondi finanziari americani.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37231

BERNASCONI

Oggi lasciamo splendere l'arcobaleno che promette bel tempo e, secondo le leggende, un tesoro per chi sarà in grado di arrivare alla sua base prima che sparisca.
I mercati azionari toccano nuovi massimi annuali e tutto sembra perfetto. Tecnicamente abbiamo un forte e solido rialzo che sembra accelerare nell'infinito.

Ieri le borse europee hanno faticato e malgrado un buon inizio la sera si sono ritrovate al punto di partenza. L'America invece si é rafforzata per il quinto giorno consecutivo raggiungendo con la maggior parte degli indici nuovi massimi. S&P500 a 1044 punti il 10 di settembre. Vi dice qualcosa? Da circa 5 settimane la nostra previsione é quella di un top l'11 di settembre a 1050 punti al termine di un'accelerazione di tipo esaustivo. La nostra previsione si sta avverando ma sinceramente crediamo ancora poco a quello che dovrebbe avvenire in seguito. Ad un top segue una fase negativa che varia da una correzione (-10%) ed un ribasso. Strutturalmente però questo rialzo é perfetto e non vediamo divergenze. Abbiamo un sano aumento dei nuovi massimi ed una diminuzione dei nuovi minimi. L'Advance/Decline cumulata continua a raggiungere nuovi massimi, la rotazione tra i settori é sana e regolare, abbiamo conferme dei nuovi massimi da numerosi indici (p.e. Transportation) ed altri mercati finanziari (p.e. USD), la volatilità VIX (ieri a 24.32) scende confermando la fiducia degli investitori. Sinceramente é difficile credere adesso in un cambiamento di tendenza. Lo scenario per il futuro con le maggiori probabilità é quello della continuazione del rialzo in autunno verso i 1200 punti di S&P500. Manteniamo ancora viva la possibilità di un top fino all'inizio di settimana prossima - a livello temporale e di punti la coincidenza con le nostre previsioni é stupefacente. Ci manca però qualsiasi riferimento tecnico che possa confermare la possibilità e la vicinanza di un massimo. Già lunedì mattina vi avevamo preparati a questa situazione: "Strutturalmente la situazione non cambia. (...) A questo punto non possiamo ancora escludere il nostro scenario di un top per l'11 di settembre ma dobbiamo ammettere che per ora non si vede la formazione di questo massimo. È ancora il trend rialzista a dominare gli avvenimenti." 
Oggi 11 settembre vi ricordiamo il nostro scenario che ci ha accompagnato per settimane: "Noi prevediamo ormai da tempo un top e la fine di questo rialzo tra il 4 e l'11 di settembre. A questo top dovrebbe seguire almeno una sostanziale correzione se non un cambiamento di tendenza. Questa é però una speculazione basata su paragoni con il passato. Dobbiamo ora vedere nel corso di questa settimana se questo massimo comincia a trasparire anche sui grafici e negli indicatori. Idealmente i mercati azionari dovrebbero brevemente accelerare in un movimento esaustivo. L'S&P500 potrebbe in questa occasione raggiungere (ed eventualmente superare intraday) i 1050 punti."
L'indice ha raggiunto l'obiettivo nel momento previsto ma ora non vediamo nessun massimo all'orizzonte - solo un'arcobaleno....

Ieri l'S&P500 ha chiuso a 1044 punti, in rialzo del +1.04%. Gli indici azionari azionari stanno accelerando al rialzo in quello che potrebbe essere un movimento esaustivo. Strutturalmente però vediamo solo conferme e di conseguenza facciamo fatica ad immaginarci un top.
Da alcuni giorni seguiamo con attenzione oro e USD. L'oro si é bloccato sui 1000 USD l'oncia mentre l'indebolimento dell'USD non si ferma. Il cambio EUR/USD si é attestato sopra gli 1.45 (ora a 1.4605) e l'USD Index ha toccato ieri un nuovo minimo a 76.69 (ora a 76.82). Oro e USD restano a livelli cruciali e le nostre domande di mercoledì riguardanti un possibile reversal su questi mercati sono ancora senza una chiara risposta.
Se ci avviciniamo ad top "Non lo sappiamo ancora ma é sicuro che la decisione arriverà entro il fine settimana. Strutturalmente il rialzo dei mercati azionari sembra solido e le poche divergenze che vediamo non sembrano in grado di determinare un cambiamento di tendenza nell'immediato futuro."

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.

