Overdose di debito

La riunione straordinaria dei ministri dell’economia dell’Unione Europea a Bruxelles rappresenta la conferma della gravità della situazione economica attuale, una situazione precipitata nell’ultima settimana. E’ oramai chiaro che ci troviamo dinnanzi alla conclusione di un lungo percorso, un processo distruttivo irreversibile che si tenta di far durare il più a lungo possibile. Nei giorni appena trascorsi, osservando l’andamento dei mercati, abbiamo avuto conferma che dietro le quinte delle transazioni finanziarie si stanno affrontando guerre e battaglie di cui noi osservatori esterni poco riusciamo a comprendere, e le mosse dei governanti e dei governatori tradiscono chiaramente il panico che come una scura e bassa nube aleggia sopra le loro (e soprattutto le nostre) teste. Seguendo quindi l’esempio americano, anche i vertici dell’Unione europea hanno deciso di rispondere all’aggravarsi di una crisi causata dall’eccesso di debito con l’immissione di ulteriore debito; pare che si stia preparando un piano da 600 miliardi di euro, da utilizzare a favore delle nazioni che rischieranno il collasso, come successo alla Grecia nelle settimane scorse. Così, se una persona fa uso di eroina col passare del tempo sentirà il bisogno di assumere una quantità sempre maggiore della sostanza da cui è dipendente. Mano a mano che accrescerà la quantità della dose assunta aumenterà anche le possibilità di andare incontro ad una morte precoce, circostanza a cui non potrà sfuggire. L’eroinomane, quindi, ha solo due possibilità di scelta: può tentare di disintossicarsi, affrontando un percorso duro e doloroso, quasi insostenibile, fatto di lunghe sofferenze ed estenuanti crisi di astinenza, oppure può continuare a drogarsi aumentando costantemente le dosi, andando così incontro a morte certa. I nostri governanti hanno scelto la seconda possibilità, ed hanno deciso di “curare” le sorti dell’economia debito-dipendente con iniezioni di ulteriore debito, in dosi ancora più massicce. E l’economia, come il povero tossicomane, troverà le forze per rialzarsi ancora per un poco, forse, aspettando il giorno della dose letale. si veda anche: - Questo è il picco della crisi, Il Grande Bluff - Il più grande spettacolo della storia umana, Informazione Scorretta - Ordo ab Chao, Il Cigno Nero

materializzato da Santaruina alle ore 01:29 | link | commenti (11) trattasi di: crisi economica

Il Nodo Gordiano, ovvero: Quis custodet custodes?

Pubblicato da Pietro Cambi alle 17:07 in Finanza, Vita quotidiana, politica

soldato

La Banca Europea si accolla l'onore/onore di sottoscrivere fino a 700 miliardi di euro di Buoni del tesoro e/o altri titoli di stato degli stati membri. Il mercato gioisce, esulta, rimbalza, resuscita, i politici si compiacciono, si congratulano, si allietano.

La gente normale tira un sospiro di sollievo, alla constatazione che l'immane tir che stava per spiaccicarla contro il muro è per il momento passato oltre, in un turbinio di foglie morte sollevate.

Certo: qualche moscerino ed addirittura un povero maialino, che voleva vedere il mondo, sono rimasti spiacciati sul parabrezza e(o sotto le ruote del colossale veivolo, ma sono cose che succedono.

Quel che conta è che, alla fin fine il severo guardiano posto alla difesa del sacro graal, secula seculorum, abbia sollevato lo spadone calandolo, novello e redivivo Alessandro, a recidere d'un colpo le tetre spire di un garbuglio di cui non si vedevano i capi. Una cosa del resto ovvia, che avrebbero dovuto e potuto fare un mese fa, evitando cosi il can can di questi giorni.

Quindi?

Tutto bene? Direi di no.

Per il banal motivo che intanto questo si tradurrà ed anzi si sta già traducendo in una maggiore esposizione di TUTTI i paesi europei, compreso il nostro.

Certo: si tratta, in fondo in fondo, di un investimento che può essere ritenuto vantaggioso, almeno fino a che il tapino che accede a questi finanziamenti non collassa del tutto, schiantato dalle rivolte di piazza o dal peso economico sostanzialmente intenibile di suo ed ancora di più per un paese già inguaiato.

Appunto: vedete da voi che le misure draconiane che si vogliono imporre, per intanto, alla Grecia, non sono accettabili e non sono nemmeno funzionali. Distruggono l'economia reale di un paese, perchè sono misure puramente monetarie/finanziarie che di per se non cambiano nulla, ne eliminano, i motivi del dissesto che ha portato quel dato paese in quella situazione.

Il Guardiano, più che calare lo spadone, una volta autorizzato, non può fare.

Ma il guardiano dovrebbe essere guidato e comandato da qualcuno con un poco di visione strategica.

Questa non solo manca, mi pare di palmare evidenza, ma è ugualmente assente anche quella tattica, visto che l'ordine è stato dato quando il nodo era al limite delle capacità di un pur poderoso energumeno.

Il nodo è stato tagliato.

Il debito di pochi viene trasferito sulle spalle di molti.

Questo vale a scala di singoli individui e di singoli paesi

L'America, per bocca del suo Presidente ci applaude, ma in realtà abbiamo appena fatto, alla scala di nazione, lo stesso errore che hanno fatto gli Stati Uniti sulla scala di isituto bancario.

Per difendere una istituzione finanziaria, si fa pagare un prezzo altissima alla Società reale.

Un prezzo ed un conto che verranno presentati in un futuro non lontano, data l'insostenibilità, anche su scale non lunghe, della situazione.

Non si cambiano le regole no nsi fermano le armi di distruzione di massa economica, i CDS e le altre analoghe e piu' complesse.

I mercati rifiatano ma il cancro è sempre li, il nodo tagliato teneva la saracinesca di una gabbia da cui cominciano ad uscire le bleve, ancora più convinte di prima.

Fuor di metafora ( ed un poco in fretta): ora che la Banca Europea ha posto 700 miliardi di euro a garanzia, viene voglia di fare lo stesso gico di nuovo, senxza paura di macellare la vacca.

http://crisis.blogosfere.it/2010/05/il-nodo-gordiano-ovvero-quis-custodet-custodes.html

E ORA, CHI PAGA ?

