Facciamo le carte al 2010
La fame dei bambini (in USA): cibo in cambio del vaccino.
L'articolo è del Washington Post, e riporta notizie sconfortanti. Non sapevo che Obama avesse fatto una tale promessa durante la campagna elettorale, ovvero cancellare la fame tra i bambini degli USA entro il 2015. E' il tipo di promesse che fa Lula, un leader di un Paese in via di sviluppo, non il Presidente degli States.
In ogni caso, sembra che il compito prefissato sia al di là delle forze di Obama. Quella che i ricercatori chiamano "l'epidemia silenziosa di bambini affamati e sottonutriti" ha raggiunto lo sbalorditivo numero di 17 milioni di ragazzi, 5 in più nel solo 2008. Non solo si stampano più tessere per il cibo, ma si sta cercando di capire come riuscire a nutrire i bambini, con mense pubbliche, durante le prossime vacanze estive. Si offrono anche colazioni gratuite a scuola.
Certo, la preoccupazione convive poi anche col più bieco cinismo. Nel tentativo di riuscire a spacciare le invendute dosi di vaccino contro la suina, nella disperata Detroit si è arrivati a promettere una bella pizza: ma tutta la classe deve accettare il vaccino, per godersi poi la pizza gratuita tutti insieme. Siamo al vaccino in cambio di cibo, dei veri mostri del marketing.
http://crisis.blogosfere.it/2009/12/la-fame-dei-bambini-in-usa-cibo-in-cambio-del-vaccino.html
Niente paura, Al Naimi.
Un paio di mesi fa avevo riportato un filino sbigottita la richiesta dei sauditi, relativa ad aiuti economici per i poveri petrolieri colpiti nel portafoglio dall'implemento delle energie alternative. La cosa mi pareva tanto ridicola che presumevo fosse rientrata per raggiunto limite di vergogna.
Invece, manco per sogno. Qualche giorno fa il ministro del petrolio saudita Al Naimi, sulle braci ardenti per via dei negoziati di Copenhagen, proclamava al mondo intero:
Ogni misura che possa colpire la domanda di petrolio deve essere accompagnata da una contromisura che ne minimizzi gli effetti sui Paesi produttori.
Al Naimi, te lo ha detto nessuno che viviamo in un'economia di mercato? L'usanza è che se il tuo prodotto diventa obsoleto tu chiudi la baracca, esattamente come stanno facendo altre migliaia di industrie nel mondo. Se vuoi le sovvenzioni statali prova a proporre il comunismo, magari qualcuno ti dà retta.
Al Naimi ne ha anche approfittato per aggiungere che il picco è una frottola e lui che è geologo la sa lunga, e che l'OPEC al prossimo incontro lascerà la produzione così com'è, senza aumenti nè cali. Sai che rivelazione: sono anni che l'OPEC non è comunque in grado di aumentare la produzione, ci sono 500mila barili promessi più volte nel corso di un lustro che ancora devono fare la loro comparsa sul mercato (li usano come leva-e-metti quando devono mettere paura a qualcuno).
In ogni caso, come abbiamo visto, Al Naimi può dormire sonni tranquilli sotto i suoi baldacchini d'oro e d'argento. Per il momento, nessuno ha la più pallida intenzione di salvare il clima diminuendo l'uso di petrolio. Tra i tanti interessi in circolazione, Copenhagen ha salvato anche questo.
http://petrolio.blogosfere.it/2009/12/niente-paura-al-naimi.html
Niente paura, Al Naimi.
Un paio di mesi fa avevo riportato un filino sbigottita la richiesta dei sauditi, relativa ad aiuti economici per i poveri petrolieri colpiti nel portafoglio dall'implemento delle energie alternative. La cosa mi pareva tanto ridicola che presumevo fosse rientrata per raggiunto limite di vergogna.
Invece, manco per sogno. Qualche giorno fa il ministro del petrolio saudita Al Naimi, sulle braci ardenti per via dei negoziati di Copenhagen, proclamava al mondo intero:
Ogni misura che possa colpire la domanda di petrolio deve essere accompagnata da una contromisura che ne minimizzi gli effetti sui Paesi produttori.
Al Naimi, te lo ha detto nessuno che viviamo in un'economia di mercato? L'usanza è che se il tuo prodotto diventa obsoleto tu chiudi la baracca, esattamente come stanno facendo altre migliaia di industrie nel mondo. Se vuoi le sovvenzioni statali prova a proporre il comunismo, magari qualcuno ti dà retta.
Al Naimi ne ha anche approfittato per aggiungere che il picco è una frottola e lui che è geologo la sa lunga, e che l'OPEC al prossimo incontro lascerà la produzione così com'è, senza aumenti nè cali. Sai che rivelazione: sono anni che l'OPEC non è comunque in grado di aumentare la produzione, ci sono 500mila barili promessi più volte nel corso di un lustro che ancora devono fare la loro comparsa sul mercato (li usano come leva-e-metti quando devono mettere paura a qualcuno).
In ogni caso, come abbiamo visto, Al Naimi può dormire sonni tranquilli sotto i suoi baldacchini d'oro e d'argento. Per il momento, nessuno ha la più pallida intenzione di salvare il clima diminuendo l'uso di petrolio. Tra i tanti interessi in circolazione, Copenhagen ha salvato anche questo.
http://petrolio.blogosfere.it/2009/12/niente-paura-al-naimi.html
GRECIA, ISLANDA E LETTONIA POTREBBERO GUIDARE LA RIVOLTA CONTRO UE E FMI
FINANZA/ La nuova crisi partirà dalla Germania
lunedì 21 dicembre 2009
L’approssimarsi del Natale sembra magicamente far passare nel dimenticatoio i grandi temi che la crisi economica ci pone di fronte: o, quantomeno, riesce a mantenerli sottotraccia, farli apparire meno gravi di quanto in realtà siano. Purtroppo, però, le brutte notizie continuano e sembrano avvisarci che il nuovo anno porterà immediatamente con sé il peggio, un qualcosa che ilsussidiario.net denuncia da tempo e che ora è all’orizzonte.