L'S&P500 (+1.04% a 1044 punti) ha chiuso la seduta sopra il precedente massimo annuale a 1039 punti. L'indice si é comportato secondo le nostre previsioni di inizio settimana: "Il trend resta positivo ma il potenziale di rialzo sembra limitato. Se, come sembra, i 1018 punti non sono in grado di bloccare il movimento, l'indice dovrebbe salire verso i 1039 punti per poi tentare un balzo finale a 1050. Questa potrebbe essere la fine del rialzo ma prima dobbiamo vedere quando e come il mercato raggiunge questo obiettivo. Supporti sono a 992 punti (intermedio) e 975 punti (forte)."
Ieri mattina abbiamo scritto: "Ora l'S&P500 attaccherà i 1039 punti e potrebbe esaurire il movimento con un'accelerazione entrò venerdì verso i 1050 punti. Non abbiamo però nessun elemento che ci confermi la possibilità di un top. Il rialzo é solido e potrebbe continuare con obiettivo i 1200 punti." e manteniamo questa opinione. 

Il Nasdaq100 (+1.01% a 1686 punti) continua a rafforzarsi e le sedute positive si sommano e si somigliano. Quanto previsto lunedì mattina si é concretizzato: "In questa settimana prevediamo un nuovo massimo annuale marginale. Poi potrebbe delinearsi un cambiamento di tendenza." Malgrado il forte trend rialzista manteniamo la nostra previsione di lunedì 31 agosto coscenti del fatto che non ci sono elementi tecnici a conferma di questa ardita teoria: "Secondo noi anche la tecnologia sta formando un top a medio termine e dovrebbe indebolirsi dopo la prima decade di settembre." e "Il trend rialzista prosegue anche nella tecnologia. Non abbiamo per questo indice un'obiettivo preciso verso l'alto. Attendiamo un movimento esaustivo nella prima decade di settembre e l'inizio di una correzione. Primo importante supporto é a 1600 punti mentre decisivi sono solo i 1560 punti."

L'Eurostoxx50 (-0.11% a 2817 punti) é salito in apertura fino a 2840 punti (nuovo massimo annuale) ma prese di profitto l'hanno respinto verso il basso. Oggi si delinea un'ulteriore attacco verso l'alto che dovrebbe sfociare in una chiusura su un nuovo record. Questo comportamento segue le nostre previsioni di lunedì: "Per il resto della settimana prevediamo un'attacco verso i 2800 punti ed eventualmente un nuovo massimo annuale marginale."
Vi ricordiamo la nostra teoria di un'imminente top: "Dobbiamo ora osservare come l'indice si avvicina ai 2800 punti ed all'11 di settembre per sapere se si sta preparando un cambio di tendenza o se il rialzo deve continuare in autunno." Finora il movimento ha carattere esaustivo ma la convincente partecipazione ci fà dubitare della possibilità di un'imminente cambiamento di tendenza.

Il DAX (+0.37% a 5594 punti) si é comportato meglio dell'l'Eurostoxx50 chiudendo in positivo e raggiungendo un nuovo massimo annuale marginale. L'indice segue il tracciato indicato all'inizio della settimana: "Resistenza é quindi a 5460 punti. Superata questa, l'indice potrebbe tentare di raggiungere nuovamente il massimo annuale a 5572 punti formando poi l'atteso top a medio termine." Per ora il trend resta decisamente puntato verso nord e non notiamo accenni di debolezza. Vediamo cosa ci riservano l'ultima seduta della settimana ma non sembra che questo indice si appresti a cambiare direzione.

L'SMI (+0.10% a 6208 punti) ha terminato la seduta praticamente invariato e sembra bloccato sui 6200 punti.
Niente da aggiungere alle nostre previsioni di inizio settimana: "L'SMI questa settimana dovrebbe tentare di risalire verso il massimo annuale a 6262 punti. Difficile dire se questo movimento é di tipo esaustivo. Se l'indice sale su un massimo l'11 di settembre ed abbiamo poi una seduta contraddistinta da un reversal potremmo avere il nostro atteso top."

Scenario 2009

Per quest'anno prevediamo ancora una continuazione del bear market. Il minimo a 666 punti di S&P500 raggiunti il 6 di marzo deve essere testato. Un nuovo minimo sotto questo livello non é da escludere. Più probabile però sembra ora un nuovo minimo ascendente  tra i 740 ed i 820 punti di S&P500.
Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra avvicinarsi alla fine ed il pericolo di una depressione sfuma, le stime ufficiali per il 2009 (al 30 giugno 2009) sono risalite a 55.54 USD. Capitalizzando questi utili con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 850 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 40 USD e la ripresa fosse anemica, un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 480 USD.
Riassumendo tecnicamente e fondamentalmente i 950 punti di S&P500 raggiunti nella prima decade di giugno corrispondono secondo noi ad una sopra-valutazione del mercato. La prossima dovuta fase di ribasso ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.

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Finisce la garanzia ai fondi pensione USA!

