UN GIOCO AL MASSACRO

 

Giovedì, 10 Settembre 2009 - 13:30 -

di Ilvio Pannullo

L’estate è finita, l’inverno è alle porte, la vita e la morte non cambiano mai. Vorremmo fosse uno scherzo, un paradosso, ma è la triste realtà: la crisi economica che ha devastato le economie di mezzo mondo mandando in frantumi una fiducia nel mercato che si riteneva più sacra di Dio, adesso pare solo un lontano e spiacevolissimo ricordo. I governi e le istituzioni finanziarie internazionali devono ancora risolvere i problemi, le storture, le irragionevolezze che sono state alla base di una caduta dei valori azionari peggiore di quella che si osservò in occasione della grande crisi, ma c’è già qualcuno che grida alla ripresa. Vorremmo fosse uno scherzo, ma è la triste realtà; è storia e quello che pare insegnarci è che la storia non insegna nulla.
Quello al quale stanno assistendo i piccoli risparmiatori di tutte le economie, emergenti e non, incapaci come sono di comprendere le reali dinamiche sottese ai finti proclami da spot pubblicitario, è un gioco al massacro. Ogni uomo e donna che abbia una sia pur minima connessione con le leve del potere o sia in grado di spendere una qualche credibilità sul mainstream televisivo, la scorsa settimana ha levato la sua lode alla sopravvivenza del sistema finanziario mondiale, a quello che si è rivelato alla fine come un banale riflusso gastroesofageo prolungato. Le nostre preoccupazioni sono finite, insomma, se si crede a queste buffonate. E tutto lascia intendere che sarebbe saggio non farlo.
Non fate ciò che dico, fate ciò che faccio. Potrebbe riassumersi così l'analisi del comportamento di molte banche e investitori istituzionali. Un articolo di Vittorio Carlini su Il Sole24Ore coglie esattamente il senso di quanto sta accadendo oggi sui mercati e, per farlo, aiuta il lettore a seguire il suo ragionamento, nascosto neanche troppo tra le righe dell’articolo, focalizzandone l’attenzione sull’unica cosa che ha un valore reale: i numeri. “Per rendersene conto – scrive Carlini - basta ritornare con la mente al 26 agosto scorso. In quella data si è svolta un'asta di titoli di Stato, con la domanda che ha superato l'offerta. I BOT semestrali sono stati collocati con un rendimento medio ponderato dello 0,550%.
Secondo Assiom, vuole dire un yield semplice e cioè al netto di tassazione e commissioni dello 0,08 per cento”. Dato che lo yield rappresenta il rapporto dividendo-prezzo corrispondente al rapporto tra l'ultimo dividendo annuo per azione corrisposto agli azionisti e il prezzo in chiusura dell'anno di un'azione ordinaria, è utilizzato come indicatore del rendimento immediato, indipendentemente dal corso del titolo azionario. Un numero, insomma, cui prestare attenzione in momenti come questo.
Ebbene - si chiederà - cosa mostra questo fatto? La risposta è semplice: visto che gli acquirenti sono stati in maggior parte banche ed investitori istituzionali, ciò vuole dire che questi soggetti, spesso impegnati a distribuire ottimismo (pur con le debite riserve) sui rally dei mercati, preferiscono parcheggiare la loro liquidità a breve in investimenti con rendimenti vicino allo zero. Potrebbe essere un caso di scuola per dare dimostrazione della teoria sull’asimmetria informativa tanto cara al professor Stiglitz e, se lui ci vinse un Nobel, vorrà dire che ci sarà pur un briciolo di logica in quello che questa teoria sostiene.
È importante, infatti, comprenderne il senso soprattutto per i risvolti pratici che si potrebbero cogliere, in via del tutto casuale ed ipotetica, se si decidesse di guardare quanto accade oggi consapevoli di non sapere. In questo Stiglitz assomiglia molto ad un Socrate moderno che, invece di bighellonare in giro per l’agorà ateniese interrogando tutti i passanti sulle questioni più disparate, abbia deciso di interessarsi al solo argomento che pare avere importanza ai giorni nostri: il mercato. Similmente al filosofo greco, il professore americano ammonisce chiunque si avvicini alle teorie economiche esortandolo alla vigilanza e all’onestà intellettuale. L'asimmetria informativa é infatti quella condizione in cui un'informazione non è condivisa integralmente fra gli individui facenti parte del processo economico. Stando così le cose, dunque, una parte degli agenti interessati avrebbe maggiori informazioni rispetto al resto dei partecipanti, potendo trarre un vantaggio da questa configurazione.
