Crisi globale: il bluff della ripresa

di Luigi Tedeschi - 11/03/2010 Fonte: Italicum [scheda fonte]

A un anno di distanza dal fallimento della Lehman Brothers, la ripresa sembra alle porte: l’informazione mediatica diffonde infatti un ottimismo che non riesce tuttavia a celare le ombre incombenti sul prossimo futuro dell’economia mondiale. Secondo l’opinione corrente, il peggio sembra ormai passato ma la ripresa si prospetta lenta, difficile e gravida di insidie per timori diffusi di nuove speculative, prospettive di inflazione e disoccupazione in aumento.

E’ FORSE CAMBIATO QUALCOSA? In realtà la crisi dell’autunno 2008, col fallimento di oltre 100 banche americane e il salvataggio e/o nazionalizzazione di numerosi gruppi finanziari e assicurativi in tutto l’Occidente, non sembra aver prodotto nell’economia e nella politica dei paesi più avanzati le necessarie riforme al fine di scongiurare nuove crisi e salvaguardare la collettività dalle manovre speculative della finanza globale. La crisi non sembra aver generato mutamenti sostanziali nel campo economico-finanziario. I segnali di fuoriuscita dalla crisi sono dovuti principalmente ai rialzi delle quotazioni di borsa, i cui indici sono tornati ai livelli precedenti al settembre 2008. La ripresa del comparto finanziario di borsa è diretta conseguenza degli utili trimestrali registrati dagli istituti finanziari, le cui quotazioni nel marzo 2009 avevano raggiunto il minimo storico. Tale apparente risanamento delle finanze delle banche è comunque dovuto ai piani di intervento degli stati, con erogazioni massicce di liquidità, garanzie pubbliche sulle transazioni, occultamento nei bilanci dei titoli “tossici”. Gli utili delle banche derivano dunque da investimenti effettuati con fondi acquisiti a costo zero dalle banche centrali. Negli USA si è registrato un aumento di liquidità circolante pari al 109%: il denaro fresco è stato investito in oro, titoli di Stato (a rendimento netto zero), azioni, obbligazioni, determinando quindi evidenti rialzi nei mercati finanziari. Stato e banche si trovano oggi in un rapporto di interconnessione reciproca inscindibile: lo stato ha bisogno delle banche quali intermediari nel collocamento dei titoli pubblici e le banche necessitano delle sovvenzioni che scongiurino il fallimento in tempi di crisi. L’implosione dei mercati del 2008 non ha comunque mutato, nei principi e nella prassi l’attività dei banchieri, anzi ne ha accresciuto l’arroganza e il potere di ricatto nei confronti dello stato: il sostegno pubblico è divenuto per essi, nei fatti, un diritto consolidato, dato che, in caso di assenza di aiuti finanziari, si verificherebbe il collasso dell’intero sistema. Il crollo dell’economia reale ha paradossalmente consolidato i privilegi della casta finanziaria nei confronti degli stati, che, solo nell’area euro, hanno erogato sussidi alle banche per importi pari al 31% del Pil. Le banche, invece, hanno continuato ad elargire “bonus” milionari ai loro managers, a fronte del malcontento dei popoli, che oltre a subire le conseguenze della crisi in termini di disoccupazione e di prelievo fiscale, hanno contribuito a rafforzare i privilegi della casta finanziaria. Una evidente manifestazione della accresciuta arroganza delle banche è dimostrata dal loro scarso interesse al collocamento nei mercati dei bond europei, nonostante le ripetute rimostranze di Tremonti. Le banche disattendono le direttive dei governi al fine di collocare i propri prodotti. L’unica regola universalmente accettata dalle banche è sempre la stessa: socializzare le perdite e privatizzare i profitti.

NUOVE REGOLE: QUALI E QUANDO? All’indomani della crisi del 2008 si è avvertita da tutti l’esigenza di nuove regole che limitassero le speculazioni della finanza virtuale a danno del risparmio e della produzione. Si è preso atto di una crisi non congiunturale ma sistemica e quindi si è manifestata l’esigenza, non solo di regole che scongiurassero gli eccessi della finanza, ma che determinassero la nascita di un nuovo ordine economico che comportasse una profonda revisione dei rapporti tra gli stati e i mercati. Ma già le normative in vigore a livello internazionale si sono rivelate impotenti a disciplinare le dinamiche del mercato globale. Un valido esempio di tale stato di fatto è stato offerto dagli accordi internazionali di Basilea 2 per quanto concerne i requisiti patrimoniali delle banche nella erogazione dei prestiti: tali regole hanno condotto restrizioni generalizzate del credito nei confronti delle imprese (che ne stanno scontando i danni più rilevanti nella odierna crisi), ma non hanno impedito alle banche di innescare spirali speculative che hanno determinato l’attuale crisi finanziaria. Sembra allora impossibile imporre nuove regole, data l’impotenza delle istituzioni politiche dell’Occidente, dinanzi ad una finanza globale che è sempre pronta ad emanare diktat e veti nei confronti delle istituzioni politiche, magari camuffandoli da dogmi ideologici liberisti, per avere mano libera nelle proprie strategie speculative: produce, come sempre, economia virtuale e non certo sviluppo. L’unica misura adottata in occidente è il divieto, anche se non generalizzato, delle vendite allo scoperto, di quelle transazioni cioè che permettono all’investitore di lucrare sul ribasso dei titoli. Ma tale misura è una forma di autotutela dei grandi investitori, atta a salvaguardarli dagli effetti perniciosi della speculazione al ribasso.

L’AVVENIRE OSCURO DELL’ECONOMIA REALE Le prospettive dell’economia reale restano tuttora oscure: l’ottimismo diffuso deriva dalla conclamata fine della recessione, nelle previsioni di crescita, seppur limitata nel corso del 2010, e dalla frenata dell’inflazione. Nella produzione si accentua però il malessere causato dalle restrizioni del credito. Queste ultime sono dettate dalle esigenze di risanamento del sistema bancario. Ma tale politica creditizia non può non generare che danni nei confronti della produzione e dell’occupazione. Questi sintomi di ripresa di crescita produttiva e dei consumi potrebbero tuttavia rivelarsi illusori. Il calo dei consumi registratosi dall’inizio del 2009 ha comportato recessione e incrementi delle scorte di prodotti invenduti. Oggi, esauritesi le scorte, sono ripartiti gli ordini nell’industria e quindi, si è verificata una limitata ripresa. Essa potrebbe però essere più apparente che reale, poiché, una volta esauritesi di nuovo le scorte, nei primi mesi del 2010 potrebbe aver luogo una nuova stagnazione produttiva, con decremento del potere d’acquisto e dei consumi della collettività. Una analoga analisi può essere svolta riguardo alla lievitazione dei valori di borsa. Il buon andamento della borsa indurrà la BCE ad alzare i tassi (misura peraltro già annunciata), la Fed ridurrà gli aiuti finanziari in termini di garanzia, interventi e sussidi a Wall Street e pertanto, si genereranno nuovi equilibri nel mercato che potrebbero condurre a nuove recessioni ed implosioni di nuove bolle speculative. E’ stata inoltre rilevata da economisti di grande prestigio, quali Joseph Stiglitz, la scarsa credibilità di indicatori economici, già considerati assoluti ed inviolabili, quali il Pil, la cui affidabilità si dimostra inadeguata nelle analisi della crisi presente e nelle conseguenti strategie di risanamento economico. Il Pil misura il valore della produttività di beni e servizi e la sua crescita viene spesso enfatizzata dai governi, senza che a tali incrementi faccia riscontro una adeguata percezione di miglioramento da parte dei cittadini, le cui esigenze sono rivolte spesso non tanto agli incrementi dei consumi, quanto a migliori condizioni di protezione sociale in tema di assistenza, sicurezza, previdenza. Negli anni precedenti, poiché si registrava una crescita economica in termini di Pil negli USA assai più marcata che in Europa, il Gotha degli economisti europei invocava l’avvento anche in Europa del capitalismo senza regole americano. Ma tale crescita si fondava su consumi drogati dall’indebitamento generalizzato della popolazione, fattore che ha condotto al collasso dell’economia statunitense, senza che i “vati” dell’economia europea recitassero alcun mea culpa. La realtà della crisi imporrebbe quindi una drastica archiviazione di indici inaffidabili nell’attuale contesto economico mondiale. Sarebbe questo uno dei primi passi da compiere, se veramente si vogliono emanare nuove regole per l’economia globalizzata.