 

Spinti da un calo dei jobless claims settimanali da 570 a ‘soli’ 550 mila e da un buon outlook di Procter & Gamble, i tre principali indici azionari hanno registrato una seduta positiva, con rialzi intorno al punto percentuale, mentre il dollaro continua a occhieggiare la soglia di 1,46 contro l’euro, ma la notizia del giorno è che l’amministrazione Obama farà scadere il prossimo 18 settembre la garanzia prestata in favore dei fondi pensione, organismi caratterizzati da assets per 3 mila miliardi di dollari, una garanzia necessaria dopo che uno di queste entità aveva segnalato che le quote erano andate sotto l’unità a causa di un perdita da poco meno di un miliardo di dollari legata al fallimento di Lehman Brothers, un evento che aveva fatto correre un brivido per la schiena dei tanti che basano buona parte della loro pensione a queste entità e che aveva costretto la precedente amministrazione a intervenire per non minare anche un altro pilastro del sistema, dopo i tracolli nel mercato immobiliare e in quelli finanziario, per non parlare del tema scottante della disoccupazione, sia di quella ufficiale oramai giunta al 9,7 per cento, sia di quella reale che tocca livelli non lontani dai 30 milioni di persone in carne e ossa.
Si tratta comunque della quinta seduta consecutiva a Wall Street, una serie positiva innescata proprio dal mantenimento del mix di misure eccezionali che hanno evitato il tracollo dei mercati finanziari deciso a Londra e che sarà certamente confermato dal prossimo vertice dei capi di Stato e di Governo che si terrà prossimamente negli Stati Uniti d’America in quel di Pittsburgh in Pennsylvania.
Ovviamente, tale intervento straordinario non rientrava tra quelli che i ministri economici e i governatori delle banche centrali del G20 si erano impegnati a mantenere almeno sino a che la ripresa non fosse divenuta autosufficiente, cosa che, almeno al momento, evidentemente non è, una eccezione al principio di non staccare la spina legata al fatto che si tratta di una situazione limitata agli Stati Uniti d’America.
Come ricorderanno i più attenti tra i lettori del Diario della crisi finanziaria, le previsioni di perdite formulate dal Fondo Monetario Internazionale collegate alla tempesta perfetta da ieri entrata nel suo ventiseiesimo mese di vita vedono negli investitori finanziari quali i fondi pensione e i fondi di investimento i soggetti maggiormente colpiti, ancor più delle stesse banche, perdite che, peraltro, non sono ancora emerse in pieno.
Oggi ricorre l’anniversario del primo attacco straniero portato sul suolo americano, un azione messa in atto da quattro gruppi di dirottatori aerei legati ad Al Qaeda, l’organizzazione integralista islamica guidata da Osama Bin Laden, un personaggio che un tempo era alleato degli Stati Uniti d’America nella guerra contro i russi in Afganisthan, ma poi è ne divenuto acerrimo nemico, un avvenimento tragico che ha provocato non solo migliaia di vittime, ma ha anche innescato una reazione statunitense che si è concretizzata in due conflitti ancora irrisolti prima in Afganisthan e poi in Iraq.
Anche se non si più ripetuta un’azione offensiva sul suolo americano, i fatti dell’11 settembre resteranno nell’immaginario collettivo con le immagini in diretta della distruzione delle Torri Gemelle di New York, in una delle quali aveva la sua sede quella Lehman Brothers che sopravvisse a quei tragici eventi, ma che è stata poi spazzata letteralmente via da uno dei più alti marosi della tempesta perfetta.

Pubblicato da marco sarli a 0.01

 

http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/09/finisce-la-garanzia-ai-fondi-pensione.html

VALORI

10 settembre 2009

Banche, in Olanda il primo codice sui bonus

Banche, in Olanda il primo codice sui bonus Le banche olandesi stanno per diventare le prime al mondo a porre un tetto massimo al valore dei bonus pagati ai propri alti dirigenti. Gli istituti di credito hanno infatti accettato un accordo che introduce un codice che impone una serie di importanti restrizioni. Il documento è frutto di un’intesa raggiunta tra le associazioni dei banchieri olandesi ed il ministero delle Finanze, che limiterà i premi concedibili ai top manager al livello del salario annuale. Una riforma che sarà operativa a partire dal prossimo 1 gennaio. «A mia memoria si tratta dell’accordo più avanzato mai sottoscritto nel mondo occidentale - ha commentato il ministro delle Finanze Woulter Bos al Financial Times -, ...

