FINANZA/ Per salvare la Grecia l’Europa toglie soldi ai suoi cittadini

giovedì 11 febbraio 2010

Alla fine, vinse la paura. Al vertice europeo di oggi - cui parteciperà anche il capo della Bce, Jean-Claude Trichet, di ritorno anticipato da un viaggio in Australia - la Germania darà il via libera al piano di salvataggio della Grecia. Ne sono certi i media tedeschi, tanto che hanno anticipato la notizia in base alla quale il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, avrebbe subito messo al lavoro i suoi tecnici affinché preparassero a tempo di record la bozza di progetto da presentare oggi in sede comunitaria.

Le opzioni sul tappeto sono due: un prestito dagli altri paesi europei oppure una risposta istituzionale dell’Unione in quanto tale. Non è un caso che, appena appresa la decisione, l’euro abbia messo a segno il forte apprezzamento sul dollaro nel singolo giorno di contrattazioni da un anno a questa parte. Anche i titoli di Stato greci a 10 anni sono precipitati di 36 punti base toccando il 6,39% in poche ore mentre gli speculatori cominciavano a sentire scottare le dita e si precipitavano a diversificare le loro scommesse scappando dalla Grecia e spostandosi su bond portoghesi, spagnoli e italiani.

Michael Meister, capogruppo dei Cristiano democratici tedeschi, ha detto chiaramente al Financial Times Deutschland che questa crisi non poteva essere lasciata entrare in una spirale: «La nostra principale priorità è la stabilità dell’euro. Se la Grecia otterrà aiuto, questo avverrà soltanto a condizioni molto chiare e dure e con la promessa di riforme alla radice». Una mossa paradossalmente necessaria ma anche un’arma a doppio taglio, questa scelta tedesca: da un lato potrebbe portare a un collasso della disciplina fiscale all’interno del cosiddetto Club Med e, inoltre, crea un precedente con la crisi irlandese.

Dublino, infatti, ha combattuto la sua situazione di quasi default tagliando i salari, alzando le tasse, facendo insomma quella che in Italia viene definita “macelleria sociale”, ma non ha ricevuto il becco di un euro dall’Ue: per Atene, invece, pare che sarà diverso. Ma, come anticipavamo qualche settimana fa, Berlino ha scelto di dare il via libera anche perché questa singola mossa cambia drasticamente il carattere stesso del progetto politico legato all’euro: da un lato, infatti, è innegabile che il cosiddetto kickstart è stato dato dal rischio di una crisi in stile Lehman che facesse partire un domino sul debito in tutto il Club Med, capace di portare instabilità sistemica in tutta l’eurozona.

L’esposizione tedesca nell’area, pur non essendo da incubo, è tutt’altro che trascurabile: 43 miliardi di euro verso la Grecia, 47 verso il Portogallo, 193 verso l’Irlanda e ben 240 verso la Spagna, stando ai dati della Bank of International Settlements. I creditori tedeschi, poi, sono già di per sé molto vulnerabili avendo il più basso capital ratio con aggiustamento di rischio dopo il Giappone. Insomma, rischi di sistema ma anche un’opportunità: dare vita, da subito e in ossequio all’emergenza, agli Stati Uniti d’Europa, con capitale formale a Bruxelles ma politica a Berlino.

A sancirlo, nei fatti, sarà il summit di oggi. Herman Van Rompuy - l’uomo messo a capo dell’Ue dal Bilderberg Group, nota consorteria internazionale che al di là delle leggende complottistiche punta da sempre al progetto federale europeo, molto gradito anche ad ambienti Usa - ha infatti già firmato una richiesta per la creazione di “un governo economico europeo” che veda spostarsi le responsabilità per la programmazione economica dalle autorità nazionali a un “Ue level” come recita il testo. Con una mossa parallela, il capo della Commissione, il sonnachioso Jose Manuel Barroso, si è affrettato a dire che Bruxelles, attraverso i trattati, ha già i poteri necessari per prendere le redini della politica economica.

Insomma, gli euroburocrati sono ben contenti di sfruttare l’emergenza Grecia per tagliare fuori popoli e governi dai processi decisionali. Per Barroso, infatti, «la nostra situazione economica e sociale ci impone un radicale cambio dello status quo. E il Trattato di Lisbona ce lo consente». Ora si capisce meglio il ricatto a cui ha dovuto sottostare la traballante Dublino, rivotare il referendum o fare la fine dell’Argentina. E ancora, sempre uno stranamente loquace Barroso, ha tenuto a farci sapere che «la politica economica non è una questione nazionale ma europea. Nessuna moderna economia è un’isola. Quando uno Stato membro non compie le riforme necessarie, ne soffrono tutti».

Ma, perché un ma c’è sempre, non è affatto detto che quanto deciso oggi sia sufficiente a rimettere in carreggiata la Grecia e l’intera competitività del Club Med. I cittadini greci più facoltosi hanno infatti già spostato qualcosa come 7 miliardi di euro su conti correnti all’estero nel timore di una sorta di misura di emergenza governativa che congelasse i capitali. Un qualcosa che ricorda molto la Tequila Crisis messicana del 1994, quando gran parte dei grossi capitali finirono nei caveau della banche statunitensi.

Questa politica, però, rischia di minare i depositi base e le riserve delle banche greche, portando come conseguenza un’ulteriore contrazione del debito: c’è, insomma, il rischio di un effetto Northern Rock. Guarda caso, proprio ieri Goldman Sachs ha attuato il downgrade di National Bank of Greece e SPSB: «La Grecia corre un rischio sia a livello di liquidità che di solvibilità. Noi continuiamo a pensare che le banche greche siano ben gestite, ma i problemi che stanno per affrontare sono al di fuori del loro controllo operativo».

Ancora una volta, una crisi finanziaria e politica eterodiretta. Benvenuti nella nuova Europa federata e senza più sovranità nazionale: senza falsa modestia, qualcuno doveva avvertirvi del cambiamento in atto. Dubito lo faccia la grande stampa, ora speriamo che almeno il rischio di default più imminenti sia scongiurato. Controllare il Chicago Merchantile Exchange potrà essere un buon barometro: vediamo, da venerdì, dove sposteranno le loro scommesse gli speculatori internazionali. Fingers crossed.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/2/11/FINANZA-Per-salvare-la-Grecia-l-Europa-toglie-soldi-ai-suoi-cittadini/66384/

Che le danze s’inizino

Thursday, 11 February, 2010

in Economia & Mercato, Esteri, Unione Europea

L’Unione europea ha deciso di non decidere e ha quindi emesso un solenne statement alla Catalano, dove si invita la Grecia a perseguire “sane e solide politiche, in linea con le regole convenute”. Che poi sarebbero quelle stesse che Atene aggira regolarmente da un quindicennio. Pare che i tedeschi dell’Fdp si siano messi di traverso, ma non vi sono certezze, solo lanci d’agenzia. Le probabilità che l’intera vicenda finisca male stanno vistosamente aumentando.

