IL BIGLIETTO VERDE RINASCE DALLE SUE CENERI

La paura di un collasso finanziario europeo rafforza il dollaro e sgonfia l’euro Questo giovedì l’euro continuava a perdere posizioni rispetto al dollaro di fronte al timore generale che alcuni paesi dell’eurozona possano cadere in un’insolvenza dei pagamenti prodotta dal deficit della caduta delle entrate. Ma l’incertezza sulla cancellazione degli impegni sul debito non è l’unico fattore che dà un impulso al dollaro: La moneta statunitense beneficia anche del timore che il riscatto statale delle banche e aziende crei una ricaduta della crisi finanziaria. Come è stato già dimostrato dalla storia e dalla realtà, il dollaro USA è il rifugio “sicuro” del capitalismo finanziario speculativo transnazionale (statale e privato) in epoca di cataclismi. Dopo il collasso di Dubai, gli speculatori internazionali su vasta scala si sono rifugiati nei mercati europei, nel dollaro in mezzo a timori che questa condotta possa trasformarsi in una tendenza generalizzata a livello mondiale, secondo il Wall Street Journal. L’euro, che fino a qualche settimana fa faceva la sua una scalata spiazzando il dollaro, è sceso negli ultimi 15 giorni e potrebbe continuare a cadere con forza di fronte ad una fuga in massa degli speculatori verso l’acquisto di attivi più “sicuri” in moneta statunitense. La situazione torna a ripetersi con il debito regionale che cresce e si propaga per tutta l’eurozona, con epicentro in Grecia, mentre crescono i timori degli speculatori ad un’insolvenza di pagamento generalizzata e ad un crollo a catena delle economie più deboli che vede in testa alla Spagna. In generale, l’ombra di una insolvenza dei pagamenti generalizzata (a causa del deficit e delle basse entrate fiscali) fa temere una rinascita della crisi finanziaria, e continua a favorire il sorpasso del dollaro sull’euro, nonostante che la Federal Reserve degli USA ha deciso questo martedì di mantenere i tassi d’interesse, vicino allo zero, ribadendo che rimarranno a questo livello per qualche tempo. Il dollaro è salito giovedì ai suoi massimi livelli in tre mesi di fronte ad un paniere di monete, favorito da un tono più “ottimista” della Riserva Federale statunitense, mentre l’euro cadeva colpito da nuove preoccupazioni sui problemi fiscali della Grecia e l’incertezza finanziaria nell’eurozona. L'euro è sceso a Giovedi per la quarta sessione consecutiva ieri, dopo l'adesione S & P e Fitch che hanno deciso di tagliare il rating del debito della Grecia, il paese dell'Unione europea con il più alto deficit di bilancio. In un mercato con poco volume prima delle feste di fine anno, l’euro è affondato al suo livello minore contro il dollaro dall' inizio di settembre, dopo aver superato la forte barriera di 1,4500 dollari e generando ordini di vendita per sospenderne le perdite ben al di sotto 1,4400. Le preoccupazioni degli speculatori sull’insolvenza di alcuni paesi della zona euro hanno preso forza dopo che mercoledì la Grecia ha subito il suo secondo declassamento creditizio in una settimana. Gli esperti e le pubblicazioni specializzate considerano che il declassamento delle economie più deboli dell’eurozona imbarazza e guida il crollo dell'euro. “L’euro sta soffrendo come risultato dei problemi del debito vincolato ai paesi della periferia della zona euro, che potrebbero rappresentare una gravissima tensione regionale, mentre la sterlina è sotto pressione a causa di un’economia povera” ha commentato Steve Barrow, stratega del cambio della Standard Bank. Barrow ha pronosticato che l’euro potrebbe scendere ai 1,42 o 1,41 dollari. L’euro sarebbe sceso di due centesimi rispetto al dollaro alla chiusura di New York, mercoledì, a 1,4330 dollari, secondo i dati della Reuters, il suo livello minore da settembre. Il dollaro forte, a sua volta, porta ad ulteriore debolezza del petrolio e materie prime sul mercato, la cui quotazione è pesata anche mercoledì sul calo delle scorte negli USA. “Se il dollaro si mantiene forte, il petrolio potrebbe continuare a scendere”, segnala l’agenzia Bloomberg. L’indice del dollaro, che misura le sue prestazioni di fronte ad altre sei valute di riferimento, è salito fino ai 77,823, la sua quotazione più alta da settembre, dando agli investitori la fiducia che il dollaro ha già rotto il trend al ribasso che ha avuto inizio nel mese di marzo. Secondo le stime degli esperti, l’economia greca, il centro (insieme alla Spagna) del caos finanziario che minaccia la zona dell’euro e fa si che gli speculatori cerchino rifugio nel dollaro, è sull'orlo del precipizio. Si calcola che la scalata del dollaro di fronte all’euro continuerà ad intensificarsi guidata da nuovi ribassi della quotazione delle agenzie di rating per la Grecia ed il Portogallo, e di fronte al timore di una caduta a catena delle economie più deboli dell’eurozona, tra le quali si trova quella spagnola. Martedì l’agenzia Fitch ha ribassato ancora di più il rating della Grecia ad un livello di “BBB+” per i suoi dubbi su come far fronte ai propri obblighi finanziari, essendo il primo paese dell' eurozona che si avvicina al livello di “buono spazzatura”. Allo stesso modo, il Portogallo ha recentemente subito un taglio che Standard & Poor’s annota questo paese ad un “A+”. Standard &Poor’s ha anche ribassato il rating della Grecia da un grado di “BBB+” a “A-”, dato che è poco probabile che le misure di austerità annunciate dal primo ministro George Papandreou , questa settimana, producano una riduzione “sostenibile” del debito pubblico. Secondo alcuni analisti europei, la Spagna e l'Italia potrebbero essere i prossimi a sperimentare tagli ai loro livelli di qualifica del debito dato che continuano con un outlook negativo. Mercoledì, Standard &Poor’s ha pubblicato un documento nel quale prevede un nuovo ribasso della qualifica del debito spagnolo “se non ci sono misure più aggressive per far fronte allo squilibrio fiscale”. La Spagna è la quarta maggiore economia dell’eurozona, e quasi una quinta parte della popolazione è senza lavoro. La sua economia sta sfiorando la deflazione e, contro ciò che succede nell’eurozona, potrebbe restringersi ancora di più. Sebbene altri paesi della periferia dell’Europa, come l’Irlanda e la Grecia, appaiano al centro dei timori per l’insolvenza dei pagamenti, l’economia spagnola è cinque volte superiore a quella di questi paesi e, quindi, i suoi problemi sono anche molto maggiori. Per molti esperti, tra cui il Financial Times, la Spagna segna il centro dell’ “incertezza” e nuove cadute di rating della sua economia potrebbero innescare un collasso finanziario incatenato dei paesi che si mantengono nella “linea rossa” per affrontare l' insolvenza dei loro debiti pubblici. Fonte: http://www.iarnoticias.com/2009/secciones/europa/0019_dolar_arriba_euro_se_desinfla_17dic09.html Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