Data: Lunedì, 10 maggio @ 06:52:44 CDT Argomento: Economia DI FELICE CAPRETTA informazionescorretta.blogspot.com Euforiche le borse mentre scriviamo rimbalzano tutte in area positiva. Il comportamento ricorda il paziente maniaco-depressivo, probabilmente non a caso. Le borse stanno rimbalzando perchè ieri, nel cuore della notte e dopo 14 ore di riunione, l’Ecofin ha partorito le misure di salvataggio della zona euro. Si tratta di poco più che una grida manzoniana. Il programma di salvataggio vale 720 MLD EUR, praticamente un trilione di dollari. Anche se...guardando nel dettaglio la decisione dell’Ecofin, ci ricorda improvvisamente di qualcosa di già visto su due fronti: da una parte, ricorda molto da vicino il TARP di Hank Paulson, ex Goldman Sachs, all’indomani del crollo di Lehman Brothers. Dall’altra, ci ricorda il salvataggio in extremis delle sponde greche fatto dall’Unione Europea. Si tratta in pratica dell’impegno da parte degli stati a sborsare 440 MLD EUR, più 220 MLD EUR da parte del FMI, più qualcosina dalla Commissione Europea. Più, l’impegno della BCE ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà. Tre cose: 1) Gli accordi sono da definire, come per la Grecia, su base bilaterale. Vale a dire che, se il Portogallo affonda, ci saranno Italia e Germania e Francia etc che presteranno soldi al Portogallo. Non c’e’ una istituzione o un fondo unico che si occupa dell’erogazione degli aiuti. Fortunatamente non ci sarà, dunque, un altro capobastone con un enorme potere che esercita con i soldi dei cittadini europei. Questo, per contro, è foriero di una generalizzata lentezza di erogazione dei salvataggi in caso di necessità (mettete daccordo 8 stati, se ci riuscite). Se credete nell’euro, questa lentezza di risposta è uno svantaggio. Se non credete nell’euro, è un vantaggio. 2) E ora, chi paga? Il più grosso dubbio che ci attanaglia è il solito: visto che nessuno ha spiegato da dove spunteranno questi 440 e passa mila miliardi di euro, dobbiamo presumere che arriveranno da altro debito. La qual cosa, come ormai sappiamo, consiste nel scavare una buca più grande per coprire una buca più piccola. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. 3) E ora, chi stampa? La BCE, contravvenendo al principio del Trattato che sancisce la proibizione di prestiti dalla BCE agli Stati Membri, si impegna ad acquistare titoli di stato e obbligazioni dagli stati e dalle aziende a rischio dell’eurozona. Il che ci riconduce all’affermazione precedente: e ora, chi paga? La BCE percorre la folle strada già percorsa dalla Fed di Bernanke: stampare denaro, tanto denaro. Che tanto, finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione. E’ così, è la solita ricetta già vista. Un’economia affossata dal debito, in crisi di debito, a cui viene addossato altro debito. Solo un modo per rimandare in là di qualche ora cio’ che è inevitabile, e peggiorare ed ingigantire il botto finale o la lunga discesa senza freni. I mercati festeggiano l’Unione che rimette nel congelatore la cena già decotta, congelata nel 2008, scongelata più volte passando per Dubai, e poi ricongelata, infine scongelata settimana scorsa con un odore di marcio che non si sa. Mai ricongelare una cosa scongelata, lo diceva sempre la mamma. Perchè nel frattempo continua a marcire, e quando si scongela è da buttare. Certo, mentre è lì nel freezer sembra normale. Fino a quando non si scongela di nuovo Fino a quando la corrente non salta. Fino a quando... Fino a quando... Finchè dura. Saluti felici Felice Capretta Fonte: http://informazionescorretta.blogspot.com Link: http://informazionescorretta.blogspot.com/2010/05/euforiche-le-borse-mentre-scriviamo.html 10.05.2010 Titolo originale: "Ecofin, i risultati "
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Bollettino di guerra, I. (Do ragione a Uriel, siamo dentro la WWIII zio )

