Perché l'idea di decrescita non trova consenso

created by Claudio Rava
Mi è sempre parso difficile precisare in cosa consista la vita, forse perché la sua essenza è eminentemente esperienziale e non discorsiva, forse perché quando ci si avventura nel tentativo di disquisire di questi concetti, del loro senso più profondo, è difficile evitare di fare della filosofia spicciola che in ogni caso lascia un senso di incompiutezza e talvolta di smarrimento negli interlocutori. Secondo una definizione comunemente accettata, che lascia però insoddisfatto quanti vorrebbero insistere a trastullarsi con speculazioni metafisiche che si avventurano alla ricerca della sua matrice esistenziale, la vita, molto più semplicemente, viene concepita come la caratteristica che possiedono quegli organismi in grado di compiere i due processi sottoelencati:
1) Crescere
2) Riprodursi
Ovvero potremmo raggruppare i due assunti nell'unico concetto di crescita dicendo che un organismo è un essere vivente se cresce dimensionalmente e numericamente.
Questi assunti sono validi per ogni forma vivente, e si vede facilmente come la materia inanimata non possegga queste capacità, salvo alcune singolari eccezioni, che val la pena ricordare. In natura esistono minerali e gemme che mostrano una capacità di accrescimento regolare, e durante la sua formazione un cristallo di quarzo, ad esempio, tenderà all'accrescimento mantenendo la sua forma già assegnata dalla struttura chimica e cristallina interna. Ma anche se ne possiamo trovarne moltissimi esemplari, non si può però affermare che si riproduca.
L'altra singolarità sembra contraddire la prima condizione, pur rispettando la seconda. Si tratta dei virus, in questo periodo tristemente alla ribalta nella loro variante influenzale suina o stagionale che sia. I virus difatti sono in grado di riprodursi, a spese dell'organismo parassitato, ma non mostrano alcun processo di accrescimento dimensionale, ogni nuovo virus nasce già come une replica esatta e compiuta del suo predecessore.
Ho volutamente e forse indebitamente raggruppato le due condizioni necessarie alla vita per mostrare come e quanto l'idea di crescita sia profondamente connaturata con la manifestazione vitale, probabilmente iscritta da qualche parte nel genoma, sicuramente attiva negli istinti basilari degli organismi, radicata nei processi motivazionali e nelle derivazioni comportamentali.
Ho ripensato a questi banali concetti allorché sono rimasto spiacevolmente sorpreso dalle reazioni di difesa sotto forma di irritazione, di disgusto, di negazione, di fuga e di derisione (e chissà quante altre modalità sono possibili) da parte delle persone alle quali indicavo la più che probabile eventualità di trovarsi di fronte ad un lungo periodo di recessione e di decrescita a seguito del raggiungimento del Picco di Hubbert della produzione del petrolio.
L'idea di decrescita porta con sé catene associative sempre spiacevoli, poiché in recessione economica sono molte le potenziali perdite (il lavoro, i risparmi, le possibilità di fare progetti), ma abbiamo anche molti altri esempi del tutto comuni e immediati: ci si trova nella fase calante nel processo di senescenza (diminuzione di operatività, di salute, di capacità fisiche, mentali e riproduttive), i genitori di qualsivoglia bambino sono preoccupati che cresca, la bassa statura ha in genere una valenza moderatamente negativa, una coppia che non ha figli è socialmente più sospetta rispetto a una famiglia regolare con una bella e magari numerosa prole. Possiamo razionalmente negare questi atteggiamenti e preferenze, ma sono ugualmente presenti ed attivi nonostante la nostra eventuale contrarietà.
Appartenere alla schiera dei benpensanti comporta spesso l'allontanamento acritico delle idee strane, arzigogolate, innovative, ma ancor più di quelle potenzialmente pessimistiche, figuriamoci quindi come possono essere accolte le varianti catastrofiste sul tipo della teoria “Olduway”.
