Banche Banche delle mie brame...chi è la "messa peggio" del Reame?

 


Standard & Poor’s, la più importante società di rating al mondo, in un suo studio ha lanciato l'allarme: la maggior parte delle più grandi banche del globo è sotto-capitalizzata ed entro i prossimi 18 mesi potrebbe subire una bella bocciatura nel giudizio di affidabilità (downgrade).
Delle 45 banche messe sotto esame, la maggior parte sono SOTTO al livello di sicurezza dell'8% di risk-adjusted capital (RAC) ratio, un nuovo parametro messo a punto da S&P per anticipare le nuove e più severe normative di capitalizzazione bancaria che entreranno in vigore ad inizio 2010.
Alcune Big Banks sono AMPIAMENTE SOTTO al livello di guardia.
Vedi qui di seguito le ULTIME DELLA CLASSE, quelle più sottocapitalizzate e dunque MENO SICURE di fronte alle possibili Tempeste che la Grande Crisi può ancora riservare.

...Every single bank in Japan, the US, Germany, Spain, and Italy included in S&P's list of 45 global lenders fails the 8pc safety level under the agency's risk-adjusted capital (RAC) ratio. Most fall woefully short.
The most vulnerable are (N.d.R. 8 è il livello minimo di sicurezza)
Mizuho Financial (2.0), Citigroup (2.1), UBS (2.2), Sumitomo Mitsui (3.5), Mitsubishi (4.9), Allied Irish (5.0), DZ Deutsche Zentral (5.3), Danske Bank (5.4), BBVA (5.4), Bank of Ireland (6.2), Bank of America (5.8), Deutsche Bank (6.1), Caja de Ahorros Barcelona (6.2), and UniCredit (6.3)....

Il parametro del RAC cerca di sopperire alla dimostrata inadeguatezza di altri vecchi parametri di giudizio come il Tier1 secondo il quale la maggior parte delle banche oggi sarebbero in salute...e secondo il quale, prima del quasi-collasso dell'intero sistema bancario mondiale, le banche risultavano essere sempre in salute....
Infatti questi vecchi parametri sono più quantitativi che qualitativi e dunque non distinguono tra il leverage bancario high-risk e quello low-risk.
La "spazzatura" dunque riesce ad essere ben mimetizzata nelle pieghe dei bilanci bancari ed all'improvviso...pafff...ci si trova sull'orlo del collasso...
Vedi in questo Blog Come ti trasformo una catapecchia in una villa a Portofino

Secondo le nuove normative, le banche dovranno in molti casi addirittura quadruplicare il capitale per coprirsi dai rischi del trading, dei crediti deteriorati, degli investimenti a rischio: questo vorrà dire maggiore sicurezza in futuro MA oggi vuole dire UN SUPER CREDIT CRUNCH, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.
Del resto il concetto è semplice: è stato fatto il passo molto più lungo della gamba ed adesso questo passo va accorciato. Punto a capo.
Scordatevi dunque di cambiare l'Iphone ogni 6 mesi solo perchè è uscito di un colore nuovo...
Se invece avevate qualche problemino MENO VOLUTTUARIO...beh temo che diventerà un problema più grosso.

Interessante ancora notare come le banche "peggiori" siano le Giapponesi perchè sono banche molto Hedge-funds, molto esposte su capitali ibridi (ovvero poco trasparenti sul rischio) e sui portafogli azionari, spesso oltre il 50% del loro capitale.
Ed anche le banche Tedesche sono tra le "peggiori della classe" perchè molto esposte sugli asset-backed securities (ABS) ovvero su uno degli assets tossici per eccellenza.

Una curiosità: le banche Cinesi (attualmente le maggiori del mondo) non sono state incluse nello studio di S&P....Dati non pervenuti?
Se le nostre banche posso essere definite OPACHE, quelle cinesi non trovano definizione....
Anche perchè sostanzialmente sono banche STATALI che vogliono giocare AL CAPITALISMO...

La conclusione dello studio di S&P viene riassunta con queste parole:
Concentrarsi nel passato solo sul leverage bancario è stata la ricetta per finire nelle grane.
In questo modo le banche sono state incoraggiate ad optare per assets rischiosi – trattandoli alla stregua di titoli di stato di prima qualità - assets che in ogni caso potevano essere dissimulati “fuori bilancio”.
Le regole hanno creato solo UN'ILLUSIONE DI SICUREZZA.

In ogni caso...che sia il RAC, il Tier1, il Core Tier1, il il Piff od il Paff...a me non interessa.
Ed il mio giudizio sulle famigerate AGENZIE DI RATING è meglio censurarlo...
Però...gira e rigira il concetto è sempre lo stesso: le banche sono sotto-capitalizzate, fanno più da Hedge-funds speculativi che da banca tradizionale, sono poco trasparenti od addirittura OPACHE, si fanno totalmente gli affaracci loro anche se cercano di passare come delle istituzioni "ad utilità sociale".
Una cosa è certa: HANNO PERSO LA NOSTRA FIDUCIA (se mai ce l'avessero avuta...).
E tutto questo accade anche se gli Stati le hanno riempite di soldi nostri, accade anche se si è fatto un gran parlare di riforme del sistema e nuove regole, accade anche se le Istituzioni ed i mass-media hanno messo in piedi una "ipnosi di massa" per ristabilire la confidence psicologica senza che ancora sussistano le basi REALI della fiducia (come dimostra anche S&P).
Vedi in questo Blog Ipnosi di Massa
Prima di tutto va ricordato che LE BANCHE non sono istituti di beneficienza con un primario obiettivo di utilità sociale ma sono aziende private che mirano primariamente al profitto dei loro azionisti: fin qui nulla di male, anzi è assolutamente LECITO.
L'utilità sociale della banca si manifesta SOLO SE COINCIDE con il profitto per gli azionisti: non dimentichiamolo MAI.
Il VERO problema come sempre è di MENTALITA' perchè le banche sono diventate troppo speculative, troppo tirate, troppo orientate ad un profitto estremo a qualunque costo ed all'inseguimento di target stellari.
Un anno faccio +10%, l'anno dopo DEVO fare +20% e quello ancora dopo +30%: se il manager responsabile ce la fa si becca un super-bonus e se non ce la fa finisce fuori dai giochi.
Naturalmente con una mentalità di questo genere (a livello gobale) SONO COSTRETTO A RISCHIARE, ad alzare la posta, a giocare pesante....ed il rischio che il banco salti AUMENTA ESPONENZIALMENTE.
Ed ecco che se il banco rischia di saltare...allora sbuca fuori l'utilità sociale della banca, il rischio sistemico e quindi DEVE INTERVENIRE LO STATO con i soldi nostri...
Ed a questo punto C'E' QUALCOSA CHE NON TORNA: leggete il mio articolo Antica Filosofia Bancaria e capirete...

MORALE DELLA FAVOLA

"Non conosco il bilancio di una società che non sia falso"...
La leggenda metropolitana narra che questa frase sia da attribuirsi nientepopodimeno che ad Enrico Cuccia, il mitico Presidente di Mediobanca, il fulcro per 40 anni della finanza e dell'economia italiane, l'eminenza grigia più potente della Penisola, la "vecchia volpe"...
A FORTIORI un bilancio bancario io non lo prendo nemmeno in mano: quasi inutile analizzarlo e credo che nessuno realmente ci capisca qualcosa...a parte quello che ci sta scritto...
Meglio procedere per via indiretta: si analizza cosa succede nella realtà e si deduce lo stato di salute del sistema bancario...

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Pubblicato da Beatotrader a 9:54 AM 0 commenti

Etichette: banche, sottocapitalizzato, Standard Poor's

http://lagrandecrisi2009.blogspot.com/2009/11/banche-banche-delle-mie-bramechi-e-la.html

OCCORRE CAPIRE I MONDI ALTERNATIVI DI MAZZALAI, LO SCIOPERO DI BARRAI,LE PROVOCAZIONI DI BENETAZZO,GLI ARTICOLI DI BARNARD E..

 

Cari amici,

noi condividiamo le azioni di coloro che in questi mesi ci hanno insegnato cosa c'era e cosa ancora c'è dietro questa crisi,quali erano i motivi per cui é scoppiata e quelli che permangono irrisolti.Le persone citate nel titolo hanno messo in rete, a disposizione di tutti, gratuitamente,il loro "sapere" le loro conoscenze,le loro analisi, hanno solo chiesto dei contributi per coprire le spese a cui andavano incontro, poiché per entrare e fare  ricerche su siti e/o blog internazionali si  deve anche pagare. Questo lo sanno bene i frequentatori dei blogs di economia e finanza!

Amici, noi pensiamo che lo sciopero di Barrai sia semplicemente per arrivare a contarci, per capire quanti di noi hanno veramente voglia di cambiare e quindi di mettersi in gioco, quanti di noi credono che sia nostro dovere "alzare la testa" per non farci schiacciare dal sistema.

Stesso dicasi per Mazzalai, sono mesi e mesi che cerca di "educarci" ma siamo duri di cervice ,non tutti comunque, fatto sta che ad Assisi ci sarà un nutrito gruppo dei simpatizzanti di Andrea e di Paolo, due persone splendide, ognuno con la propria personalità e che insieme saranno una forza per noi che crediamo nella possibilità di cambiare seppur a piccoli passi.

Amici, noi nel nostro piccolo, abbiamo fatti nostri i problemi di molti con l'obiettivo di conoscerci di  fare gruppo perchè abbiamo capito che da soli non saremmo andati da nessuna parte. Unirsi per dibattere, confrontarsi e poi cercare di dare delle soluzioni e non delle false speranze senza avere la pretesa di possedere la risoluzione a portata di mano.

Coloro che hanno questa spinta interna,questa nuova coscienza, sono invitati a "svegliarsi" a posare le pantofole e sopratutto a deporre l'egoismo  per lasciare lo spazio alla cooperazione spontanea,non burocratizzata, quella semplice che nasce dal cuore, quella che ti fa toccare con mano quanto contano gli amici nel momento del bisogno, sono un tesoro inestimabile..............