Facciamo le carte al 2010

Analisti ed economisti si cimentano in questo fine anno con previsioni che una volta erano prerogativa di astrologi, maghi e lettori di tarocchi. Tra i tanti che si azzardano a divinare un 2010 prospero e felice (dimenticando la piaga della disoccupazione in crescita) e i pochi che rimangono con i piedi per terra scelgo questi ultimi. Quella che segue è la previsione, non certo fantascientifica, degli analisti di Comstock. Il rally del mercato azionario ha ormai raggiunto un punto in cui si prevede una ripresa a forma di V che invece non è affatto probabile che si avveri. A fare da catalizzatore di tutto questo ottimismo sono una interpretazione rialzista dell' attuale attività economica, una apparente stabilizzazione del mercato immobiliare e i risultati di diverse aziende che hanno superato le stime previste. Da non trascurare neanche la percezione della forza dell'economia cinese che incide sulla crescita globale e nel movimento verso l'alto di alcuni prodotti di base. Riteniamo che tutti questi punti sono stati sopravvalutati, mentre la paura di perdere il treno che lascia la stazione si traduce in un rialzo speculativo che potrebbe lasciare delusa la maggioranza. Il fattore chiave da considerare è che la cosiddetta "Grande Recessione" è stata causata da una crisi del credito susseguente ad un boom artificiale e mostra quindi più somiglianza con la grande depressione avvenuta dopo il 1929 o in Giappone dopo il 1989 che con la serie di recessioni sperimentate nel periodo post Seconda Guerra Mondiale. Dopo il crollo del boom delle dot-com nel 2000 a 2002, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse a livelli storicamente bassi per un lungo periodo di tempo, e con l'aiuto di norme permissive sui mutui, complessi strumenti finanziari di cartolarizzazione e irresponsabili agenzie di rating, ha favorito un clima che ha determinato un massiccio boom immobiliare. Le famiglie sono state in grado di incassare l'accresciuto valore delle loro case, attraverso rifinanziamenti e prestiti per la casa, che ha permesso loro di spendere liberamente e ridurre i loro risparmi, anche se la crescita dei salari è stata estremamente lenta. Il boom dei consumi ha portato allo sviluppo a livello mondiale della capacità di soddisfare la domanda artificialmente indotta dal libero flusso del credito che è stato scambiato per abbondanza di liquidità da gran parte degli economisti e degli specialisti di mercato. Ora il conto deve essere pagato. Nonostante la grave recessione in estate, il consumatore deve ancora adeguarsi a un livello molto più basso di spesa. Se tale livello è finalmente raggiunto l'economia può ancora crescere in maniera robusta, ma oggi non siamo vicini a quel punto. Il massiccio stimolo monetario e fiscale messo in atto nel corso degli ultimi nove mesi ha attenuato la crisi del credito e impedito un collasso globale, ma non ha evitato la necessità per l'economia di riadattarsi ad una nuova serie di circostanze. Siamo ancora di fronte a livelli storicamente elevati del debito, un basso tasso di risparmio delle famiglie e una debole industria edilizia. Riduzione del debito e riportare sù il tasso di risparmio prenderà un periodo di tempo prolungato. Inoltre, a seguito della riduzione della spesa dei consumatori vi è anche un eccesso di capacità che frenerà anche gli investimenti. E non dimentichiamo che le nazioni straniere che per la crescita sono diventate dipendenti dal consumatore americano (leggi Cina) dovranno trovare un'altra strada. Per spiegare brevemente la natura dei cambiamenti precedenti, considerate quanto segue. Dal 1955 al 1985 la spesa dei consumatori rappresenta tra il 61% e il 64% del PIL. Il 30 settembre, questa percentuale era salita al 71%, un importo che è insostenibile data l'artificiosità del boom che l'ha causata. Perchè la percentuale scenda a un più tradizionale 65% del PIL, la spesa dovrebbe diminuire del 7,8%. Anche se questo non accadrà tutto in una volta, sarà un freno alla spesa dei consumatori per qualche tempo a venire. Un analogo ragionamento è applicabile al debito delle famiglie e al risparmio. Il debito delle famiglie ha registrato una media del 57% del PIL negli ultimi 55 anni ed era ancora al 64% nel 1995. Da allora, è salito al 98,6% (solo leggermente sotto il suo picco) dando una grande spinta alla spesa. Anche se il debito rimane ad un livello elevato l'assenza di un ulteriore aumento toglie una fonte importante di crescita che c'è stata in passato. Il tasso di risparmio delle famiglie per lo più è rimasto in un intervallo compreso tra il 7% e l'11% del reddito disponibile dei consumatori nei decenni precedenti al 1992, e ha continuato a scendere fino a circa zero entro il 2008 per poi passare a un corrente 4,4%, non appena i consumatori hanno avviato un processo di limitazione della spesa .. In assenza di un aumento dei valori immobiliari e a causa della quasi totale scomparsa del prelievo derivante dai mutui che, al suo apice, rappresentava un annualizzato 12% della spesa dei consumatori, il tasso di risparmio potrebbe facilmente risalire a un più tradizionale 9%. Questo sarebbe ancora un altro freno alla spesa. A nostro avviso la ripresa economica è ancora nel reparto di rianimazione e non è sostenibile. I progressi visti fino ad oggi sono quasi interamente dipendenti da programmi governativi temporanei che sono destinati ad essere ridotti al minimo. Non appena l'economia sarà in grado di espandersi per proprio conto. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave --- abitazioni, immobili commerciali e spesa dei consumatori --- rendono altamente probabile che la crescita economica sarà molto tiepida o cadrà in un'altra recessione. Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L'esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l'hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti. Quello degli immobili commerciali - Commercial real estate (CRE) - è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l'economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un'altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese. La terza gamba del traballante sgabello dell'economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni. Un altro sviluppo inquietante è la recente comparsa di problemi nel debito sovrano. La rivelazione dell'insolvenza di Dubai World si è risolta in un calo del mercato di un solo giorno, presto liquidata come un evento isolato. Dopo l'emersione dei problemi per i mutui subprime, il mondo avrebbe dovuto imparare che tali eventi non si verificano mai in un vuoto. Dopo la baldoria mondiale del debito basata sulla teoria che gli asset non possono che aumentare di valore, un inaspettato severo calo del valore degli asset ha lasciato i debitori con troppa poca liquidità per onorare i propri debiti. È stato quindi ingenuo pensare che Dubai sarebbe stato l'unico paese a scontrarsi con questo problema e, difatti, altri hanno cominciato a cadere. Fitch ha abbassato il rating sulla Grecia a BBB e S&P ha proseguito con una modifica in negativo di quello della Spagna dal suo corrente rating AA+ . Questa agenzia aveva già declassato i bond portoghesi pochi giorni prima. Le difficoltà di Grecia, Portogallo e Spagna pone la BCE in una posizione difficile. La banca centrale deve fare ciò che è meglio per tutti i 16 paesi membri nel loro insieme, e quando c'è una stretta della politica monetaria le pressioni sui membri deboli aumentano. Non saremmo sorpresi di vedere altre nazioni con difficoltà nel debito, sia nella BCE che in qualsiasi altro posto del mondo. Noi crediamo che il livello del debito privato e quello del governo degli Stati Uniti sarà diverso per i prossimi quattro o cinque anni, in quanto le autorità tentano di utilizzare il debito pubblico per sostituire il debito privato che è quasi certo diminuirà sensibilmente. Il debito totale degli Stati Uniti è attualmente poco meno di 55 trilioni di dollari (55mila miliardi), composto da debito pubblico per circa 15 trilioni di dollari e debito privato (società statunitensi e privati) di circa 40 trilioni di dollari. Le somiglianze con il Giappone al suo picco economico e di mercato del 1989 ci porta a ritenere che siamo vicini alla stessa "road map" che in Giappone partì da quel momento e continua fino ad oggi. Detto questo, ci aspettiamo che il debito corrente di 15 trilioni di dollari del governo degli Stati Uniti raddoppi a circa 30 trilioni e il debito privato scenda della metà a circa 20 trilioni nei prossimi 4 - 5 anni. Le somiglianze tra il deleverage del Giappone in corso dal 1989 e quello in atto negli Stati Uniti sono inquietanti. Il debito totale del Giappone in rapporto al PIL è cresciuto dal 270%, quando è iniziato il loro bear market secolare, a circa il 350%, otto anni dopo (1998), per poi scendere all'attuale 110%. Gli Stati Uniti hanno aumentato il loro debito totale / PIL dal 275% del PIL, quando il nostro bear market secolare è iniziato nel 2000, al 375% attuale (10 anni più tardi), e sospettiamo un calo totale del debito simile al Giappone, anche se il debito pubblico giapponese è triplicato durante il loro deleveraging. Il debito pubblico in rapporto al PIL è stato circa il 50% sia negli Stati Uniti che in Giappone, quando il bear market secolare è iniziato. Abbiamo anche il sospetto che il nostro debito pubblico crescerà notevolmente, proprio come ha fatto in Giappone, così come prevediamo il crollo del debito privato. Il debito privato in Giappone è diminuito in modo sostanziale dal suo picco dopo sette anni dall'inizio del suo bear market secolare (passando dal 270% del PIL al 110% attuale). Se gli Stati Uniti dovessero seguire la road map deflattiva del Giappone, ci aspettiamo che il nostro debito pubblico aumenti di circa 7 trilioni di dollari (il debito pubblico netto escluso il debito utilizzato per finanziare la sicurezza sociale), a circa 21 trilioni di dollari e il debito privato diminuisca da circa 39 trilioni di dollari a circa 20 trilioni. Inoltre, il mercato azionario giapponese è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti il loro bear market secolare nel 1987, 1988 e 1989, mentre anche il mercato statunitense è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti l'inizio del nostro bear market secolare nel 1997, 1998 e 1999. In conclusione, la recessione che abbiamo vissuto non è stata una di quelle tipiche del dopoguerra ma la fine di un'epoca, e per riportare l'economia sulla sua curva di crescita a lungo termine occorrerà un lungo periodo di tempo. Per il mercato azionario, questo comporterà una riduzione degli utili societari e prezzi rapportati agli utili. Alla luce di ciò riteniamo che i grandi incrementi dei profitti previsti per il 2010 e oltre sono di gran lunga troppo alti. E' probabile che il recente rally sia andato sù più di quanto si possa andare senza una prova che l'economia può recuperare ad un forte ritmo, e riteniamo che probabilmente questa prova non arriverà affatto presto.
http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/12/facciamo-le-carte-al-2010.html