Nel colpevole silenzio generale dei media, infatti, la Bundesbank ha avvertito le banche tedesche di prepararsi a una nuova tornata di tracolli: i problemi finanziari «sono ben lungi dall’essere superati», la stagnazione continua, sicché ci si devono attendere «perdite dei prestiti (concessi) all’industria e all’immobiliare commerciale». Prestiti e fidi che le banche dovranno scrivere nei loro libri contabili come inesigibili.
Quanto? Da 70 a 90 miliardi di euro, un livello di svalutazioni che sia negli Usa che in Europa toccheranno relativamente il 12 e il 13 per cento del totale. A fare paura è il fatto che una componente molto grande della futura messe di perdite sarà ancora legata ai Cdo, ovvero i subprime che le banche millantavano di non avere in pancia o di avere eliminato e che invece porteranno con sé qualcosa come altri 16 miliardi di dollari di perdite nel primo trimestre.
Al mondo, le autorità finanziarie e le banche hanno ammesso solo la metà dei 3,6 miliardi di dollari di perdite potenziali dovute alla presenza nei bilanci di titoli tossici: siamo, insomma, a metà del guado. Peccato che l’economia reale, se possibile, si è indebolita ancora di più, i governi hanno già speso lo spendibile per cercare di arginare la situazione e, soprattutto, i debiti pubblici di molti Stati stanno andando oramai completamente fuori controllo: Moody’s ha già avvertito la Gran Bretagna e altri paesi emettitori di debito che i loro rating sono a forte rischio e i mercati fanno già nervosamente capire che non finanzieranno più le operazioni di rifinanziamento dello stesso.
Insomma, c’è il forte rischio di default tecnici in stile argentino a catena. Nonostante non lo si voglia ammettere, ad esempio, Commerzbank, Hsh Nordbank e Bayern Lb - tutte banche tedesche - sono a forte rischio di nazionalizzazione già entro il primo semestre del prossimo anno, lo ha ammesso la stessa Bundesbank che ha chiaramente fatto capire che la strada maestra sarà quella che portò pochi giorni fa al salvataggio di WestLB, scherzetto costato quattro miliardi di euro ai contribuenti tedeschi.
Questa situazione, paradossalmente, ha portato nelle scorse settimane a un rafforzamento ulteriore dell’euro, poiché le banche si vedono costrette a vendere all’estero parti delle loro attività per cercare di far cassa: questo, però, è significato anche il superamento della soglia psicologica nel rapporto tra euro e dollaro, una vera e propria tragedia per gli esportatori. Danni su danni, quindi.
La Germania rischia di essere l’epicentro della prossima scossa tellurica di crisi, almeno a livello continentale. E il tutto potrebbe accadere in tempi molto brevi. «I debiti della Germania esploderanno come una granata entro due mesi se non si fa qualcosa», continua a ripetere inascoltato Jochen Sanio, presidente della BaFin, l’ente che regola il mercato finanziario tedesco.
Stando a Sanio, il grosso errore delle banche tedesche è stato quello di voler restare sul mercato in cerca di ricapitalizzazione al fine di non dover sottostare alle regole che un piano di aiuto pubblico impone. Non sfruttando i vantaggi - scandalosi - dello schema di protezione offerto dallo Stato, hanno creato la condizione per cui i titoli tossici che hanno in pancia si apprestano a deflagrare in modo «brutale» portando con loro una serie devastante di downgrading da parte delle agenzie di rating internazionali. Anche perché le “sane” banche tedesche hanno nascosti nei bilanci qualcosa come 200 miliardi di euro di titoli tossici. «Siamo pressoché certi del fatto che se le banche non cercheranno la protezione statale entro due mesi subiranno la peggiore recessione nei loro portafogli di credito di sempre», ha ricordato Sanio parlando alla conferenza annuale della BaFin. E un memo riservato circolato proprio a quella riunione parlava di potenziali e ulteriori perdite per 816 miliardi di euro, due volte le riserve dell’intero settore finanziario tedesco: solo Hypo Re può “contare” su 268 miliardi di “immondizia” da scaricare, seguita da Hsh Nordbank con 105 e Commerzbank con 101 miliardi. Non male, soprattutto se inseriamo questo dato inquietante all’interno dell’intero quadro europeo: il Fondo Monetario Internazionale ha stimato infatti che le istituzioni finanziarie Ue hanno scaricato solo il 20% dei 900 miliardi di debiti tossici che hanno in pancia e devono ottenere almeno 375 miliardi di capitale fresco rispetto ai 275 delle banche Usa. Finora si è continuato a nascondere l’immondizia sotto il tappeto, facendosi scudo con lo schema per le bad banks del governo che consentiva alle banche tedesche di spalmare le perdite su vent’anni (20!) attraverso un veicolo finanziario off-balance sheet: ora anche quel tempo è finito. Inizia il conto alla rovescia. http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2009/12/21/FINANZA-La-nuova-crisi-partira-dalla-Germania/57145/
Usa, fallimenti bancari a quota 140: altri 7 default nel weekend
Non accennano a diminuire i fallimenti bancari negli Stati Uniti. Altri sette istituti di credito sono state chiusi dai regolatori nel corso del weekend, portando il totale dei default registrati dall’inizio dell’anno a 140, cifra mai raggiunta negli ultimi 17 anni. Una tendenza che, nonostante il miglioramento dei fondamentali economici degli Usa, non riesce a cambiare: la stessa Federal Deposit Insurance Corp. ha infatti spiegato che nei prossimi mesi sono previste nuove chiusure.