Einstein scrisse che non sapeva come si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale, ma di certo la quarta si sarebbe combattuta con le clave. A quanto pare sbagliava: la terza guerra mondiale si sta combattendo con armi finanziarie, e quindi e' probabile che gli arsenali siano ancora li' al momento della quarta. Ciononostante, meglio concentrarsi sulla terza, visto che e' in corso.
Come prevedibile, la Grande Zia tedesca, al secolo Angela Merkel, e' uscita malconcia dalle elezioni qui nella NRW. E' successo, contrariamente a quanto pensano in molti, per motivi storici. Nel dopoguerra, per 39 anni di fila la NRW e' stata in mano ai socialisti, cioe' alle sinistre. Si trattava quindi di una specie di Emilia Romagna. Poi e' stata conquistata dalla CDU, con margini risicati, e le consultazioni dello scorso weekend sono finite 91 seggi per la SPD e 91 per la CDU: poiche' la somma dei seggi con quelli dei verdi permette di governare, di fatto la NRW aspetta i verdi per sapere chi la governera'.
L'equilibrio raggiunto, pero', cambia la ratio di una delle camere , e quindi probabilmente se la Merkel vorra' governare la NRW dovra' per forza concedere qualcosa al governo. Oppure, mollare i liberali e tornare allo stato precedente alle scorse politiche.
Questo blocca gli aiuti alla Grecia? Non si sa. Di per se', in ogni caso le banche tedesche hanno bisogno di aiuto, e il default greco le spaventa.
Di base, l'euro e' quasi destinato a scomparire, o a rimanere una moneta molto debole, a meno che Trichet non riesca a mettere da parte la sua paranoia per l'inflazione e fare cio' che hanno fatto le banche americane per diversi anni: stampare soldi. Quello che potrebbe fare e' stampare qualcosa come 500 miliardi di euro, al prezzo di un'inflazione nell'eurozona sino al 2.7%, e comprare titoli a iosa, come ha fatto la FED americana in passato. Con il contributo dell' FMI si potrebbe arrivare a coprire sino a 750 miliardi. Piu' che sufficiente per Gracia, Portogallo , Irlanda e Spagna, insufficiente per coprire anche Belgio e specialmente Italia. Gli UK, viste le parole di Cameron, dovranno cavarsela da soli, se come penso a breve inizieranno a ballare.
Ma questa guerra pone diverse incognite.
  • Per quanto tempo la guerra rimarra' finanziaria? Gia' oggi diversi governi dell'eurozona, come quello svedese, hanno iniziato a parlare chiaramente: bisogna fermare gli speculatori bloccandoli. Bello, ma si tratta di aziende americane, e quindi l'unico deputato a farlo sara' Obama. Prima o poi, qualcuno avra' il coraggio di alzare la voce e dire "Obama fermi questi idioti prima che ci mandino al disastro tutti, USA compresi" . E siccome Obama dira' di no, le conseguenze politiche saranno inevitabili. Prima o poi e' ovvio un deterioramento delle relazioni diplomatiche con gli USA, perche' se l'euro resistesse troppo il danno avverrebbe dal lato americano.
  • Per quanto tempo saranno credibili i CDS? L'unica cosa certa e' che piu' passa il tempo piu' la speculazione fa danni alle economie nazionali. Ma il danno alle economie nazionali si ripercuote sul rating, e il risultato e' "ancora piu' CDS". Molto bene, ma quanto possono restutuire, i fabbricanti di CDS? Il CDS pretende di essere un'assicurazione, ma perche' lo sia occorre che sia credibile l'affermazione di fondo: in caso di crash, siamo capaci di rifondere i CDS. Come ogni assicurazione, occorre che abbia i soldi per pagare. Ma gli attuali emittenti di CDS sul mercato americano NON hanno le risorse che servono a pagare tutti i CDS che hanno emesso. Ci si puo' illudere di vendere euro per procurarsi dei CDS se si pensa che i CDS siano piu' solidi dell' Euro. Ma non c'e' alcun accordo per il quale la BCE debba rifondere i portatori di CDS, che dovranno rivolgersi su chi li ha emessi. E' abbastanza ovvio che oltre una certa cifra i CDS non saranno credibili. A quel punto, il primo che grida "i CDS sono carta straccia", succede un casino.
  • Quanto dureranno gli inglesi? Una delle peggiori situazioni debitorie al mondo e' quella inglese. Come se non bastasse, il nuovo governo e' , per gli standard locali, straordinariamente debole. Inoltre, ha una moneta forte che si puo' deprezzare anche di molto, permettendo succose speculazioni. Ultimo, non puo' chiedere aiuto all'eurozona per motivi politici.E' abbastanza chiaro (e non sarebbe la prima volta) che prima o poi i cugini americani inizieranno a divorarli. E, se le voci sulla formazione del governo e sul suo futuro sono corrette, sara' piu' prima che poi. Un governo lib-dem + tory ha la possibilita' di vita di un pollo che attraversa la strada, circa. Magari vivra' anche, ma Clegg puo' rimanere libdem solo indebolendo Cameron, e Cameron puo' governare solo annacquando Clegg. E nessuno dei due puo' permettersi una cosa simile. Gli speculatori noteranno la debolezza inglese e inizieranno a cannibalizzare i cugini.
  • Quanto durera' ancora il WTO? Nessuna delle premesse del patto WTO sta venendo mentenuta nel medio e lungo termine, e nessuno dei vantaggi del patto sembra materializzarsi. Qualsiasi contromisura si usi per evitare nuove speculazioni, cosi' come il maxipiano europeo per difendere l'euro, stanno andando contro a tutto quello che il WTO si proponeva. Interventi governativi o sovragovernativi che siano, come l'intervento della BCE, il rafforzamento di Basilea (c'e' il meeting in corso oggi) , la discussione sulle aziende di rating, tutto fa pensare ad un atlantico che si espande, e ad un pacifico che e' sempre piu' una muraglia cinese contro il nordamerica. Non si vede piu' che vantaggio abbiano Russia e Cina nel WTO, e prima o poi qualcuno lo fara' notare ai rispettivi governi.
Sono ancora molti i fronti nei quali la guerra si puo' espandere. Sinora e' semplicemente una guerra USA-UK contro Eurozona. Esistono due scenari possibili, ambedue terrificanti.
  • Gli USA vincono. Dunque, la zona euro crolla. Per gli USA sarebbe una ben strana vittoria. Perche' se si spezza la zona Euro, alcune nazioni si sposteranno immediatamente nell'orbita russa per avere energia e rilanciare l'industria. Con le deboli monete che ne uscirebbero, avrebbe sempre piu' senso comprare dai russi, che hanno una moneta non troppo avvantaggiata. Inoltre, la UE era il bastione dell'ideologia globalizzatrice, e la prima realizzazione pratica di moneta senza stato , banca centrale senza stato, finanza senza stato. Crollata quella, nel coacervo di nazionalismi e di protezionismi che ne deriverebbero, i primi a farne le spese sarebbero proprio i vincitori. Un altro pochino di nazioni europee finirebbero immediatamente nell'area della finanza islamica, e se anche non e' il caso dell' italia (gia' prenotata dai russi) per gli USA non e' certo una bella notizia.
  • Gli USA perdono. Significa che l'euro resiste, e gli speculatori la prendono in saccoccia. In quel caso, ci sara' un grosso calo dei CDS, e le aziende che dovrebbero restituirli non hanno la liquidita' per restituirli. Non e' credibile che la finanza USA sia capace di reggere questo colpo, e il risultato sarebbe il botto degli emettitori di CDS dal loro lato. Oggi i CDS stanno andando a ruba, ma se l'euro dovesse sopravvivere, e il fuoco di fila non puo' durare in eterno, dovranno abbassarsi di prezzo. Il che significa che si cerchera' di capitalizzarli prima. Ma iCDS non possono venire pagati tutti, chi li ha emessi non ha la solvibilita'.
In entrambi i casi, ci sara' una grossa crisi finanziaria, dovuta allo sgonfiarsi improvviso di alcuni dei "master of the universe", che sono guidati da un appetito di breve termine e non capiscono di stare minando il proprio futuro nel medio e lungo termine.
Esiste anche una possibilita' di pareggio? No. Perche' succeda occorrerebbe che gli USA cambino molto la loro etica, che oggi come oggi e' un'etica da gangster della finanza. L'intera economia americana e', ormai, un'economia della frode, e non e' possibile separare la frode dall'economia buona: e' come se gli USA fossero un cane fatto , ormai, solo di zecche: solo lo strato di pelliccia e uno scheletro spolpato lo fanno sembrare ancora un cane. Ma e' solo un sacco pieno di zecche.
Non credo Obama possa fare qualcosa per riformare un'economia che avrebbe bisogno di un "reset", che la struttura paramafiosa del loro parlamento, basato sulle lobbies e quindi sul conflitto di interessi, non puo' reggere.(1)
IN definitiva, quindi, comunque vada all'economia occidentale spetta un decennio di crisi. Ovviamente, nel frattempo tutti gli altri paesi (Cina, India, etc) cresceranno, anche se piu' lentamente. L'occidente si sta cannibalizzando, in definitiva, per colpa di quei gangster con un vestito alla moda che chiamiamo "superpotenza".
E l'Italia?
Berlusconi ormai gira con un giubbotto della marina russa, un corpetto antiproiettile made in Mosca e meta' della sua scorta beve vodka. I patti tra ENI e Gazprom e il resto delle cooperazioni in atto sono di dimensioni tali, ormai, che anche un eventuale prossimo governo non potra' staccarsene. Del resto, non essendoci alternativa, perche' dovrebbero staccarsene?
Se nessuno lo fa cadere e nessuno lo uccide (del resto non si muove piu' nemmeno tanto per il mondo come un tempo, e' chiaro che teme per la sua incolumita': al massimo va a Mosca, il che la dice lunga sulle "rotte sicure") , essenzialmente Berlusconi riuscira' a tenere l'asse orientato verso Mosca quel tanto che basta per compensare l'influenza militare americana, che invece non puo' che diminuire. Entro breve, la Nato iniziera' a soffrire un "minore impegno dei soci", e probabilmente se le cose continuano cosi' inizieremo a vedere il disimpegno degli alleati NATO in Afghanistan gia' quest'anno, con un certo disappunto USA.
Sempre, come penso, che la quinta colonna USA non faccia il suo mestiere. Ma se ho visto bene, evidentemente in italia esiste qualche forza capace di prenderli per il bavero e costringerli a remare dalla parte giusta almeno nei momenti di crisi: nei giorni di Picco, persino i servi del "partito del Times" di Repubblica hanno tenuto il becco chiuso e si sono uniti all'artiglierie contro le agenzie di rating. Quale sia questa mano cje ha cambiato le idee di Repubblica non e' dato saperlo,e mi auguro che non si sia dovuto ammazzare nessun cavallo giusto per infilarlo in un letto.
Dopotutto, al nostro paese i cavalli non hanno fatto nulla di male, voglio dire.
Uriel
(1) E' curioso che i giornali USA, che vivono in un mondo basato sul conflitto di interessi , cioe' sulle Lobby, insistano sul conflitto di interessi di berlusoconi. Negli USA, Berlusconi non poteva entrare in politica: vero, ma poteva fare come tutti, e comprare un pochino di parlamentari per fargli le leggi ad personam. Cosa che negli USA avviene ogni giorno, come parte dell'ordinaria amministrazione: il parlamento USA non e' altro che la rappresentazione degli interessi dei potentati economici, ratificati poi dal cittadino.