IL BUCO NERO DELL’OCCUPAZIONE Assai pessimistiche sono invece le previsioni in materia di occupazione. La prevista ripresa non produrrà occupazione, data la restrizione del credito, il calo degli investimenti e il diminuito potere d’acquisto dei consumatori. Secondo le stime OCSE, in Europa sono a rischio 25 milioni di posti di lavoro, il tasso medio di disoccupazione potrebbe salire al 10,2%. Nei paesi sviluppati dell’Occidente, i disoccupati nel 2010 potrebbero essere 57 milioni. Solo l’Italia potrebbe registrare nel 2010 circa un milione di disoccupati in più. La ripresa è dunque lunga e piena di insidie. Le cause di tale stato di cose sono facilmente diagnosticabili. Gli stati dell’Occidente, per scongiurare il collasso del sistema finanziario hanno vorticosamente aumentato il debito pubblico e pertanto, la ripresa produttiva verrà in larga parte assorbita dalla alta pressione fiscale e da possibili ondate inflattive. L’inflazione, peraltro, potrebbe rappresentare un rimedio perverso, che permetterebbe agli stati di annullare larga parte del buco nero finanziario creato da un debito pubblico insostenibile. Ma soprattutto, l’economia sconta le distorsioni provocate dalla delocalizzazione industriale selvaggia verificatasi nell’ultimo decennio, che ha sottratto ai paesi sviluppati fondamentali risorse produttive e, nell’area UE, gli effetti devastanti della politica monetarista di bilancio portata avanti dalla BCE, con ingenti tagli alla spesa pubblica e restrizioni del credito. L’economia non può dunque crescere, qualora non vengano mutate le impostazioni sistemiche ispirate alla globalizzazione dei mercati degli ultimi decenni. Soprattutto è sotto accusa l’economia del debito, quella cultura d’impresa e del consumo cioè, perseguita dagli anni ’80 in poi, in cui gli investimenti delle imprese non vengono effettuati con capitale proprio ma con l’eccessivo ricorso al credito, cui fanno riscontro abnormi livelli di consumo, resi possibili dall’erogazione indiscriminata del credito al consumo. Questo capitalismo del debito, determinando l’implosione del debito e delle bolle speculative dell’autunno 2008, è giunto al capolinea. In realtà, la crescita artificiosa degli ultimi anni, frutto di una economia drogata dal debito, si è rivelata un espediente virtuale di sopravvivenza, che ha avuto la funzione solo di tenere in vita un sistema capitalista già in crisi negli anni ’70 per sua incapacità di produrre sviluppo.

LA SCOMPARSA DELLA POLITICA La grande assente in questo scenario di crisi è la politica. Il malcontento dei popoli è dovuto ad un preciso atto d’accusa nei confronti delle classi dirigenti. All’indomani della crisi, le classi dirigenti hanno solo confermato il loro atto di fede nel liberismo e nell’economia globalizzata, nel loro deciso no ad ogni misura protezionistica. Nuove regole invocate da tutti per una nuova normativa sulla finanza internazionale non sono state emanate. I popoli intanto, ne stanno scontando però le conseguenze, in termini di pressione fiscale e disoccupazione. La sovranità dimezzata degli stati è dunque evidente. Le classi dirigenti politiche hanno dovuto sostenere il sistema finanziario già responsabile della crisi ma, pur avendo evitato la catastrofe, negli USA Obama non è finora riuscito ad imporre nuove regole a causa delle pressioni delle lobbies finanziarie e delle resistenze del Parlamento. L’impotenza della politica è evidente: basti pensare che Obama non è riuscito a varare la riforma della sanità pubblica grazie alle resistenze delle lobbies assicurative. Eppure egli ha impedito il crack del più grande gruppo assicurativo americano, l’Aig, con la sua nazionalizzazione.

VERSO NUOVE PROSPETTIVE? Il calo della produzione e dei consumi, già ipertroficamente gonfiati dalla economia del debito, dovrebbe invece suggerire, dinanzi ad un capitalismo in declino perché non più in grado di generare sviluppo, soluzioni sistemiche ispirate alla decrescita. Ma tali soluzioni presuppongono il ripristino della sovranità degli stati e il conseguente primato della politica sull’economia. Circa le prospettive future della crisi e della ripresa ci sembra a tal proposito illuminante l’opinione di Ralf Dahrendorf espressa nella sua ultima intervista: “Alla fine tutti avremo ridotto gli standard di vita almeno il 20%. Torneremo circa ai livelli precedenti a quelli di Ronald Regan e Margaret Thatcher. Per alcuni aspetti, a un modo di vivere che somiglierà un po’ agli anni Cinquanta e Sessanta, con molta più tecnologia ma senza l’ottimismo di quei decenni”. Le soluzioni della politica, oggi assente e/o compromessa con le lobbies finanziarie della Global Class, sono comunque evidenti, in quanto emergenti dall’analisi delle realtà sociali del nostro tempo. Gli stati, in quanto organi istituzionali sovrani, dovrebbero almeno controllare, se non devolvere a se stessi i sistema finanziario e i settori strategici dell’economia, disciplinare gli scambi in un contesto normativo di rapporti internazionali, adottare un sistema di cambi valutari concordato, togliendo al dollaro la prerogativa di valuta di riserva e soprattutto emettere direttamente la propria moneta, sottraendo alle banche centrali il potere di emissione e di controllo del credito. In questi ultimi anni si sta delineando una trasformazione sociologica di carattere epocale: nel prossimo futuro non saranno più i livelli di crescita e di consumo i parametri su cui potrà essere valutato il benessere dei popoli, ma le prestazioni dei servizi dello stato sociale, la sicurezza dell’occupazione, la tutela dell’ambiente, una più elevata qualità della vita, con maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte politiche. La fuoriuscita da un sistema capitalista incapace di superare le crisi da esso stesso generate, sarà lunga e sofferta. Ma le crisi, pur nella gravità delle loro conseguenze, dischiudono storicamente sempre nuovi orizzonti. Occorre però far presto, perché i danni prodotti da un sistema capitalista in progressiva decadenza, potrebbero anche essere non più reversibili.

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L’euro trova il Fondo ma perde l’Europa

Inchiestadi Luca Conforti
pubblicato il 11 marzo 2010 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Non convince proprio nessuno l’idea di questo nuovo strumento monetario europeo. Un palliativo che potrebbe trasformarsi in una letale perdita di tempo mentre il paziente si debilita e muore. Ma in mancanza di alternative vale la pena tentare

Il fuoco di fila delle obiezioni è notevole sia per solidità tecnica che per peso politico dei critici. Le bordate dalla Bce, i distinguo del cancelliere tedesco Angela Merkel e del ministro dell’Economia francese Christine Lagarde, le stroncature arrivate dai giornali come Financial Times ed Economist fanno capire che non ci sono speranze di arrivare ad un accordo unanime di tutti i paesi dell’Unione per modificare i trattati costitutivi dell’Ue e inserire questo 20051029 blue pig Leuro trova il Fondo ma perde lEuropanuovo organismo all’interno dell’architettura comunitaria. Allora perché continuare a parlarne? Il presidente della Bundesbank, e probabile futuro capo della Bce, Axel Weber, ha definito il dibattito “controproducente”. L’Fme è una sorta di antipiretico, abbassa la febbre ma non cura i sintomi che l’hanno portata. Cercare un modo efficace per tenere la temperatura sotto controllo può portare a individuare la cura o far semplicemente perdere tempo prezioso alla malandata Unione Europea. Ma senza alternative, che fare?

ARROSTITE I PIGS – Le finanze pubbliche dei governi europei sono in difficoltà, il patto di stabilità è perfetto in un contesto di crescita economica moderata, costringe i governi a tenere i deficit all’interno del 3% del Pil annuo e ne standardizza le politiche di spesa. Di fronte al crollo dell’economia, delle esportazioni e delle entrate fiscali, alcuni paesi (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), riuniti nell’acronimo Pigs, si sono trovati “soli”, nel senso che gli investitori hanno chiesto premi più alti per prestar soldi ai singoli paesi. Un passaggio utile a sciogliere un equivoco: chi adotta l’euro ottiene anche la garanzia “continentale” sui propri conti? I trattati europei dicono espressamente di no (clausola di non salvataggio), l’operato della Bce, che nell’ultimo anno ha dato euro sonanti in cambio di titoli di Stato di qualsiasi paese membro, sembra dimostrare il contrario. L’equivoco è esploso nella trattativa tra la Commissione Ue, i ministri economici (Eurogruppo) e il governo greco per un piano di rientro dei conti. Bruxelles ha escluso almeno un paio di vie d’uscita drastiche, ma molto convenienti per Atene: un default parziale (riduzione unilaterale dei pagamenti sui titoli di Stato greci) o un aiuto diretto da parte dell’Europa o della Germania. Non ha offerto nulla in cambio, tanto che il primo ministro Papandreu ha sondato le alternative: il Fondo monetario internazionale darebbe soldi (fondi che l’Europa non si è dimostrata interessata a scucire) senza essere altrettanto invasivo nell’imporre delle politiche di rientro.