Facciamo le carte al 2010

Analisti ed economisti si cimentano in questo fine anno con previsioni che una volta erano prerogativa di astrologi, maghi e lettori di tarocchi. Tra i tanti che si azzardano a divinare un 2010 prospero e felice (dimenticando la piaga della disoccupazione in crescita) e i pochi che rimangono con i piedi per terra scelgo questi ultimi. Quella che segue è la previsione, non certo fantascientifica, degli analisti di Comstock. Il rally del mercato azionario ha ormai raggiunto un punto in cui si prevede una ripresa a forma di V che invece non è affatto probabile che si avveri. A fare da catalizzatore di tutto questo ottimismo sono una interpretazione rialzista dell' attuale attività economica, una apparente stabilizzazione del mercato immobiliare e i risultati di diverse aziende che hanno superato le stime previste. Da non trascurare neanche la percezione della forza dell'economia cinese che incide sulla crescita globale e nel movimento verso l'alto di alcuni prodotti di base. Riteniamo che tutti questi punti sono stati sopravvalutati, mentre la paura di perdere il treno che lascia la stazione si traduce in un rialzo speculativo che potrebbe lasciare delusa la maggioranza. Il fattore chiave da considerare è che la cosiddetta "Grande Recessione" è stata causata da una crisi del credito susseguente ad un boom artificiale e mostra quindi più somiglianza con la grande depressione avvenuta dopo il 1929 o in Giappone dopo il 1989 che con la serie di recessioni sperimentate nel periodo post Seconda Guerra Mondiale. Dopo il crollo del boom delle dot-com nel 2000 a 2002, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse a livelli storicamente bassi per un lungo periodo di tempo, e con l'aiuto di norme permissive sui mutui, complessi strumenti finanziari di cartolarizzazione e irresponsabili agenzie di rating, ha favorito un clima che ha determinato un massiccio boom immobiliare. Le famiglie sono state in grado di incassare l'accresciuto valore delle loro case, attraverso rifinanziamenti e prestiti per la casa, che ha permesso loro di spendere liberamente e ridurre i loro risparmi, anche se la crescita dei salari è stata estremamente lenta. Il boom dei consumi ha portato allo sviluppo a livello mondiale della capacità di soddisfare la domanda artificialmente indotta dal libero flusso del credito che è stato scambiato per abbondanza di liquidità da gran parte degli economisti e degli specialisti di mercato. Ora il conto deve essere pagato. Nonostante la grave recessione in estate, il consumatore deve ancora adeguarsi a un livello molto più basso di spesa. Se tale livello è finalmente raggiunto l'economia può ancora crescere in maniera robusta, ma oggi non siamo vicini a quel punto. Il massiccio stimolo monetario e fiscale messo in atto nel corso degli ultimi nove mesi ha attenuato la crisi del credito e impedito un collasso globale, ma non ha evitato la necessità per l'economia di riadattarsi ad una nuova serie di circostanze. Siamo ancora di fronte a livelli storicamente elevati del debito, un basso tasso di risparmio delle famiglie e una debole industria edilizia. Riduzione del debito e riportare sù il tasso di risparmio prenderà un periodo di tempo prolungato. Inoltre, a seguito della riduzione della spesa dei consumatori vi è anche un eccesso di capacità che frenerà anche gli investimenti. E non dimentichiamo che le nazioni straniere che per la crescita sono diventate dipendenti dal consumatore americano (leggi Cina) dovranno trovare un'altra strada. Per spiegare brevemente la natura dei cambiamenti precedenti, considerate quanto segue. Dal 1955 al 1985 la spesa dei consumatori rappresenta tra il 61% e il 64% del PIL. Il 30 settembre, questa percentuale era salita al 71%, un importo che è insostenibile data l'artificiosità del boom che l'ha causata. Perchè la percentuale scenda a un più tradizionale 65% del PIL, la spesa dovrebbe diminuire del 7,8%. Anche se questo non accadrà tutto in una volta, sarà un freno alla spesa dei consumatori per qualche tempo a venire. Un analogo ragionamento è applicabile al debito delle famiglie e al risparmio. Il debito delle famiglie ha registrato una media del 57% del PIL negli ultimi 55 anni ed era ancora al 64% nel 1995. Da allora, è salito al 98,6% (solo leggermente sotto il suo picco) dando una grande spinta alla spesa. Anche se il debito rimane ad un livello elevato l'assenza di un ulteriore aumento toglie una fonte importante di crescita che c'è stata in passato. Il tasso di risparmio delle famiglie per lo più è rimasto in un intervallo compreso tra il 7% e l'11% del reddito disponibile dei consumatori nei decenni precedenti al 1992, e ha continuato a scendere fino a circa zero entro il 2008 per poi passare a un corrente 4,4%, non appena i consumatori hanno avviato un processo di limitazione della spesa .. In assenza di un aumento dei valori immobiliari e a causa della quasi totale scomparsa del prelievo derivante dai mutui che, al suo apice, rappresentava un annualizzato 12% della spesa dei consumatori, il tasso di risparmio potrebbe facilmente risalire a un più tradizionale 9%. Questo sarebbe ancora un altro freno alla spesa. A nostro avviso la ripresa economica è ancora nel reparto di rianimazione e non è sostenibile. I progressi visti fino ad oggi sono quasi interamente dipendenti da programmi governativi temporanei che sono destinati ad essere ridotti al minimo. Non appena l'economia sarà in grado di espandersi per proprio conto. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave --- abitazioni, immobili commerciali e spesa dei consumatori --- rendono altamente probabile che la crescita economica sarà molto tiepida o cadrà in un'altra recessione. Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L'esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l'hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti. Quello degli immobili commerciali - Commercial real estate (CRE) - è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l'economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un'altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese. La terza gamba del traballante sgabello dell'economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni. Un altro sviluppo inquietante è la recente comparsa di problemi nel debito sovrano. La rivelazione dell'insolvenza di Dubai World si è risolta in un calo del mercato di un solo giorno, presto liquidata come un evento isolato. Dopo l'emersione dei problemi per i mutui subprime, il mondo avrebbe dovuto imparare che tali eventi non si verificano mai in un vuoto. Dopo la baldoria mondiale del debito basata sulla teoria che gli asset non possono che aumentare di valore, un inaspettato severo calo del valore degli asset ha lasciato i debitori con troppa poca liquidità per onorare i propri debiti. È stato quindi ingenuo pensare che Dubai sarebbe stato l'unico paese a scontrarsi con questo problema e, difatti, altri hanno cominciato a cadere. Fitch ha abbassato il rating sulla Grecia a BBB e S&P ha proseguito con una modifica in negativo di quello della Spagna dal suo corrente rating AA+ . Questa agenzia aveva già declassato i bond portoghesi pochi giorni prima. Le difficoltà di Grecia, Portogallo e Spagna pone la BCE in una posizione difficile. La banca centrale deve fare ciò che è meglio per tutti i 16 paesi membri nel loro insieme, e quando c'è una stretta della politica monetaria le pressioni sui membri deboli aumentano. Non saremmo sorpresi di vedere altre nazioni con difficoltà nel debito, sia nella BCE che in qualsiasi altro posto del mondo. Noi crediamo che il livello del debito privato e quello del governo degli Stati Uniti sarà diverso per i prossimi quattro o cinque anni, in quanto le autorità tentano di utilizzare il debito pubblico per sostituire il debito privato che è quasi certo diminuirà sensibilmente. Il debito totale degli Stati Uniti è attualmente poco meno di 55 trilioni di dollari (55mila miliardi), composto da debito pubblico per circa 15 trilioni di dollari e debito privato (società statunitensi e privati) di circa 40 trilioni di dollari. Le somiglianze con il Giappone al suo picco economico e di mercato del 1989 ci porta a ritenere che siamo vicini alla stessa "road map" che in Giappone partì da quel momento e continua fino ad oggi. Detto questo, ci aspettiamo che il debito corrente di 15 trilioni di dollari del governo degli Stati Uniti raddoppi a circa 30 trilioni e il debito privato scenda della metà a circa 20 trilioni nei prossimi 4 - 5 anni. Le somiglianze tra il deleverage del Giappone in corso dal 1989 e quello in atto negli Stati Uniti sono inquietanti. Il debito totale del Giappone in rapporto al PIL è cresciuto dal 270%, quando è iniziato il loro bear market secolare, a circa il 350%, otto anni dopo (1998), per poi scendere all'attuale 110%. Gli Stati Uniti hanno aumentato il loro debito totale / PIL dal 275% del PIL, quando il nostro bear market secolare è iniziato nel 2000, al 375% attuale (10 anni più tardi), e sospettiamo un calo totale del debito simile al Giappone, anche se il debito pubblico giapponese è triplicato durante il loro deleveraging. Il debito pubblico in rapporto al PIL è stato circa il 50% sia negli Stati Uniti che in Giappone, quando il bear market secolare è iniziato. Abbiamo anche il sospetto che il nostro debito pubblico crescerà notevolmente, proprio come ha fatto in Giappone, così come prevediamo il crollo del debito privato. Il debito privato in Giappone è diminuito in modo sostanziale dal suo picco dopo sette anni dall'inizio del suo bear market secolare (passando dal 270% del PIL al 110% attuale). Se gli Stati Uniti dovessero seguire la road map deflattiva del Giappone, ci aspettiamo che il nostro debito pubblico aumenti di circa 7 trilioni di dollari (il debito pubblico netto escluso il debito utilizzato per finanziare la sicurezza sociale), a circa 21 trilioni di dollari e il debito privato diminuisca da circa 39 trilioni di dollari a circa 20 trilioni. Inoltre, il mercato azionario giapponese è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti il loro bear market secolare nel 1987, 1988 e 1989, mentre anche il mercato statunitense è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti l'inizio del nostro bear market secolare nel 1997, 1998 e 1999. In conclusione, la recessione che abbiamo vissuto non è stata una di quelle tipiche del dopoguerra ma la fine di un'epoca, e per riportare l'economia sulla sua curva di crescita a lungo termine occorrerà un lungo periodo di tempo. Per il mercato azionario, questo comporterà una riduzione degli utili societari e prezzi rapportati agli utili. Alla luce di ciò riteniamo che i grandi incrementi dei profitti previsti per il 2010 e oltre sono di gran lunga troppo alti. E' probabile che il recente rally sia andato sù più di quanto si possa andare senza una prova che l'economia può recuperare ad un forte ritmo, e riteniamo che probabilmente questa prova non arriverà affatto presto.
http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/12/facciamo-le-carte-al-2010.html

