Usa, la Fdic sommersa dai CDO tossici
La Federal Deposit Insurance Corporation americana ha ereditato centinaia di titoli potenzialmente tossici da parte delle compagnie che sono fallite negli ultimi anni...
La Federal Deposit Insurance Corporation americana ha ereditato centinaia di titoli potenzialmente tossici da parte delle compagnie che sono fallite negli ultimi anni. L’organismo che garantisce i depositi degli istituti falliti - e con esso, per estensione, anche gli stessi contribuenti americani - si ritrovano infatti oggi con 250 collateralized debt obligations (CDO) per un valore complessivo di oltre 400 milioni di dollari.
«Mai prima d’ora avevamo ricevuto una quantità così grande di tali titoli», ha spiegato al Wall Street Journal Miguel Browne, dirigente della Fdic. I CDO provengono soprattutto da poche decine di banche, comprese la Omni National Bank di Atlanta, la Venture Bank di Lacey (nello Stato di Washington), e la National Bank di San Diego. Ma in particolare la montagna di asset tossici in mano all’ente è esplosa nelle ultime settimane a causa del fallimento di Riverside National Bank of Florida, una piccola compagnia che aveva nel proprio portafoglio investimenti in 27 CDO: sebbene si trattasse di una banca con sole 58 filiali, è stata in grado di raddoppiare in un solo colpo il valore dei titoli in possesso della Fdic.
Ora per l’agenzia federale si tratta di capire come trattare tali strumenti finanziari. Molti di essi, infatti «non hanno mercato o ne hanno pochissimo», ha aggiunto Browne. Per questo si sta cercando una via d’uscita che salvaguardi soprattutto i contribuenti.
GEAB n°45
Come anticipato da LEAP/E2020 nelle GEAB N°40 (dicembre 2009) e N°42 (febbraio 2010), la primavera 2010 segna un punto di curvatura della crisi sistemica globale, caratterizzato dal suo brutale aggravarsi a causa dell'ampiezza intollerabile dei disavanzi pubblici (vedere GEAB N°39, novembre 2009) e dell'inesistenza della ripresa tanto annunciata (vedere GEAB N°37, settembre 2009). Le drammatiche conseguenze, sociali e politiche di queste evoluzioni riflettono d'altra parte l'inizio del processo di smembramento geopolitico mondiale, così come anticipato nella GEAB N°32 (febbraio 2009). Infine, le recenti decisioni prese dai governanti della zona euro confermano le previsioni di LEAP/E2020, al contrario del discorso dominante di questi ultimi mesi, sul fatto che non soltanto l'Euro "non sarebbe esploso„ a causa del problema greco, ma che al contrario la zona euro sarebbe uscita rafforzata da questa fase della crisi (1). Si può anche ritenere che dalla decisione della zona euro, una sorta di "di colpo di Stato dell'Eurozona„ sostenuto dalla Svezia e dalla Polonia, di creare questo vasto dispositivo di tutela degli interessi dei 26 Stati membri dell'Ue (2), la dislocazione geopolitica in Europa sia radicalmente cambiata. Poichè essa va contro i pregiudizi che forgiano la loro visione del mondo, naturalmente occorreranno alcuni mesi alla maggior parte dei mass media ed operatori per rendersi conto che dietro l'aspetto di una decisione badgetario-finanziaria puramente europea, opera una rottura geopolitica d'impatto mondiale.

Fonte attuali aumenti del debito nazionale degli USA, Regno Unito, Eurolandia e Giappone (in verde:% di debito pubblico e PIL / in rosso: aumento del debito previsioni per il 2009 e il 2010 / in giallo: le cifre comparative per la Germania) -: Commissione europea, 2010
Colpo di Stato dell'Eurozona a Bruxelles: Gli stati fondatori dell'Ue riprendono il controllo Analizziamo dunque in dettaglio in questa GEAB N°45 le numerose conseguenze per gli europei e per il mondo di ciò che può essere chiamato "il colpo di Stato„ dell'Eurozona in seno all'Ue: di fronte all'aggravarsi della crisi, i sedici hanno preso il controllo delle leve dell'Ue, costruendo nuovi strumenti che non lasciano più altra scelta agli altri membri che accodarsi o isolarsi pericolosamente. Dieci degli undici altri Stati membri hanno deciso di accodarsi, ad immagine dei due più importanti tra loro, la Svezia e la Polonia che hanno scelto di partecipare attivamente al dispositivo realizzato dall'Eurozona (gli otto altri stanno attualmente, o negoziando la loro entrata nella zona euro come l'Estonia a partire dal 2011 (3), o ricevendo direttamente assistenza dalla zona euro come la Lettonia, l'Ungheria, la Romania,...). E' una (r)evoluzione che il nostro gruppo aveva anticipato da oltre tre anni. Recentemente avevamo anche precisato che occorreva attendersi un'evoluzione rapida della posizione della zona euro dopo le elezioni regionali tedesche e le elezioni legislative britanniche. Tuttavia, non avevamo immaginato che si sarebbe fatto tutto in alcune ore, né in tale audace quantità (750 miliardi €, cioè 1.000 miliardi USD) e qualità (presa di controllo da parte dell'Ue dell'Eurozona (4) e balzo in avanti in termini d'integrazione economica e finanziaria). Si tratta, senza averlo detto e senza che sia stato chiesto il loro parere, di 440 milioni di Europei sospinti in un nuovo paese, Eurolandia, di cui alcuni condividono già la moneta, l' Euro, e di cui tutti dividono ormai l'indebitamento ed i mezzi per superare i problemi importanti che si pongono nel contesto della crisi sistemica globale. Le scelte di bilancio e finanziarie effettuate in occasione del vertice del fine settimana del 8 maggio in termini di risposta alla crisi dell'indebitamento pubblico europeo può essere valutato in modo diverso secondo l'analisi che si fa della crisi e delle sue cause. E LEAP/E2020 sviluppa le sue analisi sul tema in questa GEAB N°45. Ma, non è più in discussione la rottura radicale della governance dell'Europa: una gestione collettiva continentale emerge brutalmente, per ironia della storia, esattamente 