Ha perfettamente ragione Francesco Giavazzi, sul Corriere di oggi: questo è un lavoro per il Fondo Monetario Internazionale, non per l’Unione europea. Nota per tutti gli euroscettici disinformati di casa nostra: il fatto che si decida di non decidere è tutto fuorché motivo di sollievo. Ma lo stesso accadrebbe se si decidesse nei termini vagheggiati nell’orgia di boatos odierna, cioè con acquisto di titoli di stato greci da parte delle banche statali. Cioè, par di capire, delle opacissime Landesbanken, quelle che hanno ordinato nuovi armadi all’Ikea perché in quelli esistenti non riescono più a ficcare tutti i loro scheletri, e che si sono già impitonite di titoli del Club Med, porcinamente allargato alla ex tigre celtica. Deve evidentemente trattarsi di uno scherzo di Carnevale. Il nostro problema è che la Quaresima rischia di essere particolarmente dolorosa.

http://phastidio.net/

La mappa della crisi del debito sovrano

Per una volta l’Italia fa bella figura e risulta non tra i paesi considerati a rischio default. Mentre invece alcuni Stati hanno giudizi politici non coerenti con la realtà economica.

11 febbraio 2010, ore 14:30

crisi-econica-mappa-rischio-stati-sovrani

Ormai lo sapete benissimo. Il grande pericolo (percepito dal mercato) non è più il debito corporate. Non sono più i derivati e non è più la . Sarebbe più corretto dire che in questa fase economica il mercato si sta interessando ad altre tematiche tralasciando queste ultime che restano comunque ampiamente (soprattutto in Europa) irrisolte.

Leggendo sul blog del Financial Times, ho trovato una tabella molto interessante che sintetizza ad oggi il percepito sui vari emittenti governativi. Ovviamente il metro utilizzato è sempre il nostro caro CDS, alias il , uno strumento di copertura del che, purtroppo, come molto altro, ultimamente ha acquisito soprattutto un appeal speculativo.

Però attenzione. La cosa sicuramente interessante di questa “mappa” è il fatto che non troviamo solo i , ma anche molto altro. - saldo - potenziale crescita PIL - - debito privato - e altro ancora

Io mi focalizzerei soprattutto sull’importanza della somma tra e privato. Troppo spesso ci si fossilizza esclusivamente sul , caratteristica che da sempre è una croce per la nazione italiana.

Però è giusto anche ricordare che l’impatto del debito privato in Italia non è influente come da altre parti d’Europa, il che rende il Bel Paese in una posizione migliore rispetto ad altre nazioni spesso meglio quotate. Se poi andassimo a sommare ancora una componente che qui è stata ignorata (in futuro vedrò se riuscirò a fare una griglia “come dico io”) ma che io reputo molto importante, ovvero il tasso e al quantità di risparmi presenti, l’Italia si porrebbe in una posizione ancora migliore.

Infatti, se mi permesso dirlo, la crisi qui, da noi, non è ancora sentita come in moti altri paesi d’Europa e del mondo, grazie appunto ad un basso tasso di debito privato e ad un buon quantitativo di risparmi che vengono utilizzati nel momento di difficoltà. Ma ora bando alle ciance e guardiamo la tabella di cui vi parlavo.

Global Risk Map: la mappa del rischio emittenti sovrani

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Vi dico subito dove voglio arrivare. La vedete l’Italia? E’ al 15 ° posto di rischiosità. E vedete chi si trova subito dietro e con quale margine di differenza? Ebbene si, la corazzata USA è ad un passo da noi… (cliccate sulla mappa per ingrandirla!)

Il sogno americano e gli stati insolventi…

E parlando proprio di USA, guardate questo articolo e capirete che gli Stati USA, non tutti ma una buona parte di essi, si trovano in forte difficoltà. Ma il mercato lo ignora. Gli USA si pregiano ancora della tripla AAA di merito, che è ovviamente un premio di tipo politico più che di solvibilità economica. Dicevo, molti stati USA sono in crisi ma non tutti. Anche se… quelli in crisi sono ben 43!

Non male eh? E allora. Per una volta ammettiamo che ci meritiamo un po’ di orgoglio in più e ammiriamo questa slide tratta dal Wall Street Journal, magari col sorriso tra i denti, in quanto per una volta non ci vede presenti. E che quindi, ogmi tanto, il nostro prato è più verde di quello del vicino…

WSJ-map-crisis-cds

STAY TUNED!

http://intermarketandmore.investireoggi.it/la-mappa-della-crisi-del-debito-sovrano-9784.html

Cina, a gennaio prestiti doppi rispetto alla media del 2009 (.......leggi tutto)

Cina, a gennaio prestiti doppi rispetto alla media del 2009 Le previsioni degli analisti si sono rivelate corrette. La quantità di prestiti erogati in Cina ha superato i 1.390 miliardi di yuan...

Le previsioni degli analisti si sono rivelate corrette. La quantità di prestiti erogati in Cina ha superato i 1.390 miliardi di yuan (ovvero 203 miliardi di dollari) nel solo mese di gennaio, mentre i prezzi nel settore immobiliare sono cresciuti ai massimi degli ultimi 21 mesi. La paura di una bolla speculativa rimane dunque molto viva.

Il flusso di credito erogato dalle banche cinesi è stato infatti superiore perfino a quello (già piuttosto alto) che è stato concesso nei tre mesi precedenti, secondo i dati ufficiali resi noti questa mattina dalla banca centrale di Pechino sul suo sito internet. Lo scorso anno gli istituti di credito hanno prestato 9.350 miliardi di yuan, ovvero poco meno di 780 miliardi al mese (circa la metà della cifra registrata a gennaio del 2010).

Non è detto, però, che le autorità cinesi decidano di prendere dei provvedimenti, sebbene abbiano già suggerito a più riprese alle banche del Paese di limitare il flusso del credito. Complessivamente, infatti, il tasso d’inflazione è inaspettatamente sceso dell‘1.5% a gennaio, il che potrebbe frenare il governatore della Banca del Popolo. Va detto però che i prezzi degli immobili rimangono invece in netta crescita: nelle 70 città campione monitorate dalla Commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme si è registrato un +9,5% rispetto all’anno precedente.

http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=2034

Atene chiama Goldman Sachs. E i derivati “cancellano” il debito…

Atene chiama Goldman Sachs. E i derivati “cancellano” il debito… Conti in rosso ma non solo. La disastrata finanza pubblica greca si scopre anche poco trasparente, alla faccia delle regole condivise nell’Unione Europea...

Conti in rosso ma non solo. La disastrata finanza pubblica greca si scopre anche poco trasparente, alla faccia delle regole condivise nell’Unione Europea. E’ la scoperta rivelata in questi giorni dal tedesco Der Spiegel, uno dei più autorevoli settimanali del Continente.

La storia risalirebbe a otto anni fa e le sue conseguenze potrebbero pesare insopportabilmente sul futuro assai poco roseo delle finanze locali. Secondo lo Spiegel, la banca d’affari statunitense Goldman Sachs avrebbe aiutato la Grecia a falsificare il proprio bilancio statale con un vero e proprio make-up del debito sovrano. A rendere possibile l’operazione sono stati, manco a dirlo, alcuni derivati complessi conosciuti come cross-currency swaps. Attraverso di essi, la Grecia sarebbe riuscita a convertire in euro le sue emissioni obbligazionarie in dollari e yen. Il cambio, effettuato nel 2002, è stato realizzato a tassi fittizi che hanno permesso alle casse greche di ottenere un credito maggiore rispetto a quello reale. Ma l’effetto dell’operazione, che ha già arricchito Goldman attraverso le commissioni imposte per l’occasione, è ovviamente temporaneo. A una data prestabilita, Atene dovrà riconvertire le obbligazioni nelle valute originarie. Solo a quel punto, la vera natura dei conti potrà emergere con chiarezza. L’Eurostat, infatti, non conteggia nei bilanci i titoli finanziari derivati il cui valore viene calcolato solo al momento della scadenza. Ed è a quel punto che il costo del surplus creditizio va a pesare sui conti.