Buona giornata a tutti

PS. fatevi un giro nei post al tag "controllo globale"

scritto da: FRUIMEX alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: economia, crisi, debito pubblico, controllo globale, finanziario, acqua privatizzata

http://fruimex.splinder.com/post/21754677/OCCORRE+CAPIRE+I+MONDI+ALTERNA

Acqua privata: ci costerà dal 30 al 40 per cento in più.

 

Post n°1895 pubblicato da lucarossi82

Tag: ambiente, curiosità, politica, società

Acqua privata: ci costerà dal 30 al 40 per cento in più.

Posted by Winston Smith in novembre 22nd 2009 

Acqua-privata

Però sarà un’acqua ottimista.

Emilio Molinari spiega i probabili effetti futuri sulle bollette dell’acqua, e non solo. Il video è diviso in tre parti, seguiti i link all’interno del filmato:

Maggiori informazioni su acquabenecomune.org

http://www.youblob.org/2009/11/22/acuqa-privata-ci-costera-dal-30-al-40-per-cento-in-piu/

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http://blog.libero.it/bigblogworld/8035674.html

E se ci riscaldassimo tutti a legna? (breve trattato per annichilire rapidamente i nostri boschi)

 

posted by Frank Galvagno

Nell'immaginario collettivo è piuttosto diffusa l'idea che, un giorno, torneremo tutti a riscaldarci con la cara vecchia legna. Questo, soprattutto a causa dell'aumento dei prezzi della bolletta del gas (o del GPL, o del gasolio, con poche differenze), accompagnato anche dalle cattive notizie di "disponibilità strategica" del gas russo che arriva all'Europa via gasdotti che attraversano Stati "politicamente instabili" (uno su tutti, l'Ucraina).

Personalmente, trovo l'idea particolarmente affascinante e pittoresca; questo, da un punto di vista psicologico. Proviamo, invece, ad approcciare il problema sotto una visuale un po' più scientifica.

La domanda è: abbiamo abbastanza legna? Gettando un'occhiata di massima alle riprese aeree televisive domenicali delle trasmissioni dedicate al verde, verrebbe da rispondere affermativamente. In realtà, le cose non sono così semplici. Prendiamo ad esempio una regione come il Piemonte, che non è sicuramente povera di boschi (per rapporto ad altre regioni italiane). L'analisi va però fatta relazionando la superficie boschiva con il n° di persone (meglio: unità abitative) e con il fabbisogno unitario, quest'ultimo legato al grado medio di isolamento termico delle abitazioni. Non solo: occorre considerare un "flusso" legnoso compatibile con la velocità di rinnovamento dei boschi, pena il loro impoverimento (intaccamento della biomassa "capitalizzata") e il rischio reale di overshooting della risorsa.

Bene, questo studio è stato effettuato dall'IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente), ed è stato presentato in ottobre 2007, in sede di convegno ad Alpi expo. Tra le altre cose, è stato calcolato che la ricrescita in tutto il Piemonte sarebbe sufficiente per il riscaldamento di circa 40.000 abitazioni  su circa 1.700.000 (ipotizzati 100 m2 medi per abitazione). Vale a dire, meno del 3% delle famiglie piemontesi.

Se ci si volesse ostinare a sostituire "militarmente" gli altri combustibili fossili per riscaldamento con la legna, l'ovvia conseguenza sarebbe il rapido impoverimento dei boschi, con tutti i problemi conseguenti di ricrescita vegetale e di erosione dei suoli.

In realtà, da questo documento-studio si evince (alla slide "consumi di biomassa solida") che il contributo energetico al riscaldamento in Piemonte è di circa l'11%, circa 4 volte superiore al tasso di ricrescita dei boschi locali.

La realtà è che abbiamo già iniziato a intaccare il patrimonio boschivo. Molto istruttivo è questo documento, dove si vede (pag. 35) che il minimo prelievo dai boschi è stato nel 1973, quando il petrolio era a 4,7 $/barile.

La biomassa avrà senz'altro un ruolo importantissimo nel futuro, sia in termini di materia prima per intermedi chimici, che di reservoir energetico per la combustione. Ma un conto è utilizzare un po' di legno per integrare un riscaldamento efficiente durante le due-tre settimane/anno di minimo termico, altro conto è affidarsi interamente alla biomassa come fonte energetica di rimpiazzo per i combustibili fossili, lasciando inalterati i nostri obsoleti (mediamente) impianti di riscaldamento e sistemi di coimbentazione.

Come ha ricordato in lista Massimo Ippolito, concettore del Kitegen, riporre grandi speranze in un ciclo energetico a basso EROEI (circa 2,5 per la combustione di biomassa legnosa) potrebbe rivelarsi un boomerang, e potremmo non avere diritto a un secondo lancio.

PS 1: non stiamo qui ad approfondire la "leggera" differenza in termini di polveri emesse nella combustione tra la legna e metano (o il GPL), amplificata in città con abitanti dell'ordine delle centinaia di migliaia di persone

PS 2: ringrazio Massimo Ippolito e Luca Mercalli per l'ispirazione e per il supporto documentale fornito

Etichette: biomasse, EROEI, limiti dello sviluppo

# posted by Frank Galvagno : 10:06 AM  9 comments links to this post

http://aspoitalia.blogspot.com/2009/11/e-se-ci-riscaldassimo-tutti-legna-breve.html#links

Socializzazione. Unica via

 

di Fabrizio Fiorini -
Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]

socializzazioneNel dominio delle scelte economiche che lo Stato – il vero Stato – ha il diritto e il dovere di compiere, così come in tutte le scelte indotte che consistono nelle sue ricadute sociali e territoriali (fisco, tributi, politiche abitative, partecipazione del settore economico alla determinazione della politica nazionale) è necessario escludere ogni sorta di frazionismo.

L’opzione “riformista”, al pari delle manovre di solidarietà (che spesso si configurano come una vera e propria elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della c.d. “pace sociale”[1]), si inseriscono storicamente nel filone dei sistemi politici capitalisti nei termini di assenza di soluzioni ai problemi che inevitabilmente, a causa della loro stessa natura, vengono a crearsi all’interno delle società rette dai sistemi capitalisti stessi e di quelle a loro vincolate da rapporti vetero o neo-coloniali. In tale settore si inseriscono i “bonus”, i provvedimenti di sostegno al reddito, le misure a favore degli incapienti; ma anche la tassazione dei redditi elevati, le concessioni e le agevolazioni sociali (case popolari, asili nido, etc.), se non estrapolate dal contesto politico liberista, si configurano come fumo negli occhi utile solo a offuscare le responsabilità e le colpe che ricadono sulla gestione predatoria della cosa pubblica, sul sistema liberale capitalista di mercato.

Le stesse teorie economiche alternative volte, nelle intenzioni, alla ricerca di soluzioni basate sull’equità e sulla giustizia, improntate sulla collettivizzazione, sul dirigismo d’apparato e sul protezionismo, sono state storicamente condannate proprio in quanto manifestatesi nei termini di “capitalismo di Stato” e si sono auto-distrutte configurandosi in apparati burocratici e antipopolari che sono stati espressione delle loro stesse teorizzazioni socioeconomiche. Sono quindi state condannate dalla storia politica ed economica, ma soprattutto sono state risucchiate dal vuoto pneumatico in cui consisteva il loro fondamento dottrinario, quello cioè che delineava – ricalcando lo schema adottato dall’economia di mercato – la tragica figura dell’homo oeconomicus, l’uomo concepito come tubo digerente. Di questi uomini, di questi esofagi antropomorfi, avrebbero voluto – nella loro critica al sistema capitalista – appianare e uniformare universalmente il diametro. Ma lo schema, la visione del mondo, restavano gli stessi.

L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo[2] e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici – e non solo economici – della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato.

La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che – fuori da ogni metafora – definiamo “tradizionali”.

Dalla dottrina distributista cristiana all’ordinamento socioeconomico feudale, dal più genuino sindacalismo e anarchismo rivoluzionario europeo fino alle migliori espressioni delle rivoluzioni nazionali, sociali e fasciste del secolo scorso, si è sviluppata quindi una secolare dottrina economica che prevedeva la rottura del vincolo individualista che ha legato l’uomo alla merce rendendolo – negli ordinamenti liberal-capitalisti – oggetto dello sfruttamento senza il quale non sarebbe possibile la tesaurizzazione e l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi[3], ovvero – negli ordinamenti burocratico-marxisti – oggetto della mercificazione e della riduzione a mero indice produttivo del proprio lavoro e della propria vita.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato.    Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve altresì essere disgiunta dalla proprietà popolare della moneta. L’economia socializzata sta alla predazione capitalista come la moneta di popolo sta al signoraggio. L’azione usuraia delle banche sarebbe infatti insormontabile ostacolo alla delineazione dello schema sopra citato: la nazionalizzazione socialista del lavoro creerebbe un circolo virtuoso che relegherebbe la struttura bancaria a sottostare alle direttive dello Stato in quanto gestore delle sfera monetaria dell’economia. E’ uno degli aspetti più rilevanti della natura totalitaria della vera economia che, oltre a non prevedere una entità superiore allo Stato nella determinazione delle scelte inerenti la propria amministrazione, prevede un equo concetto di fiscalità non imposta sul reddito da lavoro che troverà compensazione – ai fini del reperimento dei fondi necessari alla spesa pubblica – nell’assorbimento del debito pubblico causato dal signoraggio delle banche.

Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.


[1] Zbigniew Brzezinski ha creato un neologismo inglese per descrivere il fenomeno: tittytainment (composto di “titty”, capezzolo, ed “entertainment”, intrattenimento. Tale termine sta ad indicare il senso di sedazione, simile a quello del poppante che si nutre al seno materno, da trasmettere al popolo attraverso il condizionamento propagandistico rafforzato da misure apparentemente volte a garantirne il benessere.

[2] La stessa dicitura “crisi del capitalismo” è ridondante. E’ lo stesso capitalismo a essere crisi, non a generarla; e l’ingiustizia sociale e la iniquità economica non risiedono in una cattiva gestione del sistema-capitalismo, ma sono la caratteristica primaria del sistema stesso.