E alla fine l’Europa sceglie di monetizzare

Come ampiamente sintetizzato nei post degli ultimi giorni, le vie di fuga dalla situazione che ci stava travolgendo erano due: quella di lasciar saltare il più ordinatamente possibile chi non ce la faceva più, oppure quella di monetizzare il debito e provvedere ad un nuovo, ennesimo, bailout.

Si è scelto di monetizzare, e di spostare più in alto ancora l’asticella: l’insolvenza dei debitori sub-prime si è trasformata in debito da crisi per le banche, salvate dagli Stati; i più deboli di questi si sono ritrovati con livelli di debito da crisi, e sono stati salvati dal Fondo Monetario Internazionale e altri enti sovranazionali.

Mancando la possibilità di rivolgersi al fondo intergalattico di Alpha Centauri (che tra l’altro -garantisco io- risponderebbe con una pernacchia) il tutto tornerà all’unico soggetto che potrà compensare il montante debito: l’essere umano.

Ci vorrà ancora qualche tempo, durante il quale la percezione che il rischio premia sempre dovrebbe prevalere. C’è sempre ‘qualcuno’ che ci pensa, che ti salva. Durante questo periodo i blog di chi avvisa dei rischi di questo atteggiamento saranno ricoperti di etichette da “allarmisti” “catastrofisti” “disfattisti”. Vorrei sentire il TG stasera dire che la Borsa è volata oggi per operazioni speculative… ma qualcosa mi fa dubitare che succederà, a vantaggio di rassicuranti descrizioni sulla bontà e l’efficacia del piano di risanamento che ha “convinto” il mercato. Guai a parlare di ricoperture, short squeeze, ecc…

Stultus est dicere putabam. E’ da sciocchi dire “pensavo che…” : il conto continua ad essere spostato, rimandato, ribaltato e gonfiato. Ma se il debito creato è figlio di un livello di vita al di sopra delle possibilità, l’unica via per femare la spirale del debito crescente è abbassare il tenore di vita. Volontariamente. Oppure, forzatamente, il mercato ci costringerà a farlo. Tutto è più semplice se viene imposto, è forse questa la questione?

http://bimboalieno.altervista.org/?p=825

Piano Salva Euro: prima tappa di un lungo calvario

720 miliardi di Euro. Viene deciso lo stanziamento di un grosso capitale a sostegno della crisi europea. ma questa non è che la prima puntata...

10 maggio 2010, ore 1:31
48 Commenti »

Inutile negarlo. E’ solo una questione di ore. Il piano che definirei “salva Euro” è la cosa più normale che possiamo aspettarci dall’incontro di Bruxelles, un incontro che probabilmente sarebbe già terminato se non fosse arrivato l’incidente del rappresentante tedesco, preso da malore e prontamente sostituito. Un intervento da 600 miliardi di Euro, diviso tra garanzie, prestiti vari garantiti da e linee di credito. Una valanga di soldi. Chiamiamolo pure il europeo, se preferite. Ma è una cosa che arriverà. Il motivo è molto semplice. Quanto sta accadendo in Europa ora, è la versione “governativa” della crisi subprime vista dodici mesi fa negli USA. L’Europa lo ha capito e vuole intervenire con lo stesso metodo. Innanzitutto con un segnale chiaro: l’, anche se non esiste nella pratica, anche se è stata fatta senza tenere in considerazione tutto quanto poteva accadere, anche se è lacunosa e guidata da un Patto di Stabilità da rivedere completamente, dicevamo l’ c’è e vuole continuare ad esistere. La cifra messa in gioco, 600 miliardi, proposta dalla presidenza (ma tu guarda…) spagnola, è un po’ maggiore diquella proposta invece dalla Germania e sta anche a significare che si farà il possibile per evitare il crack finanziario europeo. Questo Fondo dovrebbe poggiarsi su un articolo del famoso Trattato dell’Unione Europea , il 112, dove si dice chel’UE può aiutare gli stati in difficoltà. Quindi non viene esclusa la possibilità di creare un serbatoio dove andare a depositare i fondi necessari per sorreggere i paesi in crisi. Quindi tutto sembra quadrare perfettamente. L’intenzione dei paesi di sorreggere l’Euro e l’ sembra più che chiara. I fondi sembrano ormai decisi. L’indebitamento dei paesi membri lieviterà ulteriormente. ma che ci volete fare. non può volere l’uovo e la gallina… La Gran Bretagna si è detta subito fuori e ha preferito (…diciamo così) chei panni sporchi si lavassero nelle case dei Paesi Membri. Forse sarebbe meglio dire che la Gran Bretagna ha già tanti problemi a casa sua e non potrebbe permettersi grossi sforzi.

Aggiornamento: ore 08.00

Varato piano da 720 miliardi di Euro

Oltre le previsioni! Nella notte arrivata la conferma. Un piano da 720 miliardi di Euro, compartecipate dal Fondo Monetario Internazionale, con un obiettivo primario: proteggere l’Euro dalla specualzione e difendere i paesi più deboli.

Inoltre vengono chiesti anche nuovi sacrifici a Spagna e Portogallo, i due Paesi considerati maggiormente a rischio in questa fase. E annunciate ”misure significative” da parte della Bce. Si tratta di un piano di salvataggio senza precedenti, a cui si e’ arrivati dopo una giornata in cui si sono susseguiti i contatti tra le varie capitali europee, con decine di bilaterali e due conference call a livello dei Paesi del G7.