Quello della Grecia non è comunque un caso isolato. Alcuni anni prima, ha ricordato il Financial Times, anche l’Italia aveva fatto ricorso alla creatività finanziaria dei prodotti strutturati. Nel 1997, la Penisola aveva emesso obbligazioni denominate in Yen per un controvalore di 1,6 miliardi di dollari. Per controbilanciare il successivo deprezzamento della valuta nipponica, l’Italia allora fece ricorso a un maxi swap in grado di riequilibrare il rapporto lira/Yen. Le casse statali ottennero un’iniziale plusvalenza creditizia. Ma anche una rilevante perdita nel lungo periodo.

PICCOLE GOCCE SCOMPAIONO!

Mentre i mercati assaporano per un istante il profumo di un intervento combinato europeo al capezzale della Grecia, Grecia che come abbiamo visto ieri sembra essere stata "consigliata" nell'utilizzo della ormai famigerata "finanza creativa" dalla cosidetta "finanza ombra" diamo un'occhiata a quanto accade nel resto dell'economia, tralasciando per un istante la questione finanziaria.

Secondo il recentissimo "US small business survey" la leggenda del consumatore americano sta ormai volgendo al termine, scomparendo nel paradosso della parsimonia.

" Le prospettive dei proprietari delle piccole imprese, sono rimaste a tinte fosche all'inizio del nuovo anno, secondo un sondaggio pubblicato martedi dalla Federazione nazionale del commercio indipendente NFIB "...anche se 7 dei 10 componenti del sondaggio hanno evidenziato un miglioramento indicando che le condizioni potrebbero presto migliorare.

"The biggest problem continues to be a shortage of customers." "Il problema più grande continua ad essere la carenza di clienti". ... ... Only 5 percent of the owners reported "finance" as their number one business problem (up one point). Solo il 5 per cento dei proprietari segnalato che il finanziamento è il loro problema numero uno.

Quindi come più volte osservato nei mesi scorsi, non si tratta di mancanza di credito, anche se è evidente la sua contrazione, ma di una reale indisponibilità o necessità ai richiederlo, ad averne bisogno. Non è la fonte che manca, non si tratta di portare la fonte al cavallo, ma probabilmente il cavallo ha fatto indigestione, ha paura di bere acqua avvelenata.
E' una situazione oggettiva, 38,2 milioni di americano, un nuovo record storico, stanno utilizzando, sono in fila, per ottenere i cosidetti "food stamp" buoni pasto, programma federale per aiutare le persone povere ad alimentarsi. Il dipartimento dell'agircoltura prevede un importo di 58 miliardi di dollari necessari per soddisfare 40,5 milioni di americani entro la fine dell'anno fiscale.
Ecco che finalmente dopo un'autentico tsunami di liquidità la Federal Reserve, in particolare nella figura del suo governatore, Bernanke, decide che la sorgente è da prosciugare lentamente, in quanto l'economia reale non è nelle condizioni da tornare a immergersi nel debito e quella virtuale, quella finanziaria, rischia di afforgarci dentro, trascinando nelle speculazioni, il mondo intero.
Per essere chiari, come ho più volte ribadito, la mia convinzione è che la Federal Reserve non toccherà i cosidetti "Fed Funds"in maniera sen per almeno tutto il 2011, se non oltre!
Non si tratta di considerazioni nate da un lancio di monetina, ma supportate da analisi empiriche e storiche. Tralasciando gli ovvi riferimenti al progressivo abbandono della politica di sostegno ai mercati immobiliari, tramite l'acquisto di titoli MBS e RMBS, Bernanke si concentra sul tasso di sconto, tasso remunerativo delle riserve bancarie.
" A seguito del grande volume di riserve presenti nel sistema bancario, il livello di attività e di liquidità nel mercato dei fondi federali è diminuito considerevolmente, aumentando la possibilità che il tasso sui fondi federali per un tempo potrebbe diventare un indicatore meno affidabile del solito delle condizioni a breve termine sui mercati monetari. Di conseguenza, la Federal Reserve sta valutando l'utilità, della transizione verso una configurazione più normale della politica monetaria , di comunicare un orientamento della politica in termini di un altro obiettivo operativo, come alternativa a breve dei tassi di interesse a lungo termine. In particolare, è possibile che la Federal Reserve possa usare il tasso di interesse pagato sulle riserve, in combinazione con gli obiettivi per i quantitativi di riserva, come guida per la sua politica monetaria, conseguendo allo stesso tempo il controllo di una serie di tassi di mercato."
Per chi ieri mi ha chiesto se ciò significa un possibile, futuro aumento dei tassi io rispondo di no. Nessuna novità nelle parole di Bernanke, come abbiamo visto in passato, visto che il cavallo non vuole bere, ovvero l'economia reale, si toglie liquidità, o meglio liquori, dall'abbeveratorio della finanza, prima che ubriachi l'intera economia. Nella sostanza si tratta solo di un chiaro segnale, che l'aumento della remunerazione delle riserve, automaticamente potrebbe drenare liquidità dal mercato, ammortizzando le paure di esplosioni inflative quando l'economia potrà uscire dalla tempesta perfetta.
Ecco quindi che i tassi sulle riserve in eccesso, sostituiscono i Fed Funds, nella politica monetaria, come dichiarato più volte in passato, quando si sottolineava la possibilità di drenare liquidità al mercato.
Dal mio punto di vista, deve essere costata non poco questa decisione a Bernanke, figlio di un monetarismo fondamentalista, accorgersi che se anche i suoi elicotteri continuano a lanciare banconote sull'economia, queste non arrivano nel circuito o proprio in questo momento di deleveraging generalizzato non interessano.
Aumentando il tasso sulle riserve dall'attuale 0,25 % anche solo di 25 o 50 punti base, significa drenare dal sistema liquidità che diversamente sarebbe a rischio. Per quale motivo rischiare se oggi la mia liquidità viene maggiormente remunerata a rischio zero.
Ecco perchè da mesi Icebergfinanza spiega che non necessariamente la massa monetaria presente nel sistema, significa futura inflazione, o addirittura iperinflazione, non conta solo la massa, ma la sua velocità di circolazione e il moltiplicatore monetario ha parlato chiaro negli ultimi anni. Ecco il grafico dalla Fed di St.Louis.
Graph: M1 Money Multiplier

Tornando per un istante alla situazione europea, nel mare di rumors che accompagnano le decisioni dell'incontro di oggi, non si può tenere nascosta l'oggettiva situazione finanziaria dei bilanci dei governi occidentali, bilanci che dovranno fare i conti con un lungo periodo di generalizzato "deleveraging", rientro dal debito. Soluzioni temporanee, non faranno altro che posticipare l'inevitabile nemesi finale, non esiste soluzione al debito, non è possibile affogare il debito nel debito.

Se non bastasse, date un'occhiata all'ultima invenzione proveniente dai laboratori creativi della diroccata Citigroup, il lancio di un derivato, il primo derivato che servirà a pagare i danni delle future crisi finanziarie. Geniale no, magari quella dei derivati, la crisi sistemica futura, un po come se qualcuno ti assicurasse dall'arrivo di un meteorite che farebbe scomparire la terra. Non è bastata la lezione degli ultimi giorni, delgi ultimi anni?