[3] Ciò vale ovviamente per la stragrande maggioranza degli uomini; per chi, nell’ambito della legge della giungla capitalista, ha la proprietà del lavoro e delle vite altrui le cose stanno diversamente. Non è vero infatti che il capitalismo “non funziona”: per i capitalisti funziona benissimo, come la rivoltella funziona per il ladro.

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

"LULA HA IMPEDITO CHE LA CRISI LA PAGHINO I POVERI!"

 


Intervista a Emir Sader, segretario generale del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali

Le analisi del segretario esecutivo del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (Clacso) sono ormai diventate una lettura obbligata per avvicinarsi ai mutamenti che si stanno verificando nel continente. Brasiliano (1943) di origine libanese, Sader ha appena terminato una visita in Spagna per presentare il suo nuovo saggio politico: “El nuevo topo” (La nuova talpa)
Il Brasile ha assunto la leadership regionale. Esiste il consenso necessario per esercitarla?

Credo che quella leadershipsi sia consolidata proprio nel suo esercizio. Secondo la mia opinione, questo ruolo gli è arrivato quasi senza averlo pianificato e come conseguenza di una politica interna ed estera molto corretta.

C’è chi considera Hugo Chavez il rivale di Lula. Come sono i rapporti fra di loro?

Sono ottimi. Vi è molta reciprocità e fiducia fra i rispettivi paesi, e rispettando le diversità di modelli. Hanno le stesse priorità, cioè l’integrazione regionale al posto dei trattati di libero commercio (TLC) e lo sviluppo di una politica sociale al posto di riforme fiscali. Tanto Lula che Chavez si fanno forti di queste politiche. Sono entrambi coscienti che se si scontrano finiscono col perdere tutti e due.

Quali sono le differenze fra il modello venezuelano quello brasiliano?

Chavez ha ben chiaro che il nemico è l’imperialismo statunitense. Lula, in cambio, tratta gli USA come se fossero i cugini ricchi. Non è un tipo radicale. La sua posizione è ampliare gli spazi di potere internazionale già esistenti, come il G-20, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.

Chavez è più partigiano e cerca proprie alternative in cui forgiare un altro mondo possibile.

Lula rappresenta la sinistra latinoamericana buona, come dicono negli USA e in Europa?

La demarcazione in America Latina non è tra sinistra buona e sinistra cattiva. Chi vuole questa classificazione è la destra. La divisione è tra chi lavora per una politica d’integrazione e chi lo fa per i TLC. Nel primo gruppo vi sono paesi che vogliono avanzare rapidamente, come nel caso del Venezuela.

Lula è rispettato da destra e sinistra.

Verso Lula c’è una condiscendenza che non corrisponde alla realtà di un paese con le maggiori disuguaglianze del continente in termini di ricchezza.

Qual è l’opera di Lula?

Anzitutto è il primo presidente che è riuscito a diminuire la disuguaglianza in Brasile. Ha rafforzato la fiducia nell’identità dei brasiliani. La sua politica nella crisi è stata corretta Ha aumentato il microcredito, mantenuto i salari al di sopra dell’inflazione, incentivato l’occupazione ufficiale, diversificato il commercio internazionale e potenziato quello interregionale. Altri paesi hanno fatto il contrario e ne stanno patendo le conseguenze.

Come capita al Messico, che secondo me si è suicidato. Con il TLC, il 90% del suo commercio estero è con gli USA. Ciò ha prodotto una diminuzione del 7% del PIL solo nel primo semestre dell’anno in corso, ed è stato colpito duramente dal Fondo Monetario (FMI), mentre il Brasile presta denaro a quello stesso organismo. I paesi del TLC sono quelli che si muovono peggio in questa crisi globale. Ma ciò che mi preoccupa è il Messico, l’unica frontiera tra il Primo e il Terzo mondo.

La situazione è così grave?

E’ il corridoio naturale verso il primo mercato consumatore del mondo. Ciò si combina con una gestione di corruzione gravissima dei governi del PRI e la violenza tremenda che stanno esercitando le forze di sicurezza dello Stato. Il Messico vive una situazione quasi incontrollabile di decomposizione sociale.

Lula ha ricomposto la base sociale brasiliana?

Lula ha evitato, per la prima volta, che la crisi fosse pagata dai poveri. E gli è riuscito bene. Ha ottenuto una popolarità stratosferica, quasi del 80%, nonostante la stampa sia contro di lui.

Perché non ha cercato di cambiare la Costituzione per puntare alla rielezione?

Perché Lula avanza in ambiti dove incontra poca resistenza. Questa è la sua strategia. Non vuole buttare all’aria le strutture di potere esistenti, vuole solo democratizzarle. La sua rielezione provocherebbe uno scontro con i poteri mediatici in Brasile. La sua candidata, Dilma Roussef, non ha il suo carisma.

La sconfitta in Brasile potrebbe frenare il cambiamento politico in America Latina?

In gioco vi è il consolidamento di una trasformazione continentale post-neoliberale. La mia impressione è che Roussef vincerà grazie all’appoggio di Lula, che con il suoi argomenti disarma l’opposizione. Alla destra manca un progetto proprio per l’America Latina, ma ha il potere di veto per via della sua egemonia nel capitale finanziario e per il controllo dei media. Questa stampa privata è davvero sinonimo di stampa libera? Si tratta di una questione chiave per lo sviluppo regionale.
Fonte: www.liberation.fr

Traduzione per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Pubblicato da Alba kan. a 23:30 0 commenti

Etichette: Brasile, Crisi Finanziaria, Media, Politica Internazionale

http://www.vocidallastrada.com/2009/11/lula-ha-impedito-che-la-crisi-la.html

Underwater

 

Il mutuo residuo di quasi il 25% (oltre 10 milioni e mezzo) dei proprietari di case negli Stati Uniti, 1 su 4, è inferiore al valore dell'immobile. Questa è la nuda e cruda verità che minaccia ogni speranza di una ripresa sostenibile del mercato immobiliare, appena mitigata dal balzo del 10% nel mese di ottobre nella vendita di case esistenti, frutto dei prezzi stracciati delle aste conseguenti alle procedure di esproprio (foreclosure) e della proroga degli incentivi governativi per l'acquisto della prima casa.

These so-called underwater mortgages pose a roadblock to a housing recovery because the properties are more likely to fall into bank foreclosure and get dumped into an already saturated market. Economists from J.P. Morgan Chase & Co. said Monday they didn't expect U.S. home prices to hit bottom until early 2011, citing the prospect of oversupply.
Home prices have fallen so far that 5.3 million U.S. households are tied to mortgages that are at least 20% higher than their home's value, the First American report said. More than 520,000 of these borrowers have received a notice of default, according to First American.

I cosiddetti mutui underwater (sott'acqua) costituiscono un blocco alla ripresa immobiliare in quanto è più probabile che quelle proprietà incappino nelle procedure di esproprio attivate dalle banche e vadano ad alimentare un mercato già saturo. Alcuni economisti della J.P. Morgan hanno dichiarato che non si aspettano che i prezzi delle case tocchino il fondo prima dell'inizio del 2011, come dimostra l'incremento dell'inventario delle case invendute.
I prezzi delle case sono caduti così in basso che 5.3 milioni di americani sono legati a mutui almeno del 20% superiori al valore della casa e più di 520 mila di questi debitori hanno ricevuto una notifica di insolvenza.
Ma le cose potrebbero essere messe anche peggio di quanto mostrato dai dati della società di real estate che ha sfornato questa ricerca, la First American, che ha usato una nuova metodologia di raccolta dei dati. In base al vecchio sistema la quota dei debitori underwater sarebbe del 33.8% nel terzo trimestre!
Crescono i disoccupati, crescono i debitori underwater, crescono le insolvenze, crescono le foreclosure, e crescono anche le borse, ma di questo non c'è da meravigliarsi. Non guardate alle borse, ammonisce Taleb. Il peggio è alle spalle? Si, underwater, come gli squali.

Pubblicato da Perestroika 0 commenti

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http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/11/underwater.html

Povera OPEC...

Nov 0924

 

Pubblicato da Debora Billi alle 11:43 in Clima, Current Affairs

Arriva il meeting di Copenhagen, e pare che molti stiano sparando le loro cartucce. A partire dall'ormai celebre hackeraggio delle email degli scienziati, fino alle proteste OPEC.

Questo bel mondo liberista, che inneggia alla magica mano del mercato, proprio non vuole saperne di mollare i propri guadagni non appena le esigenze cambiano. Chi ha guadagnato finora pretende  ostinatamente di continuare a farlo, e se la sua attività non funziona più, per qualsiasi motivo, ebbene che ci pensi lo Stato a sovvenzionare i miliardari in pensione.

L'ultima clamorosa pretesa del genere arriva nientemeno che dall'OPEC. Qualora al vertice di Copenhagen si decida di tagliare i consumi petroliferi per motivi climatici, ebbene gli sceicchi chiedono "una compensazione". In pratica, dobbiamo continuare a mantenerli nel lusso anche se il petrolio non ci serve più.
Non ci credete? Pare impossibile anche a me. Eppure lo riporta il Times. E la cosa più assurda è la motivazione con cui chiedono tali compensazioni: i Paesi petroliferi sarebbero "Paesi in via di sviluppo", e quindi non è giusto bloccare la crescita di queste povere nazioni e dei loro popoli.

Vien quasi da fare la lacrimuccia...

http://petrolio.blogosfere.it/2009/11/povera-opec.html

Tremonti offre alla Cina un trattato per la "nuova Bretton Woods"

 

24 novembre 2009 (MoviSol) - Parlando alla scuola centrale del Partito Comunista Cinese il 20 novembre, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha dichiarato che la crisi non è finita e che una vera soluzione può venire solo da un trattato internazionale tra i governi, che egli ha chiamato una nuova Bretton Woods.

Tremonti ha spiegato: "Io, dopo il disastro, ritenevo che andassero salvate solo le banche che finanziavano le famiglie e le imprese. Invece, sono state salvate tutte. In questo modo abbiamo guadagnato tempo, ma non abbiamo risolto il problema. E così il rischio di una nuova crisi è sempre incombente".