10 settembre 2009

Bank of America risponde a Cuomo: «False le sue accuse»

Bank of America risponde a Cuomo: «False le sue accuse» Dopo la minaccia del procuratore di New York, Andrew Cuomo, di incriminare i vertici di Bank of America qualora non collaborino con la giustizia americana per far luce sulle ombre legate all’acquisizione di Merrill Lynch, arriva la risposta del colosso bancario Usa. Una risposta secca: le accuse del magistrato statunitense sono semplicemente «false». Secondo Lewis Liman, avvocato newyorkese che rappresenta gli interessi dall’istituto di credito di Charlotte, sarebbe stato invece Cuomo stesso a non consentire né a BofA né a Merrill Lynch di «esporre la propria versione dei fatti». Il legale ha messo le sue parole nero su bianco, in una lettera inviata al procuratore nella quale si legge: ...

10 settembre 2009

Usa, i pignoramenti non scendono sotto quota 300 mila

Usa, i pignoramenti non scendono sotto quota 300 mila  Non c’è pace per i proprietari di immobili negli Stati Uniti. Il numero di pignoramenti è rimasto sopra quota 300 mila per il sesto mese consecutivo, sostenuto dalla quantità di posti di lavoro persi, che ha a sua volta spinto il tasso di disoccupazione ai livelli massimi degli ultimi 26 anni. Sempre più in difficoltà, dunque, gli americani non sono in grado di far fronte alle esose rate di propri mutui, il che se da un lato provoca l’effetto immediato di costringerli a  lasciare le proprie abitazioni, dall’altro impone una forte instabilità nel mercato immobiliare.  Complessivamente, nel mese di agosto i pignoramenti sono stati 358.471, secondo i dati forniti da RealtyTrac ...

10 settembre 2009

Europa, S&P: per le compagnie a rischio lo «scenario peggiore»

Europa, S&P: per le compagnie a rischio lo «scenario peggiore»  «Il peggiore scenario ipotizzato». È ciò che prevede Standard & Poor’s per quanto riguarda i fallimenti delle aziende dell’Europa occidentale. In un report che sarà pubblicato nella giornata di oggi - e del quale il Financial Times ha anticipato i contenuti - l’agenzia di rating lancia un nuovo allarme sulle condizioni delle compagnie del Vecchio Continente, con il numero di default che dovrebbe raggiungere un picco entro la fine del 2009. Solo successivamente il dato è previsto in graduale calo. Il rapporto di S&P fornisce dunque un nuovo segnale del grado di dissesto del sistema economico dell’Europa occidentale, ed in particolare delle compagnie a più alto grado di rischio ...

10 settembre 2009

Liikanen (Bce): con la ripresa ritireremo la liquidità in eccesso

Liikanen (Bce): con la ripresa ritireremo la liquidità in eccesso La Banca centrale europea potrebbe cominciare a ritirare le misure straordinarie adottate per far fronte alla crisi economica globale. E potrebbe farlo prima di rialzare i tassi di interesse. A dichiararlo è stato, ieri, il membro del Consiglio dell’istituto Erkki Liikanen: «Non appena l’economia ricomincerà a crescere e la domanda si rafforzerà, dovremo ritirare in fretta la liquidità in eccesso dal mercato - ha spiegato il numero uno della banca centrale finlandese ad Helsinki -. La Bce deve farsi trovare pronta e sapere bene quali sono le misure necessarie».  Un punto di vista che ricalca quello espresso la scorsa settimana dal presidente dell’istituto Jean-Claude Trichet, che ha ...

 

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SAN GIORGIO E IL DRAGO DELL'INFLAZIONE!

 

Ieri sul SOLE24ORE Volcker, il mitico San Giorgio che abbatte il drago a due teste della Grande Inflazione, in una intervista rivelatrice e per certi versi leggendaria ha sottolineato tralatro come......

Parlando dell'economia: teme un ritorno dell'inflazione?
La preoccupazione di un ritorno dell'inflazione ce l'ho sempre. Penso sia una minaccia imminente? No. Con così tanta disoccupazione e l'economia mondiale così moscia non direi. Ma mi preoccupa sentire la gente dire che è meglio un po' di inflazione di molta disoccupazione. Neppure io voglio la disoccupazione, ma non bisogna sottovalutare il rischio dell'inflazione. Abbiamo un deficit gigantesco e la Federal Reserve ha messo in campo una quantità enorme di liquidità. Per ora possiamo assorbirla, ma potrebbe essere un problema quando l'economia americana e quella mondiale ricominceranno a crescere.

Ricordo a tutti che non esiste nessuno al mondo che abbia esperienza sul campo come Volcker, ex governatore della Federal Reserve, che dovette gestire la più imponente fiammata inflativa al mondo, di natura recente, dopo la tragica seguenza della Repubblica di Weimar
Alcuni pensano che l'inflazione sia l'unica soluzione al debito crescente?
Lo so. Ma io non sono tra questi.
Che pensa del deficit del budget federale?
E' senza precedenti. Ma per il momento non penso sia un problema. E' stato di aiuto nel moderare la caduta dell'economia, anche se uscirne sarà dura.
Nel lungo termine, il deficit è una minaccia?
Se non gli si farà fronte potrebbe alimentare l'inflazione, ridurre la vitalità dell'economia e creare problemi con il ruolo del dollaro nel mondo. Ma l'obbiettivo è di riportarlo sotto controllo.