COSA SERVE? – La proposta, vecchia di un mese, di creare un Fme è probabilmente irrealizzabile, ma ancora una volta è utile solo se la si veda da Bruxelles (e da Berlino). Sarebbe un altro scudo protettivo per l’euro, ma è un’istituzione di nessun interesse per la Grecia (arriverebbe troppo tardi), ma anche di crollo rendimento bonds Leuro trova il Fondo ma perde lEuropascarso appeal per chi dovesse trovarsi nella posizione greca tra 12-18 mesi. Il fondo europeo fornirebbe denaro (un nodo non da poco è come e chi lo finanziarebbe), guiderebbe il rientro dei deficit, ma soprattutto la sua sola presenza dovrebbe togliere armi alla speculazione che colpisce l’Euro per la debolezza di uno solo dei suoi paesi. L’obiezione più ovvia all’Fme non è tecnica, ma politica: perché la Commissione e la Bce non si sobbarcano l’onere di negoziare un prestito alla Grecia e le relative condizioni? La clausola di non salvataggio lo impedisce, ma non si capisce perché i trattati si possono modificare per creare l’Fme, ma non per dare poteri analoghi agli organi inesistenti. Forse si pensa che la Commissione, composta da politici – o ancor più l’Eurogruppo e il consiglio dei capi di Stato e di governo – sarebbe meno “imparziale” nell’imporre ricette impopolari a paesi fiscalmente irresponsabili. Più efficace, agli occhi dei tecnocrati, sarebbe un gruppo di economisti in grado di elaborare un “Bruxelles consensus” (una serie i principi validi per tutti i paesi, proprio come fa l’Fmi).

COSA SERVE DAVVERO? – L’attrattiva più affascinante dell’Fme è proprio questa, sottrarre ai singoli governi e agli organi comunitari l’onere di decidere che cosa serva all’Europa. Un bel dilemma, rimasto irrisolto da più di un anno e mezzo quando i paesi membri hanno rinunciato ad avere una politica concertata per fronteggiare la crisi. Ogni european union Leuro trova il Fondo ma perde lEuropapaese è andato per i fatti suoi: chi ha difeso l’occupazione (l’Italia), chi ha spinto la domanda interna (Germania), chi ha salvato le banche (Inghilterra). Strategia continentale non c’è stata, ma questo non significa che sarebbe servita o servirà. Un passaggio obbligato sarà proprio l’europeizzazione dei debiti pubblici. Salvare la Grecia, che pesa solo il 2,5% del Pil dell’eurozona, non è un problema di solidarietà, e probabilmente neanche per difendere il valore e l’onere dell’Euro. Al contrario, una certa dose di svalutazione della moneta unica può essere utile a far ripartire le esportazioni extra continentali. Salvare la Grecia invece è obbligatorio per evitare un effetto domino che disgregherebbe l’unione monetaria e politica. In mezzo secolo abbiamo capito che l’integrazione non può stare ferma: procede o regredisce. Non è una scusante per l’inazione dei governi in carica nemmeno l’ovvia difficoltà di spiegare ai contribuenti tedeschi e francesi del perché si usano i loro soldi per salvare i greci. Succede già da 50 anni con i fondi strutturali e non si capisce perché da ora sarebbe un problema.

LA FOGLIA DI FICO – L’Fme è una risposta tipicamente europea (nel senso di burocratica e utopistica) ad un problema reale, molte delle migliori conquiste del Vecchio continente come la moneta unita, la libera circolazione e la politica ambientale, sono nate da proposte altrettanto burocratiche e utopistiche. Quindi bene parlarne per iniziare a capire che la politica macroeconomica va fatta tra Bruxelles e Francoforte, o non ci sarà più una Macroeconomia europea.

http://www.giornalettismo.com/archives/54956/leuro-trova-fondo-perde-leuropa/

Mullen preoccupato di un attacco israeliano all’Iran

TRADUZIONE EFFEDIEFFE http://www.usnews.com/dbimages/master/3704/FE_DA_080222mullen.jpg
AntiWar 11 marzo 2010
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Testo
L’Adm. Mike Mullen, capo di Stato Maggiore Difesa, è tornato sudato dalla sua visita in Israele a febbraio. Si è preoccupato ad alta voce che Israele intrappoli gli USA in una guerra con l’Iran. La cosa è particolarmente preoccupante perchè Mullen ha una lunga esperienza nel frenare simili piani israeliani nel passato. Questa volta sembra convinto che i leader israeliani non abbiano preso sul serio i suoi avvertimenti, nonostante il linguaggio particolarmente forte cui è ricorso............................ http://www.effedieffe.com/content/view/9749/183/

BCE: BILD ATTACCA DRAGHI E SPINGE PER WEBER PRESIDENTE

(ANSA) - BERLINO, 11 MAR - Il tabloid tedesco Bild lancia oggi un duro attacco a Mario Draghi, sostenendo che la presidenza della Banca centrale europea (Bce) dovrebbe andare all'attuale numero uno della Bundesbank, Axel Weber, e non al governatore della Banca d'Italia. ''Mario Draghi, capo della Banca centrale italiana, vuole diventare 'Mr. Euro''', esordisce il giornale piu' letto della Germania, che dedica quasi una pagina intera a Draghi e Weber. ''Il presidente della Banca centrale europea garantisce il destino della nostra moneta, amministra l'eredita' del buono e stabile marco tedesco'', prosegue il tabloid. E poi, riferendosi a Draghi, attacca: ''Un uomo della lira! Per la memoria: questa era la moneta con un numero infinito di zeri. Questo non puo' essere vero''. Il tabloid ricorda che Draghi guida la banca d'Italia dal febbraio del 2006 e commenta che il suo predecessore - Antonio Fazio - ''e' indagato dalla Procura''. ''Bene, Draghi e' un sottile intellettuale romano, veste in modo elegante, ha un titolo di professore (politica economica e finanza), e' stato - prosegue il giornale - direttore esecutivo della Banca mondiale. Tuttavia, soprattutto: e' stato un banchiere d'investimento della Goldman Sachs a Londra. La Goldman Sachs, tra l'altro, e' stata la banca che dal 2001 ha aiutato la Grecia a truccare il suo debito per l'Ue con dubbie speculazioni finanziarie''. E commenta ancora: ''Draghi (ai tempi di Londra soprannominato 'Super Mario'), che era responsabile dei rapporti con gli 'stati e le agenzie statali', non vuole avere niente a che fare con l'imbroglio greco''. Il giornale dedica un altro articolo a Weber e spiega ''perche' questo tedesco deve diventare'' il nuovo presidente della Bce, sottolineando tra l'altro che ''l'uomo e' cresciuto con una moneta forte: con il marco tedesco''.(ANSA).

La crisi del debito in Grecia ha spezzato in due l'Unione Europea

Il malcontento tedesco

di

Paul Taylor

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(loccidentale.it) La crisi del debito greca cambierà il modo in cui funziona l'euro-zona, ma probabilmente non nella direzione che i "Padri fondatori" della valuta unitaria avevano sperato. Quando negoziarono il Trattato di Maastricht all'inizio degli anni Novanta, Helmut Kohl, François Mitterrand e Jacques Delors credettero che l'unione monetaria europea avrebbe condotto inevitabilmente verso un'unione politica più stretta, con un maggior controllo federale. Ma i difetti scoperti con i problemi fiscali della Grecia sembrano rafforzare un sistema a due velocità in cui "i grandi", guidati dalla Germania, esercitano più controllo sui "piccoli" e capricciosi ribelli come la Grecia.

È possibile, anche se meno probabile, che i fattori di politica interna impediscano a Berlino di contribuire al salvataggio di un membro della zona euro in difficoltà, lasciando alla Grecia la possibilità di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per il finanziamento delle emergenze. E' anche immaginabile che un paese incapace o poco disposto a fare i sacrifici stabiliti da Bruxelles, Berlino o Washington possa rivelarsi inadempiente o cercare di rimodulare i suoi debiti.

Questo non dovrebbe condurre necessariamente gli stati inadempienti a lasciare la zona euro, nonché a un crollo immediato della singola valuta. Ma provocherebbe una reazione a catena legata ai problemi di solvibilità delle banche che richiedono soluzioni d'emergenza verso cui l'Unione Europea è mal preparata. A Bruxelles, prevedibilmente, si discute sulla esigenza di un controllo economico a breve termine, suoi nuovi poteri di sorveglianza per la Commissione Europea e il relativo ufficio di statistica e forse sulla creazione di un ente europeo che sia in grado di erogare prestiti come ultima risorsa.