CLX si chiama questa nuova meraviglia, pura analisi quantitativa, un condensato di volatilità in rapporto alla media, delle azioni, dei tassi, degli sprea swap, corporate bond, swaption-implied volatilities e structured credit spreads. Citigroup, negozierà CLX utilizzando valori storici fissi e parametri di volatilità, eliminando necessità di ricalco su serie temporali di lunghissimi termine.

Nella pentola dei druidi finanziari, come per il debito, si inseriscono altri derivati, per ammortizzare i loro fratelli e le loro sorelle e ci si illude di controllare il rischio, derivati che controllano i derivati, debito per affogare il debito, costruendo un sistema sempre più complesso, sempre più sofisticato, dove pochi conoscono nulla e la moltitudine assite inerme alla devastazione di un sistema che esplora il limite della divinità, della perfezione, come un'immensa torre di babele che aspira a sostituire Dio.

Abbiamo assistito in questi ultimi anni a un passaggio di testimone, dal settore privato a quello pubblico, da quello finanziario sopratutto, abbiamo visto in alcuni post, quanto lungo e difficile sarà il percorso di sostenibilità futura dell'indebitamento. Nel fine settimana, condivideremo insieme un viaggio nella Storia con ARCHIMEDE: "La leggenda della leva finanziaria" per coloro che hanno contribuito o vorranno liberamente contribuire al nostro viaggio.

E' ora che l'economia esca dalla terra di nessuno, la finanza esca dalla sua ombra, che diventi materia quotidiana, insegnata in maniera semplice, per quanto complessa sia, senza banalizzazioni, una maggiore cultura economica/finanziari a partire dalle scuole, dalle nuove generazioni. E' ora che nelle nostre università, accanto alla matematica e all'indirizzo scientifico dell'economia, compaia la Storia, storia del pensiero economico e filosofia morale, l'economia comportamentale. Non è possibile conoscere solo " La ricchezza delle nazioni" di Adam Smith, il padre dell' Economia, bisogna scoprire e conoscere anche " La teroria dei sentimenti morali" sempre dello stesso Smith. L'economia non è altro che una branca dell' Etica. Senza Etica, professionalità, competenza, il sistema non ha futuro.

Colgo nuovamente l'occasione per ringraziare tutti i Compagni di Viaggio, per lo splendido regalo in ......SEMPLICEMENTE GRAZIE!

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La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!

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Postato da: icebergfinanza a febbraio 11, 2010 07:24 | link | commenti (4)

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Messico, il grande stato fallito

CITTÀ DEL MESSICO – L’anno per i messicani, quelli delle classi medie e popolari s’intende, è cominciata con una rabbia ancora sorda e con una preoccupazione diffusa. In un continente dove le tasse dirette sulla ricchezza sono semplicemente risibili, l’aumento dell’IVA al 16% dal primo gennaio suona come una beffa e una nuova ingiustizia. Così il governo di Felipe Calderón, che ha sulla coscienza già 16.000 morti in tre anni nella guerra del narcotraffico nella quale lo stato, la politica, l’esercito sono parte in causa, ha scelto su quali spalle far pesare l’assoluta incapacità del suo governo e del modello neoliberale di risollevare il paese: quegli 80 milioni di messicani che già hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Che però reagiscono: alla chiusura di questo articolo, l’alba di martedì in Messico, decine di blocchi stradali sono segnalati nelle principali strade del paese. Come se non bastasse l’aumento dell’IVA, non appena sconfitta la resistenza degli elettricisti di “Luz y Fuerza” e di fatto terminando la privatizzazione del settore (con il solito bla bla bla, sull’efficienza, la concorrenza e i benefici per i cittadini) la seconda cattiva notizia per i portafogli dei messicani è l’aumento indiscriminato, intorno al 5%, della stessa elettricità (sic), della benzina con la quale vanno le auto e del diesel con il quale si muovono le automobili. Un aumento del 5% che, secondo la Camera di Commercio della capitale, si rifletterà in un 5% di inflazione immediata su tutto. Sono già aumentati metro e trasporti urbani ed extraurbani, indispensabili in questa città enorme, ma a pioggia gli aumenti si rifletteranno su ogni bene di prima necessità, tortilla compresa, la base dell’alimentazione messicana. Ciò nel corso del 2010 comporterà una perdita del potere d’acquisto per i messicani a medio e basso reddito che potrebbe toccare il 20%. Non c’è bisogno di essere critico del modello neoliberale per sconsigliare in un periodo di recessione la decisione di Calderón di comprimere ulteriormente il mercato interno. Ma la stretta fiscale sembra essere l’unica carta nelle mani del governo panista. Pemex, una delle principali imprese petrolifere al mondo, che ha letteralmente mantenuto il paese per decenni e che ancora contribuisce per il 40% al bilancio dello stato è alla frutta pur avendo registrato un attivo di 14 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2009. Avrebbe bisogno di essere ristrutturata profondamente (come Petrobras o Pdvsa) per evitare quell’assurdo di esportare petrolio per importare benzina che è incapace di raffinare. Ma il governo preferisce lasciar acutizzare la crisi di Pemex per imporre la grande privatizzazione che è nei patti per i quali Calderón e il PAN (Partito di Azione Nazionale, destra conservatrice) stesso stanno governando da quasi un decennio questo paese. Se la linea del governo è chiara, altrettanto chiara è la situazione insostenibile nella quale versa la popolazione. La Coneval, un ente che misura lo sviluppo del paese, è stato chiarissimo nel suo ultimo rapporto. Il 65% dei messicani non ha accesso a servizi sociali, l’81% della popolazione è al di sotto della linea media di entrate e 5 milioni di bambini sono di fatto al di fuori di qualunque regime di assistenza. Dei quattro servizi fondamentali, salute, educazione, acqua potabile e alaccio fognario, al 70% dei messicani ne mancano almeno due. A ciò si aggiunge il fatto che la dozzina di milioni di messicani emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, è sempre più in difficoltà nell’inviare rimesse. Nel 2009 le rimesse totali sarebbero state di meno di 20 miliardi di dollari contro i 23.5 del 2008 con una costante diminuzione procapite che viene dall’anno 2000. Allora i migranti inviavano a casa 370 dollari a testa. Oggi non arrivano più a 300 e il 17% di loro sarebbe al momento disoccupato o gravemente sottoccupato. In una situazione così difficile i messicani, anche quelli meno politicizzati, masticano amaro o si riuniscono in solidarietà con chi paga le conseguenze più gravi della crisi, come è avvenuto nei mesi passati con gli elettricisti di “Luz y Fuerza”. Alla chiusura di questa nota imponenti blocchi stradali, con migliaia di trasportatori accompagnati dai sindacati degli elettricisti, che ricambiano così la solidarietà ricevuta, stanno bloccando le principali strade del paese come quella che porta da Puebla a Veracruz. Ancora squilli di rivolta dal grande stato fallito? Fonte: www.giannimina-latinoamerica.it

FINANZA/ Il fuoco amico delle banche può far a pezzi l'Europa

mercoledì 10 febbraio 2010

«L'euro continuerà a costituire uno strumento di sviluppo importante, chi pensa che possa essere rimesso in discussione sarà smentito». Così parlò il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, all'Europarlamento, che ieri ha votato sul nuovo esecutivo comunitario.

