FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, ecco i nuovi fronti della crisi

venerdì 15 gennaio 2010

Succedono cose strane, là fuori. Le Borse europee sono tutte euforicamente al rialzo, il grande rally continua e salvo giornate storte - mediamente in corrispondenza con la pubblicazione di dati trimestrali, tutti puntano forte sul “bull market”. Mercoledì gli indici americani hanno chiuso in rialzo nonostante Alcoa e JpMorgan Chase stiano per presentare dati tutt’altro che entusiasmanti e questo dimostra che l’irrazionalità è l’unica, vera guida dei mercati in questo momento.

Anche le piazze europee brindano. E quella di Parigi non fa eccezione: il Cac 40 ha terminato il 2009 con un rialzo del 22% e la maggior parte degli analisti prevedono che il rialzo continuerà anche nel 2010, di un altro 10-15%. Ebbene, nel pieno di questi trionfali rialzi e delle più rosee previsioni, è accaduto un fatto strano: quasi tutti i manager di primo piano delle grandi industrie francesi quotate si sono affrettati a ritirare le loro stock-option per rivenderle.

Lo ha denunciato il Canard Enchainè, ma il merito per una volta è dei regolatori, ovvero delle leggi francesi in base alle quali i dirigenti o amministratori delle società quotate sono obbligati a dichiarare all’AMF vendite o smobilitazioni di posizioni. Cosa significa tutto questo è presto detto: siamo al “prendi i soldi e scappa”, sintomo che qualcosa sta per scoppiare nel cuore dell’Europa nonostante proprio da Oltralpe si levino voci di acquisizioni di Sai-Fondiaria.

Siamo all’impazzimento. Come fa notare un analista, il problema vero è che con la liquidità così a buon mercato uno è “quasi costretto” a comprare equity e lo fa sostanzialmente per esclusione, dato che i bond sono ancora più gonfiati delle azioni (quelli buoni, poi, non rendono niente), i conti correnti non danno nulla e sulle materie prime c’è moltissima incertezza.

Poi c’è l’ovvia componente psicologica che rende tutti estremamente desiderosi di bull market, ovvero la rincorsa al guadagno come se si stesse lottando contro il tempo. Un esempio di questo può essere proprio la trimestrale di Jp Morgan Chase che verrà presentata oggi: può essere benissimo (e non è del tutto inatteso dal mercato, anzi) che sfruttino un buon quarto trimestre per svalutare qualche posizione (probabilmente hanno solo l’imbarazzo della scelta su cosa mettere nella casella “dump it”).

Da questo punto di vista, infatti, le trimestrali sono un oggetto molto “massaggiabile e maneggiabile” e in definitiva altamente discrezionale. Insomma, c’è poco da fidarsi. La vicenda degli off-balance-sheets, d’altronde, parla chiaro: si presentano bilanci al netto di posizioni tossiche nascoste nei pertugi degli stessi, il mercato ci crede e gli investitori si gettano a pesce. La ruota gira così. Peccato che, come detto molte volte, a furia di gettare immondizia sotto il tappeto, questo alla fine ce la ripropone con gli interessi.

Come anticipato, succedono cose strane là fuori. Pochi giorni fa parlavamo dell’accerchiamento contro la presidenza Obama da parte di èlite economiche, politiche e finanziarie ed ecco che arrivano le conferme: Fitch, l’agenzia di rating, ha infatti pubblicato un durissimo out look nel quale mette in discussione il rating AAA degli Usa nel caso questi non taglino pesantemente la spesa al fine di porre sotto controllo il deficit di bilancio, citando una spirale per quanto riguarda i costi del debt service e la dipendenza da creditori esteri.

A lanciare la sassata ci ha pensato Brian Coulton in persona, il capo del dipartimento su rating sovrani dell’agenzia: come dire, qui nessuno sta scherzando. Anche perché il combinato di debito federale e statale il prossimo anno toccherà quota 94% del Pil, contro il 57% di tre anni fa. Insomma, Fitch non fa che ricordare all’amministrazione Usa ciò che tutti, da tempo, stiamo dicendo: ovvero che i pacchetti di stimolo al settore bancario hanno ottenuto come unico risultato quello di spostare sulle spalle dei contribuenti i costi della crisi.

Siamo alle soglie, avverte Coulton, di un vero e proprio «shock sui tassi di interesse verso il debito di breve e medio termine e verso i creditori esteri». Siamo alle soglie di una “roll over crisis” globale visto che metà del debito Usa è detenuto da Giappone, Cina e investitori del Medio Oriente e che, con il passare del tempo e il deteriorarsi della situazione, è probabile che qualcuno cominci a mettersi in posizione di hedging e cominci a scaricare posizioni mandando in loop il già precarissimo equilibrio su cui si basano i conti Usa.

Il Giappone, poi, ha un motivo in più per essere tentato da mosse azzardate: essendo in punto di quasi default tecnico sui debiti sovrani, potrebbe vedere una terrorizzata Banca del Giappone pronta a dare il via alla politica di monetizzazione del debito, primo passo verso una devastante iperinflazione nell’arco di quattro, cinque anni. Si chiama “trappola deflazionaria di liquidità” e il primo a denunciarla è stato Paul McCulley di Pimco, secondo cui «la Banca del Giappone dovrebbe comprare solo limitate quantità di debito governativo a lungo termine» al fine di evitare questo brutto epilogo.

Il Fondo Monetario Internazionale ha detto che il debito pubblico lordo giapponese toccherà quota 227% del Pil quest’anno, un qualcosa destinato a crescere di un altro 30% entro quattro anni: sarà per questo che Dylan Grice di Societe Generale, nel suo ultimo out look sull’economia nipponica, ha parlato a chiare lettere di “fiasco totale”. Fino a quanto il Giappone potrà vendere al mondo la favola della solvibilità non è dato a sapersi, l’unica cosa certa è che un default nipponico farà partire un’ondata devastante nelle economie di tutto il mondo e potrebbe portare sull’orlo del precipizio anche l’altro grande gigante malato, gli Usa. L’Europa, come sempre, dorme. Succedono cose strane là fuori.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/1/15/FINANZA-Dagli-Usa-al-Giappone-ecco-i-nuovi-fronti-della-crisi/61264/

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