José Manuel Barroso, il presidente della commissione, la scorsa settimana ha proposto di dare all'esecutivo Ue nuovi poteri per suggerire programmi economici di revisione per i singoli Paesi, oltre che per nominare e indicare i ritardatari lanciando degli avvertimenti in caso di risposta inadeguata. Ma la Germania, la più grande economia europea, ha fatto capire con chiarezza che non vuole un esame accurato della UE sulle proprie politiche in materia di esportazioni, cioè a dire di quelle politiche che generano i grandi surplus di valuta corrente che secondo gli economisti sono parzialmente responsabili dell'allargamento degli squilibri nella zona euro.

Il Primo Ministro belga Yves Leterme vorrebbe invece un'agenzia "del debito" europea in grado di emettere delle obbligazioni che permettano a tutti i paesi della zona euro di ottenere dei prestiti allo stesso costo. Questa soluzione appare come una falsa partenza agli occhi dei tedeschi e ugualmente inaccettabile per gli Olandesi e i Finlandesi. Grandi trasferimenti fiscali all'interno dell'Unione Europea o nel gruppo dei 16 dell'eurozona sembrano impossibili a causa delle restrizioni del dopo-crisi.

Economisti come Daniel Gros del Center for European Policy Studies e Thomas Mayer di Deutsche Bank hanno proposto un fondo monetario europeo che designi e faccia funzionare, attraverso l'FMI, programmi di assistenza per i paesi dell'eurozona in difficoltà. Ma è duro immaginare come idee ambiziose come questa possano essere realizzate senza cambiamenti del trattato, approvato all'unanimità dai 27 stati Ue. Dopo anni di agonia sembra difficile immaginare l'ipotesi di ottenere la ratifica del Trattato di Lisbona, che ha emendato gli accordi originali dell'Ue.

Una zona euro a due velocità è diventata realtà dal 2004, quando la disciplina Ue sul budget fu sospesa e riscritta per evitare sanzioni contro Francia e Germania, che avevano ripetutamente sforato il limite di deficit. La crisi greca ha rinforzato questa tendenza, indipendentemente dal fatto che Atene possa essere mollata dai suoi partners.

La Grecia è stata messa sotto la tutela fiscale della Ue, ma nessun intrusione del genere è stata imposta alla Francia che, per esempio, ha un deficit doppio rispetto al limite fissato dalla Ue nel 3% del PIL. Ogni protezione finanziaria per la Grecia molto probabilmente sarebbe una disposizione ad-hoc, con la Germania a battere il colpo, mettendo de facto Berlino nella posizione di essere il creditore di ultima istanza dell'Europa.

Questa eurozona a due velocità causerà risentimento e aggraverà la sfiducia fra i grandi e i piccoli stati, fra il nord e il sud del Vecchio Continente. E' questo il modo in cui funziona il potere nel mondo reale, ma l'Unione è stata creata per lavorare diversamente.

L'opposizione politica interna o la corte costituzionale tedesca possono ancora rendere impossibile a Berlino di partecipare al salvataggio. Un paese dell'eurozona incapace di trovare fondi a basso costo sui mercati dovrebbe a quel punto affrontare la scelta di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, dichiarandosi inadempiente, o cercando di rinegoziare il suo debito.

I leader dell'eurozona hanno reso una sorta di tabù l'idea di introdurre dei garanti esterni che finirebbero per trasmettere il messaggio che la "famiglia" è incapace di fare fronte ai suoi problemi. Il default, anche quello di una piccola economia come la Grecia, potrebbe quindi causare una catena di insolvenze delle banche e colpire l'euro. Ecco perché le istituzioni politiche e finanziarie tedesche probabilmente tenderebbero ad appoggiare il "bailout", malgrado la rabbia dell'opinione pubblica. Un evento del genere potrebbe scioccare l'Unione Europea nel suo processo verso una integrazione più ravvicinata.

Ma più probabilmente spingerebbe i Paesi che tengono particolarmente a un regime di disciplina fiscale, come la Germania e l'Olanda, a ritirarsi ulteriormente in politiche destinate a favorire l'interesse nazionale. L'opzione più improbabile è che un Paese possa uscire dalla zona euro. Il prezzo sarebbe enorme e non c'è una seria discussione su questa soluzione in Grecia o in altri euro-stati sotto pressione - ma solo nei Paesi e tra le persone che si sono opposte da sempre all'unione monetaria o hanno previsto che potesse concludersi in lacrime.

Tratto da The New York Times

Traduzione di Danilo Montefiori e Bernardino Ferrero

FINANZA/ Occhi puntati sulla Gran Bretagna: sarà la prossima Grecia?

giovedì 11 marzo 2010

Ormai siamo al delirio di onnipotenza. Francia e Germania, attraverso i rispettivi leader, stanno trattando l'Unione Europea come fosse il loro collegio elettorale: fanno, disfano, propongono e poi ritirano, correggono il tiro e poi tornano alla carica.

Il compiacente José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea in lizza per farci rimpiangere amaramente Romano Prodi, lancia strali contro gli speculatori e il mercato: «Questi mercati sono tanto mobili quanto opachi. La Commissione chiederà spiegazioni e soprattutto porterà all'attenzione dei partner mondiali la questione a livello di G20». Al centro della discussione, come sempre, i cds, ovvero quegli strumenti finanziari di hedging che funzionano come assicurazione sul rischio di controparte di una terza unità.

Nella volontà di Sarkozy, Merkel e Barroso, infatti, ci sarebbe il bando totale del naked short sui cds di debito sovrano al fine di evitare casi di speculazione come avvenuto - a loro avviso - per la crisi greca. Il naked short, in parole povere, significa trattare al ribasso un cds di cui non si è in possesso: pratica malvagissima ma sicuramente meno inaccettabile del ridurre uno Stato a una sorta di deposito di debiti come fatto dalla Grecia e, come tra poco scopriremo, dalla Spagna del tanto decantato Zapatero.

Peccato che questi signori parlino di cose che non conoscono. Primo, i cds non sono trattati in Borsa ma privatamente, non sono azioni od obbligazioni: quindi, se bando deve essere, questo deve essere anche globale. Se infatti si vieta lo short in Europa, nessuno può vietare a chicchessia di andare a trattare l'acquisto a New York. E, secondo voi, gli americani acconsentiranno alle richieste di Barroso e soci solo per il bene della povera Grecia? Soprattutto mentre mezza Wall Street sta scommettendo contro l'euro e l'altra sta cercando il modo per scaricare su qualcuno dei Pigs il costo, in fatto di affronto, della volontà franco-tedesca di dar vita a una sorta di Fondo Monetario Europeo?

Non fateci ridere, per favore. Inoltre c'è un altro particolare che il triumvirato si scorda: occorre definire per bene cosa si intende per naked shorting sui cds. Il perché è presto detto: significa che una banca o un investitore deve essere in possesso del bond sottostante per poter operare oppure possono farlo anche se sono in possesso di assets sottostanti, ad esempio equities? Non è questione da poco, se vogliamo ragionare seriamente di regolamentazione e non di chiacchiere populistiche.

Facciamo un esempio pratico: molte banche e investitori, infatti, hanno usato i cds greci come copertura per le loro esposizioni non solo verso il mercato dei bond ellenici, ma del mercato degli assets di quel paese in generale, come equities o partecipazioni azionarie nelle aziende di quel paese. Come ci si regola in quel caso? Non è loro sacrosanto diritto mettersi in posizione difensiva verso uno Stato alle soglie dell'insolvenza argentina i cui cittadini più abbienti, in nome del bene comune, hanno già spostato 7 miliardi di euro a Cipro, in Svizzera e in Germania per paura di perdere tutto?

È colpa delle banche - sì, le stesse banche che piangono miseria e attaccano gli speculatori e poi si comportano allo stesso modo, se non peggio - e degli hedge funds se il governo di Papandreou ha ereditato dei conti pubblici da terzo mondo e ora deve stringere draconianamente la cinghia per non andare in default e rifinanziare prima e ripagare poi i debiti contratti? I quali, solitamente e per buona creanza, andrebbero onorati e non dilazionati attraverso piagnistei in sede europea o al Fondo Monetario dopo che per anni Atene si è rivolta a ben altre entità per nascondere i debiti, leggi Goldman Sachs.

Ma questo non si sa, non è dato a sapere: il triumvirato parla di ghigliottina contro la speculazione ma lo fa solo perché in questo periodo va di moda. E soprattutto perché deve distogliere l'attenzione dall'altra colossale topica in cui è incorso: la creazione del cosiddetto Fondo Monetario Europeo, entità di fatto parallela alla Bce che ha già fatto saltare i nervi alla Bundesbank (dove i conti su pro e contro sanno farli) e al Bundestag ma che, soprattutto, per essere creata necessita di modifiche, deroghe e stravolgimenti dei Trattati in atto, complicazione che la Francia ha già detto di voler evitare non vedendo la questione «come prioritaria».