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, celebrata d'altronde in pompa magna a Mosca lo stesso giorno (5) ed al momento della celebrazione della festa della creazione della Comunità europea del carbone e dell'Acciaio, l'antenato comune dell'Ue e di Eurolandia. Questa sovrapposizione non è una coincidenza (6) e segna una tappa importante nello smembramento geopolitico mondiale e nella ricostituzione di nuovi equilibri globali. Sotto la pressione degli eventi iniziati con la crisi, l'Eurozona ha avviato la sua indipendenza rispetto al mondo anglosassone i cui mercati finanziari ne sono ancora l'espressione. Questi 750 miliardi € e questa nuova governance europea (dei 26) costituiscono la messa in atto di una protezione contro le prossime tempeste generate dall'indebitamento insopportabile dell'Occidente, e che influiranno sul Regno Unito e sugli Stati Uniti (Cf GEAB N°44) creando disordini di cui "la crisi greca„ non è che una debole percezione. Il FME priverà a breve il FMI del 50% del suo apporto contributivo, quello degli europei A questo proposito, LEAP/E2020 desidera ricordare una verità che la maggior parte dei mass media ignora da molte settimane: contrariamente al discorso dominante, il FMI è prima di tutto e soprattutto denaro europeo. Infatti, un dollaro su tre del FMI è portato dagli europei, contro soltanto uno su sei degli USA (la loro parte è stata divisa per due in 50 anni). E una delle conseguenze delle decisioni europee di questi ultimi giorni, è che ciò non durerà più a lungo. Il nostro gruppo è convinto che da qui tre anni al più tardi, quando sarà tempo di rendere stabile il fondo monetario europeo, il fondo d' intervento creato l'8 maggio 2010, l'Ue ridurrà d' altrettanto il suo contributo al FMI. Si può ritenere fin d'ora che questa riduzione del contributo europeo (al di là dell'UK) sarà di almeno il 50%: ciò permetterà al FMI di diventare più globale riequilibrando automaticamente le quote dei BRIC, e costringendo su questa scia gli USA ad abbandonare il suo diritto di veto (7); ma ciò contribuirà anche a renderlo fortemente marginale poiché l'Asia ha già creato il suo fondo d'intervento. È un esempio che illustra quanto le decisioni europee dell'inizio del maggio 2010 determineranno grandi cambiamenti geopolitici di vasta portata nei prossimi anni. È d'altronde poco probabile che la maggior parte dei soggetti coinvolti "nel colpo di Stato dell'Eurozona„ abbia compreso gli effetti delle proprie decisioni. La storia è stata scritta in gran parte da persone che non capivano le implicazioni delle loro scelte.

Contributi del FMI dei mercati e dei Paesi' (1948-2001) - Fonte: FMI / Banca nazionale Danmarks - 2001
Il Regno Unito: ormai isolato di fronte ad una crisi storica Una delle cause e allo stesso tempo delle conseguenze di quest'evoluzione, è la marginalizzazione completa del Regno Unito. Il suo accelerato indebolimento dall'inizio della crisi, concomitante a quello del suo padrino americano, ha creato la possibilità di una ripresa in mano completa e senza concessioni dell'evoluzione del progetto europeo dei "continentali". E questa perdita d'influenza rafforza la marginalizzazione della Gran Bretagna poiché le élite britanniche sono intrappolate nel rifiuto di una realtà che hanno fatto condividere al loro popolo. Nessuno dei partiti britannici, neanche in questa fase i liberal-democratici, tuttavia più lucidi delle altre forze politiche del regno, può prendere in considerazione di ritornare su un discorso decennale di accuse all'Europa per tutti i mali e affibbiando all'Euro tutte le tare. Infatti, anche se i loro dirigenti si rendessero conto della follia di una strategia che consiste nell'isolare ogni giorno di più la Gran Bretagna proprio quando la crisi mondiale passa ad uno stadio superiore, si urterebbe contro questo euroscetticismo pubblico che essi hanno stimolato nel corso degli anni passati. L'ironia della Storia è ancora ben presente nel corso di questo fine settimana storico del 8 maggio 2010: rifiutando di aderire alle misure difensive e protettive comuni dell'Eurozona le élite britanniche hanno de facto rifiutato di agganciare l'ultima boa di salvataggio che era alla loro portata (8). Il continente europeo ora si accontenterà di osservarli mentre cercano di trovare i 200 miliardi € di cui il paese ha bisogno per chiudere il bilancio di quest'anno (9). E se i dirigenti londinesi pensano che gli speculatori della City avranno il rimorso di sfiancare lira sterlina e vendere Gilts, quello che non hanno ben compreso è l'essenza stessa della globalizzazione finanziaria (10), né verificato le nazionalità di questi stessi operatori (11). Tra Wall Street che è pronto a tutto per attirare i capitali mondiali (basta chiedere alla piazza svizzera cosa pensa della guerra che si scatenerà tra i centri finanziari mondiali), Washington che si dimena per aspirare ogni risparmio mondiale disponibile ed un continente europeo che si è, d'ora in avanti, messo sotto la protezione di una moneta e di un indebitamento comune, i giochi sono già fatti. Non siamo che nella fase del dramma, con i principali attori inglesi che non hanno ancora capito la trappola nella quale si sono infilati; da qui ad alcune settimane, passeremo alla tragedia britannica poiché, in estate, tutto il Regno Unito avrà identificato la trappola storica nella quale il paese si è messo da solo. Così, nel momento in cui Eurolandia nasce a Bruxelles, il Regno Unito si dimena con un Parlamento indeciso, costringendolo a passare per un governo di coalizione che non si vedeva dal 1945 e che condurrà il paese a nuove elezioni da qui alla fine 2010. Élite e popolo britannico che nella difficoltà dovranno "pensare l' impensabile„ Qualsiasi cosa dicano i protagonisti della coalizione che sale alla guida del Regno Unito, LEAP/E2020 