" Paul Volcker può essere definito un gigante dell'economia. Nel senso letterale e non della parola. Per la sua altezza: più di due metri. E per la stima che si ha di lui. In un'intervista concessa nel maggio scorso al New York Times, il presidente Barack Obama non ha usato mezze parole: "una persona che ha grande influenza su di me è Paul Volcker".
Sono esattamente 40 anni che Volcker ha modo di influenzare le scelte economico-finanziarie di chi governa a Washington. Prima come sottosegretario al Tesoro poi come presidente della Federal Reserve Bank. Nel 1987, Ronald Reagan non gli rinnovò il mandato al vertice della banca centrale americana. La decisione fu successivamente spiegata in questo modo dal premio Nobel per l'economia Paul Joseph Stiglitz: "perché l'amministrazione Reagan non pensava fosse disposto a deregolamentare a sufficienza".
Visti i danni della deregulation, le sue opinioni sono più che apprezzate che mai. Tant'è che è stato autore/supervisore del rapporto sulla riforma dei sistemi regolatori completato nel gennaio scorso dal cosiddetto Gruppo dei Trenta. Nonostante i suoi 82 anni, Barack Obama lo ha anche scelto per dirigere il President's Economic Recovery Advisory Board, un gruppo di consulenti che consiglia la Casa Bianca sul tema della ripresa economica."

Volcker come abbiamo visto è stato in realtà emarginato dagli altri componenti dello staff economico di Obama.

Ci sono altri due passi dell'intervista a Volcker illuminanti....

Quali sono le sue proposte principali in materia di riforma del quadro regolatorio?
Io penso che si debbano trattare le banche in modo diverso dalle altre istituzioni finanziarie. E che si debbano limitare le loro attività. Per essere più specifici: le banche non dovrebbero essere proprietarie di hedge fund o di fondi di equity e le loro attività di trading dovrebbero essere circoscritte. Un'istituzione che produce il grosso del suo reddito con il trading non dovrebbe avere una licenza bancaria. Se vuole fare trading va bene, ma non come banca. Perché le banche hanno protezioni particolari che non si devono estendere a tutti.
Quali sono gli ostacoli?
C'è un sacco di gente che fa enormi quantità di soldi in finanza e vuole continuare a farlo.
Che pensa di imporre dei tetti ai compensi di banchieri e finanzieri?
Che troverebbero i modi di circonvenirle. Lo vediamo già adesso: è osceno quello che guadagnano.

Volcker nell'intervista ha sottolineato un aspetto che ormai molti di noi conoscono, alla vigilia dell'anniversario del fallimento di Lehman......

" Se la Lehman fosse stata salvata sono sicuro che il mercato avrebbe cominciato a speculare contro Morgan Stanley o Goldman Sachs e penso che si sarebbero comunque avute ripercussioni. "

Ecco quindi perchè Lehman si e gli altri no.........

FRANCOFORTE (Reuters) - La rabbia sugli stipendi dei banchieri è "comprensibile e appropriata" e una maggiore sorveglianza sui derivati è necessaria per tenere le banche sotto controllo. Bisogna però stare in guardia per evitare che l'aumento di controlli soffochi la crescita economica.

Parola di Lloyd Blankfein, a capo della banca americana Goldman Sachs, in un intervento in Germania.(...) "I contratti di lavoro garantiti per molti anni dovrebbero essere messi al bando", ha detto. "Purtroppo nel nostro settore sono una pratica comune".

Ma qui sempre sul SOLE24ORE una pennellata di ironia, riporta le cose nella giusta dimensione........

La finanza è un po' come la politica, vive di consenso e bisogna avere il coraggio di non dire quello che si pensa. Serve molta intuizione e controllo per mantenersi sulla soglia del verosimile, fermarsi prima del ridicolo e stare lontani dai temi eccessivamente insidiosi. Non è facile. Ieri, per esempio, Lloyd Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs, ha voluto parlare di bonus. Lui, che in materia ha una certa competenza, ha spiegato che i bonus pluriennali dovrebbero essere banditi perché «i compensi continuano a creare risentimento. E questo - ha sottolineato - è in parte comprensibile e appropriato». Blankfein (che ha rinunciato al bonus del 2008 dopo avere incassato 68,5 milioni di dollari nel 2007) non ha fatto una piega neanche nell'affermare che «non c'è molta giustificazione al pagamento di compensi fuori misura discrezionali quando un'istituzione finanziaria perde soldi». Goldman Sachs, aiutata nel 2008 dal Tesoro Usa, ha predisposto il pagamento di 11,4 miliardi di dollari di bonus nei primi 6 mesi del 2009. (A.Grass.)