Condizione per rafforzare l'unione monetaria, ha indicato ancora Barroso, è che l'Eurozona parli «con una voce sola» nelle istituzioni internazionali e che le politiche economiche siano coordinate: «Certi politici nazionali sono contrari a un approccio più coordinato, se vogliamo rafforzare la nostra base industriale invece bisogna avere un coordinamento economico più forte».

Il periodo è «difficile ed è inutile negarlo», ma la zona euro è «in grado» di gestire la situazione, «l'euro è stato uno dei principali successi della storia dell'Ue e la zona euro ha rappresentato una area di stabilità e di creazione di occupazione», ha sottolineato Barroso, affermando che anche Eurolandia ha risentito della crisi così come paesi, come l'Islanda, che non ne fanno parte.

«La crisi non è stata creata nell'eurozona, ma è venuta da fuori. L'euro ha protetto i paesi che vi aderiscono e la situazione sarebbe stata molto più grave senza la moneta comune», ha insistito Barroso, osservando che «la situazione dei mercati finanziari a volte viene descritta in modo da ingigantire i problemi, ma queste analisi di solito vengono da paesi che non sono nella zona euro».

Per quanto riguarda la Grecia, Barroso ha ricordato l'approvazione da parte della Commissione del pacchetto di risanamento dei conti pubblici, sottolineando che questo richiede «l'azione del governo greco». Il via libera a Barroso, ieri veniva dato per scontato: bene, teniamocelo uno che parla di crisi arrivata fuori dalla zona euro, come se non conoscesse la bomba atomica pronta a esplodere nella pancia delle banche tedesche grazie alla cattiva abitudine teutonica, non solo statunitense o inglese, di agire sulla leva ed esporsi per dieci, venti volte maggiormente della riserve che si hanno in cassa.

Teniamocelo chi parla di «problemi ingigantiti da analisi che di solito arrivano da fuori la zona euro»: e prepariamoci a quanto segue. Ampiamente previsto e temuto, è infatti cominciato il “double dip”, ovvero l’onda recessiva a W, quella creata dall’eccesso di liquidità a costo zero che ha intasato i mercati e dato vita al motto “liquidity turns to equity”: di nuovo crollano le Borse dopo il rally e la speculazione trascina interi Stati sull’abisso del fallimento.

Quel che accade l’ha spiegato pochi giorni fa niente meno che Joseph Stiglitz nel modo più semplice possibile: le banche d’affari, salvate dagli Stati che si sono indebitati in modo assurdo per questo, adesso scommettono sull’insolvenza di quegli Stati (e finiscono per provocarla con i loro carichi di posizione sui cds). Per scommettere al ribasso contro il debito di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda (a quando l’Italia?) gli speculatori usano quei trilioni ricevuti dai contribuenti. Anzi, peggio.

Siccome usano i derivati, i futures, possono vendere miliardi di titoli che non possiedono nemmeno, solo anticipando un “margine” insignificante: la vendita allo scoperto, che provocò il crack del 1929, viene moltiplicata dai nuovi strumenti finanziari. A Londra stanno gettandosi in questo marasma suicida la maggior parte degli hedge funds, si scommette sul crollo del debito dei paesi dell’eurozona come su quello della crescita cinese, alimentato da strane mosse politiche che vedono Obama sempre più sulla china di un doppio binario amministrativo, leftist in tema sociale, quasi cheneyano per quanto riguarda il ruolo di superpotenza egemone degli Usa.

In Italia - e più in generale in Europa, dove dettano legge tipi alla Barroso - certe cose si finge di non vederle. A Londra, invece, ci si lavora sopra alacremente. Per fare soldi prima che sia troppo tardi. A Barclays Capital lo hanno fatto. E l’ultimo outlook sembra una lista di condannati a morte pronti a mettersi in fila per il death row: le liabilities esterne, ovvero l’esposizione netta verso l’estero, della Grecia sono all’87% sul Pil, uno scherzetto da 208 miliardi di euro. Quelle spagnole si attestano a quota 91% del Pil (950 miliardi di euro), quelle portoghesi al 108% sul Pil (177 miliardi di euro), quelle irlandesi al 63% (123 miliardi), quelle italiane al 23%, ovvero 347 miliardi.

Uniamo quel pozzo senza fondo di esposizione non ripagabile causa default tecnico e fine della carità da parte del Fmi e della Banca Mondiale che è l’Est europeo e il titolo di quella che possiano definire eurozona allargata di Club Med, Irlanda e Balcani tocca quota 2 trilioni di euro di esposizione netta. Barroso non lo sa, lui si limita ad accusare chi fa analisi troppo catastrofiche: se lo sapesse - o non fingesse di ignorarlo - forse sarebbe meglio. Siamo a livello, per capirci, della messe di porcherie finanziarie accumulatesi nell’era Greenspan unendo subprime/Alt-A, CDO e SIVS: insomma, una bomba ulteriore pronta a fare boom.

E sulla cui esplosione in molti stanno puntando forte: talmente forte da portare, come conseguenza diretta, il peggioramento “artificiale” della situazione sull’assicurazione del debito e quindi il premio che questo richiede. Siamo al paradosso che se anche la Grecia metterà in atto il suo piano di riforme draconiano - e con essa Portogallo e Spagna - questo non escluderà il rischio di default, poiché i mercati “decidono” chi deve fallire, non si limitano a osservare e comportarsi di conseguenza. Chi opererà in Borsa, nel futuro, potrà fregarsene di conoscere punti di resistenza, triangoli ascensionali e discensionali di un titolo, andamento ciclico, linee di trend e quant’altro: ormai, si gioca duro.

I titoli, le Borse regolamentate, sono preistoria. L’euro, nei fatti, ha trasformato il rischio di cambio in rischio di credito: lo sa Barroso, lo sa Trichet, lo sanno tutti. Visto che Landesbank, in Germania, ha comprato cedole spagnole ritenendole sicurissime, salvo poi vedere il mercato immobiliare iberico esplodere. I titoli subprime AAA a 10 anni pesano nei bilanci esattamente come quelle emissioni avvelenate giunte da Madrid e dal suo paradiso economico artificiale: ora la bomba è innescata, o si scarica in qualche modo - ovvero facendo indebitare ulteriormente i governi - o si salta.

E il destino appare poco differente scegliendo tra le due opzioni: non far nulla significa naufragare, metter mano al debito per intervenire la stessa identica cosa. E gli hedge funds, questo lo sanno. La quota di debito statale da ripagare quest’anno per la Spagna è del 17% sul Pil, peggio del 12% della tanto vituperata Grecia: ma Barroso, questo non lo sa. Non vi ricorda qualcosa questa situazione? Non vi ricorda terribilmente l’inizio del 2009 e il rischio di default sistemico dell’Est europeo, con possibile contagio delle borse globali, del mercato delle commodities e degli indici di credito iTraxx?

Beh, all’epoca ci pensarono G20 e Fondo Monetario a mettere in campo uno scudo da 750 miliardi di dollari che evitasse il cataclisma: oggi chi può farlo? Pensate davvero che esistano ancora margini per manovre di stimolo a costo zero? Pensate davvero che l’America, alle prese con il rischio iper-inflattivo innescato dal dato di crescita fuori previsione, si farà molte remore nel mandarci a fondo se questo servirà a colpire noi ma soprattutto uina parte del mercato di export e diversificazione monetaria della Cina? I contratti al Chicago Mercantile Exchange (Cme), un barometro molto consultato dai grandi speculatori internazionali, dimostrava dati alla mano che la scorsa settimana le posizioni di short netto contro l'euro sono salite in un giorno da 39.500 contratti a 43.700, per un controvalore di 5,5 miliardi di euro.