La fame dei bambini (in USA): cibo in cambio del vaccino.

Dic 0921

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Pubblicato da Debora Billi alle 10:34 in Apocalypse now

HungryChildrenUSA.jpg

L'articolo è del Washington Post, e riporta notizie sconfortanti. Non sapevo che Obama avesse fatto una tale promessa durante la campagna elettorale, ovvero cancellare la fame tra i bambini degli USA entro il 2015. E' il tipo di promesse che fa Lula, un leader di un Paese in via di sviluppo, non il Presidente degli States.

In ogni caso, sembra che il compito prefissato sia al di là delle forze di Obama. Quella che i ricercatori chiamano "l'epidemia silenziosa di bambini affamati e sottonutriti" ha raggiunto lo sbalorditivo numero di 17 milioni di ragazzi, 5 in più nel solo 2008. Non solo si stampano più tessere per il cibo, ma si sta cercando di capire come riuscire a nutrire i bambini, con mense pubbliche, durante le prossime vacanze estive. Si offrono anche colazioni gratuite a scuola.

Certo, la preoccupazione convive poi anche col più bieco cinismo. Nel tentativo di riuscire a spacciare le invendute dosi di vaccino contro la suina, nella disperata Detroit si è arrivati a promettere una bella pizza: ma tutta la classe deve accettare il vaccino, per godersi poi la pizza gratuita tutti insieme. Siamo al vaccino in cambio di cibo, dei veri mostri del marketing.

http://crisis.blogosfere.it/2009/12/la-fame-dei-bambini-in-usa-cibo-in-cambio-del-vaccino.html

Niente paura, Al Naimi.

Dic 0921

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Pubblicato da Debora Billi alle 10:14 in Clima, Post peak

ali_al_naimi.jpg

Un paio di mesi fa avevo riportato un filino sbigottita la richiesta dei sauditi, relativa ad aiuti economici per i poveri petrolieri colpiti nel portafoglio dall'implemento delle energie alternative. La cosa mi pareva tanto ridicola che presumevo fosse rientrata per raggiunto limite di vergogna.

Invece, manco per sogno. Qualche giorno fa il ministro del petrolio saudita Al Naimi, sulle braci ardenti per via dei negoziati di Copenhagen, proclamava al mondo intero:

Ogni misura che possa colpire la domanda di petrolio deve essere accompagnata da una contromisura che ne minimizzi gli effetti sui Paesi produttori.