Perché l'hanno proposto allora? Perché danno fiato alla bocca invece di pensare seriamente a cosa fare della Grecia, ovvero lasciarla al suo destino salvo intervenire in caso di rischio di effetto domino sulla Spagna e quindi su tutta l'eurozona e la tenuta della moneta unica in generale?

Chissà. Una cosa è certa, come faceva notare ieri Martin Wolf sul Financial Times: la tesi tedesca della rigidità fiscale necessita, kantianamente, dell'antitesi spagnola del deficit. Insomma, la Germania deve scegliere se continuare il suo cammino solitario all'interno dell'Ue, forte dei dati macro e dei surplus, oppure essere meno Germania per rendere l'eurozona più forte e soprattutto possibile come spazio politico e non solo monetario. Wolf definisce l'attuale crisi «il peggior incubo tedesco dai tempi della riunificazione»: e ha, come spessissimo capita, ragione.

Il deficit fiscale di Spagna e Irlanda, ad esempio, è spaventoso e non più sopportabile: quale dei due sarà la prossima Grecia? Chi li salverà? Un altro piano congiunto franco-tedesco? La Bce? Il nuovo Fondo Monetario Europeo o quando le leve dello short colpiranno davvero pesante si smetterà di chiacchierare a vuoto rispetto a bandi e tagliole e si correrà a chiedere pietà all’Fmi? La situazione generale è grave, molto grave e quindi serve estrema serietà da parte di politici, burocrati e regolatori: nessuna delle tre categorie, però, ce la sta fornendo.

In compenso le società di rating, socie degli speculatori, che invece si ammantano della postura di giudici imparziali e regolatori del mercato, stanno spianando la strada alla prossima scommessa: l'abbassamento del rating della Gran Bretagna con il downgrading da AAA «in caso non venga posto, seriamente e in fretta, un argine all'aumento del debito pubblico, il peggiore in assoluto nel club dei paesi a tripla A». Lo dice, chiaro e tondo, Fitch attraverso Brian Coulton, capo del dipartimento dei rating sovrani dell'agenzia: il deficit britannico sul Pil è al 12,6%, e quindi si potrebbe anche pensare a una soluzione shock del genere.

Ma, come abbiamo detto giorni fa, l'indipendenza monetaria è ciò che mette al riparo la Gran Bretagna da rischi di rifinanziamento del debito, a differenza della Grecia ad esempio. Certo il mercato dei bond inglesi patisce molto l'inflazione e l'ipotesi di una maggioranza non qualificata alla prossime elezioni spaventa i mercati ed elettrizza gli speculatori, ma vedrete che nulla di questo accadrà: anzi, la sterlina si riprenderà e a pagare il conto sarà il sopravvalutato euro, destinato a finire a quota 1,30-1,40 sul pound entro settembre.

La grande incognita globale ora resta la Cina: accetterà la rivalutazione della sua moneta e il peg con il dollaro come annunciato oppure userà ancora il ricatto della diversificazione di riserve e investimenti per spaventare Washington? Una cosa è certa: avendo acquisito tutti i porti del Pireo, oltre a molto altro, tantissimi cds a copertura delle equities greche sono stati comprati da Pechino: chissà come mai né Barroso, né la Merkel, né Sarkozy hanno lanciato strali e puntato il dito.

Lo strabismo verso New York, Londra e il libero mercato è davvero grave nel caso del nostro triumvirato: o, come diceva Nicholas Ridley, ministro della Thatcher, nel 1990, riferendosi all'unione monetaria europea, si tratta di «un racket tedesco creato per conquistare l'Europa». Certo i termini furono forti e gli costarono il posto ma, alla luce di quanto sta accadendo in queste ore, forse non aveva tutti i torti a livello di contenuti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/3/11/FINANZA-Occhi-puntati-sulla-Gran-Bretagna-sara-la-prossima-Grecia-/72060/

BERNASCONI

L'immagine é confusa e di difficile interpretazione. Si scorgono però degli occhi e la mano di un bambino - saluta o cerca di pulire un vetro opaco ? Ieri gli indici azionari si sono rafforzati dopo un breve consolidamento. La tendenza rialzista é confermata. Il quadro sul medio termine é chiaro ma nei prossimo giorni si prospetta un ritracciamento.

Ieri in Europa gli indici azionari sono rimasti tranquilli e con minime plusvalenze fino nel primo pomeriggio. Poi come al solito é arrivata l'apertura a New York e l'ago della bilancia ha segnato rialzo. In chiusura l'Eurostox50 ha toccato una plusvalenza dell'1%. In America l'S&P500 é salito fino a 1148 punti ma poi é stato bloccato dalla resistenza e massimo annuale a 1150 punti chiudendo a 1145 punti (+0.45%). Il Dow ha chiuso invece invariato. Il mercato ci ha mostrato che la tendenza a medio termine é al rialzo decidendo per la prima e più gettonata possibilità: "Questa seduta ha due possibili interpretazioni. Potrebbe essere l'inizio di un breve consolidamento di tre giorni prima della ripresa del rialzo. O invece potrebbe essere il primo segno che i rialzisti sono stanchi e le borse preparano un'ulteriore discesa verso il basso. Strutturalmente i mercati americani sono solidi e quindi favoriamo la continuazione del rialzo. Tra venerdì e lunedì abbiamo però notato gaps in apertura che potrebbero essere segni di esaurimento. Inutile a questo punto fare grandi teorie. Entro giovedì i mercati ci forniranno la risposta." Tra i due possibili scenari tecnici presentati settimana scorsa la decisione é caduta sul rialzo: "La situazione si presta a differenti interpretazioni. La più probabile resta l'inizio di una fase di rialzo a medio termine con obiettivo tra i 1150 ed i 1170 punti di S&P500. L'alternativa é un massimo discendente per venerdì e la formazione di una testa e spalla ribassista." Ora l'S&P500 é ipercomperato e di fronte alla forte resistenza a 1150 punti. Potrebbe fare ancora un tentativo di superarla ma poi ci sarà un ritracciamento di 7 fino a 10 giorni con una discesa degli indici intorno al 3%. Il cambio EUR/USD é fermo a 1.3640. Il rialzo del dollaro dovrebbe nei prossimi mesi continuare in direzione del nostro obiettivo a 1.30 ma per ora dovrebbe fare una pausa. Un rimbalzo di alcune settimane verso gli 1.40 é probabile. L'oro oscilla senza trend a corto termine ed é ridisceso a 1108 USD/oncia. Stamattina le borse europee inizieranno la seduta in calo del -0.3%. Forse l'atteso ritracciamento inizia oggi. Utilizzate la prossime sedute per riposizionarvi al rialzo.

Leggete il nostro avviso o visitate il nuovo sito !!!

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) dell'S&P500.

L'S&P500 (+0.45% 1145 punti) é salito fino a 1148 punti testando la resistenza a 1150 punti. Il fatto che l'indice non é salito di più mostra il forte rispetto di questa barriera. La tendenza a medio termine é rialzista ma in vicinanza del massimo annuale a 1150 punti prevediamo una pausa ed un ritracciamento fin verso i 1120 punti. Non crediamo che l'indice possa sullo slancio superare i 1150 punti e dirigersi verso il prossimo obiettivo a 1170 punti. Il rafforzamento degli indicatori a medio termine mostrano però un potenziale di salita dell'S&P500 nei prossimi mesi fino ai 1200 punti.

Scenario 2010 (aggiornato a marzo 2010) Nel corso del 2010 ed al termine di alcuni mesi di distribuzione prevediamo una sostanziale correzione delle borse dopo il rally di marzo 2009 - gennaio 2010. Probabilmento l'S&P500 toccherà nel corso di quest'anno un minimo tra i 740 ed i 820 punti. La performance annuale dovrebbe essere negativa e l'S&P500 dovrebbe terminare il 2010 intorno ai 900 punti. Ora che la recessione sembra alle nostre spalle, le stime ufficiali per per gli utili operativi 2009 (al 3 novembre 2009) delle societâ dell'S&P500 sono risalite a 56.22 USD. Quelle per il 2010 sono addirittura al'incredibile livello di 74.99 USD. Capitalizzando gli utili 2009 con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 900 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Debitiamo inoltre che i dati relativi al 2010 siano realistici. In America si differenzia tra Operating Earnings (i guadagni ripuliti da tutti quelli che il Management definisce perdite o guadagni straordinari) e i Reported Earnings (che sono i soldi guadagnati o persi dalla società indipendentemente dalla loro provenienza o causa). Fino all'inizio del 2000 tra questi due valori le differenze erano trascurabili. Poi é arrivata la moda di definire tutte le grandi perdite come eventi straordinari che non vengono più attribuiti alla normale attività della società. Il risultato é una sovrastima sistematica dei guadagni. Una prova? Le stime ufficiali per i Reported Earnings 2010 per l'S&P500 sono a 45.50 USD (contro i 74.99 USD di Operating Earnings). La capacità delle società di generare profitti viene sistematicamente gonfiata. Se un giorno gli investitori aprissero gli occhi si renderebbero conto che una oggettiva valutazione dell'S&P500 con i tassi d'interesse sul USTB a 10 anni al 3.70% (stato ad inizio marzo 2010) é sui 790 punti (nostro calcolo). Immaginatevi cosa potrebbe succedere se i tassi d'interesse aumentassero! Ammettiamo che stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. La nostra valutazione tecnica e fondamentale é però che i 1150 punti di S&P500 raggiunti a gennaio 2010 corrispondono ad una sopravalutazione. La prossima dovuta sostanziale correzione ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.