I sette istituti falliti possedevano asset per un valore complessivo pari a 14,4 miliardi di dollari ed erano presenti in sei Stati americani. Due di essi - i più grandi - erano californiani: Federal Bank of California di Santa Monica (i cui asset e depositi sono stati rilevati da OneWest Bank) e Imperial Capital Bank di Beverly Hills, acquisita da City National Corp. Il caso di Federal Bank è il più pesante per il sistema bancario degli Usa: la banca possedeva asset per 6,1 miliardi di dollari e depositi per 4,5 miliardi (per Imperial, invece, i due dati erano rispettivamente pari a 4 e 2,8 miliardi).
Le altre banche che hanno chiuso i battenti sono la Peoples First Panama City (Florida), la New South Federal Irondale (Alabama), la Independent Bankers’ Springfield (Illinois), la RockBridge Commercial (Georgia) e la Citizens State(Michigan).
Per far fronte ai fallimenti attuali (e a quelli futuri), la Fdic ha aumentato le proprie riserve previste per il 2010 del 56%: l’organismo potrà infatti contare su 4 miliardi di dollari, che serviranno anche ad incrementare il numero di dipendenti di circa 1.500 unità.
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Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare
di Mario Seminerio – Libertiamo
La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.
Il dato mostra, in primo luogo, una riduzione annuale dell’offerta di lavoro, pari a 222.000 unità, lo 0,9 per cento in meno. Istat osserva inoltre:
«Peraltro, la crescita più contenuta della disoccupazione in rapporto alla caduta dell’occupazione si accompagna ancora una volta ad un incremento dell’inattività (+2,7 per cento, pari a +392.000 unità), dovuto all’attesa dei risultati di passate azioni di ricerca, alla mancata ricerca del lavoro delle donne per motivi familiari e al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro»
Analizziamo i due quozienti di riferimento utilizzati da Istat per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro: tasso di attività e tasso di occupazione. Il primo indica l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa della somma di occupati e persone che stanno attivamente cercando un’occupazione. Il tasso di occupazione indica invece l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa di quanti stanno effettivamente lavorando. Il tasso di attività è in calo, come sopra riportato, per effetto di un aumento degli inattivi, ed è passato da un picco triennale del 63,5 all’attuale 62,1 per cento.
Quando la forza-lavoro si restringe, a parità di ogni altra condizione il tasso di disoccupazione tende a crescere meno. Semplificando, e per meglio comprendere il concetto, se il tasso di attività fosse rimasto al 63,5 per cento, e le persone che hanno ingrossato le fila degli inattivi avessero invece continuato a cercare attivamente lavoro, oggi il tasso di disoccupazione italiano sarebbe ampiamente superiore al 9 per cento.
Non conosciamo i motivi dell’aumento di inattività. Potrebbe derivare dal fenomeno dello scoraggiamento, per cui dopo un certo periodo passato in infruttuosa ricerca di occupazione, le persone smettono di cercare. Oppure potrebbe derivare dal fatto che la crisi tende ad alimentare l’economia sommersa ed informale. Entro dati limiti verosimilmente l’aumento dell’inattività deriva dalla presenza di una rete di protezione familiare. Come che sia, e premettendo che il tasso di disoccupazione è indicatore inadatto, se preso da solo, per fotografare la reale situazione del mercato del lavoro, non esiste alcuna motivazione razionale per continuare ad affermare che la situazione italiana sul piano occupazionale è migliore di quella di altri paesi. Dal dato del terzo trimestre emerge infatti come la perdita di occupazione, dopo aver interessato nel recente passato l’occupazione precaria, stia ora colpendo il lavoro a tempo indeterminato, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza contare, ancora, che molti degli interventi in regime di cassa integrazione straordinaria sono effettuati su aziende destinate a non sopravvivere alla congiuntura, e quindi con l’effetto di occultamento di ulteriori quote di disoccupazione.
La considerazione politica che deriva da questi dati economici è piuttosto immediata. Non esiste una “via italiana” alla gestione della crisi, tale da assegnare un primato positivo al nostro paese nei confronti internazionali. Né esiste una gestione di eccellenza della crisi occupazionale da parte del nostro governo, che si è invece mosso “al margine” di un quadro esistente di strumenti a sostegno, con interventi incrementali a cui qualsiasi soggetto dotato di buon senso avrebbe fatto ricorso. Resta, per contro, un quadro congiunturale estremamente fragile, con il concreto rischio di una jobless recovery, che sarebbe grave per un paese che ha un rapporto debito-Pil al 120 per cento.
Occorre prepararsi alla ripresa, promuovendo riforme che rilancino la crescita potenziale: riformare il mercato del lavoro superandone il dualismo, ad esempio introducendo quello che impropriamente viene definito il “contratto unico”, con un livello crescente di protezione dell’occupato, disegnando al contempo un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, come recentemente richiesto (o meglio, reiterato) dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Liberalizzare i mercati, il sistema di trasporti, le professioni, il commercio, tutto quello che può servire ad innalzare la crescita di lungo periodo. Tutto il resto sono espedienti dialettici di un paese impegnato a costruirsi alibi e nemici.
http://phastidio.net/
Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare
di Mario Seminerio – Libertiamo
La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.
Il dato mostra, in primo luogo, una riduzione annuale dell’offerta di lavoro, pari a 222.000 unità, lo 0,9 per cento in meno. Istat osserva inoltre:
«Peraltro, la crescita più contenuta della disoccupazione in rapporto alla caduta dell’occupazione si accompagna ancora una volta ad un incremento dell’inattività (+2,7 per cento, pari a +392.000 unità), dovuto all’attesa dei risultati di passate azioni di ricerca, alla mancata ricerca del lavoro delle donne per motivi familiari e al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro»
Analizziamo i due quozienti di riferimento utilizzati da Istat per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro: tasso di attività e tasso di occupazione. Il primo indica l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa della somma di occupati e persone che stanno attivamente cercando un’occupazione. Il tasso di occupazione indica invece l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa di quanti stanno effettivamente lavorando. Il tasso di attività è in calo, come sopra riportato, per effetto di un aumento degli inattivi, ed è passato da un picco triennale del 63,5 all’attuale 62,1 per cento.