E la Germania, cosa farà? Accetterà il suo destino insieme agli amichetti europei in nome dello spirito comunitario o scaricherà il Club Med e opterà per un deutsch mark II in logica di peg? Molti di voi si chiederanno: ma allora cosa si dovrebbe fare per evitare questo scenario catastrofico? Occorrerebbe seguire l'esempio di Hong Kong, che durante l'attacco speculativo del 1997-1998 ha alzato i tassi di interesse, e i governi dovrebbero intervenire direttamente sui mercati finanziari. Avranno il coraggio di farlo?

Domande che occorre cominciare a farsi, perchè il tempo stringe e nelle sale macchine dei fondi speculativi i motori vanno a tutta forza. Speriamo non disturbino troppo i sonni di Barroso.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/2/10/FINANZA-Il-fuoco-amico-delle-banche-puo-far-a-pezzi-l-Europa/66178/

Ma noi ne usciremo meglio di altri – 10

Wednesday, 10 February, 2010

in Economia & Mercato, Esteri, Italia

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Istat comunica che nel mese di dicembre 2009, sulla base degli elementi finora disponibili, l’indice destagionalizzato della produzione industriale italiana ha segnato una diminuzione dello 0,7 per cento rispetto a novembre 2009.

La variazione della media del quarto trimestre rispetto a quello precedente è pari a meno 0,8 per cento. L’indice della produzione corretto per gli effetti di calendario ha registrato a dicembre una diminuzione tendenziale del 5,6 per cento (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di dicembre 2008). Nella media dell’intero anno 2009 l’indice ha presentato una diminuzione del 17,5 per cento.

Ora potremmo dirvi che su base mensile siamo andati meglio della Germania, che ha registrato un calo del 2,6 per cento, in misura non marginale imputabile alle avverse condizioni meteo, ma in quel caso saremmo costretti a segnalarvi anche che, sempre in dicembre, la Francia ha registrato una flessione della produzione industriale di solo 0,1 per cento, con revisione al ribasso del dato di novembre (da più 1,1 a più 0,6 per cento). Anche la Francia ha fatto molto peggio delle attese, che ipotizzavano un incremento dello 0,5 per cento. Il tendenziale francese di produzione industriale a dicembre è pari a meno 2,3 per cento, ma nel quarto trimestre la produzione è almeno cresciuta dello 0,1 per cento.

Oggi è uscito anche il dato britannico, l’unico che abbia battuto il consenso, a più 0,5 per cento mensile, grazie alla maggiore vivacità della produzione manifatturiera (che si somma a quella mineraria e delle utilities per dare il dato complessivo di produzione industriale), che nel mese è cresciuta dello 0,9 per cento.

L’impressione di fondo è che, al netto del rumore statistico mensile, sia in atto un rallentamento generalizzato nell’attività. E, come ben sapete, quando si tratta di rallentamenti, il nostro paese non è secondo a nessuno, come dimostra il “rosso” sul dato del quarto trimestre, che ovviamente peserà sul Pil. E pare che tutto ciò non sia scritto su Topolino.

Update: puntuale come un treno svizzero, ecco lo straniato commento al dato del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che ricorda molto le dichiarazioni di Trapattoni su baratro e barattolo:

«L’Istat ci consegna in modo formale quello che abbiamo verificato quotidianamente, nel momento in cui c’è stata una gelata della domanda beni e servizi. Ora confidiamo che la ripresa, pure se in termini di discontinuità e selettività, progressivamente ci consenta di recuperare, come già stiamo facendo per fortuna, anche se purtroppo in modo disomogeneo»

E così spero di voi.

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CREDIT DEFAULT SWAP: SCOPERTO IL MONELLO?