ritiene infatti molto improbabile che quest'alleanza possa durare più di alcuni mesi. La struttura molto differente dei due partiti interessati (i conservatori come i liberali sono molto divisi su numerosi temi), combinata alle decisioni impopolari, condurrà questo accoppiamento diritto verso crisi interne ad ogni partito e dunque ad una caduta del governo. I conservatori giocano questa questa carta poiché, a differenza dei liberal-democratici, hanno i mezzi finanziari "per pagarsi„ una nuova campagna elettorale da qui alla fine 2010 (12). Ma, lo scoglio soggiacente più pericoloso è di ordine intellettuale: per evitare la tragedia che si annuncia, il Regno Unito dovrà "pensare l' impensabile„, riconsiderare le sue convinzioni profonde sulla sua identità insulare, la sua "natura„ transatlantica, la sua relazione con un continente ormai in via d'integrazione completa, esso che da secoli pensa il continente in termini di divisione. Tuttavia la problematica è semplice: se il Regno Unito ha sempre ritenuto che la sua potenza dipendesse dalla divisione del continente europeo, allora in qualsiasi logica, in base agli eventi in corso, esso deve ormai riconoscere che si trascina verso l'impotenza... e trarre le conclusioni per effettuare "un salto quantico„. Se Nick Clegg sembra fornito intellettualmente per fare questo salto, né i conservatori di David Cameron, né le élite britanniche nell'insieme sembrano ancora maturi. In questo caso, la Grande-Bretagna dovrà purtroppo passare per la porta della "tragedia„ (13). In ogni caso, questo fine settimana del 8 maggio 2010 in Europa, affonda molte delle sue radici direttamente nella seconda guerra mondiale e nelle sue conseguenze (14). E' d'altronde una delle caratteristiche della crisi sistemica globale annunciata da LEAP/E2020 nel febbraio 2006 nella GEAB N°2: essa mette "fine all'Occidente come lo si conosce dal 1945„. Un'altra di queste caratteristiche è l'impennata del corso dell'oro (in particolare rispetto al dollaro US), di fronte al timore crescente che riguarda l'insieme delle valute fiduciarie (vedere GEAB N°41, gennaio 2010) (15); poiché, mentre tutti parlano di evoluzione dell'Euro rispetto al dollaro US, il dollaro resta a suoi livelli storici più bassi da quando è misurato in rapporto ai suoi principali partner commerciali, segno della debolezza strutturale della valuta americana. Nei mesi a venire, come anticipato da GEAB, l'Euro troverà il suo livello d'equilibrio di medio termine, sopra i 1,45$/€. In questo numero, prima di presentare le nostre raccomandazioni riguardanti le valute, la borsa e l' oro, LEAP/E2020 analizza più nei particolari la pseudo-ripresa americana che è principalmente una vasta operazione di propaganda destinata internamente a far ripartire il consumo delle famiglie (compito impossibile ormai) ed all'esterno ad evitare il panico dei creditori stranieri (al meglio si guadagneranno alcuni trimestri). Gli Stati Uniti pretendono così di poter sfuggire ad una brutale cura di austerità, come attuata dagli altri paesi occidentali; in realtà in fatto di ripresa, c' è "un disinganno„ o un "unrecovery„ come il titolo umoristico di un articolo esemplare di Michael Panzner pubblicato il 27/04/2010 in Seeking Alpha.

Dollar Index contro importanti partner commerciali e l'indice di alti e bassi del dollaro cumulati rispetto a otto principali valute - Fonte: BCA Research, Bloomberg, JP Morgan Chase, 04/2010
Link traduzione: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22730657/geab-n%25C2%25B045-e-disponibile-crisi-sistemica-globale-a-cura-di-g-p
Immagini e personalizzazioni di Bloggo Blogghino.
GEAB N°45 is available! Global systemic crisis – From « Eurozone coup d’Etat » to the tragic solitude of the United Kingdom, the pace of global geopolitical dislocation accelerates
- Public announcement GEAB N°45 (May 16, 2010) -
GEAB said it in March 2007: "Private banks such as Goldman Sachs could end up in various judicial procedures" - 27/04/2010
C'era una volta un paese.....
Pubblicato da Pietro Cambi alle 13:20 in Apocalypse now
C'era una volta un paese dove la gente spendeva e spandeva, senza pensare al domani, facendo debiti che non sapeva come ripagare, confidando che DOMANI avrebbe guadagnato abbastanza da poterseli permettere.
C'era una volta un paese che spendeva, nel complesso, più di quanto guadagnasse, In cui cioè ogni anno i debiti pubblici e privati aumentavano.
Un bel giorno, anche a causa del fatto che l'energia diventava sempre più cara, che la crescita economica vacillava, che le borse davano segni di stanchezza, i più poveri tra i cittadini di questo paese si trovarono a non poter pagare più i loro debiti.
Persero la casa e ben presto le banche si trovarono con milioni di case che nessuno voleva più.
I crediti delle banche diventarono presto un buco senza fondo, L'intera struttura finanziaria del paese vacillò e, per un attimo, sembrò che crollasse, trascinando con se l'economia ondiale.
Invece, con uno sforzo supremo il Governo di quel paese decise di salvare questi istituti finanziari, aumentando ANCORA il debito pubblico per cercare di ridurre, in qualche modo quello privato dei suoi cittadini e delle sue banche.
Qualche Istituto di credito collasso lo stesso, qualche grande Dirigente fu addirittura arrestato per malversazioni e falsi contabili, milioni di cittadini persero il lavoro ma insomma il sistema resse.
Ma il debito pubblico cresceva e non si poteva ridurlo aumentando le tasse, con una economia debole, ne si potevano ridurre ancora i servizi, che in quel paese erano già estremamente ridotti.
Anzi: per mantenere l'ordine sociale ed almeno un parvenza di moralità pubblica si decise di permettere anche ai diseredati, disoccupati e falliti di avere una qualche forma di assistenza medica, garantita dallo Stato.