Al Naimi, te lo ha detto nessuno che viviamo in un'economia di mercato? L'usanza è che se il tuo prodotto diventa obsoleto tu chiudi la baracca, esattamente come stanno facendo altre migliaia di industrie nel mondo. Se vuoi le sovvenzioni statali prova a proporre il comunismo, magari qualcuno ti dà retta.

Al Naimi ne ha anche approfittato per aggiungere che il picco è una frottola e lui che è geologo la sa lunga, e che l'OPEC al prossimo incontro lascerà la produzione così com'è, senza aumenti nè cali. Sai che rivelazione: sono anni che l'OPEC non è comunque in grado di aumentare la produzione, ci sono 500mila barili promessi più volte nel corso di un lustro che ancora devono fare la loro comparsa sul mercato (li usano come leva-e-metti quando devono mettere paura a qualcuno).

In ogni caso, come abbiamo visto, Al Naimi può dormire sonni tranquilli sotto i suoi baldacchini d'oro e d'argento. Per il momento, nessuno ha la più pallida intenzione di salvare il clima diminuendo l'uso di petrolio. Tra i tanti interessi in circolazione, Copenhagen ha salvato anche questo.

http://petrolio.blogosfere.it/2009/12/niente-paura-al-naimi.html

Niente paura, Al Naimi.

Dic 0921

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Pubblicato da Debora Billi alle 10:14 in Clima, Post peak

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Un paio di mesi fa avevo riportato un filino sbigottita la richiesta dei sauditi, relativa ad aiuti economici per i poveri petrolieri colpiti nel portafoglio dall'implemento delle energie alternative. La cosa mi pareva tanto ridicola che presumevo fosse rientrata per raggiunto limite di vergogna.

Invece, manco per sogno. Qualche giorno fa il ministro del petrolio saudita Al Naimi, sulle braci ardenti per via dei negoziati di Copenhagen, proclamava al mondo intero:

Ogni misura che possa colpire la domanda di petrolio deve essere accompagnata da una contromisura che ne minimizzi gli effetti sui Paesi produttori.

Al Naimi, te lo ha detto nessuno che viviamo in un'economia di mercato? L'usanza è che se il tuo prodotto diventa obsoleto tu chiudi la baracca, esattamente come stanno facendo altre migliaia di industrie nel mondo. Se vuoi le sovvenzioni statali prova a proporre il comunismo, magari qualcuno ti dà retta.

Al Naimi ne ha anche approfittato per aggiungere che il picco è una frottola e lui che è geologo la sa lunga, e che l'OPEC al prossimo incontro lascerà la produzione così com'è, senza aumenti nè cali. Sai che rivelazione: sono anni che l'OPEC non è comunque in grado di aumentare la produzione, ci sono 500mila barili promessi più volte nel corso di un lustro che ancora devono fare la loro comparsa sul mercato (li usano come leva-e-metti quando devono mettere paura a qualcuno).

In ogni caso, come abbiamo visto, Al Naimi può dormire sonni tranquilli sotto i suoi baldacchini d'oro e d'argento. Per il momento, nessuno ha la più pallida intenzione di salvare il clima diminuendo l'uso di petrolio. Tra i tanti interessi in circolazione, Copenhagen ha salvato anche questo.