E ASPO e i suoi sostenitori di quegli scenari non proprio edificanti ne testano parecchi, forti della continua verifica e della puntuale corrispondenza dei dati grezzi con quelli attesi, che progressivamente e pervicacemente continuano a confermare le previsioni del Club di Roma e del buon vecchio Hubbert.
La Cassandra della mitologia greca non viene creduta perché è antipatica quanto le sue catastrofiche profezie. Invece di produrre una sim-patia, genera nei suoi interlocutori un'anti-patia, ovvero, introducendo un'analogia vibratoria, al posto di un'armonizzazione di frequenze, un accordo di stati emozionali condivisi, si producono dei battimenti, delle opposizioni di fase, e ci si ritrova in due universi ideoaffettivi divergenti.
Cassandra è invisa anche per quelle arie di superiorità che facilmente le accusano i suoi detrattori. Proprio lei che dispensa sentenze su come sarà il futuro, mentre gli altri brancolano nell'incertezza del domani. Cassandra vive nel sentimento del dolore della sua impotenza comunicativa, del suo estraniarsi dalla collettività, i suoi increduli bersagli annullano il senso della precarietà impedendosi di accogliere il dubbio, di considerare l'alternativa dolorosa, e difensivamente fortificano così le loro fiduciose ma inconsistenti posizioni.
Affetti da tale “sindrome di Cassandra", e come la nostra eroina convinti di non poter fare quasi nulla per evitare che le ipotesi pessimistiche si realizzino, molti lavorano ancora più alacremente ispirandosi piuttosto al mito di Sisifo, impegnati come lui a condurre su una china - fin troppo somigliante a quel picco di Hubbert – il pesante macigno che poi torna a rotolare giù, annullando le speranze, le aspettative e gli sforzi compiuti. Sono persone impegnate a frenare la discesa del masso, non come Sisifo che si limita a osservarlo mentre frana a valle.
Sisifo viene immaginato da Camus come l'eroe assurdo, conscio dell'inutilità del suo eterno lavoro, ma ugualmente contento, poiché scopre sufficiente soddisfazione nel perseguire uno scopo. Sisifo però anche campione di masochismo, aggiungerei io, che ogni volta deve trovare in sé una ragione per sopportare, per tornare a riprendere il suo pesante fardello che ruzzola giù dalla china.
Ancora una volta le qualità, le risorse individuali, il carattere, sembrano precedere e veicolare le scelte personali e le convinzioni di ogni tipo. Saper contemplare una tesi pessimistica necessita di molti prerequisiti, per primo una propensione a tollerare il conflitto e l'impopolarità, la non disponibilità a sacrificare le proprie convinzioni anche se il prezzo da pagare è il disaccordo dei più.
Un'idea, una teoria, una visione del mondo e delle cose, sono tutte faccende relegate al regno ectodermico del mentale, della cerebralità, nei casi più sani sono encomiabili atti di coraggiosa indipendenza del pensiero, mentre talvolta sono piuttosto il prodotto di una tendenza schizotimica a dissociare ed annullare il vissuto emotivo a vantaggio del contenuto ideativo. Chi ha un passato arcaico in cui ha dovuto rapportarsi con dolorose esperienze formative ed è stato costretto a fare ricorso a difese dissociative è più attrezzato per esaminare concezioni normalmente evitate da altre tipologie umane. Nei casi più gravi il catastrofismo è accolto come un'idea che ha il sapore della familiarità, della conferma oggettiva esterna di un vissuto interiore di gelo e frammentazione, di caos e destrutturazione. Il racconto del crollo del mondo esterno anticipa, descrive e fornisce una rappresentazione simbolico-allegorica al crollo del proprio mondo interno e annuncia un possibile cedimento psicotico.
Mi fermo qui, consapevole di aver fornito solo un accenno a una questione che riempie i trattati di psichiatria. Era però necessario mostrare le analogie, indicare come la visione peggiorativa si inserisca di diritto in questo ordine di cose, di come strida pesantemente con quella necessaria biofilia universalmente condivisa salvo patologiche degenerazioni.