Purtroppo, quindi, il debito pubblico aumentò vertiginosamente e divenne chiaro a tutti che la situazione sarebbe presto andata fuori controllo con buona parte dei proventi fiscali che sarebbero andati a pagare gli interessi sul debito stesso.
In pratica lo Stato avrebbe convogliato una enorme quantità di denaro dalle tasche della parte "normale" della popolazione, conncentrandoli in quelle degli Istituti finanziari, ovvero di quella piccola elite di Direttori, quadri, e grandi investitori che ne costituivano il nerbo.
Infatti, ringalluzziti dall'afflusso di tanto capitale fresco e nell'assenza di qualunque limite o regolamentazione nazonale ed internanzionale, i suddetti deliberano di innalzare ancora i loro redditi e il loro dividendi, mentre il resto della popolazione cercava in qualche modo di tenere duro. In più, con la convinzione che futuri passi falsi sarebbero stati comunque coperti si rimisero a fare gli azzardatissimi giochi di azzardo finanziari che li avevano già portati nei guai.
Il resto del mondo si trovò ad affrontare i riflessi di questa grande crisi, trovandosi in una situazione simile, ma ne usci meglio, perchè la popolazione viveva comunque una vita meno dissipativa di quella della grande Idrovora.
Poichè gli investitori esteri non parevano più particolarmente interessati ad investire nella moneta di un Stato tanto disastrato, una cosa ssolutamente necessaria, perchè non vi era alcuna capacità di risparmio interna nel paese delle cicale, si decise di destabillizzare la moneta dell'unico potenziale concorrente, Partendo dagli anelli deboli della catena, pur nella consapevolezza che il crollo del concorrente avrebbe voluto dire un disastro anche per la propria moneta. La cosa funzionò, anche troppo bene, mettendo in forse, nel giro di poche settimane, la presunta, debole, ripresa appena sbocciata.
Fino a qui vi ho fatto il riassunto della storia precedente.
Ed il futuro?
Beh. Il futuro lo state vedendo: Il FMI, le varie agenzie di rating hanno buttato giù la maschera ed agiscono, in assoluta trasparenza, come agenti guastatori dell'area euro. Oggi criticano la Spagna, domani l'Italia, dopodomani la Francia.
Puntare il dito su un cappello di traverso mentre il re si aggira nudo, in preda a priapismo da eccessiva assunzione di Viagra è ridicolo, imbarazzante ed addirittura vergognoso. Eppure è quello che sta succedendo.
Il fatto è che il gioco gli è scappato, per l'ennesima volta, di mano.
Non c'e' da stupirsi.
Apprendisti stregoni erano ed apprendisti stregoni restano.
Il vaso di Pandora è stato aperto e mi pare di tutta evidenza che la situazione questa volta è davvero scappata di mano.
L'abbiamo detto tante volte che le riserve di tutte le banche centrali sono una cosa risibile in rapporto alle cifre deliranti del mercato dei derivati.
Avevamo accennato a paralleli con la fisica quantistica. Sembravano tutte cose campate in aria, pure teorie, azzardati parallelismi.
Sembravano, appunto.
http://crisis.blogosfere.it/2010/05/cera-una-volta-un-paese.html
USCIRE DALLA GABBIA

Quando siamo nella fine di un ciclo economico grande come questo, è veramente difficile rimanere saldi e centrati. Ogni parametro salta, ogni certezza svanisce e tutto sembra crollare intorno a noi.
La politica si sta disintegrando e non parliamo solo di quella italiana, l’economia si sgretola mentre la religione che avrebbe dovuto darci solidità, conforto e speranza, vacilla sotto i colpi imponenti delle debolezze umane.
Ogni cosa è diventata la caricatura di se stessa e tutto viene a galla senza filtri mostrandosi per quello che forse è sempre stato, ma che era nascosto da un velo che oggi è scomparso repentinamente e in modo traumatico. Possiamo dire che alla fine di un ciclo come questo, tutto viene portato alla superficie per essere analizzato, trasformato e lasciato andare per essere ricostruito.
Un ciclo che è partito alla fine dell’ottocento e che oggi sta esalando gli ultimi respiri per lasciare spazio al nuovo che verrà, ma solo dopo che il vecchio si sarà esaurito.
Questa, lo abbiamo detto moltissime volte, non è una crisi come le tante altre che periodicamente hanno accompagnato la nostra esistenza, è una crisi sistemica[1]che cambierà completamente il mondo così come noi oggi lo conosciamo. Lo sappiamo, sono parole forti, ma questa è la realtà dei fatti e non possiamo che prenderne atto e cercare insieme di affrontare nel migliore dei modi questo momento di metamorfosi collettiva. Tra l’altro, ma la cosa certamente non consola, questo è uno dei tanti stravolgimenti avvenuti nel tempo[2], la differenza è che oggi coinvolge tutto il mondo e non una città o una nazione come accadeva in passato!
Il disorientamento che deriva dalla perdita di ogni riferimento conosciuto è normale, ogni cosa diventa difficile da interpretare e le azioni che funzionavano nel passato oggi danno più gli stessi risultati perché non sono più in armonia con il momento. Allora è facile che prenda un senso di panico e di sbandamento, ci si può abbandonare a pensieri neri sul futuro o addirittura non farcela ad affrontare la durezza di questo periodo[3].
La cosa non facile da capire è che siamo immersi in una grande illusione dove regnano scarsità, sofferenza e sopraffazione. Il matrix creato ad arte per mantenere le persone in un continuo stato di prostrazione e schiavitù di cui la pubblicità dell’Ikea offre una attenta rappresentazione
Le sbarre di questa prigione sono immateriali costruite sull’inganno legato al debito legato alla creazione di moneta che condiziona nel lungo periodo qualsiasi nostra azione e che porta sempre ed inesorabilmente al crollo del sistema per essere ricostruito diverso, ma con le stesse regole dell’altro. Un piccolo elemento, il debito, che ci porta nell’inferno della scarsità artificiale e ci inchioda a comportamenti innaturali, l’homo homini lupus di Hobbes.