http://petrolio.blogosfere.it/2009/12/niente-paura-al-naimi.html

GRECIA, ISLANDA E LETTONIA POTREBBERO GUIDARE LA RIVOLTA CONTRO UE E FMI

Argomento: Economia DI ELLEN BROWN huffingtonpost.com Il crollo finanziario totale, un tempo problema solamente dei paesi in via di sviluppo, è giunto ora in Europa. Il Fondo Monetario Internazionale sta imponendo le proprie “misure di austerità” al cerchio più esterno dell’Unione Europea, con Grecia, Islanda e Lettonia come i paesi più colpiti. Ma questi non sono i normali mendicanti del terzo mondo. Storicamente, i vichinghi islandesi respinsero in numerose occasioni gli invasori britannici, le tribù lettoni allontanarono persino i vichinghi e i greci conquistarono l’intero impero persiano. Se c’è qualcuno che può opporsi al FMI, sicuramente sono questi valorosi guerrieri europei. Decine di paesi sono risultati inadempienti sul proprio debito negli ultimi decenni, e il caso più recente è stato Dubai che ha dichiarato una moratoria sui debiti il 26 novembre 2009. Se l’ex ricchissimo emirato arabo può risultare inadempiente, possono esserlo anche i paesi disperati. E se l’alternativa è quella di distruggere l’economia locale, è difficile sostenere che non dovrebbero farlo. Questo è particolarmente vero quando i creditori sono in buona parte responsabili dei problemi del debitore, e ci sono buone ragioni per sostenere che i debiti non devono essere ripagati. I problemi in Grecia ebbero origine quando furono mantenuti bassi i tassi di interesse, inadeguati per la Grecia, per salvare la Germania da un tracollo economico. Mentre ad Islanda e Lettonia è stata accollata la responsabilità delle obbligazioni private verso cui loro non erano parti in causa. L’UE che non funziona: quando una moneta comune non ha successo La Grecia potrebbe essere il primo paese del cerchio più esterno dell’UE a ribellarsi. Secondo Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph di domenica: “La Grecia è diventata il primo paese delle sofferenti zone periferiche dell’unione monetaria europea a sfidare Bruxelles e rifiutare la cura medievale da sanguisughe di una deflazione dei salari”. Il Primo ministro George Papandreu ha detto venerdì: “I lavoratori stipendiati non pagheranno per questa situazione: non procederemo al congelamento o al taglio dei salari. Non siamo saliti al potere per distruggere lo stato sociale”. Rileva Evans-Pritchard: "Papandreu ha dei buoni motivi per lanciare il guanto di sfida ai piedi dell’Europa. Alla Grecia è stato detto di adottare un pacchetto di austerità in stile FMI, senza applicare la svalutazione così importante per i piani del FMI. La ricetta è disastrosa ed è chiaramente controproducente." La moneta non può essere svalutata perché si tratta dello stesso euro utilizzato da tutti. Ciò significa che mentre la possibilità del paese di ripagare il debito viene compromessa dalle misure di austerità, non vi è modo di diminuire il costo del debito. Evans-Pritchard conclude: La verità è che pochi in Eurolandia sono disposti a mettere in dubbio il fatto che l’Unione Monetaria sia intrinsecamente inadeguata – per la Grecia, per la Germania, per chiunque. Ed è la ragione per la quale l’Islanda, che non fa ancora parte dell’UE, potrebbe rivedere la propria posizione. All’Islanda viene richiesta l’appartenza all’unione per sottoscrivere un accordo nel quale verrebbero risarciti i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, una divisione off-shore della più importante banca privata islandese. Eva Joly, un magistrato franco-norvegese assunta per indagare sul crollo bancario islandese, lo definisce un ricatto e avverte che cedere alle richieste dell’UE prosciugherebbe l’Islanda delle sue risorse e della sua popolazione, che sarebbe costretta ad emigrare per trovare lavoro. La Lettonia è un membro dell’UE e si crede che adotterà l’euro, ma non ha ancora raggiunto questa fase. Nel frattempo, l’UE e il FMI hanno detto al governo di prendere a prestito valuta straniera per stabilizzare il tasso di cambio della valuta locale, allo scopo di aiutare i mutuatari a pagare i mutui contratti in valuta straniera dalle banche straniere. Come condizione ai finanziamenti del FMI, vengono richiesti anche i soliti tagli governativi. Nils Muiznieks, responsabile dell’Istituto di ricerche politiche e sociali avanzate di Riga, in Lettonia, si è lamentato: Il resto del mondo sta perfezionando dei pacchetti di incentivi che vanno dall’uno al dieci per cento del PIL ma, nello stesso momento, alla Lettonia è stato chiesto di apportare dei forti tagli alla spesa – per un totale di circa il 38 per cento quest’anno nel settore pubblico – e di aumentare le tasse per coprire i deficit di bilancio. In novembre il governo lettone ha adottato il bilancio più pesante degli ultimi anni, con tagli di quasi l’11%. Il governo ha già aumentato le tasse, ridotto la spesa pubblica e gli stipendi governativi e chiuso decine di scuole e ospedali. Come risultato, la banca nazionale prevede per quest’anno una diminuzione dell’economia del 17,5%, proprio quando c’è bisogno di un’economia produttiva per rimettersi in piedi. In Islanda l’economia si è contratta del 7,2% nel corso del terzo trimestre, il calo più forte mai registrato prima. Come negli altri paesi stretti dai lacci neo-liberisti sulla produttività, l’occupazione e la produzione industriale sono state danneggiate, mettendo in ginocchio le economie. Una considerazione cinica è che questo sia stato fatto di proposito. Invece di aiutare le nazioni post-sovietiche a sviluppare economie autosufficienti, scrive Marshall Auerback, “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”. Ma la gente non si sta sottomettendo in silenzio. La scorsa settimana in Lettonia, mentre il Parlamento discuteva che cosa fare del debito nazionale, migliaia di studenti e insegnanti hanno riempito le strate protestando contro la chiusura di centinaia di scuole e la riduzione fino al 60% degli stipendi dei docenti. I dimostranti portavano striscioni con scritto “Hanno venduto l’anima al diavolo” e “Siamo contro la povertà”. Al parlamento islandese, secondo le ultime notizie la discussione su IceSave è andata avanti per 140 ore, un nuovo primato, e una parte sempre più in crescita della popolazione si oppone al finanziamento di un debito che credono che il governo non debba restituire. Il 3 dicembre in un articolo sul Daily Mail intitolato “Quello che l’Islanda può insegnare ai Tory”, Mary Ellen Synon scrive che da quando l’economia islandese è crollata lo scorso anno, “i costruttori dell’impero di Bruxelles erano sicuri che i terrorizzati islandesi ormai sull’orlo della bancarotta fossero finalmente pronti per scambiare la propria indipendenza con la ‘stabilità’ dell’adesione all’UE”. Ma il mese scorso, un sondaggio ha mostrato che il 54 per cento degli islandesi si oppone all’adesione, con solamente il 29 di cittadini favorevoli. Synon scrive: Lo scorso anno gli islandesi potrebbero essersi spaventati a morte ma stanno ora uscendo dalle rovine del loro benessere e hanno deciso che la cosa più preziosa rimasta è la loro indipendenza. Non sono disposti a metterla in vendita, nemmeno per l’eventualità di un salvataggio da parte della Banca Centrale Europea. Islanda, Lettonia e Grecia sono tutte in grado di mettere alla prova il bluff del FMI e dell’UE. In un articolo del primo ottobre intitolato “Lettonia – la pazzia continua”, Marshall Auerback sosteneva che il problema del debito lettone potrebbe essere risolto nell’arco di un fine settimana, con una serie di misure che comprendono (1) non rispondere al telefono quando i creditori stranieri chiamano il governo; (2) dichiarare insolventi le banche, convertendo il loro debito estero in capitale, e farle riaprire con un’assicurazione totale sui depositi garantiti in valuta locale; e (3) offrire “un lavoro con un salario minimo in valuta locale comprensivo di assistenza sanitaria a chiunque sia disposto a lavorare come fu fatto in Argentina dopo che il regime di Kirchner rifiutò il pacchetto tossico di restituzione del debito del FMI”. Evans-Pritchard ha suggerito un rimedio analogo per la Grecia la quale, dice, potrebbe liberarsi dal suo cappio mortale seguendo l’esempio dell’Argentina. Potrebbe “reintrodurre la propria valuta, svalutarla, approvare una legge che trasformi il debito interno in euro in valuta locale, e ‘ristrutturare’ i contratti con l’estero”. La strada meno battuta: dire di no al FMI Opporsi al FMI non è una strada molto praticata ma l’Argentina ha tracciato il cammino. Di fronte alle tremende previsioni secondo cui l’economia crollerebbe senza crediti con l’estero, nel 2001 sfidò i propri creditori e si staccò semplicemente dai propri debiti. Nell’autunno del 2004, tre anni dopo un’inadempienza record su un debito di oltre 100 miliardi di dollari, il paese era sulla strada della ripresa e aveva raggiunto questo risultato senza aiuti dall’estero. L’economia era aumentata dell’8 per cento per due anni consecutivi. Le esportazioni erano cresciute, la moneta era rimasta stabile, gli investitori ritornavano e la disoccupazione era diminuita. “Si tratta di un importante evento storico, che mette alla prova 25 anni di politiche sbagliate”, diceva l’economista Mark Weisbrot in un’intervista del 2004 riportata dal New York Times. “Mentre altri paesi stanno zoppicando, l’Argentina sta avendo una crescita molto forte senza alcun segno di insostenibilità, ed è stato fatto senza alcuna concessione per ottenere afflussi di denaro straniero.” Weisbrot è condirettore di un centro studi con sede a Washington chiamato “Centro per la ricerca economica e politica”, che nell’ottobre 2009 ha presentato uno studio su 41 paesi debitori del FMI. Lo studio ha scoperto che le politiche di austerità imposte dal FMI, tra cui i tagli alle spese e la rigida politica monetaria, avevano maggiori probabilità di fare più male che bene a quelle economie. Questa è stata anche la conclusione di uno studio pubblicato nel febbraio scorso da Yonca Özdemir dell’Università Tecnica del Medioriente di Ankara, mettendo a confronto gli aiuti del FMI in Argentina e in Turchia. Entrambi i mercati emergenti hanno affrontato delle gravi crisi economiche nel 2001, ma se l’Argentina si è ribellata al FMI, la Turchia ha seguito ogni volta i suoi consigli. Il risultato è stato che l’Argentina si è ripresa mentre la Turchia si trova ancora in una crisi finanziaria. L’Argentina ha scelto di dirigere le proprie risorse verso l’interno, sviluppando la propria economia nazionale. Per trovare i soldi per questo sviluppo, l’Argentina non ha avuto bisogno di investitori stranieri. Ha emesso il proprio denaro e credito attraverso la propria banca centrale. In precedenza, quando la valuta nazionale è crollata completamente nel 1995 e di nuovo dopo il 2000, i governi locali argentini avevano emesso obbligazioni locali che venivano negoziate come valuta. Le province pagavano i propri dipendenti con ricevute cartacee chiamate “Obbligazioni cancella-debito” che erano espresse in unità valutarie equivalenti al peso argentino. Le obbligazioni cancellavano il debito delle province verso i loro dipendenti e potevano essere spese nella comunità. Le province in realtà avevano “monetizzato” i loro debiti, trasformando le loro obbligazioni in valuta a corso legale. L’emissione e il prestito della valuta sono diritti sovrani del governo, e sono diritti che i piccoli paesi europei perdono quando aderiscono all’UE. L’Argentina è un paese grande che ha maggiori risorse rispetto ad Islanda, Lettonia o Grecia, ma ora le nuove tecnologie disponibili potrebbero addirittura rendere autosufficienti i piccoli paesi. Vedi l’articolo di David Blume “Alcohol can be a gas”. Ellen Brown Fonte: www.huffingtonpost.com Link: http://www.huffingtonpost.com/ellen-brown/eu-imf-revolt-greece-icel_b_389409.html 18.12.2009 Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org
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FINANZA/ La nuova crisi partirà dalla Germania

lunedì 21 dicembre 2009

L’approssimarsi del Natale sembra magicamente far passare nel dimenticatoio i grandi temi che la crisi economica ci pone di fronte: o, quantomeno, riesce a mantenerli sottotraccia, farli apparire meno gravi di quanto in realtà siano. Purtroppo, però, le brutte notizie continuano e sembrano avvisarci che il nuovo anno porterà immediatamente con sé il peggio, un qualcosa che ilsussidiario.net denuncia da tempo e che ora è all’orizzonte.