Quando la forza-lavoro si restringe, a parità di ogni altra condizione il tasso di disoccupazione tende a crescere meno. Semplificando, e per meglio comprendere il concetto, se il tasso di attività fosse rimasto al 63,5 per cento, e le persone che hanno ingrossato le fila degli inattivi avessero invece continuato a cercare attivamente lavoro, oggi il tasso di disoccupazione italiano sarebbe ampiamente superiore al 9 per cento.
Non conosciamo i motivi dell’aumento di inattività. Potrebbe derivare dal fenomeno dello scoraggiamento, per cui dopo un certo periodo passato in infruttuosa ricerca di occupazione, le persone smettono di cercare. Oppure potrebbe derivare dal fatto che la crisi tende ad alimentare l’economia sommersa ed informale. Entro dati limiti verosimilmente l’aumento dell’inattività deriva dalla presenza di una rete di protezione familiare. Come che sia, e premettendo che il tasso di disoccupazione è indicatore inadatto, se preso da solo, per fotografare la reale situazione del mercato del lavoro, non esiste alcuna motivazione razionale per continuare ad affermare che la situazione italiana sul piano occupazionale è migliore di quella di altri paesi. Dal dato del terzo trimestre emerge infatti come la perdita di occupazione, dopo aver interessato nel recente passato l’occupazione precaria, stia ora colpendo il lavoro a tempo indeterminato, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza contare, ancora, che molti degli interventi in regime di cassa integrazione straordinaria sono effettuati su aziende destinate a non sopravvivere alla congiuntura, e quindi con l’effetto di occultamento di ulteriori quote di disoccupazione.
La considerazione politica che deriva da questi dati economici è piuttosto immediata. Non esiste una “via italiana” alla gestione della crisi, tale da assegnare un primato positivo al nostro paese nei confronti internazionali. Né esiste una gestione di eccellenza della crisi occupazionale da parte del nostro governo, che si è invece mosso “al margine” di un quadro esistente di strumenti a sostegno, con interventi incrementali a cui qualsiasi soggetto dotato di buon senso avrebbe fatto ricorso. Resta, per contro, un quadro congiunturale estremamente fragile, con il concreto rischio di una jobless recovery, che sarebbe grave per un paese che ha un rapporto debito-Pil al 120 per cento.
Occorre prepararsi alla ripresa, promuovendo riforme che rilancino la crescita potenziale: riformare il mercato del lavoro superandone il dualismo, ad esempio introducendo quello che impropriamente viene definito il “contratto unico”, con un livello crescente di protezione dell’occupato, disegnando al contempo un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, come recentemente richiesto (o meglio, reiterato) dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Liberalizzare i mercati, il sistema di trasporti, le professioni, il commercio, tutto quello che può servire ad innalzare la crescita di lungo periodo. Tutto il resto sono espedienti dialettici di un paese impegnato a costruirsi alibi e nemici.
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TEMPESTE DI NEVE, TEMPESTE IMMOBILIARI!
Mentre America ed Europa sono attraversate da imponenti tempeste di neve, mettendo seriamente a rischio la stagione natalizia dei consumi, con numerosi stati nei quali, la circolazione autostradale, ferroviarie e aerea, è stata interrotta a causa dell'eccezionale nevicata, molto probabilmente il prossimo anno, l'economia americana e mondiale dovrà fare i conti con una serie di nuove tempeste immobiliari, di minor intensità rispetto alle precedenti, ma in grado di incidere in maniera negativa sulla anemica ripresa economica.
Visto che tecnicamente ed accademicamente la recessione si può considerare finita e conclusa in maniera decisamente artificiale, senza alcun reale risultato in termini di occupazione, Martin Feldstein, responsabile del National Bureau Economic Research, ente ufficiale proposto alle rilevazione dell'inizio e della fine di una recessione, ci dice che nella sostanza, l'economia americana è ancora impantanata in un recessione.
Tralasciando le convinzioni personali sulla mancanza di prove relative ad una nuova bolla finanziaria che Bernanke ed alcuni "analisti filosofi" interessati, continuano a professare nel loro ottimismo di maniera, difficilmente supportato da dati che non vadano oltre la speranza, è interessante notare che lo stesso Bernanke ha osservato come la Federal Reserve a maggio è stata troppo ottimista sulle condizioni del mercato del lavoro.
Peccato che questo eccesso di ottimismo, ben lontano dal sano realismo che su Icebergfinanza continuamo a professare, supportato da indicazioni fondamentali, reali, sia una prerogativa continua del lavoro di Bernanke, dall'ottimismo sul mercato immobiliare condiviso nel punto di massima espansione del 2005 sino ai fondamentali solidi del sistema finanziario americano urlato nel 2007, alcuni mesi prima dell'inizio della madre di tutte le crisi.
Oggi la sua visione è un pò più realistica, speriamo bene.
L'anemica spesa dei consumatori è un buon segnale per il lungo termine, ma nel breve, per uscire dalla recessione, non mancherà di costituire un freno il prossimo anno. Sarà interessante osservare come sono andate le vendite nel mese clou dell'economia mondiale. Feldstein ha sottolineato come lo sforzo per rilanciare il mercato immobiliare, sia stato un vero e proprio fallimento e che il prezzo delle abitazioni continuerà a scendere.