Tra un crollo ed una ricostruzione abbiamo però una opportunità unica data dalla finestra temporale che si sta aprendo e che va dal crollo del vecchio carcere alla costruzione del nuovo penitenziario. In questa finestra noi, consapevoli di cosa sta accadendo, possiamo spiegare a chi è disorientato cosa sta accadendo e insieme procedere alla costruzione di un modello completamente nuovo che possa aiutare in questo difficile passaggio collettivo e ci eviti di tornare in rinchiusi in una nuova cella.
Ovviamente non potendo gestire le leve del potere, dobbiamo riversare le nostre energie creative nella ricostruzione delle nostre economie locali, sostenendo le imprese strategiche per il territorio e creando circuiti virtuosi che creino ricchezza e cultura nuova. Sembrerà strano, ma questo ha una potenza di trasformazione incredibile e permette alle persone di collaborare e aiutarsi reciprocamente infondendo una visione totalmente diversa e positiva.
Una delle risorse maggiori del sistema che impedisce di uscire dalla nostra cella è proprio il senso di solitudine che aumenta nei periodi in cui tutto intorno inizia a crollare. Il collaborare insieme e ricostruire le comunità locali, porta a indirizzare tutte le energie nel costruire invece che alimentare la distruzione, che come vediamo va da sola e non ha bisogno certo del nostro aiuto. Si costruisce in questo modo una rete di salvataggio e si creano le basi per un nuovo sistema più equo e basato sulla solidarietà reciproca. Se poi si mettono in rete queste esperienze il risultato viene amplificato esponenzialmente. L’unione e l’aiuto reciproco sconfigge la solitudine e fa uscire dalla cella.
Naturalmente c’è un modo per fare tutto questo per cui servono professionalità che si mettano al servizio del nuovo incondizionatamente e senza aspettative di ritorno immediato. Questo per fortuna sta accadendo con il mondo di Arcipelago SCEC che sta lavorando da anni alla ricostruzione delle comunità locali, economiche e sociali, ormai in 11 regioni. In molti territori può contare anche dell’aiuto prezioso di quella politica ancora sana in alcuni comuni e province e del sostegno di enti, scuole. A Crotone ad esempio, una delle province più disastrate e considerate “profondo sud” dai rapporti economici, stiamo attuando un progetto che vede in prima fila le scuole professionali dove abbiamo svolto un programma di formazione per la costruzione di un sistema di produzione, trasformazione e distribuzione delle produzioni locali, a partire proprio dall’agricoltura, che permetterà di dar vita, speriamo prestissimo, ad un Emporio gestito da alunni appena diplomati sotto il nostro coordinamento, dove si trasformeranno e si venderanno solo prodotti locali in un ambito di creazione di cultura, collaborazione e nuovo modo di fare impresa dando così nuovo vigore alle produzioni locali che trovano il primo sbocco proprio nella comunità locale.
Se Crotone è in prima fila, segue a ruota la zona di Cerveteri (Roma) dove il comune ha deliberato il supporto al progetto di Arcipelago SCEC e ci sono i corso ottimi contatti con gli altri comuni limitrofi per dare vita ad un piano di sviluppo territoriale intercomunale. La stessa cosa sta avvenendo in Toscana dove la collaborazione con il comune di Capannori, all’avanguardia per la raccolta differenziata e le energie rinnovabili, sta dando ottimi frutti e salendo più su in Emilia dove ci sono già contatti con vari comuni, uno di questi è il comune di Monteveglio (Bo) il primo comune in Transizione[4]e in Abruzzo con il comune di Pescara, che anche lui ha deliberato il supporto ai progetti di Arcipelago.
Senza contare che la Solidarietà ChE Cammina, lo SCEC, sta mobilitando centinaia di attivisti che quotidianamente lavorano alla costruzione di un modello nuovo di vita in comune. Il concetto è che se risani la piccola cellula, in questo caso l’economia locale, si risana anche il grande organismo di cui questa cellula fa parte. Non si può sapere dove questa strada ci porterà, ma sappiamo che dove le persone iniziano a lavorare insieme si crea quella giusta dose di ottimismo e solidarietà che permette di superare i momenti bui che sono appena iniziati.
[1]Sveglia il re è nudo http://www.centrofondi.it/report/report_centrofondi_2008_ott_2.pdf
[2]Riprendersi l’anima http://www.centrofondi.it/report/report_centrofondi_2008_nov_2.pdf
- Blog di Pierluigi Paoletti
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Il ruolo del governo nella crisi finanziaria
“È colpa del mercato, dagli allo speculatore, è la deregulation,” questa la litania di scuse recitata dai veri responsabili della crisi ormai quotidianamente. Purtroppo, a causa del noto principio “ripeti abbastanza a lungo una bugia e si trasformerà in verità,” il concetto è piuttosto diffuso ad ogni livello, come se l'intervento di governi e enti sovranazionali non permeasse profondamente ogni anfratto dell'economia condizionando ogni piccola azione umana.
È incredibile se ci pensate: basta aprire un giornale a caso o accendere la tv per trovarsi investiti da un turbine di banchieri centrali che stampano moneta, finanziarie, piani di salvataggio, ministri del tesoro e dell'economia, politiche economiche e sociali, grandi opere, sussidi, sovvenzioni, incentivi, strabilioni di euro e di dollari che si spostano ad un gesto del legislatore come le acque del Mar Rosso di fronte a Mosè, e tutto quello che ci sanno dire – che non hanno vergogna di dire – è che la colpa è del mercato sregolato!
Ecco allora un significativo contributo di Kevin Carson per cercare di riportare un po' di verità e buonsenso nel dibattito e fare così luce sulle responsabilità primarie di una delle più gravi recessioni della storia.