Nel colpevole silenzio generale dei media, infatti, la Bundesbank ha avvertito le banche tedesche di prepararsi a una nuova tornata di tracolli: i problemi finanziari «sono ben lungi dall’essere superati», la stagnazione continua, sicché ci si devono attendere «perdite dei prestiti (concessi) all’industria e all’immobiliare commerciale». Prestiti e fidi che le banche dovranno scrivere nei loro libri contabili come inesigibili.

Quanto? Da 70 a 90 miliardi di euro, un livello di svalutazioni che sia negli Usa che in Europa toccheranno relativamente il 12 e il 13 per cento del totale. A fare paura è il fatto che una componente molto grande della futura messe di perdite sarà ancora legata ai Cdo, ovvero i subprime che le banche millantavano di non avere in pancia o di avere eliminato e che invece porteranno con sé qualcosa come altri 16 miliardi di dollari di perdite nel primo trimestre.

Al mondo, le autorità finanziarie e le banche hanno ammesso solo la metà dei 3,6 miliardi di dollari di perdite potenziali dovute alla presenza nei bilanci di titoli tossici: siamo, insomma, a metà del guado. Peccato che l’economia reale, se possibile, si è indebolita ancora di più, i governi hanno già speso lo spendibile per cercare di arginare la situazione e, soprattutto, i debiti pubblici di molti Stati stanno andando oramai completamente fuori controllo: Moody’s ha già avvertito la Gran Bretagna e altri paesi emettitori di debito che i loro rating sono a forte rischio e i mercati fanno già nervosamente capire che non finanzieranno più le operazioni di rifinanziamento dello stesso.

Insomma, c’è il forte rischio di default tecnici in stile argentino a catena. Nonostante non lo si voglia ammettere, ad esempio, Commerzbank, Hsh Nordbank e Bayern Lb - tutte banche tedesche - sono a forte rischio di nazionalizzazione già entro il primo semestre del prossimo anno, lo ha ammesso la stessa Bundesbank che ha chiaramente fatto capire che la strada maestra sarà quella che portò pochi giorni fa al salvataggio di WestLB, scherzetto costato quattro miliardi di euro ai contribuenti tedeschi.

Questa situazione, paradossalmente, ha portato nelle scorse settimane a un rafforzamento ulteriore dell’euro, poiché le banche si vedono costrette a vendere all’estero parti delle loro attività per cercare di far cassa: questo, però, è significato anche il superamento della soglia psicologica nel rapporto tra euro e dollaro, una vera e propria tragedia per gli esportatori. Danni su danni, quindi.

La Germania rischia di essere l’epicentro della prossima scossa tellurica di crisi, almeno a livello continentale. E il tutto potrebbe accadere in tempi molto brevi. «I debiti della Germania esploderanno come una granata entro due mesi se non si fa qualcosa», continua a ripetere inascoltato Jochen Sanio, presidente della BaFin, l’ente che regola il mercato finanziario tedesco.

Stando a Sanio, il grosso errore delle banche tedesche è stato quello di voler restare sul mercato in cerca di ricapitalizzazione al fine di non dover sottostare alle regole che un piano di aiuto pubblico impone. Non sfruttando i vantaggi - scandalosi - dello schema di protezione offerto dallo Stato, hanno creato la condizione per cui i titoli tossici che hanno in pancia si apprestano a deflagrare in modo «brutale» portando con loro una serie devastante di downgrading da parte delle agenzie di rating internazionali.

Anche perché le “sane” banche tedesche hanno nascosti nei bilanci qualcosa come 200 miliardi di euro di titoli tossici. «Siamo pressoché certi del fatto che se le banche non cercheranno la protezione statale entro due mesi subiranno la peggiore recessione nei loro portafogli di credito di sempre», ha ricordato Sanio parlando alla conferenza annuale della BaFin.

E un memo riservato circolato proprio a quella riunione parlava di potenziali e ulteriori perdite per 816 miliardi di euro, due volte le riserve dell’intero settore finanziario tedesco: solo Hypo Re può “contare” su 268 miliardi di “immondizia” da scaricare, seguita da Hsh Nordbank con 105 e Commerzbank con 101 miliardi. Non male, soprattutto se inseriamo questo dato inquietante all’interno dell’intero quadro europeo: il Fondo Monetario Internazionale ha stimato infatti che le istituzioni finanziarie Ue hanno scaricato solo il 20% dei 900 miliardi di debiti tossici che hanno in pancia e devono ottenere almeno 375 miliardi di capitale fresco rispetto ai 275 delle banche Usa.

Finora si è continuato a nascondere l’immondizia sotto il tappeto, facendosi scudo con lo schema per le bad banks del governo che consentiva alle banche tedesche di spalmare le perdite su vent’anni (20!) attraverso un veicolo finanziario off-balance sheet: ora anche quel tempo è finito. Inizia il conto alla rovescia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2009/12/21/FINANZA-La-nuova-crisi-partira-dalla-Germania/57145/

Usa, fallimenti bancari a quota 140: altri 7 default nel weekend

Usa, fallimenti bancari a quota 140: altri 7 default nel weekend Altri sette istituti di credito sono state chiusi dai regolatori nel corso del weekend, portando il totale dei default registrati dall’inizio dell’anno a 140, cifra mai raggiunta negli ultimi 17 anni...

Non accennano a diminuire i fallimenti bancari negli Stati Uniti. Altri sette istituti di credito sono state chiusi dai regolatori nel corso del weekend, portando il totale dei default registrati dall’inizio dell’anno a 140, cifra mai raggiunta negli ultimi 17 anni. Una tendenza che, nonostante il miglioramento dei fondamentali economici degli Usa, non riesce a cambiare: la stessa Federal Deposit Insurance Corp. ha infatti spiegato che nei prossimi mesi sono previste nuove chiusure.

I sette istituti falliti possedevano asset per un valore complessivo pari a 14,4 miliardi di dollari ed erano presenti in sei Stati americani. Due di essi - i più grandi - erano californiani: Federal Bank of California di Santa Monica (i cui asset e depositi sono stati rilevati da OneWest Bank) e Imperial Capital Bank di Beverly Hills, acquisita da City National Corp. Il caso di Federal Bank è il più pesante per il sistema bancario degli Usa: la banca possedeva asset per 6,1 miliardi di dollari e depositi per 4,5 miliardi (per Imperial, invece, i due dati erano rispettivamente pari a 4 e 2,8 miliardi).

Le altre banche che hanno chiuso i battenti sono la Peoples First Panama City (Florida), la New South Federal Irondale (Alabama), la Independent Bankers’ Springfield (Illinois), la RockBridge Commercial (Georgia) e la Citizens State(Michigan).

Per far fronte ai fallimenti attuali (e a quelli futuri), la Fdic ha aumentato le proprie riserve previste per il 2010 del 56%: l’organismo potrà infatti contare su 4 miliardi di dollari, che serviranno anche ad incrementare il numero di dipendenti di circa 1.500 unità.

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Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare

Monday, 21 December, 2009

in Articoli, Discussioni, Economia & Mercato, Italia

di Mario Seminerio – Libertiamo

La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.