Richiedete informazioni a analisi_tecnica@longshortinvest.com Non rispondiamo a mails anonime.

Bernasconi Consult, gestione patrimoniale e consulenza finanziaria Rütistrasse 13, CH-8702 Zollikon Tel. +41 43 499 63 84 EMail: bernasconi@longshortinvest.com http://www.longshortinvest.com/4603.html

China Cannot Afford to Buy Gold

Peter Souleles B. Com. LLB.

1Putting Things in Perspective

China has 1,054 tonnes of gold. So what? With a population of 1,336,260,000 people, that equates to 0.78 grams per person. You need three times that amount for just one wedding band. Just to give you an idea of how ridiculous their holding is, it should be pointed out that debt ravaged Greece with its 112.4 tonnes has the equivalent of 9.98 grams per person or 12.79 times more than China. In fact China would have to buy an additional 12,282 tonnes of gold just to match a bankrupt Greece. The market value of this additional purchase would be over $440 billion. If China wanted to match the USA on a per capita basis (presuming there is any gold in Fort Knox) it would have to purchase over 34,000 tonnes and pay over $1.2 trillion.

China also has $2.3992 trillion in foreign exchange reserves. Now that is a truly astounding figure until you realize two things. Firstly, this equates to only $1,795 per person. Secondly, the largest allocation is in dollar denominated assets. Whilst the standard of living in China is climbing in leaps and bounds it should be kept in mind that the improvements are off a very low base and secondly they are quite unevenly distributed.

The Problem

The point to the above is not to belittle the gargantuan size and progress of the People's Republic of China. It is to point out how futile it would be for China to aspire to a quick, visible or meaningful increase in its gold holdings by entering the market with its bulging wallet sticking out of its back pocket.

China produces around 300 tonnes of gold a year locally. There is little doubt that the bulk of this disappears into its holdings unnoticed. There is also little doubt that China is still buying gold on the international market in quantities and through intermediaries designed to not attract attention.

What is almost certain is that it will be a long time before China announces its gold holdings again. The last announcement sent a telegraphic surge through the gold market's pulse and they are unlikely to want to repeat that effect.

The irony in all this is that neither China nor the USA is going to be open and frank about their gold holdings but for totally opposite reasons. China wants to conceal its build-up of gold reserves whilst the USA is probably trying to conceal its run-down of reserves. It's a funny world.

In view of the above China will accumulate gold quietly, slowly and at the times of its choosing. It is not improbable that China is adding anywhere up to 500 tonnes per annum to its gold stockpile. If we knew this for a fact, the price of gold would shoot up. Instead, China keeps its mouth shut and enjoys a lower acquisition price. The rest of the gold community gets depressed and allows itself to be played by the manipulators.

The Bigger Problem

In the meantime, Yi Gang who is the Director of the State Administration of Foreign Exchange in China stated that "China's investment in the treasury bonds of the U.S. is based upon market behavior and should not be politicized." Now this man is no fool, but politics and investment on that scale are inextricably woven and connected and therefore unavoidably become politicized. There are serious ramifications if the delicate balance between the two is disrupted.

China has kept its currency peg to the US dollar largely in place for a number of reasons which have been identified on numerous occasions. In a nutshell this pegging basically allows China to continually feed off the US consumer whilst holding the US economy and therefore the United States to ransom. That is the macro view of the relationship. On a micro level we witness slight variations in the exchange rate as well as the level of purchases or sales of US paper when it wants to send subtle messages. At other times, it either allows Geithner to be ridiculed by Chinese University students or switches to pronouncing the importance of the US/China relationship.

While China can find nations that will accept US dollars for the payment of oil, resources as well as income producing assets such as gold mines, land etc it will keep the dollar alive in what is potentially a dangerous game of pass the parcel. The pegging though serves another purpose apart from exchange rate advantages vis-a-vis other export nations by allowing it to conceal the damage being done to the value of its holdings of US denominated assets. Had China allowed its currency to float freely, the game would be over. At the same time China's financial infrastructure is not quite ready to deal with such a scenario.

China is too calculating and is constantly shifting its position and shape to achieve its end goals. For example, the LA Times recently reported:

"China isn't buying trophy properties that might incite anger from the American public. It's also using local American partners, in order to provide even further political cover.

The largest Chinese investments in the U.S. have come from state-owned firms, primarily a $300-billion fund known as China Investment Corp. It initially targeted well-known financial companies, spending billions to buy stakes in private equity giant Blackstone Group and investment bank Morgan Stanley.

But after getting burned by the financial crisis that emerged in 2008, the sovereign wealth fund has been shifting to real estate. Its investments in the last year have included hundreds of millions of dollars in real estate-related funds managed by Oaktree Capital of Los Angeles, Goldman Sachs Group Inc. and BlackRock Inc."

The Cunning Excuse

China could easily have made an announcement up front to eliminate the possibility of it buying the remaining gold offering from the IMF. It refrained from doing so, so as to watch the market first inflate and then deflate through depression. When it finally announced that it would not buy, the following snippet appeared in Bloomberg's:

March 9 (Bloomberg) - Gold is "unlikely" to be China's primary investment to diversify its reserve holdings because of price risks, Yi Gang, head of the State Administration of Foreign Exchange, said today.

The "gold price has had handsome gains in recent years," Yi said at a briefing in Beijing today. Still, "if we look at the past 30 years, it had big ups and downs."

To not purchase the IMF's parcel on the basis of price risks is laughable, particularly when the dangers of holding US paper and Euros are far greater. This also begs the question as to why they bother buying their own local production of gold? Once again, Mr Yi is not stupid, he is simply making an announcement that suits the behind the scenes efforts and aspirations of his nation. Finally, Yi Gang states that gold is unlikely to be the PRIMARY investment. This simply means that gold will nevertheless continue to be on their shopping list.

Conclusion

Gold is the ultimate asset but does not exist in a vacuum. For this reason, readers must be constantly sensitive to any information as well as any movements that China makes in relation to Treasury Note purchases and sales, its stranglehold on rare earth metals, its constantly improving relationships and trade flows with various nations, its own internal surging demand but also lopsided investments and finally the fate of the European Union. If the Euro bites the dust maybe the purchase of gold might not seem so risky after all.

China is still slowly stripping the USA at its leisure. Only recently, the Chinese Commerce Minister Chen Deming called on the US to loosen high-tech exports to China to bridge the trade gap. What can I say? If past performance is any indication of future performance, the USA is more likely to find itself in the gap rather than bridging it.

In the meantime we lesser mortals will be entertained by two gladiators (the US and China) engaging in a game of cat and mouse in the economic and financial arena's of the world. During the intermissions in this game make sure you buy a little gold and silver.

PETER SOULELES B. Com LLB Sydney Australia 10 March 2010

Entropy - Why the World as We Know It Is Dying

David Galland

The concept of entropy is one of the most useful terms for understanding just about everything. While it has its origins in natural law - thermodynamics, specifically - the concept holds true pretty much across all closed systems.

In the simplest of terms, every closed system will ultimately degrade toward a state of maximum entropy.

I'll use the current political system of the U.S. as a convenient example. When American democracy was first shoved out of the nest by the founding fathers, it was new, fresh, and energetic. It took the world's breath away at its boldness and unlimited promise, and set the wheels turning on tangible change across much of the world.

Before the ink dried on the Constitution, however, the degradation began. From the beginning, the country's political operations fell into the hands of a strictly limited number of parties, which quickly coalesced into just two. Since then, they have essentially shared power, with only minor differences in policies between the two. Simply, absent a disruptive external force, the closed political system quickly matured into an institutionalized "sameness" that all but assures no serious challenges - leading, ultimately, to the certainty it will degrade to only a shell of its former self.