Prendiamo la notizia direttamente dal sito dell’Ansa:

Nel pacchetto ci sono poi 440 miliardi che dovrebbero prendere la forma di prestiti bilaterali da parte degli Stati membri della zona dell’euro, sul modello del piano salva-Grecia. Nel dettaglio, si prevede che la quota dell’Fmi rappresenti la meta’ di quella messa in campo dagli Stati membri, cioe’ fino a 220 miliardi. Per questo l’ammontare complessivo del fondo potrebbe arrivare fino a 720 miliardi. (…) “Un lavoro fato bene”: così il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha commentato l’accordo raggiunto all’Ecofin sul piano per venire incontro agli Stati della zona euro in difficoltà. Tremonti ha anche annunciato che è stata anticipata a mercoledì prossimo, 12 maggio, la prima riunione della task force Ue che dovrà riformare il Patto di stabilità e di crescita, guidata dal presidente della Ue Herman Van Romouy e composta dai ministri delle finanze di 27 e dai vertici di Commissione Ue e Bce. “Fino a due ore fa – ha spiegato Tremonti – hanno partecipato al negoziato anche i capi di Stato e di governo collegati telefonicamente. Alla fine è stata trovata una soluzione, soprattutto – ha sottolineato – grazie al contributo di Francia, Germania e Italia. E’ stata trovata una soluzione – ha concluso – che adesso vedremo se funzionerà con le Borse”.

Comunque sia, questa notizia darà sicuramente fiducia ai mercati e all’Euro. Ma non illudiamoci. La strada da fare è ancora lunga e tortuosa. Questa è una prima toppa messa dall’ per arginare le falle. Ma ce ne vorranno altre. Intanto rilassiamoci e vediamo che succede oggi sui mercati.

Allegato: la reazione del future SP 500 alla notizia (ore 08.30)

STAY TUNED!

Euro a 1,80?

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Molti si stanno affannando a celebrare la morte dell’euro. Noi non siamo d’accordo e andiamo controcorrente. Con l'ipotesi che circola attualmente, l’euro verrebbe meno al ruolo per cui è stato creato, cioè traghettare i potenti, gli speculatori, i mafiosi, su di un’altra valuta perché il dollaro ormai non è più sostenibile a causa delle cure di Greenspan prima e di Helicopter Benrnanke, soprannominato così per la sua famosa dichiarazione di stampare e distribuire dollari dall’elicottero se fosse stato necessario. A giudicare dalla incredibile produzione di massa monetaria dell'ultimo periodo, ha tenuto fede alle promesse.

Adesso l’impero di carta sta per crollare sui suoi stessi abusi, non prima però che chi conta si sia messo in salvo e a questo scopo è stato creato l’euro.

Per la sua creazione si è pagata una cambiale alla Germania, data dalla ricompensa per aver accolto la Germania dell'Est a sue spese e aver così fatto crollare l'Unione Sovietica, consentendogli di annettere gli altri paesi, non militarmente, ma finanziariamente agganciando le valute nazionali ad un euro costruito come un guanto sul marco tedesco e mettendo parametri strettissimi ai paesi in modo che le quote di esportazione sarebbero cadute tutte, come pere mature, nelle mani della Germania.

In questo periodo però si doveva ultimare il passaggio all’euro, ma il dollaro stava sprofondando e nessuno dava più credito alla valuta americana, ed era chiaro a tutti che l’America non poteva continuare a farsi finanziare dai creditori, Cina in particolare e allora si è spostato l’attenzione su alcuni paesi più deboli nell'area euro a causa del loro debito e dell’affanno per mantenere assurdi parametri imposti dai trattati. il tutto naturalmente per permettere di ultimare il traghettamento verso l'euro; finita questa fase si lascerà il dollaro alla sua sorte.

Il temporaneo indebolimento dell'euro incontrava anche il favore della Germania che così aumentava il suo vantaggio riuscendo ad esportare in tutto il mondo e prendere così risorse importanti per il proprio risanamento. Questo può spiegare anche l'atteggiamento intransigente della Germania che così facendo ha protratto e aumentato l'indebolimento dell'euro favorendo i suoi conti con l'estero. La bce dal canto suo ha trovato il modo, vedi i pacchetti per salvare l’area euro, per imporre misure draconiane a quei paesi in difficoltà indirizzandone le scelte e quindi di fatto impossessarsene definitivamente.

Secondo il nostro parere oggi siamo molto vicini alla fine del passaggio dal dollaro all'euro e prossimi ad un nuovo e potente rafforzamento dell'euro.

Questo lo deduciamo dal fatto che molto probabilmente è finito il ciclo decennale dell’euro e il doppio minimo costituisce una poderosa figura rialzista che, se confermata, farebbe iniziare il nuovo ciclo decennale per l’euro.

Questo molto probabilmente porterà anche beneficio temporaneo alle borse europee che beneficeranno di investimenti da chi detiene dollari a causa del beneficio del cambio e permetterebbe alle borse di mettere in atto una distribuzione, in parole povere vendere agli ultimi allocchi, con tutto il rispetto per il simpatico animale, prima di un nuovo e definitivo crollo.

In questa fase si prospettano anni in cui questo sistema economico basato su debito, avidità, egoismo, paura e sopraffazione vedrà il suo termine. A noi la difficile responsabilità, data dalla conoscenza dei meccanismi economici e finanziari, di creare i presupposti, partendo dal basso e specialmente agendo sulle nostre economie locali, affinché il nuovo ciclo che inizierà presumibilmente nel 2013, abbia fondamenta totalmente diverse.

Sì, fermiamo la speculazione. E sospendiamo pure la legge di gravità

Non è solo il dibattito pubblico sul dissesto degli “anelli più deboli” dell’euro a lasciare sorpresi: sono anche e soprattutto le interpretazioni che i governi e le istituzioni comunitarie ne danno che lasciano davvero basiti.

Oggi il Corriere della sera apre con un articolo di Federico Fubini intitolato “Il piano della Banca centrale per fermare la speculazione”. Nel pezzo viene spiegato che la Bce intende agire, d’ora in poi, come una sorta di settimo cavalleggeri finanziario, “disposto a comprare sui mercati i titoli di Stato sotto attacco”. Se i Pigs spendono e spandono, in altre parole, ci sarà sempre l’Europa – tramite i propri apparati – a usare i nostri soldi per andare in soccorso di falsificatori di bilanci e demagoghi di ogni risma.

Perché, stando alla versione dei fatti oggi prevalente, i maggiori problemi sono frutto della speculazione capitalistica, che – ça va sans dire – è un male in sé. Forse, a ben pensarci, è il “male assoluto”. (In Spagna si sta lavorando perfino per modificare il Codice penale…).

Nessuno intende negare che investitori istituzionali e uomini di affari stiano giocando la loro parte in quanto sta avvenendo. E può darsi anche che in qualche caso la giochino utilizzando informazioni provenienti dagli stessi ambienti politici, lo facciano su loro delega, abbiano obiettivi misteriosi, e via dicendo. Ogni ipotesi cospirativa è in qualche modo legittima, anche se in sé non vale nulla fino a quando non si fanno nomi e date, non si descrivono fatti, e via dicendo. Attaccare “la speculazione” in generale, però, significa replicare i comportamenti di quanti, nella Milano manzoniana, accusavano gli untori di diffondere la peste e denunciavano i fornai per il “rincaro” del pane.