Le borse finanziarie "sono tornate ai livelli pre-crisi e i derivati sono tornati a crescere ad una velocità spaventosa". "In tutto il mondo i governi sono intervenuti usando due mani. Con una hanno immesso un'enorme massa di liquidità nel sistema. Con l'altra hanno trasformato debito privato in debito pubblico." Tali interventi hanno migliorato i bilanci delle grandi banche d'affari, ma non quelli dello stato, e "una parte enorme di questo denaro è rimasto dentro le banche stesse, che oggi con quei soldi stanno facendo profitti contraendo prestiti all'un per cento e reinvestendo in strumenti finanziari che danno rendimenti del 5 o 6 per cento".

"Alla fine degli anni '90, di fatto si è consegnato il potere di battere moneta, che era un potere degli stati sovrani, nelle mani delle banche e del mercato", permettendo alle grandi banche di contare più dei governi. Nonostante la crisi abbia "riportato gli Stati al centro di tutto, tuttavia c'è ancora un'enorme messa di finanza che sta nelle banche, fuori dal controllo degli stati stessi ma adesso bisogna fare qualcosa di completamente nuovo".

"Non possiamo certo pensare di risolvere i problemi emersi dalla crisi con una serie di nuove regole tecniche scritte dai banchieri", ha affermato Tremonti, riscuotendo l'applauso del pubblico. "Oggi abbiamo bisogno di uno sforzo politico collettivo per definire il nuovo ordine, un trattato internazionale per definire una nuova Bretton Woods, che deve essere il frutto di uno sforzo multilaterale, non solo nella partecipazione ma anche nella sua stesura", ha detto il ministro italiano. "Ho l'onore di depositare qui una prima bozza del mio trattato. Non avrei potuto immaginare una sede migliore".

Nel corso della sua permanenza a Pechino, Tremonti ha anche incontrato esponenti del governo. Con Cao Xiqing, direttore generale della China Investment Corporation, Tremonti ha discusso la possibilità che il fondo investa in Italia in progetti di "comune interesse". Egli ha anche incontrato il vicepresidente Xi Jinping, che ha accettato un invito a visitare l'Italia nel 2010.

 

http://www.movisol.org/09news227.htm

Google, Microsoft, Murdoch: una guerra inutile

 

Economiadi Alessandro D'Amato (Gregorj)

 

pubblicato il 24 novembre 2009 alle 11:00 dallo stesso autore - torna alla home

La News Corp si accorda con Gates contro la Big G. Ma davvero questo aiuterà gli editori ad aumentare i profitti?

Due colossi contro uno. Secondo l’autorevole Financial Times, la News Corp. di Rupert Murdoch sarebbe in trattativa con Microsoft per cedere a quest’ultima il diritto esclusivo d’indicizzare nel proprio motore di ricerca Bing, che, soprattutto nei Paesi anglofoni, vuole proporsi come vera alternativa a Google, i risultati inerenti ai siti di proprietà dello squalo. In parole povere (davvero molto povere, come vedremo), Bill Gates sarebbe disposto a pagare per sottrarre a Mountain View il traffico generato dai risultati delle ricerche che riportano ai siti di Murdoch, i quali scomparirebbero dalla lista di siti indicizzati da Google.

LA RESA DEI CONTI - A prima vista, sembrerebbe davvero che siamo arrivati alla sfida finale. Quando a muovere contro il ‘gioiello’ di Brin & Page sono due titani come Gates e Murdoch, l’unione dovrebbe fare la forza. D’altronde, l’ostilità contro Google di Microsoft e di News Corp. è palese. Quella di Seattle risale a qualche anno fa, da quando Mountain View ha cominciato a “uscire” dal format di motore di ricerca per cominciare a proporre gratuitamente servizi e prodotti che Microsoft faceva pagare. Ha appoggiato la diffusione di Open Office, che sostituisce il pacchetto Office, software per la videoscrittura, i fogli di calcolo e così via. Ha diffuso un browser per navigare in internet (Google Chrome) che andava a colpire il monopolio di Internet Explorer nel settore. Ha annunciato addirittura un proprio sistema operativo basato sul web (Chorme OS), che sarà pronto l’anno prossimo e caricherà i programmi per il proprio funzionamento direttamente dalla rete. Tutte tecnologie “aperte”, sulla quale gli sviluppatori potranno far nascere applicazioni: l’esatto contrario della filosofia chiusa e monopolistica di Microsoft.

UNA COALIZIONE - Con Murdoch l’ostilità è più recente. Alle accuse dell’imprenditore australiano, che ha parlato senza mezzi termini di furto di contenuti da parte di Big G., Google ha sempre replicato che il motore di ricerca porta traffico ai siti e che per titolari dei domini web in qualsiasi momento è possibile decidere di escludere il loro sito dall’indicizzazione di Google. Ma si vede che Murdoch non ci crede, visto che a farsi con Gates, secondo le fonti industriali citate dal FT, è stata la stessa New Corp, da settimane in attrito con Google. Ma sempre secondo il quotidiano finanziario, sembra nel frattempo Microsoft abbia contattato altri grandi editori online per persuaderli a rimuovere i loro siti dal motore di ricerca di Google. Creare una coalition of the willings di editori che passano a farsi indicizzare soltanto da Microsoft e a pagamento? L’idea sembra buona, soprattutto se sarà davvero remunerativo il prezzo pagato da Gates; solo che a quel punto i costi di lancio del suo motore, che oggi raccoglie il 9% delle ricerche sul web in America (in Italia la sua quota è irrisoria, tutti continuano a preferire Google) potrebbero davvero esplodere. E il gioco varrebbe davvero la candela?

NEGOZIATI ? - Anche se c’è da considerare che la trattativa scoperta e palese (tanto palese da finire sui giornali) potrebbe essere invece una pura pretattica. Secondo il Financial Times le mosse di Microsoft rappresentano un «assalto diretto» a Google, perché mettono la società sotto pressione proprio sull’ipotesi di esborsare fondi alle case editrici. In precedenza Google aveva sminuito la questione, con il direttore della divisione britannica, Matt Brittin che aveva affermato che le news non rappresentano una porzione significativa della generazione di fatturato del gruppo. Ma secondo il quotidiano le sue affermazioni vanno interpretate come mosse di preparazione a possibili negoziati. Costringere Google a pagare per quei contenuti, per lo meno per quanto riguarda i grandi editori, rappresenterebbe comunque una vittoria per Gates che così toglierebbe risorse che Big G. poteva destinare ad altri business. E il tutto costituirebbe anche una boccata d’ossigeno per gli editori della carta, che vivono una crisi del modello di mercato dalla quale difficilmente potrebbe uscire altrimenti. Ma per essere credibile una minaccia deve essere anche economicamente sostenibile. Paid Content nota come la questione per i giornali sia capire se il denaro di Bing potrebbe essere sufficiente a coprire le perdite di traffico (e dunque di ricavo pubblicitario) derivanti dalla scomparsa da Google.

Allo stato attuale delle cose, anche uno studio ottimistico difficilmente potrebbe sostenerlo: la quota di mercato della Big. G. è troppo preponderante, specialmente nei paesi non a lingua inglese, per poterne anche solo discutere. Quindi Bing dovrebbe aumentare in maniera considerevole la propria quota di ricerche sul web per rendere anche solo sostenibile economicamente lo sforzo di pagare per contenuti. “Ma è possibile?”, si chiedono sui siti americani dove la notizia è l’argomento del giorno.

FINE DEL TUNNEL - Chi sta dalla parte di Google fa notare che le armi di minaccia di Microsoft e News Corp sono un po’ spuntate: non è vero che è obbligatorio per ogni media essere iscritto al servizio di news, né che l’uscita dall’indicizzazione di GNews comporta in automatico l’espulsione dai risultati del motore di ricerca: per la prima basta una mail, per la seconda è sufficiente utilizzare un file chiamato robot.txt. Quindi, volendo, Murdoch potrebbe uscire da Google domani mattina. E la stessa cosa vale per gli altri editori. Che però a quel punto dovrebbero rinunciare a quel 25% di visite in più che, secondo le statistiche, il motore di ricerca trasferisce ai siti internet dei quotidiani nazionali. E quindi, giocoforza, anche del 25% di pubblicità pay-per-click che generano. Basterà l’indennizzo teorico di Microsoft (non si precisa se è un forfait, oppure Gates propone una forma di remunerazione in percentuale alla pubblicità raccolta) a coprire il calo di visite? “Gli editori vedono un raggio di luce in fondo al tunnel della crisi”, scriveva il FT. Bisogna solo sperare che la luce non sia il faro del treno in arrivo in direzione contraria.

( Pubblicato anche da Liberal )

http://www.giornalettismo.com/archives/42778/google-microsoft-murdoch-una-guerra-inutile/

IL GOVERNO FAREBBE DAVVERO SCOPPIARE UNA GUERRA PER STIMOLARE L'ECONOMIA ?