Il dato mostra, in primo luogo, una riduzione annuale dell’offerta di lavoro, pari a 222.000 unità, lo 0,9 per cento in meno. Istat osserva inoltre:

«Peraltro, la crescita più contenuta della disoccupazione in rapporto alla caduta dell’occupazione si accompagna ancora una volta ad un incremento dell’inattività (+2,7 per cento, pari a +392.000 unità), dovuto all’attesa dei risultati di passate azioni di ricerca, alla mancata ricerca del lavoro delle donne per motivi familiari e al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro»

Analizziamo i due quozienti di riferimento utilizzati da Istat per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro: tasso di attività e tasso di occupazione. Il primo indica l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa della somma di occupati e persone che stanno attivamente cercando un’occupazione. Il tasso di occupazione indica invece l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa di quanti stanno effettivamente lavorando. Il tasso di attività è in calo, come sopra riportato, per effetto di un aumento degli inattivi, ed è passato da un picco triennale del 63,5 all’attuale 62,1 per cento.

Quando la forza-lavoro si restringe, a parità di ogni altra condizione il tasso di disoccupazione tende a crescere meno. Semplificando, e per meglio comprendere il concetto, se il tasso di attività fosse rimasto al 63,5 per cento, e le persone che hanno ingrossato le fila degli inattivi avessero invece continuato a cercare attivamente lavoro, oggi il tasso di disoccupazione italiano sarebbe ampiamente superiore al 9 per cento.

Non conosciamo i motivi dell’aumento di inattività. Potrebbe derivare dal fenomeno dello scoraggiamento, per cui dopo un certo periodo passato in infruttuosa ricerca di occupazione, le persone smettono di cercare. Oppure potrebbe derivare dal fatto che la crisi tende ad alimentare l’economia sommersa ed informale. Entro dati limiti verosimilmente l’aumento dell’inattività deriva dalla presenza di una rete di protezione familiare. Come che sia, e premettendo che il tasso di disoccupazione è indicatore inadatto, se preso da solo, per fotografare la reale situazione del mercato del lavoro, non esiste alcuna motivazione razionale per continuare ad affermare che la situazione italiana sul piano occupazionale è migliore di quella di altri paesi. Dal dato del terzo trimestre emerge infatti come la perdita di occupazione, dopo aver interessato nel recente passato l’occupazione precaria, stia ora colpendo il lavoro a tempo indeterminato, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza contare, ancora, che molti degli interventi in regime di cassa integrazione straordinaria sono effettuati su aziende destinate a non sopravvivere alla congiuntura, e quindi con l’effetto di occultamento di ulteriori quote di disoccupazione.

La considerazione politica che deriva da questi dati economici è piuttosto immediata. Non esiste una “via italiana” alla gestione della crisi, tale da assegnare un primato positivo al nostro paese nei confronti internazionali. Né esiste una gestione di eccellenza della crisi occupazionale da parte del nostro governo, che si è invece mosso “al margine” di un quadro esistente di strumenti a sostegno, con interventi incrementali a cui qualsiasi soggetto dotato di buon senso avrebbe fatto ricorso. Resta, per contro, un quadro congiunturale estremamente fragile, con il concreto rischio di una jobless recovery, che sarebbe grave per un paese che ha un rapporto debito-Pil al 120 per cento.

Occorre prepararsi alla ripresa, promuovendo riforme che rilancino la crescita potenziale: riformare il mercato del lavoro superandone il dualismo, ad esempio introducendo quello che impropriamente viene definito il “contratto unico”, con un livello crescente di protezione dell’occupato, disegnando al contempo un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, come recentemente richiesto (o meglio, reiterato) dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Liberalizzare i mercati, il sistema di trasporti, le professioni, il commercio, tutto quello che può servire ad innalzare la crescita di lungo periodo. Tutto il resto sono espedienti dialettici di un paese impegnato a costruirsi alibi e nemici.

http://phastidio.net/

Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare

Monday, 21 December, 2009

in Articoli, Discussioni, Economia & Mercato, Italia

di Mario Seminerio – Libertiamo

La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.

Il dato mostra, in primo luogo, una riduzione annuale dell’offerta di lavoro, pari a 222.000 unità, lo 0,9 per cento in meno. Istat osserva inoltre:

«Peraltro, la crescita più contenuta della disoccupazione in rapporto alla caduta dell’occupazione si accompagna ancora una volta ad un incremento dell’inattività (+2,7 per cento, pari a +392.000 unità), dovuto all’attesa dei risultati di passate azioni di ricerca, alla mancata ricerca del lavoro delle donne per motivi familiari e al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro»

Analizziamo i due quozienti di riferimento utilizzati da Istat per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro: tasso di attività e tasso di occupazione. Il primo indica l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa della somma di occupati e persone che stanno attivamente cercando un’occupazione. Il tasso di occupazione indica invece l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa di quanti stanno effettivamente lavorando. Il tasso di attività è in calo, come sopra riportato, per effetto di un aumento degli inattivi, ed è passato da un picco triennale del 63,5 all’attuale 62,1 per cento.

Quando la forza-lavoro si restringe, a parità di ogni altra condizione il tasso di disoccupazione tende a crescere meno. Semplificando, e per meglio comprendere il concetto, se il tasso di attività fosse rimasto al 63,5 per cento, e le persone che hanno ingrossato le fila degli inattivi avessero invece continuato a cercare attivamente lavoro, oggi il tasso di disoccupazione italiano sarebbe ampiamente superiore al 9 per cento.

Non conosciamo i motivi dell’aumento di inattività. Potrebbe derivare dal fenomeno dello scoraggiamento, per cui dopo un certo periodo passato in infruttuosa ricerca di occupazione, le persone smettono di cercare. Oppure potrebbe derivare dal fatto che la crisi tende ad alimentare l’economia sommersa ed informale. Entro dati limiti verosimilmente l’aumento dell’inattività deriva dalla presenza di una rete di protezione familiare. Come che sia, e premettendo che il tasso di disoccupazione è indicatore inadatto, se preso da solo, per fotografare la reale situazione del mercato del lavoro, non esiste alcuna motivazione razionale per continuare ad affermare che la situazione italiana sul piano occupazionale è migliore di quella di altri paesi. Dal dato del terzo trimestre emerge infatti come la perdita di occupazione, dopo aver interessato nel recente passato l’occupazione precaria, stia ora colpendo il lavoro a tempo indeterminato, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza contare, ancora, che molti degli interventi in regime di cassa integrazione straordinaria sono effettuati su aziende destinate a non sopravvivere alla congiuntura, e quindi con l’effetto di occultamento di ulteriori quote di disoccupazione.

La considerazione politica che deriva da questi dati economici è piuttosto immediata. Non esiste una “via italiana” alla gestione della crisi, tale da assegnare un primato positivo al nostro paese nei confronti internazionali. Né esiste una gestione di eccellenza della crisi occupazionale da parte del nostro governo, che si è invece mosso “al margine” di un quadro esistente di strumenti a sostegno, con interventi incrementali a cui qualsiasi soggetto dotato di buon senso avrebbe fatto ricorso. Resta, per contro, un quadro congiunturale estremamente fragile, con il concreto rischio di una jobless recovery, che sarebbe grave per un paese che ha un rapporto debito-Pil al 120 per cento.

Occorre prepararsi alla ripresa, promuovendo riforme che rilancino la crescita potenziale: riformare il mercato del lavoro superandone il dualismo, ad esempio introducendo quello che impropriamente viene definito il “contratto unico”, con un livello crescente di protezione dell’occupato, disegnando al contempo un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, come recentemente richiesto (o meglio, reiterato) dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Liberalizzare i mercati, il sistema di trasporti, le professioni, il commercio, tutto quello che può servire ad innalzare la crescita di lungo periodo. Tutto il resto sono espedienti dialettici di un paese impegnato a costruirsi alibi e nemici.

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