Ovviamente siamo nel campo delle mere speculazioni. Diversamente già si leverebbero nel cielo le grida di quanti, non potendo accettare la crudezza della realtà, ridurrebbero precise ricostruzioni a mere coincidenze. Se non fosse una speculazione, insomma, sarebbe nell’ennesima teoria del complotto. Ma siamo proprio sicuri che sia tutto frutto della mente di qualche mitomane?
Antonella Randazzo scriveva sul suo blog: “Il termine complottisti viene oggi utilizzato con toni assai dispregiativi, ad indicare alcune persone che denunciano l’attuale sistema come dovuto al potere criminale di uno sparuto gruppo di persone. Tale denuncia risulta essere, per il potere costituito, assai dannosa, poiché mirerebbe a rendere le persone comuni coscienti di non avere alcun potere politico o finanziario. Per questo motivo, coloro che denunciano questo stato di cose vengono coperti di etichette o nomignoli, atti a spostare l’attenzione su particolari irrisori o su aspetti personali, al fine di minimizzare le loro denunce o di renderle poco credibili.
C’è da interrogarsi su quest’esigenza di etichettare persone che a un certo punto della loro esistenza scoprono che le guerre non vengono fatte per “portare democrazia”, che alle autorità politiche non frega un baffo se loro hanno un lavoro decente oppure no, che la storia insegnata a scuola non la conta giusta sul potere che i grandi banchieri-imprenditori hanno avuto nel provocare determinati eventi, o che la scienza ufficiale non lavora sempre a favore degli esseri umani. Queste persone si sono rese conto, con non poco sconcerto, che quello che accade in ambiti finanziari, economici o politici non è esattamente come lo raccontano i mass media.”
Tombola. La realtà è così, ma solo se si crede al pifferaio. Basta un attimo di distrazione dal campionato, dall’ultimo gossip, un attimo in cui si spegne la televisione si accende il cervello e magari si legge un buon libro, che tutto pare tornare a posto come in un videogioco. In un attimo di lucidità si realizza che, in effetti, il messaggio di ottimismo sui mercati è arrivato con chiarezza. Però, tutta questa sicurezza sull'equity evidentemente non c'è. Gli investitori istituzionali, che sono i primi a fare pressioni perché torni ad instaurarsi un clima di fiducia (e che ovviamente sono già esposti sul mercato azionario) preferiscono diversificare. Strano: diffondono fiducia, ma sembrano non averne. Non è certamente un comportamento coerente.
Si potrebbe obiettare che l'attuale forte inclinazione della curva dei tassi, sia negli Usa sia in Europa, segnala i timori della ripresa dell'inflazione e quindi, indirettamente, presuppone la ripresa dell'economia. Insomma, le condizioni per proseguire nella salita dei mercati ci sarebbero. Ma non ci s’illuda, è solo fumo negli occhi. Le obbligazioni a lunga durata scontano sì il surriscaldamento dei prezzi ma, in verità, ciò che non viene detto è che questo aumento fittizio dei valori nominali è più conseguenza dell'enorme liquidità immessa dalle banche centrali, piuttosto che di una reale ripresa dell'economia reale.
Come dire, insomma, che passato l'effetto ondata di liquidità sul mercato, se il mondo dell'economia reale non riparte, i corsi azionari ripiomberanno nel buco nero dal quale sembra stiano per uscire. Alle sirene degli economisti si preferisca dunque la saggezza popolare: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

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