It was, perhaps, because of his own understanding of natural law that Thomas Jefferson was heard to remark, "The tree of liberty must be refreshed from time to time with the blood of patriots and tyrants. It is its natural manure."

That doesn't mean I am advocating revolution - just pointing out the fact that any closed system, no matter how well constructed, will degrade. To expect the United States of America to avoid this fate is to expect the impossible.

Switching to a corporate example, I used to be a regular buyer of Toyota cars. They were well made, innovative, and suited my changing needs over the years. And I wasn't alone - in 2007 they became the world's largest automobile maker, with a global manufacturing and distribution system that made them appear dominant. Behind the scenes, though, entropy was at work.

In 2008, when the time had come to lease a new car, I reflexively headed over to the local dealer fully expecting to drive off with yet another Toyota, just as I had done several times over the previous decade or more. But as I walked around the showroom, it was impossible not to notice that the company had lost its edge. The cars on offer were not only more expensive than the competition, but even the newest models had that "so yesterday" look about them.

Surprising even myself, I walked out and ended up leasing from another company. I remember vividly at the time saying to my wife that we should short Toyota's stock. Of course we didn't - but if we had, it would have been a good play, as you can see in the chart of the company's stock price here. Note that Toyota's share price peaked in 2007, almost concurrently with it becoming the world's largest car company.

http://www.caseyresearch.com/kkcImages/1265749205-image1.jpg

As I said at the onset, you can see entropy at work in virtually every closed system. Consider the U.S. dollar, which became the world's de facto reserve currency as a result of Bretton Woods. What an amazing advantage for the United States - this unique ability to provide the world's central banks with their primary reserve component! And to have all the world's commodities dealt in dollars. In short, the dollar became the centerpiece of the global economic system.

It was, of course, damned to entropy, with Nixon's ending the dollar's gold backing just being part of the natural progression. And if he hadn't done it, one of his successors would have - due to some "emergency" or as a "temporary" measure, or some other flimsy political cover. Regardless, the degradation of the currency gained speed and, systematically, it's been all downhill since.

You may also want to think about entropy when pondering the Chinese miracle. No question, China is having a heck of a run. As James Quinn writes in his article "Is China's Recovery a Fraud?" in the February edition of The Casey Report, in 1970 that country's GDP was just $92 billion. Today it is $4.9 trillion!

"Unstoppable!" cheers the punditry. The Chinese leadership, whose capable hands are very much on the levers of the macro-economy, are cut from special cloth, they add.

In answer to that, Quinn points out that despite China being an export-based economy, purpose-built to supply goods to a U.S. population engaged in a mad rush to spend themselves into debt and default - which is to say, an economy now only a memory - there is currently 30 billion square feet of commercial real estate under construction in China.

I'm not sure if bowling is popular with the Chinese, but with all that spare space, some enterprising individual might want to consider promoting it as the coming thing. Roller rinks? Indoor laser tag centers?

Meanwhile, back in the U.S., we the people are no longer content with a free-market system that embraces periodically burning down the house in order to rebuild stronger and better - a system which has been proven to create wealth, and lots of it. Instead, we are hell bent on adopting the closed economic system of a socialist model where everything and everyone is tightly controlled.

On that point, a recent article in the Wall Street Journal titled "No Exit in Sight for U.S. as Fannie, Freddie Flail" sheds light on the continuing degradation in the free market that used to underpin the nation's hugely important housing sector...

Fannie and Freddie, for their part, remain at the core of a housing-finance system that inflated a dangerous housing bubble. After prices collapsed, sending shock waves around the world, the federal government put America's housing-finance system on life support. It has yet to decide how that troubled system should be rebuilt.

On Dec. 24, Treasury said there would be no limit to the taxpayer money it was willing to deploy over the next three years to keep the two companies afloat, doing away with the previous limit of $200 billion per company. So far, the government has handed the two companies a total of about $111 billion. (Full story here.)

Can't you just smell the entropy? The results are not just predictable, they are evident - just look around.

As investors, it is, I would contend, important to understand the notion of entropy - and to watch for it in your portfolio companies, in your bureaucracies, and, on a more personal level, your relationships and your health. On that last point, the human body is very much a closed system and so, as we all are too painfully aware, will degrade until it ceases to exist.

You can slow the degradation by taking care of yourself. But it's also worth remembering that it's a one-way slope, so enjoy yourself while you are fit and able to.

While it's impossible to halt entropy, what you can do is take action to protect yourself and your assets from its effects. That's what the editors of The Casey Report do best: recognize and examine emerging trends in the economy and markets, and help investors take advantage of the opportunities that arise from them. And profits are everywhere if you know what to look for - even in the worst economic crises. Click here for more...

© 2010 David Galland, Managing Director, Casey Research

David Galland is the Managing Director of Casey Research, LLC., publishers of Doug Casey's International Speculator which provides unbiased research and recommendations on the highest quality junior exploration companies.

Casey Research has also recently launched a brand new monthly advisory, The Casey Report, which focuses on the most powerful trends now driving the U.S. and global economy, and how to profit from those trends. As a special introductory offer, when you subscribe to either the International Speculator or The Casey Report before the end of July 2008 you will receive the other free of charge for as long as you remain an active subscriber. Plus, your subscription comes with a full three month money back satisfaction guarantee... so you have nothing to lose when you try these publications today. Learn more about this special offer now

AUTO: MERCATO EUROPA;CRESCE A FEBBRAIO,MA ATTESO TONFO/ANSA

(di Graziella Marino) (ANSA) - ROMA, 10 MAR - Sempre in progresso a febbraio il mercato dell'auto in Europa, ma ancora per poco. E' la lettura che gli analisti del settore danno delle stime elaborate sulle nuove immatricolazioni di febbraio in Europa occidentale, che indicano un progresso tra il 4,4% (J.D.Power) e il 5% (Global Insight) rispetto a febbraio 2009. In attesa dei dati ufficiali dell'Acea, che saranno diffusi il prossimo 16 marzo, la stima di febbraio evidenzia un forte ridimensionamento della crescita registrata in Europa occidentale a gennaio (+15,7%). Questo - spiegano gli analisti - perché la spinta degli ordini inevasi del 2009, accumulati grazie agli incentivi alla rottamazione, si sta gradualmente esaurendo e in molti Paesi europei i sostegni statali all'acquisto di auto nuove sono terminati o diminuiti di entità. Pertanto, si prevede una flessione del mercato in Europa occidentale già a partire dai prossimi mesi ed un calo compreso tra il 10% e l'11% per l'intero 2010. In particolare, J.D.Power stima per fine anno un calo delle nuove immatricolazioni in Europa occidentale del 9,6% a quota 12,33 milioni di unita', mentre Global Insight e' meno ottimista e vede nel 2010 una flessione a due cifre di quasi l'11% (precisamente del 10,9%), con un mercato che si dovrebbe fermare a 12 milioni di immatricolazioni. Secondo gli analisti, a guidare la flessione dei prossimi mesi saranno proprio quei mercati, come Francia, Spagna, Gran Bretagna e Italia che finora hanno segnato i progressi maggiori grazie all'effetto incentivi. Il tonfo maggiore e piu' repentino lo fara' l'Italia dove, quasi certamente, il programma di incentivi governativi all'auto non sara' rinnovato. Piu' graduale, invece, sara' il calo delle vendite in Francia, dove gli incentivi sono ancora in corso ma sono stati ridotti da 1.000 a 700 euro con ulteriore riduzione nel mese di luglio a 500 euro. In Spagna invece i cali piu' accentuati arriveranno nella seconda meta' dell'anno, con la fine degli incentivi, che in Gran Bretagna saranno in vigore invece fino alla fine di marzo. Tra i grandi mercati europei resta la Germania, dove proseguira' la flessione delle vendite, iniziata gia' dallo scorso dicembre a seguito della fine degli incentivi a settembre 2009. Sempre sul fronte europeo, e a corredo della notizia arrivata oggi dall'Istat di una crescita della produzione di auto in Italia a gennaio del 44,1%, gli analisti di J.D.Power hanno stimato la produzione di auto in Europa nel primo mese del 2010. L'analisi evidenzia un incremento nel Vecchio Continente del 36,9% con una produzione di 1.224.091 unita', contro le 893.961 del gennaio 2009. Forte spinta anche per la produzione in Europa del gruppo Fiat di cui si stima una cresciuta a gennaio del 56,5% a 96.742 unità, suddivise quasi a metà tra impianti in Europa occidentale (47.046 unità) e impianti in Europa Centrale e Orientale (49.696 unità). (ANSA) ISIN:IT0001207098,IT0001976403.

The One Idea that Destroyed America

Porter Stansberry

I have a major announcement to share with you. We are launching a very big new business - a bank. I'd always thought publishing was a great business... but I've found something much, much better - banking!