Volcker aggiunge poi nella sua intervista che ....

" L'influenza dei soldi e delle lobby su Washington è diventata sempre maggiore e ha raggiunto un livello vergognoso. Per non parlare del fatto che, poiché al Tesoro molte nomine ancora non sono state confermate dal Congresso, Geithenr sta lì circondato di consulenti privati. A otto mesi dall'arrivo della nuova amministrazione, il Tesoro non ha ancora un suo staff di funzionari confermati. E questo solleva la questione dell'utilizzo di consiglieri informali che vengono da Wall Street. Non dovrebbe succedere. "

E' affascinante accompagnare la nostra consapevolezza attraverso il futuro, per ricordare a noi stessi che il granellino di sabbia che continua a tenere bloccati gli ingranaggi della madre di tutte le crisi è la politica, l'avidità, la tracotanza di un manipolo di avventurieri, che siano esse lobbies o consulenti privati.

" E' troppo presto per dare un giudizio, ma mi preoccupo, quello sì, perchè penso che un sacco di gente a Wall Street farà presto a tornare alle vecchie abitudini e dire: il passato è passato, è ora di far ricominciare la musica. Sono preoccupato, ma la partita non è chiusa."

Non è finita, non è affatto finita, durerà più a lungo di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare, il drago a mille teste, ma la questione " politica " oggi è rilevante quanto quella antropologica, con il contorno di considerazioni macroeconomiche.

Icebergfinanza ormai da un paio di anni sottolinea come oggi l'inflazione è un drago con mille teste, che non ha nessuna possibilità di nuocere sino a quando deleveraging, rientro generalizzato dal debito, disoccupazione, redditi in declino e sovraccapacità produttiva resteranno nell'agenda della madre di tutte le crisi. E non basterà certo il gioco di quattro speculatori da circo, per produrre inflazione attraverso la svalutazione e la pressione sulle materie prime.

Ne abbiamo parlato insieme, abbiamo analizzato ogni particolare delle prospettive, certo colui che è saggio, lascia sempre aperte tutte le variabili, tutte le porte, ma per alcuni anni, niente potrà risvegliare un drago gonfiato dall'indebitamento esponenziale e dalla sovrapproduzione di un sistema obeso!

MArtin Wolf sul Financial Times, in una traduzione di Fabio Galimberti per il Sole 24 Ore ci dice che....

" Molti si preoccupano dell'inflazione. Attualmente da questo punto di vista si rasenta l'isteria. Soprattutto bisogna dire che non sarà una revoca prematura degli stimoli a ridurre questo pericolo. Al contrario, potrebbe renderlo ancora maggiore perché potrebbe provocare un'altra tornata di interventi aggressivi.

E allora perché non c'è motivo di preoccuparsi dell'inflazione ora? Tanto per cominciare, l'economia mondiale ha un'enorme eccedenza di capacità produttiva, che è impossibile da misurare con esattezza, specialmente dopo le recenti turbolenze. Nel suo ultimo Economic Outlook, l'Ocse ha calcolato la differenza tra produzione effettiva e produzione potenziale quest'anno in oltre il 5% della produzione potenziale, nei paesi membri dell'organizzazione. "

Aggiungo solo che Toyota, ormai principale produttore automobilistico mondiale, ha annunciato recentemente una riduzione della produzione nei prossimi due anni del 15%. E' affascinante notare che a livello mondiale c'è una ripresa della produzione, mentre latitano i consumi e addirittura scendono. Non starò a ricordarvi gli ultimi dati, ma, se oggi la produzione riprende allo stesso ritmo di prima, con cosa supportiamo i consumi, con il debito?