 

FONTE: GEORGEWASHINGTON2 (BLOG)
Ho scritto due saggi nel tentativo di confutare il "keynesianismo militare" - l'idea che le spese militari siano il miglior incentivo (per l'economia, NdT). Si veda qui qui e qui
In risposta, un lettore mi ha sfidato a dimostrare che chiunque appoggerebbe l'idea di investire soldi in spese militari o in una guerra come stimolo fiscale.
Di fatto, il concetto alla base del keynesianismo militare è talmente diffuso che ci sono circa mezzo milione di pagine web in cui si parla di questo argomento.
E molti economisti autorevoli e politici esperti ne tessono le lodi.
Ad esempio, Martin Feldstein - presidente del Council of Economic Advisers sotto il Presidente Regan, professore di economia ad Harvard e membro del collegio dei collaboratori di The Wall Street Journal - ha scritto un articolo (*) sul numero del Journal di Dicembre scorso intitolato "Le spese per la difesa sarebbero un grande stimolo".
E come fa notare il Cato Insitute:
Bill Kristol concorda. Considerando che l'imperativo era "spendere qualunque cifra di soldi subito", il signor Kristol ha espresso un dubbio, "se acquisti 2.000 Humvee (**) al mese, perché non comprarne 3.000? Se rimetti a nuovo due basi militari, perché non farlo per cinque?"
***
Non è la prima volta che le spese per la difesa vengono approvate con l'intento di far ripartire l'economia. Circa cinque decadi fa, un consigliere economico del Presidente Kennedy raccomandò proprio di aumentare le spese militari come sprone per l'economia...
Oggi si ascoltano discorsi simili. I membri della delegazione congressuale del Connecticut sono stati particolarmente espliciti nel loro supporto ai sottomarini di classe Virginia, e non hanno mostrato dubbi nell'indicare le opportunità di lavoro che il programma offre nel loro stato. Il programma Falco Pescatore del corpo dei Marines V-22 è stato approvato su basi simili. Nonostante serie preoccupazioni riguardanti la sicurezza e il comfort del gruppo di lavoro, il programma V-22 coinvolge collaboratori in Pennsylvania, New Jersey, Delaware e Texas, e un certo numero di altri stati.
I professori di economia politica Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler scrivono :
Le teorie del keynesianismo militare e del complesso dell'industria militare diventarono popolari dopo la seconda guerra mondiale, e probabilmente per una buona ragione. La prospettiva di una smobilitazione militare sembrò allarmante, in modo particolare negli Stati Uniti. L'élite statunitense ricordava bene come l'aumento delle spese militari avesse fatto uscire il mondo dalla grande depressione, e si preoccupavano del fatto che un crollo degli stanziamenti militari avrebbe ribaltato questo processo. Se questo fosse successo, la prospettiva era che gli affari sarebbero precipitati, la disoccupazione sarebbe cresciuta rapidamente, e la legittimità del libero mercato sarebbe stata nuovamente messa in discussione.
Nel tentativo di allontanare questa eventualità, nel 1950 il consiglio di sicurezza nazionale statunitense stese un documento top secret, l'NSC-68. Tale documento, che fu desegretato solo nel 1977, faceva esplicitamente appello al governo affinché aumentasse le spese militari in modo da prevenire una conseguenza come questa.
Hanno ragione riguardo all'NSC-68?
Robert Higgs, dottorato in economia, conferma l'importanza dell'NSC-68:
I funzionari dell'amministrazione precedente hanno incontrato un'ostinata resistenza da parte del congresso riguardo alla loro richiesta di un aumento sostanziale, simile a quanto spiegato nell'NSC-68, un documento fondamentale dell'Aprile 1950. Gli autori di questa relazione del governo nazionale proponevano una visione manichea della rivalità tra l'America e l'Unione Sovietica, sposavano la causa di un ruolo permanente per gli Stati Uniti come poliziotto mondiale, e prevedevano una spesa di circa il 20 percento del PIL. Ma l'approvazione del congresso per i provvedimenti indicati sembrò molto improbabile in assenza di crisi. Nel 1950 "la paura che l'invasione [della Corea del Nord] fosse solo il primo passo di una più ampia offensiva sovietica risultò molto utile quando venne usata per persuadere il congresso ad aumentare il budget per la difesa". Come disse in seguito il segretario di stato Dean Acheson: "la Corea ci ha salvati". L'aumento delle spese militari raggiunse il suo picco nel 1953, quando i belligeranti, trovandosi in una condizione di stallo, concordarono un armistizio.
Chalmers Johnson - Professore emerito dell'Università della California, a San Diego, in passato consulente della CIA - scrive :
Questo è il keynesianismo militare - la determinazione a mantenere un'economia di guerra permanente e a trattare il rendimento militare come un qualunque prodotto economico, sebbene non contribuisca né alla produzione né al consumo.
Questa ideologia risale ai primi anni della guerra fredda. Durante la fine degli anni '40 gli Stati Uniti erano tormentati da ansie di tipo economico. La grande depressione degli anni '30 era stata superata solo grazie al boom di produzione dato dalla seconda guerra mondiale. Con la pace e la smobilitazione ci fu una paura diffusa che la depressione mondiale potesse tornare. Durante il 1949, allarmati dalla detonazione di una bomba atomica in Unione Sovietica, l'imcombente vittoria comunista nella guerra civile cinese, la recessione nazionale, e l'abbassarsi della cortina di ferro attorno all'URRS da parte degli stati satelliti in Europa, gli Stati Uniti cercarono di abbozzare la strategia di base per la guerra fredda che stava per cominciare. Il risultato fu il verbale militaristico del consiglio di sicurezza nazionale NSC-68, steso sotto la supervisione di Paul Nitze, all'epoca capo dello staff della pianificazione diplomatica nel dipartimento di stato. Datato 14 Aprile 1959 e firmato dal Presidente Harry S. Truman il 30 Settembre 1950, tracciò le basi delle politiche di economia pubblica che gli Stati Uniti perseguono tutt'oggi.
Nelle sue conclusioni, l'NSC-68 afferma: "una delle lezioni più significative ottenute dalla nostra esperienza della seconda guerra mondiale è stata che l'economia americana, quando funziona a livelli prossimi alla massima efficienza, può fornire enormi risorse con scopi differenti dal consumo civile, provvedendo allo stesso tempo a mantenere alti standard di vita".
Con questa convinzione gli strateghi statunitensi iniziarono a costruire un'imponente industria di munizioni, sia per contrastare la forza militare dell'Unione Sovietca (che ingigantivano in modo consistente) che per mantenere la piena occupazione, e anche per evitare un possibile ritorno della depressione. Il risultato fu che, sotto la guida del Pentagono, vennero create nuove industrie per fabbricare grandi aerei, sottomarini alimentati ad energia nucleare, testate nucleari, missili balistici intercontinentali, e satelliti per la sorveglianza e le comunicazioni. Questo condusse a ciò che aveva prefigurato il Presidente Eisenhower durante il suo discorso di commiato del 6 Febbraio 1961: "la coesione tra un'immensa impresa militare e una grande industria delle armi è una novità per gli americani" - ovvero il complesso militare-industriale.
Dal 1990 il valore delle armi, degli equipaggiamenti e delle fabbriche impegnate per il dipartimento della difesa erano l'83% del valore di tutti gli stabilimenti ed equipaggiamenti dei prodotti industriali statunitensi. Dal 1947 al 1990, il budget consolidato per le spese militari statunitensi ammontava a 8.7 trilioni di dollari. Nonostante l'Unione Sovietica non esista più, la fiducia degli Stati Uniti nei confronti del keynesianismo militare è, semmai, aumentata, grazie ai massicci interessi acquisiti che si sono fortificati attorno all'establishment militare.

Potete leggere l'NSC-69 qui .
L'autorevole giornalista politico John T. Flynn scrisse nel 1994:
Il militarismo è l'affascinante progetto di lavori pubblici grazie al quale molte parti della comunità possono raggiungere un accordo.
Ma Flynn aveva messo in guardia:
Inevitabilmente, avendo ceduto al militarismo come stratagemma economico, faremo quello che hanno fatto altri paesi: manterremo viva la paura del nostro popolo verso le ambizioni aggressive di altri paesi ed intraprenderemo noi stessi imprese di tipo imperialistico.
Infatti, lo stesso ideatore della teoria del keynesianismo militare aveva avvertito del fatto che chi avesse seguito questo pensiero sarebbe diventato un fabbricante di paure, avrebbe dovuto fare appello al patriottismo e ci avrebbe portato in guerra in modo da promuovere questo "stimolo" all'economia. Come ha scritto The Independent nel 2004:
La crescita alimentata militarmente, o keynesianismo militare come viene chiamato nei circoli accademici, fu prima teorizzato dall'economista polacco Michal Kalecki nel 1943. Kalecki sosteneva che i capitalisti e i loro difensori politici tendevano ad ostacolare il keynesianismo classico; ottenere la piena occupazione attraverso la spesa pubblica li rendeva nervosi, poiché rischiava di dare troppo potere alla classe lavoratrice e ai sindacati.
La spesa militare era senza dubbio un investimento più allettante dal loro punto di vista, sebbene giustificare una tale distrazione di fondi pubblici richiedeva un certo grado di repressione politica, che si poteva meglio ottenere attraverso appelli al patriottismo e suscitando la paura di una minaccia nemica - e, inesorabilmente, di una vera e propria guerra.
All'epoca, il migliore esempio di keynesianismo militare secondo Kalecki era la Germania nazista. Ma il concetto non funziona solamente sotto la dittatura fascista. Anzi, è stato valutato con grande entusiasmo dai conservatori neo-liberali negli Stati Uniti.
Non sono d'accordo con l'idea che si tratti di una questione partigiana. L'articolo riportato da The Independent ritrae i "conservatori neo-liberali" come guerrafondai; non credo ci sia molta differenza con la "sinistra neo-liberale" o la "destra neo-conservativa", o qualunque altra cosa. Di fatto, le definizioni politiche hanno ben poco significato. Ciò che importa risiede nelle azioni che qualcuno compie, non nella retorica attorno alle sue azioni.
Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com
Link: http://georgewashington2.blogspot.com/2009/11/would-government-really-start-war-to.html
14.11.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI
NdT
(*) op-ed, nel testo originale, sta per "opposite the editorial page", un articolo di giornale che viene così chiamato poiché stampato nella pagina opposta rispetto all'editoriale.
(**) sta per High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle, il veicolo militare da ricognizione dell'esercito americano.

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Goldman Sachs: nemico pubblico?

 

di Mario Braconi

Goldman Sachs è la sola tra le banche d'affari sopravvissuta quasi indenne alla crisi finanziaria: pur non essendo la più grande del mondo (30.000 dipendenti, 11 volte di meno della Industrial and Commercial Bank of China), né quella con il bilancio più robusto (totale attività pari a circa 900 miliardi di dollari, contro i 2,4 del colosso britannico HSBC), è di gran lunga la più redditizia (222.000 dollari per addetto - la seconda in classifica, JP Morgan, arriva "appena" a 133.000). Simbolo quintessenziale del liberismo più spericolato, icona del mondo finanziario, conventicola infiltrata nelle stanze dei bottoni dell'universo mondo, c'è chi la chiama Goldmine Sachs ovvero Miniera d'oro - Sachs, chi Government Sachs, ovvero Governo - Sachs.