Ricordate la mia " Double dip housing recession " quella che il realtà è una autentica depressione immobiliare; ebbene nel prossimo anno mancherà l'intensità della spinta artificiale degli incentivi governativi, intensità che ha sostenuto una nuova ondata di "frodi" immobiliari diffuse. Inoltre il continuo e persistente crollo del costo delle locazioni e la presenza dell'inventario ombra, non mancherà di esercitare una continua pressione al ribasso su un mercato sostanzialmente fragile, gravato da un eccesso strutturale.
L'indice di fiducia dei costruttori americani continua a stazionare a livelli da depressione.
A proposito di "inventario ombra", quello relativo ad immobili pignorati dal sistema finanziario e mai immessi nel mercato per non "ingolfare" il sistema o quelli immobili ormai irrimediabilmente sulla strada del pignoramento o di propriètà di privati che stanno aspettando migliori condizioni di mercato per potersene disfare, secondo Bloomberg, la First American CoreLogic è andata a contare una per una le case di questo inventario fantasma e sembra che sia aumentato di circa il 55 % a 1,7 milioni di abitazioni alla fine del terzo trimestre di quest'anno. Non appena, il mercato sembra stabilizzarsi, una nuova onda è pronta a rimetterlo sotto pressione.
Coloro che hanno letto uno dei recenti post “dedicati” sanno dell’importanza della dinamica dei canoni di locazione all’interno della dinamica deflativa in atto e dando un’occhiata a quanto comunicato mercoledi dal BLS all’interno delle dinamiche riguardanti l’inflazione americana, l’indice relativo agli affitti “ Owners' equivalent rent “ (OER) è sceso ad un tasso annualizzato del 1,5 % nel mese scorso e del 1,1 % negli ultimi tre mesi.
Come ci ricorda Calculatedrisk, l’OER è il componente principale dell’indice CPI che ha contribuito a mantenere invariato l’indice core nel mese di novembre. La dinamica discendente del costo degli affitti contribuirà a tenere il CPI compresso o probabilmente negativo nel prossimo anno. Quindi, non esiste alcuna possibilità di assistere ad una ripresa statistica rilevante, dell’inflazione il prossimo anno.
Inoltre la discesa del costo dei canoni di locazione contribuirà a tenere sotto pressione i prezzi delle abitazioni.
Probabilmente il dato relativo alle vendite di abitazioni esistenti di martedi costituirà il canto del cigno di questa breve ripresa statistica, ma importante e fondamentale è il dato relativo alle vendite di nuove abitazioni che pur rappresentando solo una piccola parte delle contrattazioni immobiliari, costituiscono il principale propulsore all'occupazione del settore edizio.
Il prossimo anno inoltre le realtà dei rifinanziamenti dei mutui "Option ARMs" e " Alt-A non mancheranno di costituire un ulteriore fattore negativo nella dinamica dei pignoramenti, come abbiamo spesso visto ed analizzato in questi ultimi mesi.
Il grafico proveniente dal Credit Suisse aiuta a comprendere la dinamica che ci attende:
Forse a qualcuno sarà sfuggito ma non certo ad Icebergfinanza, ma sembra che l'uomo dell'anno Bernanke, abbia intenzione di nominare a capo della divisione di vigilanza e regolamentazione della Fed, un certo Patrick Parkinson, un guru del fantasma di Alan Greenspan, sui derivati.
Figurarsi cosa potrà accadere se si mette la supervisione del mercato dei derivati nelle mani di un amante del mercato finanziario derivato, è come dare in mano il ruolo di guardiacaccia o responsabile di un parco naturale ad un bracconiere. Alcune opinioni in merito al mercato dei derivati di Parkinson, sono simili a quelle dei gruppi di pressione che spingono per uno status quo.
I fallimenti bancari continueranno ad accellerare il prossimo anno, nonostante alcuni segnali incoraggianti, secondo la Bair, responsabile della FDIC, senza quantificare quanti fallimenti bancari potranno avvenire, ma rimarcando che nonostante il miglioramento economico, i fallimenti proseguiranno.
Altre sette banche hanno chiuso i battenti nella bufera di neve del fine settimana americano, portando il parziale annuale a 140 fallimenti, per un totale di altri 14,4 miliardi di attivi, in sei stati diversi, per un costo complessivo settimanale di soli 1,8 miliardi di dollari.
Sarà interessante verificare il prossimo anno la dinamica dei fallimenti nel settore del commercial real estate, un settore nel quale il mercato ama fare le orecchie da mercante, un crollo che potrà raggiungere facilmente il 50 % dal suo picco del 2007.
Ci sono grafici che il mercato non ama leggere come ad esempio questo pur proveniente dalla Fed di St.Louis.
Questa è la reale consistenza degli assets del sistema bancario americano in relazione ai non performing loans.Con il termine " Non Performing Loan " vengono indicati i crediti non performanti che richiedono una specifica gestione per massimizzare la possibilità di recupero. Inutile ricordare quali essi siano.
Nella sostanza risulta alquanto illusorio il paterno richiamo di Obama alla responsabilità delle banche americane, soggette nella realtà ad una continua erosione dei propri bilanci oltre che ad un sostanziale deleveraging. Solo la fantasia contabile e la sua flessibilità non permette di evidenziare una realtà di sostanziale insolvenza.
Se associamo al deleveraging finanziario, quello dell'economia reale, dove credito al consumo, carte di credito e home equity, stanno rintracciando in maniera sensibile, l'orizzonte del 2010, incomincerà ad apparirci più nitido.
fonte: Federal Reserve di San Francisco
Inoltre non dimenticate mai che abbiamo ormai circa il 27 % dei proprietari di mutui con il residuo superiore al valore stesso dell'abitazione con punte del 47 % come ad esempio in California.
fonte: First American Corelogic
Certo che, l'ultima vicenda relativa a Citigroup è emblematica, la corsa spasmodica alla ricerca di nuovi capitali e l'inversione del governo americano nella vendita delle azioni detenute, oltre alla liquidazione degli investitori arabi, testimoniano quello che ormai vado dicendo da un anno, attenzione al gigante di argilla finanziario americano, attenzione all'intero sistema finanziario mondiale, sarà anche troppo grande per poter fallire, ma, c'è sempre un limite a tutto.