L’uomo è speculatore per natura, perché si sforza di conoscere la realtà (non si perdano i vari significati del termine: la specula è un luogo che favorisce l’osservazione, e l’attività del filosofo è detta speculativa) e di trarre beneficio da tutto questo. Quanti oggi contribuiscono a far crollare l’affidabilità dei titoli di Grecia, Spagna, Portogallo ecc. si muovono sulla base delle loro informazioni e previsioni: tendono a pensare che questi Paesi siano in condizioni difficili, e ne traggono le conseguenze. Se gli interessi che Atene e Madrid dovranno pagare sul loro debito cresceranno, siamo sicuri che la colpa sia da addebitare alla speculazione e non, invece, a chi ha gestito in quel modo quelle economie pubbliche, insieme a chi – certamente – ha messo in piedi quell’autentica scomessa mancata che è l’euro?

Un grande economista vivente, Israel Kirzner (si veda ad esempio il volume Concorrenza e imprenditorialità, edito da Rubbettino), ha più volte evidenziato come l’essenza dell’agire imprenditoriale sia speculativo: il bravo imprenditore intuisce che vi sono opportunità di profitto in uno scarto tra quanto spenderà da un lato (per lavoro, materie prime, organizzazione, ecc.) e quando incasserà. Se nel comprare la seta in Cina e poi nel venderla a Parigi realizza profitti, vuol dire che la sua intuizione era buona. Diversamente, ne pagherà le conseguenze. (Per una lettura assai acuta, e non priva di qualche appunto critico, alla teoria kirzneriana si veda ad esempio questo saggio di Enrico Colombatto, dell’università di Torino: “Dall’impresa dei neoclassici all’imprenditore di Kirzner”).

In linea di massima quanti operano in borsa non agiscono in maniera troppo diversa e la loro attività è anche fondamentale a renderci consapevoli di cosa sia il mondo economico di fronte a noi. È il sistema dei prezzi, quale deriva dall’azione degli speculatori, che fa circolare informazioni e riduce, in tal modo, le incertezze.

Un’ultima considerazione. A tutti dovrebbe essere chiaro che le economie europee oggi stanno pagando gli errori della cieca e irragionevole determinazione politica della sua leadership, da decenni orientata a unificare il continente all’interno di un unico Super-Stato e quindi vogliosa, proprio per accelerare tale processo, di avere una sola valuta. Avere imposto ai mercati europei una sola moneta entro un’area tanto differenziata – altro che zona monetaria ottimale à la Robert Mundell! – invece che un sistema di valute in competizione ha prodotto gli esiti che stiamo osservando. Ma errore chiama errore, e quindi ecco l’idea dei bond europei. Il prossimo passo: il primo embrione di una tassazione centralizzata.

Se l’economia ha le sue leggi, e normalmente i risparmiatori tendono a comprare titoli che a loro appaiono affidabili e destinati a crescere (speculando), anche la politica ha le sue. E i processi di unificazione in linea di massima non producono buoni risultati, dato che riducono la concorrenza istituzionale, alzano i costi di exit da un ordinamento all’altro, favoriscono il parassitismo, moltiplicano gli effetti perversi di norme e contratti di lavoro uniformi entro aree diverse.

L’Italia sta per apprestarsi a “celebrare” i 150 anni di un’unificazione nazionale che ha solo creato tensioni tra le varie aree della penisola, trascinato il Paese in una guerra sanguinisa (la “Quarta guerra d’indipendenza”) e ha danneggiato gli italiani nel loro insieme, ma ora si trova già a fare i conti con le prime dolorose conseguenze di un’unificazione di dimensioni ben maggiori (e quindi i cui effetti saranno perfino più dolorosi).

Siamo però su un piano inclinato: le élite europee – unica importante eccezione, i britannici – vogliono creare questo “cartello” politico con il suo centro a Bruxelles, e quindi l’avremo. Poiché anche la fisica ha le sue leggi, a partire da quella di gravità, è difficile che – data la pendenza del piano inclinato e la velocità che già abbiamo assunto – ci sia ancora il tempo per riuscire a salvarsi.

http://www.chicago-blog.it/2010/05/09/si-fermiamo-la-speculazione-e-sospendiamo-pure-la-legge-di-gravita/

ELEZIONI/ 2. I liberal di Clegg fanno tremare Borsa e sterlina

lunedì 10 maggio 2010

Londra. Le Borse europee come il Labour: crollati in un venerdì che merita davvero l’appellativo di “black Friday”. La prima vittima dell’instabilità generata dalle elezioni britanniche di giovedì scorso non è infatti la democrazia britannica, ferita nel suo dna bipolare, ma la sterlina, finita sulle montagne russe fin dalle prime assegnazioni di seggi la notte scorsa.

I mercati, infatti, temono che un possibile governo di coalizione tra Labour e LibDem, l’opzione lanciata da Gordon Brown, non faccia altro che dilazionare i tempi per una stagione di tagli e austerità. E, infatti, non appena il primo ministro “uscente” ha aperto la porta a Nick Clegg nel tentativo di bloccare un governo conservatore, il pound è immediatamente sceso nei confronti del dollaro mentre due ore prima, quando il leader dei LibDem, aveva ammesso che i Conservatori avevano il diritto di provare a formare un governo, la divisa britannica si era ripresa sensibilmente nei confronti del biglietto verde.

Il listino Ftse 100 della Borsa di Londra, in apertura di conrattazioni, ha toccato il suo minimo da tre mesi, per scendere fino al -4% e assestarsi al -2% in chiusura, segnale chiaro di un nervosismo che si è riverberato anche sui titoli di Stato britannici, normalmente “sensibili” all’inflazione e questa volta, invece, colpiti dall’instabilità politica che ha visto lo spread con i Bund tedeschi toccare livelli poche volte conosciuti in tempi recenti.

Anche i cds sul debito sovrano, ovvero i contratti di assicurazione sul rischio di default, hanno subito un’impennata nelle trattative over-the-counter, cioè non regolamentate e questo appare un chiaro segnale di sfiducia nei confronti di un possibile arroccamento di Gordon Brown: l’altra notte, quando i primi tre seggi assegnati vedevano il Labour mantenere il controllo degli stessi, la flessione sui mercati valutari è stata netta.

Nella City la speranza è quella che le pressioni politiche sul primo ministro, non ultime quelle auspicate della Regina, pongano fine a questo andamento “flip-flop” della sterlina, fino a oggi garantita sui mercati dalla debolezza dell’euro ma, di fatto, messa ufficialmente nei portafogli di investimento dei fondi speculativi nella lista “short”, ovvero contro cui scommettere avendo toccato venerdì mattina il suo minimo da un anno.