" La crescita il prossimo anno dovrà essere di almeno il 2-3% se vogliamo colmare questo divario. Secondo le ultime previsioni, non sarà così.
In secondo luogo, il debito pubblico, anche se pesante, è sostenibile. Il tasso d'interesse reale che paga il governo Usa sul suo debito, ad esempio, è inferiore al 2 per cento. Perciò gli interessi su un debito pubblico del 100% del Pil costerebbero il 2% del Pil. È ridicolo sostenere che sarebbe un fardello insostenibile.
Probabilmente qui Wolf prosegue a distanza la polemica con Nial Ferguson e altri ancora, che sostengono che il livello del debito costringerà l' America a riconoscere alti rendimenti ai sottoscrittori del debito nazionale, ma fate bene attenzione a quanto io scrissi in un recente post dal titolo L'ULTIMOTRENO. Vorrei solo condividere ora alcuni interessantio passi letti nel libro " Soldi e Potere" di Niall Ferguson, uno dei più promettenti storici inglesi che sottolinea come:" La correlazione tra il rapporto debito/PIL e il rendimento delle obbligazioni a lungo termine risulta negativa anzichè positiva in cinque casi su sette. Il caso estremo è quello del Giappone, dove un rapido incremento del debito si è accompagnato con un calo quasi altrettanto rapido dei rendimenti. Fra il 1990 e il 1999 il debito pubblico lordo giapponese è aumentato dal 61 al 108 per cento del PIL, e si prevedeva che avrebbe raggiunto il 130 % nel 2000. Ma i rendimenti dei titoli giapponesi a lungo termine sono scesi da più dell' 8 per cento nel settembre 1990 ad un minimo inferiore all' 1% nel novembre 1998. La ragione per cui non si manifesta una stretta corrispondenza tra l'onere debitorio e i rendimenti è che l'ammontare corrente di debito insoluto in rapporto al prodotto è solo una delle molte misure che condizionano le percezioni degli investitori, e in certi casi può non condizionarle affatto. Nei paesi industrializzati  durante gli anni '90, le aspettative di inflazione decrescente coltivate dagli investitori ( e, nel caso del Giappone, di una deflazione vera e propria ) hanno contato molto di più dell'aumento del rapporto debito/PIL " Rileggetevi le parole che ho evidenziato in nero, sono molto importanti, strano che Ferguson non ricordi quanto ha scritto in passato. Poi date un'occhiata QUI e avrete una visione complessiva di quanto sta avvenendo, materia anche per gli analisti tecnici.

Prseguendo, Wolf ci dice che....Inoltre, in un'economia che cresce al 4% annuo in termini nominali (sicuramente il minimo che ci si possa aspettare per gli Stati Uniti sul lungo termine), il debito pubblico potrebbe stabilizzarsi sul 100% del Pil con un deficit di bilancio d del Pil. Questa non è una raccomandazione, ma un'osservazione. Per concludere, l'espansione dello stato patrimoniale della Federal Reserve, compreso il balzo in avanti delle riserve delle banche commerciali, genererà inflazione solo quando il credito e la spesa cominceranno a decollare. Ma è proprio in queste circostanze che sarà più facile per la Fed drenare la liquidità in eccesso. Certo, potrebbe aspettare troppo a lungo. Ma non è detto.
Ora supponiamo che le autorità, invece di mantenere la calma, vengano prese dal panico e indotte a dare una stretta alla spesa pubblica e alle politiche monetarie. Considerando l'estrema fragilità del settore privato, una mossa del genere potrebbe causare un'altra recessione. Il risultato inevitabile sarebbe un'altra tornata di politiche monetarie e misure di spesa di emergenza. Il punto è di fondo: non sono le misure monetarie e di spesa eccezionali la causa principale del pericolo. Alla radice c'è la debolezza dell'economia privata. Le misure assunte sono una conseguenza.

Prima o poi faremo un riassunto, di tutte le variabili che accompagnano il dibattito sulle aspettative di inflazione o deflazione, ma la rotta nel breve e medio termine è abbastanza chiara, anche perchè ora dobbiamo incominciare a considerare che l'ATTESA non è cosi poi tanto lontana.

Postato da: icebergfinanza a settembre 11, 2009 07:09 | link | commenti (2)

http://icebergfinanza.splinder.com/post/21286551/SAN+GIORGIO+E+IL+DRAGO+DELL%27IN

Il quiz della crisi

 

 

g20-crisisL’idea è ripresa da Le Nouvel Observateur dell’Agosto scorso - così come una parte delle specifiche domande inserite - ma noi l’abbiamo un po’ caratterizzata secondo la linea di finansol.it L’alfabeto della finanza, pur non dando l’automatica soluzione potrà certo aiutarvi. La prossima settimana - in commento - le risposte corrette, con il relativo vincitore (se avrete il coraggio di sottoporvi al giudizio…).

Ecco le domande:

1) lo schema Ponzi fa riferimento a:
a)
un’influente circolo neoliberale
b) un nuovo metodo di produzione nel settore auto
c) un sistema per truffare degli investitori

2) negli Stati Uniti il “paragrafo 11” è:
a)
una procedura concorsuale che mira alla ripresa delle attività dell’impresa
b) la norma utilizzata per il licenziamento degli impiegati di Wall Street
c) il soprannome impiegato per designare 11 dirigenti della SEC statunitense

3) ”salviamo i ricchi” designa:
a) un galà di beneficenza organizzato a New York
b) un collettivo militante francese
c) una campagna di comunicazione lanciata dall’industria del lusso