La banca d'affari fondata a New York nel 1869 da due ebrei bavaresi (Marcus Goldman e Samuel Sachs) è stata per quasi un secolo e mezzo oggetto di ammirazione quanto di odio: il giornalista freelance John Arlidge è riuscito a penetrare all'interno del quartier generale di Goldman Sachs, un edificio anonimo al numero 85 di Broad Street, a New York, e a raccontare la Goldman ai lettori del Sunday Times.

Arlidge intervista Lloyd Blankfein, CEO di Goldman Sachs, nato 54 anni fa nel Bronx da un postino e una receptionist, laureato ad Harvard con borsa di studio. Con una busta paga da 68 milioni di dollari (nel 2007), mezzo miliardo di dollari di azioni della sua banca nella sua custodia personale, un appartamento da 30 milioni di dollari a Central Park West e un buen retiro di 2.000 metri quadri negli Hamptons, Blankfein è uno di quelli che ha risalito la scala sociale a tre gradini alla volta. Parla da iniziato (il che non è poi così strano, visto che è il capo supremo di un'organizzazione che assomiglia più ad una chiesa laica che ad una banca) e la sua autostima è apparentemente illimitata: "Noi (le banche) siamo importanti. Aiutiamo le aziende sostenendole nel processo di reperimento di capitali. Le società creano benessere. Questo crea posti di lavoro, che stimolano nuova crescita e nuovo benessere. Abbiamo una missione sociale". Più una professione di fede che una provocazione, pare.

La situazione patrimoniale di Goldman Sachs è molto diversa da quella delle concorrenti: innanzitutto ancora esiste, cosa che non può dirsi ad esempio di Lehman Brothers (lasciata fallire e poi suddivisa tra Nomura e Barclays), della Bear Stearns (acquistata per pochi dollari dalla JP Morgan grazie anche all'aiuto delle autorità pubbliche americane); inoltre, ha subito perdite accettabili (i mutui le sono costati 1,7 miliardi di dollari), cosa che le ha impedito di fare la fine di Citi (salvata con i soldi pubblici), o di Merrill Lynch (spinta a forza tra le braccia di Bank of America). E poi, pur avendo incassato 10 miliardi di dollari dal TARP (Troubled Asset Relief Program - programma di recupero di attività di difficile liquidazione), li ha restituiti dal Governo con gli interessi (si dice di oltre il 20%). Cosa che peraltro consente alla Goldman di pagare tranquillamente bonus stellari ai suoi dipendenti anche in tempi di crisi e di grande quanto giustificata impopolarità per le banche: per quest'anno sono stati messi da parte a questo scopo 21 miliardi di dollari, pari ad un bonus medio di 700.000 dollari per ogni dipendente, dal CEO all'ultimo dei contabili.

Come ha fatto GS a passare indenne attraverso lo tsunami che ha sbaragliato tutte le sue concorrenti? Se lo si chiede ai suoi dirigenti, come ha fatto Arlidge, le risposte tenderanno all'autoincensamento. Secondo Liz Beshel, madre single quarantenne nonché tesoriera di gruppo (la più giovane nella lunga storia di Goldaman), si sono evitati i danni esplosivi sui subprime grazie ad una politica molto prudente di gestione del rischio. Tutte le posizioni in essere, continua Beshel, sono valutate quotidianamente al loro valore di mercato; quando si è visto che il portafoglio dei mutui non stava producendo la performance desiderata per più di una settimana, "quella che in altre banche sarebbe stata considerata una differenza irrilevante, o addirittura un arrotondamento, scatenò in Goldman Sachs un processo di verifiche culminato con un meeting tra i suoi grandi capi", nel quale si decise di alleggerire la posizione della banca su quel mercato. Certo, vi furono comunque perdite rilevanti, ma stiamo parlando di poco meno di 2 miliardi di dollari (si consideri ad esempio che UBS in questo modo ne ha persi quasi 60).

L'infallibilità di Goldman Sachs è uno di quei miti così pervicacemente alimentati, che metterlo in dubbio sembra quasi un'eresia. Goldman ha una sua filosofia, basata su alcuni presupposti: innanzitutto, una patologica attrazione per il denaro. Dice un ex Goldman che la cultura della banca è "completamente ossessionata dal guadagno. Mi sentivo come un asino davanti alla più grossa e succulenta carota che avessi mai immaginato. Il denaro è il metro con cui si misura il tuo successo. Se non compri una casa o una barca più grande, significa che stai rimanendo indietro". In secondo luogo, Goldman alimenta nelle sue persone il culto dell'insicurezza.

Come dice Mr. Sherwood, capo dell'ufficio di Londra, "c'è un clima di costante e profonda paranoia in tutto quello che facciamo". Si dice che i candidati per un posto di lavoro in Goldman vengano sottoposti mediamente a venti colloqui prima di essere assunti, anche se si registrano casi limite in cui le selezioni si sono concluse solo dopo la trentesima intervista. Se ci fosse ancora qualche dubbio sull'osservanza “darwinista” del dipartimento Capitale Umano (non risorse umane, "capitale umano"), è bene sapere che la regola, in GS, è "cresci o te ne vai", non c'è spazio per le mezze tacche.

Il terzo pilastro è quello delle relazioni: per inveterata tradizione, gli ex Goldman Sachs occupano poltrone rilevanti in tutti i gangli del sistema economico, finanziario, politico e mediatico, negli USA come in Europa. Hanno alle spalle una carriera in Goldman Sachs, ad esempio, il segretario del tesoro di Clinton (Hank Paulson), l'attuale presidente e il precedente direttore della Federal Reserve di New York, il capo dello staff dell'attuale Segretario di Stato (Mark Patterson), il consigliere economico di Hillary Clinton, i capi di ieri e di oggi nel New York Stock Exchange (la Borsa di New York), e perfino il capo delle operazioni della SEC (la CONSOB americana). Anche Mario Draghi, attuale Governatore della Banca d'Italia, è un ex Goldman.

Ma per capire veramente che cosa è Goldman Sachs, è necessario allontanarsi dall'ortodossia dei dogmi che essa stessa ammannisce alle folle. Innanzitutto, uno dei punti di forza della banca è quello di essere contemporaneamente advisor (consulente, non di rado dei Governi) e trader (operatore di mercato). Ciò significa che con una mano fa consulenza ai clienti in grosse operazioni e con l'altra prende posizione su mercati (azioni, obbligazioni, materie prime) sui quali si muove da maestra grazie alla sua esperienza di advisor. Ovviamente, qualsiasi Goldmanite ribatterà citando la mitica regola secondo cui i due bracci del business della banca sono separati da rigorose "muraglie cinesi"; si dice che, se un banchiere d'affari di Goldman entra nella sala operativa della sua stessa banca, verrà immediatamente interrogato dai suoi capi.

A costo di sembrare qualunquisti, questo idilliaco quadretto mostra la corda quando si tenti di rispondere alla domanda: qualora un grosso affare con ritorni da capogiro renda necessario non dico saltare, ma semplicemente anche solo sbirciare dall'altra parte della "muraglia", il tipico uomo (o donna) Goldman - praticamente un tossico del denaro - saprà resistere alla tentazione?

Inoltre, quella che viene spudoratamente  spacciata per sagacia nell'interpretazione delle tendenze dei mercati è in realtà la capacità di pompare certi settori per specularvi sopra, salvo poi abbandonarli repentinamente a missione compiuta. Non sono pochi gli analisti che attribuiscono a Goldman Sachs un ruolo essenziale nella creazione di bolle speculative (è stato così per la febbre delle dot.com, per il boom delle materie prime, e poi del mercato immobiliare) dalle quali la banca ha beneficiato con collocamenti azionari e trading sul debito - salvo poi tirarsi indietro subito dopo aver portato a casa il profitto - circa un minuto prima che tutto andasse in malora.

Un altro caso interessante è quello che ruota attorno al destino della AIG (American Investment Group), venditrice dei celebri credit default swaps, assicurazioni sul rischio di fallimento dei prenditori di fondi. Risulta che quando l'AIG, ormai decotta, fu rilevata dal Tesoro e dalla Fed, la prima, inspiegabile mossa del nuovo proprietario pubblico della compagnia assicurativa fu quella di liquidare il 100% del valore dei CDS alle banche che a suo tempo li avevano comprati, questo quando da mesi ormai AIG stava negoziando per pagare solo il 60% del loro valore facciale.

Una differenza che vale 13 miliardi di dollari in più passati direttamente dalle tasche dei contribuenti ai forzieri dei clienti di AIG (tutte le principali banche, tra cui anche Goldman Sachs). Stranamente, al timone della Federal Reserve ai tempi c'era Henri Paulson (ex boss della Goldman Sachs); stranamente Paulson, che pure aveva giurato di non farlo, ha incontrato i suoi ex colleghi del board di Goldman Sachs ad un "evento sociale" a Mosca (un luogo dove ci potrebbero essere problemi di giurisdizione); ancor più stranamente, proprio mentre Paulson lavorava al salvataggio di AIG, i tabulati telefonici provano che, in soli sei giorni, egli si sia sentito ben 24 volte con Blankfein, il nuovo CEO di Goldman Sachs.

Eppure Goldman ha avuto l'arroganza di sostenere pubblicamente che, se pure AIG fosse andata in bancarotta, la banca non sarebbe affondata, dato che era protetta da una combinazione di cassa e di garanzie. Peccato che David Viniar, CFO di GS, si sia rifiutato di rendere note le controparti di questi fantasmatiche operazioni di copertura, cosa che rende "ridicola", nonché controproducente, la sua prova muscolare. Sembra dunque che il vero volto di Goldman Sachs assomigli molto più a quello dipinto dai molti cospirazionisti che alle fattezze rassicuranti che ci propongono i suoi capi.

http://www.altrenotizie.org/economia/2831-goldman-sachs-nemico-pubblico.html

DIBATTITO/ Acqua privata, costosa e “sporca”: tutte le falsità sul decreto Ronchi

 

Carlo Stagnaro, Luigi Ceffalo

Economia e Finanza

martedì 24 novembre 2009

L’acqua in Italia non è ancora libera, ma è più libera di prima. La riforma del settore idrico, che si inserisce nel processo di apertura dei servizi pubblici locali, è un passo importante, perché segna finalmente l’accettazione della gara come strumento ordinario di affidamento della gestione dei servizi idrici, e limita fortemente la pratica dell’affidamento inhouse oltre a ridurre il ruolo degli enti locali anche come azionisti delle società interessate.