Proviamo ora a dare un'occhiata al mondo dei CDS Credit Default Swap, da una nuova prospettiva offertaci da Luigi Zingales e Oliver Hart sul SOLE24ORE.: (...)Le banche assomigliano a grandi investimenti a margine. Comprano gran parte delle loro attività con denaro prestato. Il regolatore potrebbe indurle a raccogliere più capitale effettuando una richiesta di deposito al momento giusto. Purtroppo, sulle sponde dell'Atlantico, le autorità di regolamentazione si sono dimostrate lente di riflessi. Proprio perché è difficile per una banca raccogliere capitali in tempo di magra, è anche difficile per un regolatore effettuare una richiesta di deposito. Questo problema può essere risolto con una soglia automatica basata sui tanto denigrati Cds (Credit default swaps). I prezzi dei Cds forniscono un'informazione aggiornata sul rischio di rimborso di un determinato debito: si potrebbe imporre al regolatore di effettuare una richiesta di deposito ogni volta che il prezzo Cds del debito di una banca supera una certa soglia, ad esempio una media di un punto percentuale rispetto al mese precedente. Una soglia verificabile, basata sul mercato, mette al riparo dal rischio che il regolatore ritardi il momento dell'intervento. Con tutti i suoi difetti, il mercato dei Cds è stato capace di prevedere con esattezza gli istituti più a rischio, da quando è iniziata la crisi. Se fosse stata in vigore questa regola, le banche sarebbero state costrette a emettere azioni nell'autunno 2007 e nei primi mesi del 2008, evitando la spirale a cui abbiamo assistito nell'autunno 2008. Oltre a rimuovere il problema dell'azzardo morale nell'attività bancaria, questa regola ha il pregio di essere equa. Perché i regolatori dovrebbero trattare le banche diversamente da come le banche trattano i loro clienti? (...) I prezzi dei Cds forniscono un'informazione aggiornata sul rischio di rimborso di un determinato debito(...) Con tutti i suoi difetti, il mercato dei Cds è stato capace di prevedere con esattezza gli istituti più a rischio, da quando è iniziata la crisi.(...)
Uhm....non ne sono proprio convinto, anzi non ne sono per nulla convinto. Sarebbe interessante come proposta se non che, come spesso accade, sarebbe come dare in mano la gestione di un parco naturale ad un braconiere, piuttosto che a una guardia forestale, visto l'alto livello di concentrazione e opacità con risvolti sistemici, del mercato dei CDS, un'esclusiva di alcuni grandi gruppi bancari, come abbiamogià visto nella prima parte del tritico: CREDIT DEFAULT SWAP: IL MONELLO!
Potrebbe inoltre essere utilizzato anche come arma per "guerre finanziarie" , vista la nebbia che circonda il "campo di battaglia" del mercato dei CDS, decisamente OTC. Chi assicura il regolatore che i CDS siano espressione unica e reale del rischio sul debito dell'emittente e non l'oscura trama di qualche saga finanziaria, messa in atto da coloro che non detengono il debito, ma che intendono speculare contro questa o quella realtà imprenditoriale o sovrana? Dire che il mercato dei CDS è stato capace di prevedere gli istituti più a rischio, mi pare francamente azzardato, anche perchè nel fallimento della Lehmen Brothers o del quasi fallimento della AIG, i movimenti sulla scacchiera dei CDS, sono stati alquanto misteriori. Occorre non dimenticare che molto probabilmente, gli stessi strumenti sono stati utilizzati dagli hedge fund per "allarmare" i mercati sulla situazione finanziaria delle banche per poi "allegramente" shortarli con le "naked short selling" vendite allo scoperto senza il possesso dei titoli. Da voci di mercato sembra che alcuni fondi hedge e una non meglio identificata, istituzione finanziaria americana si siano divertiti lanciando candelotti di dinamite sull'Europa.
Ci sono alcune piccole sorprese in questo post, nessuna novità sia chiaro per noi di Icebergfinanza, ma giorno dopo giorno, i contorni di questa crisi, si fanno sempre più evidenti.
E' incredibile questa nemesi, gli Stati e la politica monetaria hanno "parzialmente" salvato il sistema bancario, mentre la liquidità, come un vero e proprio boomernag sta tornando in faccia agli stessi Stati, se è vero che Morgan Stanley, come scrive il Sole24Ore di oggi, sta invitando i propri clienti a shortare addirittura il BUND, la Germania, ovvero vendere i titoli del debito tedesco allo scoperto.
Addirittura come avviene per il Portogallo come pubblicato da Bloomberg, vengono assunte alcune banche per aiutarlo a piazzare obbligazioni sul mercato ad alto onere, nel tentativo di ridurre il deficit di bilancio. Il Portogallo, prevede di emetter, 10-year notes in euro, appoggiandosi a Barclays Capital, Banco Espirito Santo SA, Credit Agricole CIB, Goldman Sachs Group Inc. and Societe Generale SA . Come sempre la "mano di dio" Goldman Sachs è onnipresente.
Come dice un nostro caro amico del blog, o mi concedi il “deal” per piazzarti l’emissione obbligazionaria con tanto di commissioni stellari o i tuoi CDS sono in pericolo.
Ora ascoltate questa, sempre che la notizia sia reale, visto che le parti in causa si sono rifiutate di rilasciare dichiarazioni.
In attesa che la nebbia si dissolva su questa vicenda, DER SPIEGEL ci racconta che Goldman Sachs avrebbe aiutato la Grecia ad approfittare di un vuoto normativo al fine di ridurre la vera entità del proprio deficit.
Sembra che i politici greci, all’inizio del 2002, dietro suggerimento degli esperti Goldman Sachs, abbiano messo in piedi un cross-currency-swap, il cui debito pubblico espresso in dollari e yen è stato espresso in euro per un certo periodo e successivamente riproposto nella divisa originale in data successiva.
Tassi di cambio fittizzi, importi sovradimensionati, crediti supplementari segreti, nulla da dire, il giardino del diavolo è completo, peccato che talvolta dimentichi di coprire le pentole con i coperchi.
Ci manca solo che le banche di affari e i loro analisti ora incomincino a downgradare il debito corporate, delle imprese finanziarie e non, delle varie nazioni sotto tiro e poi il gioco è fatto.
Oggi l'agenzia di rating S&P ha messo sotto osservazione con implicazioni negative il rating delle ex cenerentole finanziarie Citigroup e Bank of America, giocando con i vari rating interni alla struttura finanziaria, alzandone alcuni e diminuendone altri.
Ebbene, non dimenticatevi questi due nomi, come Vi ricorda Icebergfinanza da ormai due anni, nell'ordine, Citigroup e Bank of America, sono le probabili prossime candidate alla madre di tutte le nazionalizzazioni della storia.
Vi lascio con un quesito particolarmente intrigante, destinato a Voi tutti miei caricompagni di viaggio! Secondo Voi chi è stata la persona che ha coniato, l’acronimo PIGS, modificato poi in PIIGS, per non lasciare fuori nessuno, in quale realtà finanziaria lavora?
Restate sintonizzati sulla tempesta perfetta, perché la madre di tutte le crisi non ha ancora concluso la sua nemesi e come spesso ho sottolineato, le perdite radioattive dalle varie centrali nucleari derivate, sono il sintomo della prossima possibile crisi sistemica.

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La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!

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Postato da: icebergfinanza a febbraio 09, 2010 17:54 | link | commenti (14)

credit default swap

http://icebergfinanza.splinder.com/post/22212212/CREDIT+DEFAULT+SWAP%3A+SCOPERTO+

Il "tempismo" del Crac è per Questa Estate al Massimo

  • 00:32 10/02/10
  • Il "tempismo" del crac è per questa estate al massimo, è quasi matematico che non possa essere oltre, l'incognita è da dove inizi, se dalle borse, dal dollaro o altre valute come la sterlina su cui si crea un panico, dai titoli di stato USA o inglesi o giapponesi. Ma come tempistica da diciamo forse fine aprile per stare sicuri devi fare dei piani precisi perchè può essere un evento traumatico. Il "tempismo" del crac è "da Maggio-Giugno in poi..." per motivi molto semplici: 1) entro Aprile sia la Banca di Inghilterra che la Federal Reserve avranno cessato tutti i loro acquisti di debito pubblico e di debito cartolarizzato lanciato all'inizio dell'anno scorso. La la Banca di Inghilterra ha in realtà già finito con la settimana scorsa e non a caso la prima piccola slavina dei mercati ha coinciso con la decisione degli inglesi di terminare il cosiddetto "quantitative easing" (espressione inglese elegante ed intraducibile in italiano in senso letterale che significa: Stampano-Moneta-e-la-Usano-per Comprare-Titoli di stato e titoli del debito cartolarizzato con dentro mutui e altro) 2) tutti i cedimenti di borsa seri sono sempre iniziati tra Maggio e inizio Settembre, le uniche eccezioni le hai quando hai avuto un crollo giù prima così spettacolare, come nel 2008, che per forza di cose se hai perso un -50% nei 12 mesi precedenti un rimbalzo lo fai poi anche "non stagionale". Ma quando il mercato è orso e nei 6-10 mesi è precedenti è stato positivo il cedimento è sempre concentrato tra giugno e settembre, a volte si anticipa a maggio. 3) La Cina ha iniziato una prima stretta del credito a metà gennaio e gli effetti si sentiranno tra circa 3-4 mesi con un crollo dell'immobiliare. la Cina ha "toppato" come mercato con i soliti sei mesi di anticipo come nel 2007, il top dell'indice di Shangai è stato il 2 agosto 2009 e il top delle borse occidentali il 10 gennaio scorso 5 mesi e mezzo prima, nel 2007 furono sei mesi pure di distanza. Se tutto va come previsto dovresti vedere Shangai a -50% dal top del 2 agosto entro maggio-giugno, al momento ha fatto -22% dal top del 2 agosto, non sembra ma sta franando veramente assieme alla Spagna e Grecia. Se entro maggio-giugno hai Shangai a -50% dal top del 2 agosto allora hai la conferma 4) In autunno in USA ci sono delle elezioni per Congresso e Senato e dato il trend catastrofico dell'occupazione un due mesi prima circa i politici con seggi contesi ed Obama andranno nel panico e cominceranno a menare colpi a destra e a sinistra 5) l'effetto delle misure straordinarie (tassi di interesse a zero, "quantitative easing", salvataggi diretti di banche, aumenti di spesa sociale e pubblica...) lanciate tra fine 2008 e inizio 2009 comincerà a ridursi dopo un anno circa e i deficit dei singoli stati USA e dei paesi più indebitati sono tutte bombe ad orolegeria che peggiorano già ora di mese in mese, ci sono almeno 10 stati USA, California, Nevada, New Jersey, Wisconsin... che sono messi come la Grecia 6) Come ciliega sulla torta hai la "tensione con l'Iran" che non rimarrà così sempre sospesa in modo indefinito se leggi le dichiarazioni degli ultimi mesi e settimane e troverà un qualche sbocco. Le guerre in Medio Oriente ed altrove sono state sempre in questo periodo che coincide con quello "Orso" per le borse di giugno-settembre: (I Guerra Mondiale : agosto 1914, II Guerra Mondiale: 2 settembre 1939, Operazione Barbarossa: giugno 1941, Guerra dei Sei Giorni: 10 giugno 1967, Guerra dello Yom Kippur: settembre 1974, Guerra del Golfo in Kuwait: 2 agosto 1990, Strage delle Due Torri: 11 settembre 2001...)
  • http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=1162&reply_id=214983