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Di Kevin Carson
George Soros sta progettando di aprire un istituto di economia all'Università di Oxford – con lo scopo, apparentemente, “di allontanare la disciplina dai campioni del mercato libero e della deregulation che, così crede il finanziere miliardario, hanno la colpa della crisi economica globale.” È frustrato “dal modo in cui i mercati finanziari globali lavorano sulla premessa che i mercati possono essere lasciati ai loro meccanismi.”
Ian Goldin, direttore della James Martin 21st Century School, ha applaudito questa mossa considerando che “avrebbe allargato il dibattito.”
Dobbiamo allargare il dibattito, benissimo. In particolare, dobbiamo allargarlo oltre i due lati – i neoliberali e i “progressisti” – secondo i quali il capitalismo finanziario globale che abbiamo avuto negli ultimi decenni era “un mercato libero.”
Tanto per cominciare, il mercato delle assicurazioni sui mutui è quasi interamente una creazione del governo federale. Prima che i federali creassero Freddie Mac per garantire i MBS (Mortgage-Backed Securities), questi erano evitati come troppo rischiosi dalla vasta maggioranza degli investitori. Sino a quel momento, i derivati erano pricipalmente obsoleti investimenti in futures di materie prime usati dagli agricoltori come forma di assicurazione contro un crollo catastrofico dei prezzi.
Ai sensi dell'accordo di Basilea II, che è entrato in effetto nel 2004, un mutuo ipotecario diretto di una banca locale per un cliente con una soddisfacente stima del credito comporta una valutazione di rischio del 35%. Un'assicurazione su un mutuo, dall'altro lato, comporta una valutazione di rischio di soltanto il 20%. Così i requisiti di riserva erano fissati più in alto per i mutui in mano all'originaria banca di emissione (che ha “richiedeva conoscenza locale,” come precisa Sheldon Richman) rispetto ai MBS comprate da altre banche. Il minore requisito di riserva per i MBS significava che una maggiore quantità di denaro era disponibile per essere prestata contro una riserva data, il che ha fornito alle banche un forte incentivo a vendere i propri mutui il più rapidamente possibile ed investire sui MBS. Per dirla con Les Antman, “Basilea II ha virtualmente imposto alle banche di vendere i loro prestiti se volevano rimanere competitive.”
Ma il ruolo del governo è molto più a monte. Comprende l'intervento del governo per imporre il diritti di proprietà artificiali che hanno reso la terra e il capitale artificialmente limitati e costosi relativamente alla forza lavoro e quindi l'indebolimento del potere contrattuale del lavoro. Comprende politiche di governo per incoraggiare la produzione di massa centralizzata e onerosa per mezzo di costosi macchinari specifici piuttosto che una produzione decentralizzata che integrasse versatili macchinari elettrici con i metodi dell'artigianato. Comprende politiche che promuovono l'iper-accumulazione di capitale e la cartellizzazione dei mercati, al punto che l'industria della produzione di massa non riesce a smaltire i propri prodotti in un mercato libero.
È stato a causa di questi precedenti interventi che abbiamo una classe plutocratica con enormi quantità di denaro investito, ed una scarsità di opportunità d'investimento vantaggiose. In un'economia con una più larga distribuzione della ricchezza ed una capacità produttiva decentralizzata, dove la capacità della produzione è stata determinata dalla richiesta locale e da un più alto livello di potere d'acquisto per i lavoratori, la maggior parte delle precondizioni per la nostra FIRE (Finance, Insurance, and Real Estate: Finanza, Assicurazioni, Beni Immobili, ndt) economy gonfiata non sarebbero neppure esistite.
La prossima Grecia si chiama... New York.
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Dite la verità: tutti a pensare che il prossimo a cadere, dopo la Grecia, sarebbe stato il già traballante BelPaese. E invece pare di no, almeno secondo il Business Insider. La prossima Grecia potrebbe benissimo essere New York, ed ecco i motivi:
- Da quasi 2 mesi, l'amministrazione comunale opera su piani di spesa settimanali.
- Il governatore lascerà a casa tutti gli impiegati pubblici per un giorno a settimana, fino a quando i sindacati non cederanno sui tagli ai salari.
- I sindacati intanto ricorrono al tribunale, che sospende il provvedimento.
- New York ha un deficit di 9.2 miliardi di dollari per l'anno fiscale in corso.
- Il governatore ha rimandato l'erogazione dei fondi ai distretti scolastici da Marzo a Giugno, per un totale di 2 miliardi di dollari.
- Ben 899 funzionari pubblici prendono uno stipendio superiore a quello del governatore.
- New York non può licenziare nessun dipendente statale fino al 2011, grazie ad un accordo raggiunto in cambio di riduzioni sulle pensioni.
- Il debito a lungo termine è molto pesante: 120 miliardi di dollari in pensioni e assistenza che non hanno fondi.
-Più di 1000 insegnanti in pensione ricevono pensioni che superano i centomila dollari l'anno.
- I dirigenti ammettono: New York ha fatto sparire miliardi di dollari in trucchi di bilancio e fiscali, e ora ha perso le tracce della vera entità del debito.
- Tagli di budget draconiani ricadranno sulla chiusura di 55 tra parchi pubblici e siti storici.
- Il sindaco dovrà tagliare 11.000 posti di lavoro comunali.
- Lo scorso lunedì migliaia di cittadini hanno manifestato contro i licenziamenti (nella foto).
- A differenza della nazione, New York non può stampare moneta per tamponare il debito.
- I newyorkesi danno la colpa al resto del Paese: pagano 1,23 dollari di tasse per ogni dollaro ricevuto indietro in termini di servizi.
Beh, a questo punto continuare a sostenere che "certe cose succedono solo in Italia" potrebbe persino configurarsi come pensiero positivo...
http://crisis.blogosfere.it/2010/05/la-prossima-grecia-si-chiama-new-york.html
IL PEGGIO ALLE SPALLE.....