A dispetto delle polemiche delle ultime settimane, però, non vi è stata alcuna privatizzazione dell’acqua. La risorsa resta pubblica, come d’altronde imposto dalla Legge Galli fin dal 1994. Oggetto del più recente intervento legislativo sono i criteri attraverso cui vengono selezionati i soggetti che, per un periodo di tempo definito, dovranno farsi carico della gestione ordinaria del servizio e degli investimenti nella manutenzione e nello sviluppo di impianti e infrastrutture.

Quest’ultimo punto è fondamentale: gli acquedotti italiani perdono circa un terzo dell’acqua captata, in media, con punte ben superiori al 50% in casi come quello pugliese. Le reti fognarie non si trovano in una condizione migliore, e il servizio di depurazione dei reflui in diversi contesti non è neppure disponibile. La relativamente scarsa diffusione di adeguati servizi di depurazione, tra l’altro, è oggetto di una procedura d’infrazione europea contro l’Italia, visto che il nostro paese si trova in violazione della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane.

L’esperienza della gestione puramente pubblicistica non si è rivelata soddisfacente; non solo, infatti, ha causato lo stato attuale delle reti, ma ha prodotto una qualità decisamente scadente, specie nel rapporto coi clienti. Le due principali obiezioni che sono state mosse sono, allora, del tutto infondate.

Si è detto che la “privatizzazione” avrebbe prodotto un aumento dei prezzi e un calo della qualità. I prezzi non sono, tuttavia, stabiliti dalle imprese, pubbliche o private che siano, ma dalle autorità d’ambito, organismi di natura strettamente pubblica. È vero che le tariffe sono aumentate negli ultimi anni: ma ciò dipende dall’assenza di investimenti nel passato, che devono essere ricuperati per evitare un deterioramento intollerabile dei tubi. I rincari riflettono la corsa degli investimenti.

La qualità del servizio, specie in relazione alle caratteristiche chimiche e batteriologiche dell’acqua, sono a loro volta fissate - ovviamente - a livello nazionale e locale, e quindi chiunque non sia in grado di garantire i livelli richiesti è automaticamente fuorilegge. Il problema riguarda semmai il sistema dei controlli e la mancanza di una regolazione organica a livello nazionale, ma questo ha relativamente poco a che vedere con la legge Ronchi, appena approvata.

In realtà, la scelta di non muoversi anche su tale fronte è una mancanza della riforma: la volontà del legislatore di limitare le intromissioni degli enti locali nella gestione dei servizi, per prevenire conflitti di interesse, in qualche misura entra in conflitto col fatto che le autorità d’ambito dipendono dai sindaci, i quali sono anche sovente gli azionisti di maggioranza delle società idriche. Una maggiore incisività, dunque, non avrebbe fatto male.

Quello che si è visto in Italia è uno spettacolo bizzarro di opposizione fortissima su qualcosa che non è mai esistito. Certamente il nuovo assetto non ci trasporta nel migliore dei mondi possibili: ma crea un mondo meno peggiore di quello che c’era in precedenza.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=51002

BERNASCONI

Inizia l'inverno, calano le nebbie e cade la prima neve. In queste condizioni é difficile distinguere chiaramente i contorni del paesaggio e la guida sulle strade coperte da un manto nevoso diventa pericolosa.
Ieri le borse sono ripartite al rialzo. Non avevamo previsto questo intenso movimento che ci ha sorpreso. Non ci sembra di aver interpretato male i grafici e riteniamo questa forte reazione un'incidente di percorso.

Stamattina devo uscire presto e mi devo limitare ad un breve aggiornamento.
Ieri le borse europee sono ripartite verso l'alto in un movimento che ci ha sorpreso nella sua intensità. Prevedavamo una reazione ed un tentativo dell'S&P500 di tornare verso i 1100 punti ma non una risalita degli indici così netta e decisa. Le borse europee hanno terminato la giornata con plusvalenze superiori al 2% - l'Eurostoxx50 é cresciuto del 2.44%. Grazie ad un dollaro debole il movimento al rialzo é continuato in America.
Ieri sera l'S&P500 ha chiuso a 1006.24 (+1.36%), lontano dal massimo giornaliero a 1112.38 ma nettamente sopra la barriera dei 1100 punti. Questa seduta é stata una sorpresa ma non ha sconvolto il quadro tecnico.  Sembra che in mancanza di argomenti gli investitori si sono basati sul comportamento del dollaro per giocare al rialzo. L'USD ha perso terreno ma non é crollato a nuovi minimi. L'USD Index é sceso fino a 74.94 per chiudere in recupero a 75.20 mentre il cambio con l'Euro resta sotto gli 1.50 (stamattina 1.4930). Strutturalmente abbiamo visto una buona seduta ma non particolarmente forte. Il numero dei nuovi massimi a 20 giorni si é fermato a 1074, valore insufficiente visto che l'S&P500 si é avvicinato di un punto al massimo annuale. Non vediamo ragioni per una continuazione del rialzo.
I mercati asiatici stamattina sono deboli e quindi é probabile che l'Europa dovrebbe iniziare le contrattazioni in calo. L'Eurostoxx50 dovrebbe aprire sui 2880 punti e tornare sui livelli di venerdì mattina.
Non abbiamo elementi per cambiare opinione e rimaniamo con lo scenario di una moderata correzione con obiettivo 1050 punti di S&P500.
La probabilità di un'accelerazione al ribasso suggerita dalla costellazioni tecniche distributive e ribassiste é sempre valida fino a quando l'S&P500 non chiude su un nuovo massimo sopra i 1113 punti. Per ora non sembra il caso.
Aggiorniamo le chart e vi rimandiamo a domani per un commento esteso.

La coccinella é su un filo d'erba in leggera discesa. Questo insetto potrebbe anche volare via ma l'impressione é che voglia camminare verso il basso.
Le borse hanno iniziato un periodo di debolezza e dovrebbero calare per i prossimi dieci giorni ripetendo un ritracciamento già visto in precedenza. Escludiamo che gli indici si involino verso nuovi massimi mentre una forte caduta é possibile ma improbabile.

Settimana scorsa le borse sono balzate lunedì e l'S&P500 ha raggiunto un nuovo massimo a 1113 punti verso le nostre previsioni che davano un potenziale massimo di rialzo a 1120 punti. Gli indici azionari hanno resistito ad alto livello ancora per alcuni giorni per poi essere respinti verso il basso nella seconda parte della settimana. Per saldo le performances settimanale sono state negative specialmente per l'Eurostoxx50 che ha perso il -1.73%. Per la cronaca ecco i dati per gli altri indici che solitamente esaminiamo: DAX -0.42%, S&P500 -1.73%, Nasdaq100 -1.35%. Una sorpresa é costituita dal Dow Jones che ha guadagnato il +0.46% - questo grazie al balzo dei farmaceutici (Merck +10.15% e Pfizer +4.38%) poiché se guardiamo le A/D a 15 su 15 vediamo un perfetto equilibrio. In Asia abbiamo una situazione particolare con la Cina in uno spettacolare bull market senza limiti (Shanghai B +4.63%) ed un Giappone in un triste trend ribassista (Nikkei -2.79%) dovuto al ritorno della deflazione.
In generale sembra che i mercati hanno nuovamente raggiunto la cresta di un'onda di rialzo ed ora devono ritracciare per una decina di giorni. Se così fosse il caso e lo svolgimento segue quello delle tre precedenti occasioni registrate da agosto, dobbiamo ora avere un calo del -3 fino ad un -5% a seconda dell'indice. Per l'S&P500 abbiamo un'obiettivo a 1050 punti mentre l'Eurostoxx50 dovrebbe ridiscendere sui 2700-2750 punti. È probabile che in questa fase il trend di base resti rialzista e lasci intatte le possibilità per un rally natalizio. Vediamo però numerose costellazioni tecniche di tipo distributivo (testa e spalle in Europa, cuneo ascendente in America, triplo massimo sul Transportation) che potrebbero sfociare in un ribasso ed apliare la correzione. Vedremo nelle prossime sedute se i venditori prendono slancio e le formazioni grafiche negative vengono confermate dalla rottura dei minimi di novembre.

Il trend rialzista sugli indici azionari é strettamente correlato alla debolezza del dollaro americano. Questo a sua volta influenza i prezzi delle materie prime e dell'oro. Noi siamo convinti che il dollaro stia terminando questa fase di debolezza e stia iniziando, contro le indicazioni fornite dall'analisi fondamentale, un perido di rivalutazione. Se questa nostra teoria é corretta e l'USD Index sta formando un bottom, é probabile che gli indici azionari stiano formando un largo top a medio termine. Sembra però che questa fase prenda più tempo del previsto.
Venerdì l'USD Index ha si é leggermente rafforzato salendo a 75.66. Anche il cambio EUR/USD é sceso (1.4860). Abbiamo l'impressione che il dollaro stia formando un bottom prima di risalire. Continuiamo a seguire il dollaro con attenzione in cerca di segnali e conferme di un cambiamento di tendenza. Il comportamento del dollaro americano é cruciale e decide la differenza tra ritracciamento e correzione sui mercati azionari. L'USD Index deve superare la forte ed importante resistenza a 76.50-77 punti in maniera che il ritracciamento in atto sui mercati azionari possa diventare un ribasso sostenibile e di ampie proporzioni.
L'oro ha chiuso a 1149 USD/l'oncia dopo il record storico di 1153 USD/l'oncia raggiunto mercoledì. Crediamo che l'oro stia compiendo un'accelerazione finale di tipo esaustivo per formare un top ma come per il dollaro abbiamo bisogno di conferme.