Le Radici della Crisi

  • L'"austerità"
  • 01:36 10/02/10
  • Lo strategista della maggiore banca inglese si schiera oggi per l'"Austerità" come tema del 2010 la quale Austerity implica un S&P sotto 1.000 punti entro fine mese e sotto 800 entro l'estate con possibilità di andare sotto 666 e altre borse su valori proporzionali A RBS vedono l'"Austerità" cioè i governi che ritirano gradualmente ma inesorabilmente gli stimoli fiscali e monetari per non rischiare di essere travolti da crac stile Grecia o Dubai. Per cui il menu "orso classico" che propone è Buy Dollaro Sell Petrolio, Commodities e Oro Sell S&P DAX MIB CAC FTSE e tutte le borse emergenti o quasi Buy Bund e Bobl in primo luogo e poi anche Treasury USA
    Bob Janjuah, chief strategist at RBS, who is convinced — now more than ever — that the policy-sponsored excess liquidity-enabled buy fest is over. I now think we have begun the 3rd and final leg of the multi-yr bear mrkt which began in 2007 and which SHOULD, hopefully, finish late this yr, but which COULD (hopefully not) drag on deep into 2011. This new bear leg SHOULD see S&P trade sub-1000 this mth. After which we can bounce a little (back up to 1080/1100) over late Q1/early Q2. However, this I think will then be followed by a move down at least into the low 800s in Q2/H2 10, and depending on how policymakers behave, potentially down towards/to New Lows And I think the USD will do OK and Gold won’t – assuming of course the US IS on an austerity path. Look for the iTraxx XO index to trade in the hi-500s in the next few weeks, and if the move to low-800s S&P is correct, XO will be north of 750. At the same time we’ll see old economy 10-yr govvie yields well below 3% – 2.5%? And of course volatility, esp. in risky assets, will rise significantly, with market liquidity falling significantly. I will be forced to chge my mind if S&P reverses in the next few days/wk or so and manages to break out and close above 1120 for 3/4 consecutive days. What then is driving Bob’s thinking? Partly it’s the attack on the European periphery, but also the people: Dear Readers, it seems to me that the events of the last few wks now tend to imply that we ARE headed towards Austerity in the US, something which is already clearly the case in China and the Eurozone. The UK will hopefully make this leap over the next few weeks/mths, before its too late – hopefully. The QE announcement by the BoE last week was a decent step in the right direction. But we need fiscal solutions too – clear and credible ones. We in the UK shud not desire/be happy to be in a Gang of 2, with Japan. Surely policymakers in the UK know that this is NOT a club we want or shud be part of. After all it has ‘failed’ Japan for over 20yrs, and in any case, we do not have the domestic savings or current acct surpluses to afford such reckless luxuries (QE, excessive deficits/debt) for another qtr or 2, let alone another year or 10. In Austerity the game is up for deficit primed grwth and for uber easy money. Grwth and bubble gains in risk assets are relegated to the backseat of the bus. Balance sheet repair and prudence are the new drivers of the bus, in turn driven by The People (the private sector). Policymakers will do what The People want, or risk losing THEIR jobs. In Austerity deflation rules, as do Govvies, very High Quality Credit and only the highest quality big cap global equities/best earnings streams. Currencies do OK. Commodities (gold, crude) don’t. Let’s see what happens. But clearly the events of recent weeks SEEM like a game changer. Time will make it all clear but for me the odds have definitely shifted in favour of Austerity sooner rather than later and in favour of the view that we HAVE already seen the equity highs and spread tights for the post-March 09 risk asset rally.
  • http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=6291&reply_id=214993

Seoul: nord-coreani a rischio fame. Pyongyang ammette: politiche monetarie sbagliate

Nel 2009 si è registrato nella produzione un calo di 200mila tonnellate di grano rispetto all’anno precedente. Per sfamare l’intera popolazione servono 5,4 milioni di tonnellate, ma nel 2009 il raccolto non ha superato i 4,1 milioni. Il regime conferma che la crescita dell’inflazione è causata dalla rivalutazione monetaria e chiede scusa ai nord-coreani.
Seoul (AsiaNews/Agenzie) – La carenza di derrate alimentari in Corea del Nord nel 2010 è destinata a peggiorare. Lo scorso anno la produzione di grano è diminuita in modo sensibile e la popolazione è a rischio fame. È quanto ha affermato oggi un funzionario sud-coreano, in condizioni di anonimato. Una crisi ammessa anche dalla leadership del regime comunista nord-coreano: il "Caro leader" Kim Yong Il, infatti, si “scusa” con la popolazione per l’inflazione causata dalla rivalutazione monetaria e promette migliori produzioni per garantire cibo a ogni cittadino.
Una fonte del Ministero sud-coreano per l’unificazione sottolinea che, nel 2009, Pyongyang avrebbe prodotto 4,1 milioni di tonnellate di grano, con una diminuzione di 200mila tonnellate rispetto al 2008. Un dato di molto inferiore ai 5,4 milioni di tonnellate di grano annui, necessari per soddisfare la domanda interna e sfamare 24 milioni di cittadini.
Le stime fornite dal governo di Seoul si basano sulla simulazione elaborata dalla Rural Development Administration, che ha analizzato i dati sulla produzione forniti dalla Corea del Nord, comparandoli con altri elementi quali clima e condizioni del suolo. La diminuzione di circa 1,3 milioni di tonnellate di grano equivale a quasi quattro mesi di scorte alimentari.
Il calo della produzione è aggravato dalla sospensione delle forniture di fertilizzanti provenienti da Seoul – a causa delle tensioni sul nucleare e gli esperimenti missilistici voluti da Pyongyang – e il rifiuto, nel marzo scorso, di un consistente blocco di aiuti umanitari dagli Stati Uniti.
La grave crisi umanitaria in Corea del Nord è ammessa anche dai vertici del regime nord-coreano, che riconosce – a denti stretti – di aver promosso politiche economiche fallimentari. Secondo l’associazione Good Friends, gruppo umanitario sud-coreano attivo nel Nord, il premier Kim Yong Il si sarebbe scusato per “l’inflazione causata dalla rivalutazione monetaria” promossa lo scorso anno.
Essa avrebbe generato “confusione e rivolte”, per la mancanza di chiarezza sul prezzo dei beni al consumo e delle derrate alimentari. Tanto da far tornare il baratto come metodo di commercio fra la gente. Per il 2010 la leadership di Pyongyang ha assicurato che “la priorità sarà la risoluzione del problema cibo” e assicurare un pasto a tutti i cittadini nord-coreani. http://www.asianews.it/notizie-it/Seoul:-nord-coreani-a-rischio-fame.-Pyongyang-ammette:-politiche-monetarie-sbagliate-17586.html