Non certo migliore è la situazione per quanto riguarda il versante europeo dove secondo la BCE .... Le banche di Eurolandia dovranno svalutare le proprie attività finanziarie, da ora fino a fine 2010, per altri 187 miliardi di euro. Una cifra che porterà le svalutazioni complessive, dall'inizio della crisi, a raggiungere i 553 miliardi di euro. La stima è della Bce che, nella Financial Stability Review di dicembre, peggiora la sua stima sull'impatto della crisi rispetto ai 488 miliardi di svalutazioni totali previste dall'analogo rapporto di giugno, "a causa dell'aumento delle svalutazioni di attività legate alle proprietà commerciali e della inclusione delle svalutazioni dei titoli emessi dai paesi dell'Europa centro-orientale".
Tuttavia - avverte la Bce - "ci sono diversi aspetti che meritano cautela", e fra questi, nei sedici paesi di Eurolandia, una "vulnerabilità" delle banche e delle istituzioni finanziarie rispetto all'emergente esposizione creditizia verso i mercati immobiliari commerciali" e verso "l'Europa centrale ed orientale". Fuori da Eurolandia, poi, secondo la Bce vi sono rischi legati alla tenuta dei bilanci aziendali, e la possibilità di "perdite maggiori del previsto nel credito alle famiglie, se la disoccupazione dovesse salire oltre l'atteso". Un aspetto che, fra i paesi dell'euro, tocca anche la Spagna e l'Irlanda, dove la tenuta dei bilanci delle famiglie finora è stata assicurata dai bassi tassi d'interesse, e dove la disoccupazione è molto elevata. Per prevenire questi rischi - prosegue la Bce - le banche dovrebbero "predisporre adeguati ammortizzatori sul fronte del capitale e della liquidità". Temporeale.
Qui troverete il comunicato della BCE che naturalmente evidenzia un miglioramento della situazione ma che sottolinea come il sostegno pubblico potrà servire ancora. E' interessante notare come Nowotny, membro del consiglio direttivo, abbia appena ricordato come, la BCE non ha il mandato e neanche l'intenzione di salvare ogni singolo paese dell'aerea euro, mentre per le istituzioni finanziarie sostanzialmente insolventi si sono mossi mari e monti. Sarà interessante osservare cosa succederà dal lato politico, ormai questi sono personaggi che un giorno si alzano e dichiarano una cosa, mentre il giorno dopo ne dichiarano un'altra, tenere bandiere al vento.
Non di meno è il rapporto della Bank of England, nel suo Financial Stability Report nel quale avverte della fragilità del sistema finanziario inglese, consigliando un aumento delle riserve.
Entro fine anno e i primi mesi del 2010, vedremo insieme a coloro che hanno sostenuto o vorranno sostenere Icebergfinanza, alcune mappe dal punto di vista tecnico e fondamentale che probabilmente ci aiuteranno a comprendere alcune dinamiche per il prossimo anno, per scegliere in maniera consapevole ognuno la sua rotta in " LA_QUIETE_PRIMA DELLA TEMPESTA ".
Il Wall Street Journal nel fine settimana ha scritto un articolo ricordando come negli ultimi 200 anni, mai i mercati finanziari hanno assistito ad una performance negativa, ad un decennio perduto come quello relativo all'ultimo, sottolineando come gli investitori avrebbero fatto meglio ad investire in oro, obbligazioni o anche solo tenere i soldi sotto il materasso. Non conosco le statistiche, non ho al momento presente quanto è accaduto nella Grande Depressione, ma non vi è alcun dubbio che oltre al decennio perduto delle azioni, quello più triste è quello relativo all'occupazione.
In settimana ci sentiremo per un augurio speciale con tutti i compagni di viaggio, buona giornata a Voi tutti.
Icebergfinanza come un cantastorie che si esibisce nelle strade e nelle piazze delle città!
La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!
Non solo e sempre economia e finanza, ma anche alternative reali da scoprire e ricercare insieme cliccando qui sotto in ..........
Postato da: icebergfinanza a dicembre 20, 2009 21:56 | link | commenti (5)
http://icebergfinanza.splinder.com/post/21912983/TEMPESTE+DI+NEVE%2C+TEMPESTE+IMM
TEMPESTE DI NEVE, TEMPESTE IMMOBILIARI!
Mentre America ed Europa sono attraversate da imponenti tempeste di neve, mettendo seriamente a rischio la stagione natalizia dei consumi, con numerosi stati nei quali, la circolazione autostradale, ferroviarie e aerea, è stata interrotta a causa dell'eccezionale nevicata, molto probabilmente il prossimo anno, l'economia americana e mondiale dovrà fare i conti con una serie di nuove tempeste immobiliari, di minor intensità rispetto alle precedenti, ma in grado di incidere in maniera negativa sulla anemica ripresa economica.
Visto che tecnicamente ed accademicamente la recessione si può considerare finita e conclusa in maniera decisamente artificiale, senza alcun reale risultato in termini di occupazione, Martin Feldstein, responsabile del National Bureau Economic Research, ente ufficiale proposto alle rilevazione dell'inizio e della fine di una recessione, ci dice che nella sostanza, l'economia americana è ancora impantanata in un recessione.