Banking will allow me to leverage my capital 15 to 20 times. It offers me guaranteed profit margins, thanks to the Fed's manipulation of interest rates. And best of all, it's completely backed by the government. No matter how many dumb loans I make to my cronies and political backers, I'll never lose a cent. It's truly the greatest business in the world. I've been working hard to think of an appropriate name for a business like this... I think The Socialist National Bank has quite a ring to it. What do you think?

I'm only kidding, of course. But a lot of entrepreneurs had the same idea over the last couple decades. And you can hardly blame them. Banking lies at the heart of our capitalist system. Bankers literally decide who gets capital and who doesn't. And yet banking relies completely on a socialist promise: The state insures all bank deposits. At the end of the day, it's really the taxpayers who own all of the banks.

Assuming you know a little bit about the history of state-run banks, you won't be surprised to learn taking all of the risks out of banking results in lots of bad loans. We've already seen how the government's guarantee of residential mortgages via Fannie and Freddie resulted in trillions of losses.

Now all of the same kinds of problems are showing up in commercial mortgage loans. These loans are the mainstay assets of regional and local banks. Most of these loans have seven-year durations. And most of these loans are interest-only. So over the next three to four years, all of the bad loans made during the real estate mania from 2004-2007 are going to come due. It's going to be a complete disaster.

Already 7.1% of all commercial real estate loans are more than 90 days overdue. That's double the default rate of a year ago. Construction and development loans are performing even worse, with a default rate of 16%. The FDIC says more than 700 regional and local banks are in immediate danger of failing. And there are a lot more to come.

At some point between now and 2012, I expect between 500 and 1,000 regional and local banks to fail. Residential loan losses have been enormous - but were borne mostly by hedge funds, large investment banks, and the two enormous agencies of the U.S. government, Fannie and Freddie, which guarantee nearly half of all residential mortgages. Commercial real estate loans, on the other hand, carry no such guarantees. They are the principal assets of regional and local banks.

It's pretty amazing the United States, which considers itself the leading capitalist economy in the world and the land of the free, has at its core a completely statist monetary and banking system. In fact, most of the real risks of our entrepreneurial system are borne by the taxpayers, not the capitalists. Think about it. Assuming you borrow money to launch a business, who is really taking the risk? The bank. And who insures the bank's depositors against the risk of loss? The FDIC. And who insures the FDIC? You and me, my friend. The taxpayers.

I've enjoyed watching so-called conservative television pundits arguing about whether or not they dare to call OBAMA! a socialist, as if using the word will tarnish their credibility. Meanwhile, as any serious economist could tell you, the United States has been a socialist country since the administration of Franklin Delano Roosevelt. Of course, we have a different kind of socialism than Europe.

In Europe's version of socialism, the government owns the means of production outright. In America, we don't like the appearance of the government owning everything, so we don't actually transfer title. We just shift all of the risks of ownership to the government. In this way, private interests can claim all the profits of enterprise, while all of the risk of loss can be shifted to the taxpayers. We ought to call our version Socialossism - because we're only socializing the losses, not the profits.

Alas, taxpayers rarely approve enormous increases to the size of the government. So to sell Socialossism to the public, the promoters claimed these policies were merely insurance schemes, which would never cost the public a dime. You've heard them do it many times. They say the government is here to help. They say the problem with socialism is government power is being used in the wrong way. They promise to deliver all of the benefits of big government with none of the costs.

There's only one problem: None of their insurance schemes are ever solvent, or even close to solvent. Like Social Security. Or Medicare. Or the FDIC. The only difference between Socialossism and Bernie Madoff is you had to be a rich New Yorker or Palm Beach socialite to do business with Madoff.

What will happen, we wonder, when the people discover what's really happened to our country over the last 30 years? We don't know, of course. We hope the promises of Socialossism are revealed for what they really are - a pile of lies that's led to an economy based on debt that will never be repaid. Haven't you wondered why there's a bank (FDIC) on every corner and a pharmacy (Medicare) on every other? We've built an entire economy around a set of promises (phony insurance schemes) that rely on the creditworthiness of the taxpayer. And he's broke. How ironic is it that the people we call "communists" (China) have been financing our love affair with socialism for the last 30 years?

What does this mean for you and me... for our investments? I have two big, obvious recommendations. One, don't be a creditor to a bankrupt nation that's promised to support an enormous array of insolvent insurance schemes. (Don't own U.S. government debt.) And two, don't hold your savings in the paper money of a bankrupt government that's promised to take care of its entire population through a series of fraudulent insurance schemes.

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Welcome to the Permanent Recession – Food and Transportation Prices Rising

Brian Gordon

If employment is inversely proportional to oil prices (it is), and oil prices are only going to trend up...then employment by necessity is going down. Because oil is so fundamental to our economy, oil price increases ripple through the entire economy.

Take food as an example: current factory farming methods are entirely dependent upon oil from planting to processing to getting the food to market. Certain types of food are also heavily subsidised, especially meat and dairy. Note that these subsidies do not necessarily include oil subsidies, taxpayer-provided roads, subsidised water, and so on. As the price of oil increases, so goes the price of food; in fact this has already been happening in Canada and the United States. Note especially the increase in transportation costs, and both sources cite rises in fuel as a primary driver of inflation, so-to-speak.

If we take subsidised, oil-based factory farming prices as our minimum, and locally-grown, unsubsidised, organic (requiring little or no oil) prices as our maximum, in an environment where oil prices are increasing then the prices of factory-grown foods will tend to approach – and ultimately exceed – those of locally-grown organic.

Now, anybody who has done any grocery shopping recently knows that organic produce, meat, and dairy costs considerably more than factory-grown food, sometimes double or more. As the price of oil increases, more shoppers will switch to organic. Why not? If the cost differential evaporates, why not buy organic?

There is a big problem with this.

Let’s assume this does not drive up the price of organic, because factory farms switch to organic. This is easier said than done, and there are still plenty of oil-based costs (e.g.: for transportation) that will drive up the price of both organic and non-organic food. However, let’s be generous and ignore that.

If all food approaches the price of organic food, everyone not currently buying organic will see their food budget increase proportionally. As food is a necessity, cutbacks will be made elsewhere. Entertainment, purchases of non-necessities, etc. will decline, reducing jobs in those sectors.

Voila, food price increases translate to lower overall employment, aka a recession.

On the plus side, organic agriculture requires more labour and less oil, so there will be jobs there. On the downside, those jobs are typically very hard work for very little pay, which is why we use migrant workers. As long as we continue to do that, there will be unemployed Canadians and Americans with no income to buy the now much more expensive organic produce and animal products.

One way for people to compensate will be to eat less meat, as factory-grown meat is far more energy-intensive compared to vegetables, and therefore will be affected more by oil price increases. Compare the price of free range, organic beef to feedlot beef in your local grocery store, for example. Meat is also one of the most heavily subsidised foods, and no doubt there will be considerable pressure on governments to increase subsidies to keep meat prices down.

How long that can go on is uncertain. Because Canadian and U.S. governments are already heavily in debt and running deficits, any additional subsidies are added to the national debt and increase the deficit. That is clearly unsustainable, and eventually real food prices will have to be paid. The longer the subsidies remain in place, the greater the ultimate pain.

One way for people to compensate will be to eat less meat, as factory-grown meat is far more energy-intensive compared to vegetables, and therefore will be affected more by oil price increases. Compare the price of free range, organic beef to feedlot beef in your local grocery store, for example. Meat is also one of the most heavily subsidised foods, and no doubt there will be considerable pressure on governments to increase subsidies to keep meat prices down.

How long that can go on is uncertain. Because Canadian and U.S. governments are already heavily in debt and running deficits, any additional subsidies are added to the national debt and increase the deficit. That is clearly unsustainable, and eventually real food prices will have to be paid. The longer the subsidies remain in place, the greater the ultimate pain.

The miracle of the Green Revolution was made possible by cheap fossil fuels to supply crops with artificial fertilizer, pesticides, and irrigation. Estimates of the net energy balance of agriculture in the United States show that ten calories of hydrocarbon energy are required to produce one calorie of food. Such an imbalance cannot continue in a world of diminishing hydrocarbon resources.

Eating Fossil Fuels examines the interlinked crises of energy and agriculture and highlights some startling findings:

  • The worldwide expansion of agriculture has appropriated fully 40 percent of the photosynthetic capability of this planet.
  • The Green Revolution provided abundant food sources for many, resulting in a population explosion well in excess of the planet’s carrying capacity.
  • Studies suggest that without fossil fuel-based agriculture, the United States could only sustain about two-thirds of its present population. For the planet as a whole, the sustainable number is estimated to be about two billion.
www.theoildrum.com