Infermiera senza stipendio si svenava per protesta Morta dopo tre giorni di coma
Napoli, si conclude in tragedia l'eclatante protesta di Mariarca Terracciano, 45 anni, che per giorni si è prelevata 150 mg di sangue. Lunedì si era sentita male: non si è mai ripresa
Roma, 14 maggio 2010 - Si conclude in tragedia la protesta-choc di un’infermiera dell’ospedale San Paolo di Napoli. Mariarca Terracciano, 45 anni, per giorni si è prelevata 150 mg di sangue al giorno per protestare contro il mancato pagamento dello stipendio nella Asl 1 di Napoli, e lunedì scorso, come riferisce il quotidiano ‘Il Mattino', ha avuto un malore, è finita in coma e dopo tre giorni si è spenta.
La protesta della donna era iniziata il 30 aprile ed era comparsa anche su YouTube, dove l’infermiera per rendere più eclatante il suo gesto si era ripresa con la siringa al braccio nell’atto del prelievo del sangue. "Lo stipendio è un diritto - dice la donna nel video su Youtube - io ho lavorato e pretendo i miei soldi. Può sembrare un gesto folle, ma voglio dimostrare che stanno giocando sulla pelle e sul sangue di tutti".
Il 3 maggio, finalmente, le erano stati pagati gli arretrati, ma il suo fisico minuto non ha retto, e pochi giorni dopo si è sentita male mentre era al lavoro in ospedale, finendo in rianimazione e morendo tre giorni dopo. La Asl 1 di Napoli aveva pagato in ritardo gli stipendi di aprile per mancanza di fondi, e la vertenza si è sbloccata grazie all’intervento diretto del presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. Matriarca lascia due bambini, di 10 e 4 anni.
La crisi è devastante
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| Finché c’è vita c’è speranza, per dirla alla Alberto Sordi. Ciononostante anche se non tutto è perduto siamo messi male e non ce ne rendiamo conto come dovremmo. A partire da noi europei, cittadini, governanti, élites, almeno a leggere Sopravvivere alla crisi dell’intellettuale francese Jacques Attali. Il quale, se deve indicare un film che rispecchi il suo pensiero sul nostro oggi fosco e turbolento, indica Blade Runner , capolavoro di Ridley Scott tratto da un romanzo di Philip K. Dick che immagina un futuro cupo, devastato nell’ambiente e nelle relazioni umane, e che solo nella prima versione tagliata e piegata al mercato prefigura una possibile speranza. Di Attali l’editore Fazi ha appena dato alle stampe il suo saggio-pamphlet Sopravvivere alla crisi . Conferenziere, giornalista, considerato una delle menti più brillanti d’Europa, già primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, già alla guida della Commissione per la liberazione della crescita nel governo Sarkozy e al contempo direttore della Ong per il microcredito nei paesi in via di sviluppo Planet Finance, questo intellettuale sempre di corsa nel libro uscito in Francia nel 2009 scrive, sulla scorta del quasi crack finanziario mondiale, che la crisi non è finita, che nessuno può ritenersi in salvo. I fatti della Grecia sembrano avergli dato ragione. Ne parla dal suo studio parigino con la scure dei minuti a scandire il tempo della conversazione telefonica. Professore, a suo parere come si stanno comportando i paesi europei di fronte a quanto accade ad esempio in Grecia? «Il fatto è che in Europa la gente e gli Stati non vogliono valutare cosa accade, i governi non vogliono sembrare pessimisti, ma non ci rendiamo conto del pericolo e della sua gravità, non lo si vuole vedere». In un passaggio del libro lei muove un’accusa dura all’Unione Europea: non dispone di creatività sufficiente per fronteggiare le sfide attuali. «Sì, perché non facciamo abbastanza innovazione, non ce ne occupiamo e non ci investiamo a sufficienza, non c’è innovazione ad esempio nel rapporto tra università e aziende e non vengono prese decisioni per sviluppare la crescita. C’è un difetto di creatività, col che intendo che manca un modo nuovo di porsi di fronte a situazioni nuove». A suo giudizio l’Unione europea attraverso l’Euro sta proteggendo in misura adeguata i paesi membri da un collasso? «Sono convinto che fin quando non avremo un ministro delle finanze europeo che possa controllare le tasse, fino a quando la banca centrale non avrà un ministro che possa esercitare il controllo adeguato, l’euro sarà una moneta fragile». In un passo del suo saggio lei scrive che in situazioni estreme e di pericolo per la sopravvivenza è legittimo opporsi anche con mezzi illegali. Ad Atene ci sono stati scontri. Prefigura moti violenti? «È bene chiarire che sono contrario a qualsiasi violenza, che non penso sia giusto reagire violentemente. Ma il fatto è che tutti, il governo, i cittadini greci, sono stati in qualche modo truffati, anche il governo greco dovrebbe essere infuriato». Sempre dal suo saggio: lei sostiene che ognuno di noi dovrà affrontare i problemi da solo. Però, per restare alla Grecia, se Atene si salverà sarà grazie al soccorso europeo. Questo non la contraddice? «No. La Grecia doveva risolvere il problema da sola, non fare troppi debiti, se avesse agito così in modo corretto non saremmo ora qui a discuterne. E nel futuro non può sperare in una seconda chance perché non l’avrà. Non ci si può aspettare aiuti da altri, un supporto dall’esterno, perché la crisi c’è, è innegabile. Neppure l’Italia è lontana da una “lista” di crisi». Perché l’Italia? «Perché il vostro paese, come la Spagna, ha molti, troppi debiti, e dovrebbe impegnarsi per diventare credibile». Possiamo farcela? «Avete tutti i mezzi e le risorse per uscire dalla crisi, serve che abbia un governo sufficientemente forte e che si renda conto che non stiamo affatto uscendo dalla crisi. A mio parere il governo italiano, ma anche l’opposizione e l’opinione pubblica, sono troppo ottimisti, nel senso che non c’è piena consapevolezza della situazione». Però ad Atene, come accade quasi sempre, chi paga lo scotto più caro e sulla propria pelle sono i ceti più popolari e chi