Tralasciando le convinzioni personali sulla mancanza di prove relative ad una nuova bolla finanziaria che Bernanke ed alcuni "analisti filosofi" interessati, continuano a professare nel loro ottimismo di maniera, difficilmente supportato da dati che non vadano oltre la speranza, è interessante notare che lo stesso Bernanke ha osservato come la Federal Reserve a maggio è stata troppo ottimista sulle condizioni del mercato del lavoro.
Peccato che questo eccesso di ottimismo, ben lontano dal sano realismo che su Icebergfinanza continuamo a professare, supportato da indicazioni fondamentali, reali, sia una prerogativa continua del lavoro di Bernanke, dall'ottimismo sul mercato immobiliare condiviso nel punto di massima espansione del 2005 sino ai fondamentali solidi del sistema finanziario americano urlato nel 2007, alcuni mesi prima dell'inizio della madre di tutte le crisi.
Oggi la sua visione è un pò più realistica, speriamo bene.
L'anemica spesa dei consumatori è un buon segnale per il lungo termine, ma nel breve, per uscire dalla recessione, non mancherà di costituire un freno il prossimo anno. Sarà interessante osservare come sono andate le vendite nel mese clou dell'economia mondiale. Feldstein ha sottolineato come lo sforzo per rilanciare il mercato immobiliare, sia stato un vero e proprio fallimento e che il prezzo delle abitazioni continuerà a scendere.
Ricordate la mia " Double dip housing recession " quella che il realtà è una autentica depressione immobiliare; ebbene nel prossimo anno mancherà l'intensità della spinta artificiale degli incentivi governativi, intensità che ha sostenuto una nuova ondata di "frodi" immobiliari diffuse. Inoltre il continuo e persistente crollo del costo delle locazioni e la presenza dell'inventario ombra, non mancherà di esercitare una continua pressione al ribasso su un mercato sostanzialmente fragile, gravato da un eccesso strutturale.
L'indice di fiducia dei costruttori americani continua a stazionare a livelli da depressione.
A proposito di "inventario ombra", quello relativo ad immobili pignorati dal sistema finanziario e mai immessi nel mercato per non "ingolfare" il sistema o quelli immobili ormai irrimediabilmente sulla strada del pignoramento o di propriètà di privati che stanno aspettando migliori condizioni di mercato per potersene disfare, secondo Bloomberg, la First American CoreLogic è andata a contare una per una le case di questo inventario fantasma e sembra che sia aumentato di circa il 55 % a 1,7 milioni di abitazioni alla fine del terzo trimestre di quest'anno. Non appena, il mercato sembra stabilizzarsi, una nuova onda è pronta a rimetterlo sotto pressione.
Coloro che hanno letto uno dei recenti post “dedicati” sanno dell’importanza della dinamica dei canoni di locazione all’interno della dinamica deflativa in atto e dando un’occhiata a quanto comunicato mercoledi dal BLS all’interno delle dinamiche riguardanti l’inflazione americana, l’indice relativo agli affitti “ Owners' equivalent rent “ (OER) è sceso ad un tasso annualizzato del 1,5 % nel mese scorso e del 1,1 % negli ultimi tre mesi.
Come ci ricorda Calculatedrisk, l’OER è il componente principale dell’indice CPI che ha contribuito a mantenere invariato l’indice core nel mese di novembre. La dinamica discendente del costo degli affitti contribuirà a tenere il CPI compresso o probabilmente negativo nel prossimo anno. Quindi, non esiste alcuna possibilità di assistere ad una ripresa statistica rilevante, dell’inflazione il prossimo anno.
Inoltre la discesa del costo dei canoni di locazione contribuirà a tenere sotto pressione i prezzi delle abitazioni.
Probabilmente il dato relativo alle vendite di abitazioni esistenti di martedi costituirà il canto del cigno di questa breve ripresa statistica, ma importante e fondamentale è il dato relativo alle vendite di nuove abitazioni che pur rappresentando solo una piccola parte delle contrattazioni immobiliari, costituiscono il principale propulsore all'occupazione del settore edizio.
Il prossimo anno inoltre le realtà dei rifinanziamenti dei mutui "Option ARMs" e " Alt-A non mancheranno di costituire un ulteriore fattore negativo nella dinamica dei pignoramenti, come abbiamo spesso visto ed analizzato in questi ultimi mesi.
Il grafico proveniente dal Credit Suisse aiuta a comprendere la dinamica che ci attende:
Forse a qualcuno sarà sfuggito ma non certo ad Icebergfinanza, ma sembra che l'uomo dell'anno Bernanke, abbia intenzione di nominare a capo della divisione di vigilanza e regolamentazione della Fed, un certo Patrick Parkinson, un guru del fantasma di Alan Greenspan, sui derivati.
Figurarsi cosa potrà accadere se si mette la supervisione del mercato dei derivati nelle mani di un amante del mercato finanziario derivato, è come dare in mano il ruolo di guardiacaccia o responsabile di un parco naturale ad un bracconiere. Alcune opinioni in merito al mercato dei derivati di Parkinson, sono simili a quelle dei gruppi di pressione che spingono per uno status quo.
I fallimenti bancari continueranno ad accellerare il prossimo anno, nonostante alcuni segnali incoraggianti, secondo la Bair, responsabile della FDIC, senza quantificare quanti fallimenti bancari potranno avvenire, ma rimarcando che nonostante il miglioramento economico, i fallimenti proseguiranno.
Altre sette banche hanno chiuso i battenti nella bufera di neve del fine settimana americano, portando il parziale annuale a 140 fallimenti, per un totale di altri 14,4 miliardi di attivi, in sei stati diversi, per un costo complessivo settimanale di soli 1,8 miliardi di dollari.
Sarà interessante verificare il prossimo anno la dinamica dei fallimenti nel settore del commercial real estate, un settore nel quale il mercato ama fare le orecchie da mercante, un crollo che potrà raggiungere facilmente il 50 % dal suo picco del 2007.