Ed è appunto necessario che l'atto di divulgazione di queste idee sia corredato da altrettanta benevolenza, non certo dal solo gusto istrionico di stupire l'ascoltatore con qualcosa di sbalorditivo, di senzazionale perchè potenzialmente sconvolgente la ripetitività del quotidiano e quindi interessante perchè soddisfa la sete di qualcuno di novità. Occorre che non sia accompagnato dal sadismo di creare il disagio e la paura quasi fossero un atto di vendetta perchè anche noi abbiamo dovuto attraversare la dolorosa fase della presa di coscienza, che richiede un lungo periodo per essere metabolizzata. Occorre mostrare più i vantaggi dell'accordarsi a una visione di sostenibilità forse ancora realizzabile per un futuro vivibile più che alla fallace sicurezza dell'inerzia presente.
In fondo il problema più gravoso non riguarda se avverrà una decrescita, che a meno di un improbabile miracolo ci sarà comunque, o in che modo si venga informati di questa prospettiva, ma come si manifesterà, ovvero se la sapremo comprendere, anticipare e pilotare piuttosto che subire nelle inquietanti varianti del collasso sistemico. Per fare questo, è meglio che siano informate, e nel modo più corretto, il maggior numero possibile di persone.
Tra gli elementi che non consentono di far tornare i conti termodinamici c'è proprio lo squilibrio demografico. Siamo una razza in piena eutrofizzazione, non abbiamo veri nemici, non abbiamo più dei predatori efficaci ad esclusione proprio dei virus e di noi stessi. La possibilità che vengano in qualche modo impiegati attivamente per risolvere il problema apre scenari complottistici che rasentano la paranoia, ma dopo il gigantesco complotto dell'11 settembre probabilmente ordito da criminali menti americane non me la sento più di escluderlo a priori.
A questo punto occorre considerare che la parte di popolazione che più teme una situazione caotica prodotta da un'eventuale disorganizzazione del sistema è la minoranza avvezza ai privilegi, alla concentrazione dei capitali, all'accumulo di patrimoni e beni di lusso. Chi non ha granché da perdere non ha poi molto da temere, piuttosto non so quanto riusciranno a sopportare quelle famiglie che dalla cessazione del reddito si troveranno a dover affrontare situazioni di grande difficoltà.
Siamo potenzialmente di fronte ad una bomba sociale innescata e ticchettante.
Credo che in questi casi, conoscere in anticipo l'evoluzione della crisi potrebbe paradossalmente avere un effetto di sedazione, poiché di fronte all'inevitabilità della decrescita ritengo ci sarebbe la comparsa anche di reazioni meno scomposte o pericolose, forse addirittura un tentativo di riorganizzazione basato su atteggiamenti più autenticamente collaborativi.
Del resto mi chiedo se è successo solo a me di guardare con un grande dolore, ma anche con una nota di amara compassione l'ondata di licenziamenti che stanno tuttora avvenendo, pensando a quanti altri ancora ne dovranno accadere e a quanto tempo passerà prima che sia chiaro che il problema grosso è altrove e si cominci a lavorarci tutti quanti seriamente. Tali sentimenti equivalgono in intensità solo la rabbia impotente nel sentire i nostri governanti e politici proporre soluzioni anacronistiche basate sulla riproposizione del modello neoliberistico, sull'idolatria della crescita infinita, sulla megalomanica corsa alla realizzazione di opere faraoniche che rischiano fra qualche tempo di rappresentare, con la loro incompiutezza, più che un traguardo dell'ingegno umano, un monumento alla sua imbecillità.
Dott. Claudio Rava (Psicologo) 07 Novembre 2009 Via Bramante 45 – 48100 Ravenna claudioravamail@yahoo.com - Tel. 335 8063111

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