ha meno garanzie. Non è ingiusto? «Quando una nazione ha un deficit eccessivo perché spende troppo tutti dovrebbero pagare ma in modo equo. E tutti dovrebbero pagare sempre le tasse. Il dramma autentico è che questa generazione ha speso troppo, ha speso i soldi della prossima generazione». A suo parere le innovazioni e le ricchezze saranno gestite sempre più spesso in modo autoritario. Considera le democrazie a rischio? «No, tutt’altro, non penso che le nostre democrazie siano in pericolo. Anzi, non solo le giudico sufficientemente forti ma credo che questa crisi le renderà più forti e che il Parlamento europeo alla fine ne uscirà o potrà uscirne rafforzato». Trasformare le minacce in opportunità: è quanto lei auspica nel libro. Scusi, ma come, in che modo? «È importante e anzi essenziale vedere una minaccia quando non la si può evitare. Solo ora iniziamo a capire, nel nostro mondo, che siamo minacciati. Faccio un paragone calcistico: è come una partita, se non sai la forza dei tuoi avversari perdi perché non puoi prendere le contromisure, se invece sai quanto sono forti puoi studiarli e prepararti e allora potrai vincere il match». Se dovesse indicare un libro che rispecchia il suo pensiero, che titolo darebbe? «Il mio». E un film? «Blade Runner, il film di Ridley Scott». Fonte: www.unita.it | |
S'avvicina il flamenco
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| Scritto da Davide Giacalone | |
| venerdì 14 maggio 2010 | |
![]() Ho fatto osservare che il nostro è l’unico governo europeo che non ha perso le elezioni, ma ciò non significa che possa non fare i conti con la realtà. Anzi, alla prova dei fatti, sembra quello che, per varie ragioni, subisce con maggiore passività il commissariamento indotto dalla crisi. Manca l’iniziativa politica, manca lucidità di visione e manca la capacità di parlare agli italiani con chiarezza, delle difficoltà come delle opportunità. L’Italia ha un corpo forte, ma è il suo sistema nervoso, il suo sistema politico, a mostrarsi debole. Del resto, che volete? Nella maggioranza ci sono sempre più evidenti divisioni, con una frattura che passa sul nulla assoluto della libertà di dissenso. Gente che sta assieme da tre lustri scopre che si deve poter dire quel che si pensa. Già, ma cosa pensa, e non pensava, prima? L’opposizione non è da meno, dividendosi con non minore lussuria e con non maggiore consapevolezza della realtà. Non sapendo come altro occupare il tempo hanno scoperto che anche il nucleare può essere un tema su cui darsi reciprocamente dello scemo. Tanto, da noi, il nucleare non è una fonte d’energia, ma di dibattito. Anziché denunciare i ritardi del governo, si scucuzzano fra di loro. Nel frattempo il loro imprenditore di riferimento, Carlo De Benedetti, li bolla tutti come incapaci, non solo di far politica, ma direttamente di fare qualsiasi cosa. A fronte di ciò, con tutto il rispetto per gli ex democristiani che si agitano, è difficile credere che la soluzione sia in un’intesa generale, in nome dell’emergenza economica e della salvezza nazionale. Zero più zero fa sempre zero. E anche zero al cubo non dà un risultato diverso. Sullo sfondo c’è una classe politica che compra case a sconto e le fa ristrutturare dalla stessa ditta che usano i servizi segreti e il capo della polizia. Claudio Scajola ci ha rimesso il posto, e se si decidesse a tacere (quello di cui ora s’accorge lo avevamo scritto il primo giorno) renderebbe meno complicato il lavoro dei suoi avvocati. Lo scenario non è quello di Tangentopoli, perché non è in discussione il finanziamento della politica ma, semmai, quello dei politici. Quindi stiano attenti, perché non tutti gli italiani conoscevano realtà e bisogni dei vecchi partiti, ma tutti sanno che il valore catastale di un appartamento è diverso da quello commerciale, in molti hanno versato la differenza in nero, ma nessuno ha mai sostenuto che quei soldi gli fossero giunti dal cielo e a sua insaputa. Tutti gli italiani sanno che certi lavori di ristrutturazione necessitano di permessi, sicché devono esserci delle fatture “regolarmente pagate”, ma sanno anche che quelle fatture non fotografano il valore reale dei lavori. Sanno, però, che una cosa è evadere l’iva, altra ricevere regali, che non sono mai disinteressati. Mai. Stiano attenti, perché se lasciano la faccenda nelle mani della magistratura, se non mostrano una capacità autonoma di reazione, e se a questo sommano richieste d’impunità, si troveranno non (come un tempo) con la rivolta contro il sistema, ma direttamente contro i sistemati. E sarà un passo ulteriore verso l’inciviltà. Si tratta, allora, di riprendere l’iniziativa politica, e in fretta. Lasciamo perdere quel che accade in Grecia, e che il cielo ce ne salvi. Ma della Spagna abbiamo detto, in Francia si apprestano a tagliare le spese del welfare state (10% in tre anni), in Germania hanno archiviato il taglio delle tasse, che pure è la piattaforma elettorale dei liberaldemocratici, in Gran Bretagna si accingono a governare il rigore. Il punto decisivo, in ciascun Paese, è il medesimo: se ti lasci guidare la mano dalla crisi pratichi tagli lineari, che mirano esclusivamente a comprimere la spesa e ridurre il deficit, se, invece, hai qualche cosa in testa, approfitti della crisi per tagliare quel che non ti serve e favorire l’avvicinamento ad un nuovo modello di welfare. Esempio concreto: noi non abbiamo solo bisogno di tagliare la spesa sanitaria, abbiamo l’urgenza di metterla sotto controllo e cancellare gli immani sprechi indotti dalla spartizione della gestione. Ci servono i tagli, ma ci servono anche, e ancor prima, le riforme. Quando pestavamo i piedi e le reclamavamo, invocando la crisi come strumento per propiziarle, ci dicevano di star zitti, perché non era quello il momento. S’è perso tempo, non perdiamone ancora. Puntare alle riforme strutturali è l’unico modo sensato di guardare con ottimismo al futuro. |