Gli operatori del valutario operavano sulla sterlina in modalità “high-speed”, ovvero con la massima priorità e la massima volatilità visto che ogni minima parola, ogni minima dichiarazione politica faceva oscillare in alto o in basso la valuta. «Brown, per il bene del paese, dovrebbe liberare al più presto la scrivania», si fa sfuggire un trader della City e la netta, chiarissima proposta di coalizione offerta da Cameron a Clegg parla questa lingua: prima cosa, sfrattare il premier.

Il problema è che i mercati, alla notizia di una possibile alleanza giallo-blu, non hanno affatto festeggiato. Anzi, l’ipotesi di un’influenza LibDem sul governo viene valutata come un freno all’azione di contenimento e riduzione del debito pubblico e i cds hanno cominciato ad essere trattati con un certo volume: un brutto segnale, soprattutto per chi deve rifinanziare un debito da 890 miliardi di sterline.

Unica nota positiva, per ora, è giunta da due agenzie di rating, Fitch e Standard&Poor’s, secondo cui l’ipotesi di hung parliament non comporterà un automatica apertura della procedura di downgrade del paese, attualmente giudicato AAA, ovvero solidissimo. Vista però la polemica che sta investendo queste istituzioni, con cotè di accuse speculative, la City non pare particolarmente tranquillizzata: serve stabilità e nessuno, ora, pare poterla garantire. Tantomeno un governo di coalizione Tories-LibDem.

Dio salvi la sterlina. A parlare chiaramente questa lingua è quanto accaduta all’indice secondario della Borsa di Londra, l’Ftse 250, protagonista di una svendita di titoli selvaggia nel pomeriggio di venerdì: essendo questo indice direttamente legato alle prospettive dell’economia interna, il segnale è di quelli davvero poco confortanti.

Di più, per Philip Isherwood della Evolution Securities, «i titoli di Stato e la sterlina, a causa del risultato di questo voto, stanno per perdere il loro tradizionale ruolo di bene rifugio per gli investitori». Il rendimento dei bond inglesi è schizzato di 16,8 punti base raggiungendo un interesse del 3,96%, mentre il titolo peggiore, in Borsa, è stato quello di Royal Bank of Scotland, banca nazionalizzata e quindi più esposta alla volatilità politica del momento: perdere il 4,3% quando si è tornati in profitto dopo aver toccato l’orlo del fallimento significa che le prospettive dei mercati, ora, sono focalizzate sul 10 di Downing Street più che sui bilanci e la solidità dei soggetti quotati.

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http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/5/10/ELEZIONI-2-I-liberal-di-Clegg-fanno-tremare-Borsa-e-sterlina/85049/

La "matrioska" dei Debiti

  • 19:55 09/05/10
  • Il pubblicitario è un lavoro ? fino a metà '800 la pubblicità era vietata, considerata un pretesto per mentire e ingannare la gente, ci furono dibattiti seri per decidere se consentirla. Oggi è un business enorme, Berlusconi i soldi li ha fatto soprattutto con la pubblicità ad esempio" Perchè mai prestare soldi e chiedere un interesse dovrebbe essere un lavoro e ben remunerato, specialmente prestare denaro agli Stati e alle famiglie ?. Prestare alle imprese in effetti richiede anche capire come va il business, ma prestare agli stati e alle famiglie è puramente parassitario perchè sono entità che non hanno investimenti, nuovi business e mercati e crescita economica su cui scomettere ma solo un bilancio annuale più o meno sempre uguale. Lo stato dovrebbe semplicemente stampare denaro in una percentuale limitata, tipo +4% annuo per finanziarsi e prestarlo alle famiglie all'1% di interesse con restrizioni e limitazioni, ma solo in casi particolari. E le banche fuori dalle balle Questo mese i mercati e le economie sembrano in pericolo per via di questi debiti di Grecia, Portogallo, Spagna e forse Italia, ma che senso ha che questi stati siano indebitati con banche degli stessi paesi più o meno, stile "Matrioska" le banche portoghesi hanno 10 miliardi di bonds greci, le spagnole 40 miliardi di bonds portoghesi, le francesi ed italiane 200 miliardi di bonds spagnoli, le francesi 400 miliardi di bonds italiani, le tedesche 300 miliardi di bonds francesi e 200 miliardi di bonds italiani... ...in questa "Matrioska" alla fine non si capisce nemmeno il saldo netto dei crediti e debiti, chi è indebitato veramente con chi ? Sono solo i tedeschi che hanno un credito netto verso altri se consolidi tutto ? Ma intanto ognuno paga rate ed interessi alle banche di altri paesi e in totale sono miliardi di interessi. I mercati e tutti questo weekend aspettano di vedere se i governi europei ed americano garantiranno di nuovo con soldi dei contribuenti o stampandoli tutti questi debiti verso le banche in modo che non soffrano perdite, perchè se poverine dovessero soffrire "il mercato crolla". Ma siamo matti ? Dovremmo preoccuparci di produrre beni e merci, di avere energia rinnovabile o di qualche genere, di rivitalizzare l'agricoltura mica di pagare interessi avanti indietro e del benessere delle banche e degli usurai Tutte queste banche con debiti intrecciati a Matrioska a loro volta i soldi poi dove li prendono ? Quando comprano bonds o fanno un mutuo o danno un fido non li hanno in cassa, solo una parte li hanno ricevuti da depositanti, per il resto vanno dalla banca centrale, BCE o Banca d'Italia la quale stampa moneta e gliela presta e al momento all'1% in modo che loro possano prestare al 3% o 5%. In confronto al mestiere del banchiere oggi un trader indipendente è un eroe Prestare denaro è stato strettamente limitato o anche vietato per duemila da quasi tutte le civilità dall'islamica alla cristiana alla cinese all'ebraica e condannato da 9 filosofi e pensatori su 10 da Aristotele a Dostojesky a Shakespeare (ricordi Shylock del "Mercante di Venezia", il personaggio più malefico che appare nell'opera di Shakespeare, che persino Riccardo III mostra segni di dubbi di coscienza ed umanità ma non il banchiere/usuraio) ? Aristotele ( 1258b, Politica) "la specie più odiata della ricchezza e con maggior ragione è l'usura, che crea il guadagno dal denaro stesso e non dall'oggetto naturale su cui il denaro si basa. Perchè il denaro dovrebbe essere destinato ad essere utilizzato nello scambio, non a crescere su se stesso grazie all'interesse.
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Shock economy e la tragedia dei Commons I

Mag 10 5

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Pubblicato da Pietro Cambi alle 10:00 in Apocalypse now, Finanza, Ordine Pubblico, Psicologia, Reimparare, Vita quotidiana, politica

giovanni fattori  pecore

Se siete nostri fedeli lettori; se avete letto l'omonimo libro di Naomi Klein ( non l'avete fatto?? Male, malissimo!! Fatelo!!); se siete almeno mediamente informati sul bi ed il ba della matrigna di tutte le crisi, ovvero sulla temperie culturale che ci troviamo, piu' o meno scientemente, ad attraversare, non siete certo tra quelli che si chiedono come mai la Grecia e con lei l'Europa siano arrivate al punto in cui sono arrivate, ovvero a fare da cavie ai teorici e praticoni della Shock Economy. Con quel che inesorabilmente ne segue, il collasso, in una sintetica ma realistica parola.