Ci sono grafici che il mercato non ama leggere come ad esempio questo pur proveniente dalla Fed di St.Louis.
Questa è la reale consistenza degli assets del sistema bancario americano in relazione ai non performing loans.Con il termine " Non Performing Loan " vengono indicati i crediti non performanti che richiedono una specifica gestione per massimizzare la possibilità di recupero. Inutile ricordare quali essi siano.
Nella sostanza risulta alquanto illusorio il paterno richiamo di Obama alla responsabilità delle banche americane, soggette nella realtà ad una continua erosione dei propri bilanci oltre che ad un sostanziale deleveraging. Solo la fantasia contabile e la sua flessibilità non permette di evidenziare una realtà di sostanziale insolvenza.
Se associamo al deleveraging finanziario, quello dell'economia reale, dove credito al consumo, carte di credito e home equity, stanno rintracciando in maniera sensibile, l'orizzonte del 2010, incomincerà ad apparirci più nitido.
fonte: Federal Reserve di San Francisco
Inoltre non dimenticate mai che abbiamo ormai circa il 27 % dei proprietari di mutui con il residuo superiore al valore stesso dell'abitazione con punte del 47 % come ad esempio in California.
fonte: First American Corelogic
Certo che, l'ultima vicenda relativa a Citigroup è emblematica, la corsa spasmodica alla ricerca di nuovi capitali e l'inversione del governo americano nella vendita delle azioni detenute, oltre alla liquidazione degli investitori arabi, testimoniano quello che ormai vado dicendo da un anno, attenzione al gigante di argilla finanziario americano, attenzione all'intero sistema finanziario mondiale, sarà anche troppo grande per poter fallire, ma, c'è sempre un limite a tutto.
Non certo migliore è la situazione per quanto riguarda il versante europeo dove secondo la BCE .... Le banche di Eurolandia dovranno svalutare le proprie attività finanziarie, da ora fino a fine 2010, per altri 187 miliardi di euro. Una cifra che porterà le svalutazioni complessive, dall'inizio della crisi, a raggiungere i 553 miliardi di euro. La stima è della Bce che, nella Financial Stability Review di dicembre, peggiora la sua stima sull'impatto della crisi rispetto ai 488 miliardi di svalutazioni totali previste dall'analogo rapporto di giugno, "a causa dell'aumento delle svalutazioni di attività legate alle proprietà commerciali e della inclusione delle svalutazioni dei titoli emessi dai paesi dell'Europa centro-orientale".
Tuttavia - avverte la Bce - "ci sono diversi aspetti che meritano cautela", e fra questi, nei sedici paesi di Eurolandia, una "vulnerabilità" delle banche e delle istituzioni finanziarie rispetto all'emergente esposizione creditizia verso i mercati immobiliari commerciali" e verso "l'Europa centrale ed orientale". Fuori da Eurolandia, poi, secondo la Bce vi sono rischi legati alla tenuta dei bilanci aziendali, e la possibilità di "perdite maggiori del previsto nel credito alle famiglie, se la disoccupazione dovesse salire oltre l'atteso". Un aspetto che, fra i paesi dell'euro, tocca anche la Spagna e l'Irlanda, dove la tenuta dei bilanci delle famiglie finora è stata assicurata dai bassi tassi d'interesse, e dove la disoccupazione è molto elevata. Per prevenire questi rischi - prosegue la Bce - le banche dovrebbero "predisporre adeguati ammortizzatori sul fronte del capitale e della liquidità". Temporeale.
Qui troverete il comunicato della BCE che naturalmente evidenzia un miglioramento della situazione ma che sottolinea come il sostegno pubblico potrà servire ancora. E' interessante notare come Nowotny, membro del consiglio direttivo, abbia appena ricordato come, la BCE non ha il mandato e neanche l'intenzione di salvare ogni singolo paese dell'aerea euro, mentre per le istituzioni finanziarie sostanzialmente insolventi si sono mossi mari e monti. Sarà interessante osservare cosa succederà dal lato politico, ormai questi sono personaggi che un giorno si alzano e dichiarano una cosa, mentre il giorno dopo ne dichiarano un'altra, tenere bandiere al vento.
Non di meno è il rapporto della Bank of England, nel suo Financial Stability Report nel quale avverte della fragilità del sistema finanziario inglese, consigliando un aumento delle riserve.
Entro fine anno e i primi mesi del 2010, vedremo insieme a coloro che hanno sostenuto o vorranno sostenere Icebergfinanza, alcune mappe dal punto di vista tecnico e fondamentale che probabilmente ci aiuteranno a comprendere alcune dinamiche per il prossimo anno, per scegliere in maniera consapevole ognuno la sua rotta in " LA_QUIETE_PRIMA DELLA TEMPESTA ".
Il Wall Street Journal nel fine settimana ha scritto un articolo ricordando come negli ultimi 200 anni, mai i mercati finanziari hanno assistito ad una performance negativa, ad un decennio perduto come quello relativo all'ultimo, sottolineando come gli investitori avrebbero fatto meglio ad investire in oro, obbligazioni o anche solo tenere i soldi sotto il materasso. Non conosco le statistiche, non ho al momento presente quanto è accaduto nella Grande Depressione, ma non vi è alcun dubbio che oltre al decennio perduto delle azioni, quello più triste è quello relativo all'occupazione.
In settimana ci sentiremo per un augurio speciale con tutti i compagni di viaggio, buona giornata a Voi tutti.
Icebergfinanza come un cantastorie che si esibisce nelle strade e nelle piazze delle città!
La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!
Non solo e sempre economia e finanza, ma anche alternative reali da scoprire e ricercare insieme cliccando qui sotto in ..........
Postato da: icebergfinanza a dicembre 20, 2009 21:56 | link | commenti (5)
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