Giovedì in America é giornata di festa: Thanksgiving. Questo potrebbe influenzare e falsare l'andamento della settimana visto che mercoledì pomeriggio gli operatori cominceranno a sparire per prendere libero venerdì e fare alcuni giorni di vacanza. Oggi gli indici dovrebbero risalire e l'S&P500 potrebbe tentare un'improbabile recupero dei 1100 punti (lo vediamo dai futures ora in netto rialzo!). Il resto della settimana gli indici dovrebbero poi scivolare con bassi volumi e volatilità per una chiusura settimanale con una minusvalenza.

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.

L'S&P500 (-0.32% a 1091 punti) ha avuto una seduta molto tranquilla. L'indice non é riuscito a recuperare le perdite del giorno precedente ad ha chiuso in leggera perdita confermando la rottura del supporto a 1110 punti. Notiamo uno strano calo della volatilità VIX a 22.19 (contro i 23.36 della settimana precedente). È come se gli investitori fossero troppo ottimistici e stessero sottovalutando i problemi del mercato... Prevediamo ora una fase di debolezza ed un calo dell'S&P500 fino ai 1050 punti. Questo ritracciamento dovrebbe seguire l'esempio dei tre precedenti e lasciare intatta la linea di trend ascendente dal minimo di agosto. A livello grafico abbiamo un cuneo ascendente che in due casi su tre si tramuta in un ribasso. La conferma arriverebbe solo con una rottura del minimo di novembre a 1029 punti, cosa che per ora non sembra possibile.

Il Nasdaq100 (-0.50% a 1764 punti) ha avuto un'altra seduta in calo allontanandosi ulteriormente dai 1800 punti. L'indice sembra aver iniziato un sano ritracciamento e dovrebbe ridiscendere sui 1650-1700 punti. Questa discesa potrebbe trasformarsi in un ribasso nel caso che l'indice rompesse il supporto a 1650 punti toccando un minimo discendente. Le probabilità non sembrano però molto alte e teniamo quindi questo scenario molto negativo in riserva.

L'Eurostoxx50 (-0.95% a 2833 punti) la mattina sembrava in grado di recuperare ma poi i venditori hanno ripreso il controllo della situazione spingendo l'indice in negativo. Si sta formando una testa e spalla ribassista che verrebbe confermata dalla rottura del minimo di novembre sui 2700 punti. Strutturalmente non vediamo molta debolezza e quindi ci aspettiamo ora una lenta ed irregolare discesa fino a questo supporto che dovrebbe reggere. Stamattina si profila una reazione dei compratori ed un'apertura con una trentina di punti di guadagno. Sarà questa l'occasione per giudicare le forze residue dei rialzisti.

Il DAX (-0.68% a 5663 punti) si é comportato come l'Eurostoxx50. Vediamo la formazione di una testa e spalle ribassiste ma pensiamo che l'indice non dovrebbe crollare ma scivolare nei prossimi dieci giorni solo verso il supporto a 5350-5400 punti. Stamattina l'indice riapre sui 5720 punti e se questo ritracciamento si sviluppa come previsto la chiusura stasera dovebbe essere sotto questo livello.

L'SMI (-0.15% a 6277 punti) ha perso solo alcuni punti grazie all'ovvio buon comportamento dei farmaceutici (Roche +0.99%).
Logicamente anche l'SMI dovrebbe ora ritracciare ma facciamo fatica a determinare un'obiettivo. Il supporto a 6200 punti dovrebbe cadere in settimana. La formazione a testa e spalle é meno chiara che nel resto dell'Europa e pensiamo che l'indice potrebbe ridiscendere ora fino ai 6000 punti lasciando il trend di base rialzista intatto.
In fondo però é dalla fine di agosto che questo indice non combina più molto...

Scenario 2009

Per quest'anno prevediamo in autunno una sostanziale correzione. Il minimo a 666 punti di S&P500 raggiunti il 6 di marzo deve essere confermato. Un nuovo minimo sotto questo livello ancora quest'anno é ormai da escludere. Probabilmento
l'S&P500 toccherà un minimo ascendente tra i 740 ed i 820 punti. 
Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra alle nostre spalle, le stime ufficiali per il 2009 (al 22 ottobre 2009) sono risalite a 54.07 USD. Quelle per il 2010 sono addirittura al'incredibile livello di 72.79 USD. Capitalizzando gli utili 2009 con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 850 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Debitiamo inoltre che i dati relativi al 2010 siano realistici. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 50 USD e la ripresa fosse anemica (come ritiene una buona parte degli economisti), un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 600 USD.
Riassumendo, tecnicamente e fondamentalmente i 1050 punti di S&P500 raggiunti a fine settembre corrispondono secondo noi ad una sopravalutazione del mercato. La prossima dovuta sostanziale correzione ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.

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Un banchiere prenderà il posto di Geithner?

 

Non vorrei che dietro l’odierno rally della borsa statunitense più che la soddisfazione per il balzo in avanti delle vendite di case vi sia l’indiscrezione del New York Post sulla possibilità che il numero uno di J.P. Morgan-Chase, Jamie Dimon, possa subentrare all’attuale ministro del Tesoro, Timothy Geithner, un’ipotesi che considero sciagurata e che spero davvero si riveli al più presto del tutto infondata.
E’ vero che l’ipotesi appare un po’ stiracchiata, ma l’esperienza recente dell’ex (?) investment bunker sulla poltrona più alta del dicastero del Tesoro a stelle e strisce, Hank Paulson, nonché quella più remota nel tempo del suo ex collega in Goldman, Robert Rubin, fa temere che non sia affatto impossibile che Obama punti su un banchiere di lungo corso per rimpiazzare il civil servant Geithner che, in effetti, è da lungo tempo sotto tiro.
I lettori del Diario della crisi finanziaria conoscono bene la mia valutazione dei trenta mesi di gestione di Paulson al Tesoro, una prestazione al di sotto di ogni sospetto e che non cercava neppure di nascondere il pesante conflitto di interessi gravante sul ministro che aveva, insieme a Bernspan beninteso, potere di vita o di morte sulla banca di provenienza e sulle sue più o meno dirette rivali, per non parlare della serie infinita di piani per uscire dalla crisi trionfalmente annunciati e, quasi sempre, repentinamente falliti.
Ma il capitolo più oscuro della saga di Paulson resta indubbiamente la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers, una decisione che portò il mercato finanziario globale quasi oltre l’orlo del baratro, un’eventualità sciagurata che venne impedita soltanto a costo di decisioni eccezionali assunte dal G20 nell’ottobre del 2008 e che videro gettate sul piatto, tra impegni e spese realmente sostenute, decine e decine di migliaia di miliardi di dollari, in larghissima parte a rischio se non proprio a carico dei contribuenti.
Nel caso di Paulson, non si trattava nemmeno dell’eterno dilemma tra scelte in favore di Wall Street o di Main Street, in quanto era evidente a tutti l’approccio assolutamente bancocentrico dell’allora ministro del Tesoro, un approccio che contribuì a spedire General Motors e Chrysler dritte dritte nel girone infernale delle procedure fallimentari dalle quali entrambe sono uscite a spese dei loro bondhoders.
A onore di Dimon, va tuttavia detto che la banca da lui gestita è certamente quella che ha retto meglio alle intemperie della tempesta perfetta, forse anche perché era quella meno caratterizzata dagli elevatissimi rapporti di leverage che affliggevano le sue più dirette concorrenti, ma questo non è sufficiente a preferire un banchiere a un ex presidente della Fed di New York tempratosi per quasi due decenni proprio al ministero del Tesoro.
Il balzo in avanti delle vendite di case negli Stati Uniti d’America in ottobre, una crescita del 10,1 per cento rispetto al mese di settembre, trae invece origine da quelli che dovevano essere gli ultimi fuochi degli incentivi fiscali che dovevano scadere alla fine di novembre, ma che sono stati estesi fino alla fine di aprile dell’anno prossimo, bonus fiscali che sono stati estesi anche a quanti acquistano una casa non per la prima volta, purché possano dimostrare di essere in possesso dell’abitazione precedente da almeno cinque anni, anche se in questo caso il bonus si riduce da 8.000 a 6,500 dollari.

Pubblicato da marco sarli a 18.19

 

http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/11/un-banchiere-prendera-il-posto-di.html

Non C'è più Nessuno Ottimista sui Titoli di Stato (eccetto il Migliore Gestore del Mondo)

  • 03:47 24/11/09
  • Gli ultimi sondaggi di investitori istituzionali Bloomberg o Barron's indicano un 60% e rotti ottimista sulla borsa e nessuno praticamente ottimista sui titoli di stato, i tori sono scesi al 5% che è il minimo storico perchè a 0% non arrivi mai ( parliamo riguardo ai Bond dai 3-5 anni di scadenza in poi, specie treasury USA ma anche Bund o Bobl o Btp)
    Però tra il 5% di investitori istituzionali invece ottimisti su Treasury bond USA c'è Bill Gross, il numero uno incontrastato da ormai 15 anni.
    Pimco di Bill Gross è un fondo che a volte è al 60% in corporate bond, 30% in bonds immobiliari e 10% cash, cioè che Bill Gross vada al 63% in Treasury è praticamente il massimo, indica che punta ad un cedimento dell'economia (ricordo che da lavoro ad Alan Greenspan tra le altre cose) e alla DEFLAZIONE

    Nov. 24 (Bloomberg)
    Bill Gross, who runs the world’s biggest bond fund at Pacific Investment Management Co., increased his holdings of government-related debt to 63 percent, the highest proportion since July 2004.
    Gross boosted his $192.6 billion Total Return Fund’s investment in Treasuries, so-called agency debt and other U.S. government-linked bonds from 48 percent of assets in September while reducing his position in mortgages to the smallest since May 2004, according to data on Pimco’s Web site yesterday.
    Gross said in his December investment outlook last week that the “systemic risk” of new asset bubbles is rising with the Federal Reserve keeping interest rates at record lows. Under what Pimco has termed the “new normal,” investors should be prepared for lower-than-average historical returns with heightened government regulation, lower consumption, slower growth and a shrinking global role for the U.S. economy.
    With unemployment at a 26-year high of 10.2 percent, Gross said the central bank is unlikely to raise interest rates until nominal gross domestic product increases 4 percent to 5 percent for another 12 months.

http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=4750&reply_id=202369