Assistenzialismo alla Obama

di Roberto Zavaglia - 30/03/2010 Fonte: Linea Quotidiano [scheda fonte]

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E’ difficile, per un europeo, capire che la certezza, per un bambino affetto da malattie congenite, di essere curato o il fatto che un cittadino, cambiando posto di lavoro, mantenga la copertura sanitaria o che un malato con una patologia grave, bisognoso di terapie costose, non venga abbandonato a se stesso, costituiscano un’incandescente materia di scontro politico. E’ l’introduzione di questo genere di diritti, acquisiti da lungo tempo nel Vecchio Continente, che ha infatti provocato una delle più profonde divisioni “ideologiche” degli ultimi decenni negli Stati Uniti. Mentre in Italia la campagna elettorale si concentra, al di là delle solite polemiche intorno a Berlusconi, sull’efficienza dei vari sistemi sanitari regionali, che garantiscono comunque tutti una copertura “totale”, a Washington ci sono state tumultuose manifestazioni contro il progetto di garantire assistenza medica a 32 milioni di persone che ne erano totalmente privi. Si ascrive alla capacità di leadership di Obama di essere riuscito in un’impresa nella quale molti suoi predecessori avevano fallito. C’è del vero, ma occorre ricordare che il carisma del presidente non è riuscito a guadagnare il consenso di nemmeno un rappresentante dell’opposizione e non ha potuto evitare che 34 deputati democratici votassero contro la legge. E’ un Paese polarizzato in due schieramenti duramente contrapposti quello nel quale sono state approvare delle tutele sociali che nessuno oserebbe mettere in dubbio in Francia come in Svezia, in Olanda come in Grecia, ma, per la verità, anche nel “diabolico” Iran degli ayatollah e in tanti altri Stati del mondo, compreso l’Iraq dei tempi di Saddam, cui gli statunitensi decisero di portare il loro superiore modello di civiltà. Secondo diversi osservatori, il traguardo “storico” raggiunto da Obama rischia di costargli, addirittura, la rielezione. Non è detto, infatti, che la maggioranza del popolo sia d’accordo con le novità introdotte. Nonostante tali novità non siano poi sconvolgenti, essendo il risultato di un difficile compromesso. Innanzitutto, è stata accantonata, perché priva di possibilità di essere approvata dal Parlamento, la cosiddetta opzione pubblica che avrebbe dato vita a un sistema sanitario di Stato in concorrenza con quello privato. Come ha scritto Stefano Cingolani sul “Foglio”, “la copertura sanitaria sarà quasi universale e obbligatoria, ma dentro un modello che viene trasformato, non annullato, tanto meno abolito”. Le grandi compagnie assicurative perdono la possibilità di cancellare i contratti con i cittadini colpiti da malattie gravi, come spesso avveniva attraverso nauseanti scappatoie legali, ma vedono aumentare di 32 milioni la massa dei loro potenziali clienti. Di questi la metà sarà assistita dal vecchio programma statale Medicaid, sempre in regime di convenzione con i gruppi assicurativi, mentre la restante parte avrà a disposizione un sussidio fino a 6.00 dollari annuali per scegliere quale polizza sottoscrivere. La grandi assicurazioni, coinvolte nelle speculazioni all’origine della crisi finanziaria e poi salvate talvolta con denaro pubblico, hanno investito molti soldi per una propaganda che gli evitasse le conseguenze negative dell’originario progetto di riforma. I maggiori gruppi industriali e finanziari condizionano la politica Usa ancora di più di quanto già avvenga in Europa, riuscendo, di fatto, a porre il proprio veto in questioni di interesse cruciale. E’ con sorpresa che il cittadino europeo informato accoglie la notizia di grandi manifestazioni popolari contro la riforma sanitaria. Provate a immaginare migliaia di persone scendere furenti in piazza, a Roma o a Parigi, contro il diritto per i malati di tumore di ricevere cure gratuite … Di vero e proprio Stato sociale, come lo concepiamo noi, non si può parlare negli Usa. Ciò deriva dalle diverse radici culturali su cui quello Stato si è venuto a formare rispetto a quelli europei. Con approssimazione, ma non senza verità, potremmo dire che mentre nel Vecchio Continente, dalla Rivoluzione francese in poi, si è verificato un processo di “emancipazione” di classi, generi, “gruppi ideologici” rispetto all’’Antico Regime, senza però mettere in discussione la legittimità ultima dello Stato, con una azione di cambiamento dall’interno, negli Stati Uniti è avvenuto il contrario. Fin dall’approdo del Mayflower, i primi immigrati furono dei dissidenti religiosi, genericamente definiti puritani, che intendevano fondare libere comunità, la cui autonomia doveva essere gelosamente difesa. La nascita dello Stato federale, con funzioni limitate, venne accettata solo come male minore. E’ oggi certamente diffuso un “patriottismo americano” che però si identifica assai più nella cultura comune che nello Stato il quale, anzi, è guardato con un certo sospetto, temendosi il pericolo di un esagerato controllo della libertà individuale. E’ chiaro che il tempo passato dall’epopea dei padri fondatori ha molto cambiato la società Usa che, anche i suoi critici lo devono riconoscere, è molto diversificata e sfugge a classificazioni troppo approssimative. Nelle veementi proteste contro la riforma sanitaria ci pare, però, che emerga una costante della storia statunitense che, a fasi alterne, come Arthur Schlesinger jr. ha descritto ne “ I cicli della storia americana”, si pone al centro del discorso pubblico: l’elogio della libertà individuale contrapposto all’invadenza statale. Non appaia paradossale questa affermazione proprio nel momento in cui è stata approvata una riforma a favore delle fasce popolari disagiate. Il progresso c’è, ma va sottolineato come l’ostilità allo “statalismo” abbia depotenziato un progetto sostenuto da un presidente eletto in nome del “change”, mentre la battaglia ideologica rischia di punire i democratici già alle prossime elezioni di mid term. Lo straniamento europeo rispetto ai temi, e allo stesso linguaggio con cui sono sostenuti, dell’attuale polemica politica negli Usa, evidenzia come alcune nostre certezze non siano tali sull’altra sponda dell’Atlantico e viceversa, e pone ancora una volta in dubbio la cosiddetta identità euro-atlantica. I sostenitori dell’Occidente indiviso dovrebbero meditare sulle differenze storiche e culturali che, anche in tempi di globalizzazione, traspaiono nel modo di concepire lo Stato sociale e la stessa convivenza civile. Nonostante decenni di omologazione, il mito del self-made man, il cui successo economico è anche un sintomo della provvidenza divina, come da tradizione calvinista, da noi stenta a sfondare del tutto. Mentre negli Usa aspettarsi qualcosa dallo Stato appare a molti sintomo di debolezza, da noi prevale ancora l’idea di un bene collettivo da rivendicare. Gli statunitensi questo lo sanno e lo dichiarano, facendone anche un uso polemico se non derisorio, come il neocon Robert Kagan con la sua contrapposizione tra Marte (Usa) e Venere (Europa). Molti europei, invece, si accontentano delle rappresentazioni hollywoodiane del sogno americano.

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