4) nel linguaggio borsistico quale animale è designato per  descrivere un mercato orientato al rialzo?:
a)
un montone
b) una iena
c) un toro

5) perché un paese sia dichiarato in recessione bisogna che il livello della sua crescita sia stato negativo per almeno:
a) due semestri consecutivi
b) due trimestri consecutivi
c) tre trimestri consecutivi

6) la cartolarizzazione è:
a)
una tecnica finanziaria sofisticata
b) un sistema di remunerazione dei grandi dirigenti
c) un versamento di bonus posticipato

7) celebre oltre-Atlantico, Fannie Mae designa:
a)
una tipica piccola risparmiatrice rovinata dalla crisi
b) una società statunitense di finanziamenti immobiliari salvata dal fallimento dallo stato
c) la padrona di una banca regionale in fallimento che beneficia però di un “paracadute d’oro”

8 ) il decoupling fa riferimento a:
a)
un marcato distacco delle parità di cambio tra due monete
b) all’andamento delle economie di alcuni paesi asiatici, che hanno mostrato prestazioni  molto migliori di quello dei paesi occidentali durante la  crisi
c) una separazione tra due settori di un’impresa, creando due unità giuridiche indipendenti

9) definizione di dealer:
a)
operatore che acquista e vende titoli e valute per conto proprio
b) operatore che acquista e vende titoli e valute per conto di altri
c) operatore che acquista e vende titoli e valute soltanto al dettaglio

10) cosa sono i CDS:
a)
titoli trattati soltanto nelle borse per piccole e medie imprese
b) titoli aventi come garanzia altri titoli
c) strumenti della categoria dei derivati

http://www.finansol.it/?p=2568

Pechino, influenza suina: in autunno decine di milioni di contagi, morti “inevitabili”

11/09/2009 CINA
Pechino, influenza suina: in autunno decine di milioni di contagi, morti “inevitabili”
L’allarme lanciato dal vice-direttore del Dipartimento per le emergenze sanitarie. Povertà e strutture mediche inadeguate nelle zone rurali possono favorire la diffusione del virus. Studi recenti mostrano che è sufficiente una dose di vaccino per prevenire il contagio. In Israele scoperto un ceppo resistente al Tamiflu. Pechino (AsiaNews/Agenzie) – In autunni i casi di influenza suina in Cina potrebbero essere “diverse decine di milioni”. È quanto dichiarato oggi da un alto funzionario della sanità, il quale ha aggiunto che le morti saranno “inevitabili”. Ieri, intanto, due diversi studi hanno mostrato che una dose di vaccino – rispetto alle due ipotizzate inizialmente – può bastare per prevenire il contagio. Liang Wannian, vice-direttore del Dipartimento per le emergenze del Ministero della sanità, spiega che “secondo le stime degli esperti, il nostro Paese in autunno potrà registrare decine di milioni di persone contaminate da H1N1”, di cui la metà potrebbero necessitare un ricovero in strutture ospedaliere. Il funzionario aggiunge che “casi gravi e morti saranno inevitabili”. La Cina è la nazione più popolosa al mondo, con i suoi 1,3 miliardi di abitanti. Le strutture ospedaliere sono efficienti nei grandi centri urbani, ma diverse zone nelle campagne sono prive di centri funzionali e una larga fetta della popolazione, in special mondo nelle aree povere e rurali, non gode di assistenza sanitaria. Nei giorni scorsi Pechino ha annunciato una campagna di vaccinazione – a cominciare dai quadri governativi e dai funzionari del partito – entro la fine dell’anno; essa interesserà circa 65 milioni di persone, solo il 5% del totale della popolazione cinese. Ieri, intanto, due studi pubblicati si autorevoli riviste mediche mostrano che “una dose singola di vaccino” può proteggere le persone dalla pandemia. In precedenza le autorità sanitarie avevano paventato la possibilità di una dose doppia, per prevenire il contagio. Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), però, continuano a mantenere alta l’allerta; secondo le previsioni circa un terzo della popolazione mondiale – pari a due miliardi di persone – potrebbe essere colpita dal virus. Per prevenire i contagi il Ministero giapponese della sanità riferisce di vaccinazioni di massa per 50 milioni di persone. Il governo sottolinea di poter produrre al massimo 18 milioni di vaccini, ma l’obiettivo è immunizzare 70 milioni di persone grazie a importazioni da aziende straniere. In Israele il dipartimento di epidemiologia ha identificato un ceppo della nuova influenza che ha mostrato segni di “resistenza” al trattamento con Tamiflu, il principale farmaco oggi a disposizione per curare il virus. Il campione è stato isolato in un paziente affetto da influenza suina inserito nel gruppo di malati ad alto rischio; l’uomo, concludono i sanitari, si è però completamente ristabilito.     http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16294&size=A