Lo imponevano i semplici, implacabili, numeri, come lo impongono, con palmare, lampante, sfolgorante, evidenza, anche per le altre economie, occidentali e non. Ovviamente con modalità, tempi, destini e caratteristiche peculiari per ciascuna di essa.

Immaginiamo ora, stando in precario equilibrio sul nostro esile rametto, di osservare dall'alto, con occhio da naturalista, il mare magno dell'economia mondiale. Vedremo una Savana, piu' che una giungla, uno spazio aperto ed interconnesso, con un equilibrio precario tra prede e predatori, dove ultimamente i predatori hanno imparato a predare con maggiore efficienza e cominciano a rendersi conto che le prede non sono infinite ed anzi sono in pericolo, con esse essendo in pericolo anche la loro stessa esistenza.

Fino a poco tempo fa pensavo che questa consapevolezza non fosse cosi diffusa ne implementata ai piani alti della finanza mondiale. Se preferite, pensavo che i grandi speculatori alla Soros, gli oscuri manovratori di sistemi esperti, reti neurali artificiali autorganizzanti autoapprendenti e semi cognitive, le iperprezzolate agenzie di rating, insomma quelli a cui viene imputato l'attuale sconquasso agissero, praticamente, per necessità "ontologica", secondo uno schema descritto per primo da Garret Harding nella cosidetta "tragedia dei commons". Si tratta di un classico "attrezzo" da giardino utilizzato da noialtri decrescentisti, Cassandristi, limitisti, odiatori di insulse gattine vestite da Minni, per dissodare le impervie menti degli sfortunati a cui intendiamo spiegare l'ABC del raggiungimento dei limiti. In breve: se vi è una risorsa a cui si può attingere liberamente, ciascuno secondo le proprie capacità, come era il caso dei "commons", ovvero dei pascoli comuni dell'antica Inghilterra, le leggi dell'economia "naturale" confliggono inesorabilmente con quelle di natura, dato che ciascun allevatore ha l'interesse di portare il massimo di animali possibile a pascere sui commons. Senza regolamentazioni e/o accordi i pascoli vengono sovrasfruttati ed alla fine non possono sostenere nessun animale. TUTTI i pastori muoiono di fame, insieme alle loro bestie.

Questa è stata la situazione, in termini schematici, dell'economia mondiale almeno dell'ultimo decennio, un grande pascolo comune dove far pascolare le proprie greggi. L'erba ( o le Gazzelle nel paragone-Savana) sono i risparmi e l'economia reale, le pecore ( o i predatori nell'esempio Savana) i grandi gruppi investitori, complessi bancari, agenzie di rating...

L'overgrazing, il sovrasfruttamento, è arrivato, inesorabile. Le risorse CALANO, in termini reali, i predatori si chiedono se sia arrivato il momento di regolamentare lo sfruttamento.

A parte il fatto che sono lontani le mille miglia dal riuscirci, tatticamente devono intanto metterci una pezza. Il guaio è che non sembra questo quello che sta succedendo, anzi pare proprio che trionfi il mors tua vita mea del paradosso appena citato.

Non credo tuttavia che sia questa la spiegazione reale di quel che sta avvenendo. Dopo qualche giorno in cui la parola PERCHE' era quella che mi veniva piu' spesso alle labbra, con i miei bei limiti, ho elaborato una bozza di schema provvisorio, un para-ragionamento che qualcosa, forse, spiega.

Certo: è solo una POSSIBILE spiegazione di quel che succede, semplice o addirittura semplicistica, ma, spero, con una sua ragionevolezza. Diciamo che POTREBBE essere un punto di partenza, per costruire qualcosa di piu' strutturato.

Ve ne parlo tra sei ore, ok?

http://crisis.blogosfere.it/2010/05/shock-economy-e-la-tragedia-dei-commons-i.html

Decrescita o collasso? Appunti per un'analisi sistemica della crisi

di Mauro Bonaiuti - 04/05/2010 Fonte: Decrescita [scheda fonte] http://peppecarpentieri.files.wordpress.com/2009/11/decrescita-ass-mente-in-pace.jpg

Senza relazione non c'è verità

Non ci sono dubbi che il sistema economico sta affrontando una crisi globale di portata storica come non accadeva dal 1929. Le sofferenze, in particolare per i più deboli, non hanno precedenti negli ultimi settanta anni. Per quanto ormai nessuno neghi la dimensione globale della crisi, gli economisti negano decisamente che ci troviamo di fronte ad una crisi di sistema. I due concetti infatti, per quanto vengano sovente confusi, indicano due realtà ben diverse: mentre la prima fa rifermento alla scala del processo, ma rimane limitata essenzialmente alla sfera economica, la seconda coinvolge l'intero sistema ecologico-umano considerato nella sua interezza (Human Ecological System, HES, Raskin, 2008). Questo comprende, oltre alla dimensione economica, almeno altre tre dimensioni: quella biofisica, relativa cioè alle interazioni con l'ambiente naturale, quella sociale (di qui le relazioni economiche sono solo una parte) e infine una dimensione culturale (rappresentazioni, valori). In altre parole per crisi sistemica si deve intendere una sorta di crisi di civiltà, la cui evoluzione può portare al collasso, ossia alla perdita di complessità, in tempi più o meno lunghi, di un certo tipo di organizzazione sociale, e la sua sostituzione con qualcosa d'altro (Tainter, 1988).

Seguendo Gregory Bateson (1972), una lettura "a grana grossa" dei processi che possono condurre verso una crisi di questa natura ci deve portare a ricercare, all'interno del HES, innanzitutto quei processi di feedback positivo che possono portare il sistema lungo una spirale autoaccrescitiva. Tali processi, infatti, quando superano certe soglie, producono perturbazioni in altri sistemi che, se non adeguatamente compensati (feedback negativo) mettono a rischio le capacità di autoriproduzione del sistema stesso. La nostra analisi si concentrerà dunque prioritariamente sul tentativo di enucleare alcuni di questi processi "fondamentali" che caratterizzano l'evoluzione di tempo lungo del HES, a scala globale, oltre che sulle relazioni tra questi.

Crescita, accumulazione e innovazione come processo auto-accrescitivo

Il fatto che una parte dei profitti realizzati dalle imprese sia reinvestita andando ad accrescere la dotazione di capitale, la quale, attraverso l'innovazione tecnologica, diviene la base per realizzare nuovi profitti, rappresenta il tratto fondamentale dell'economia moderna che possiamo in questo senso, definire "capitalista". Questo processo spiega l'inarrestabile crescita economica che ha caratterizzato, sin dalla rivoluzione industriale, queste economie e che era invece sconosciuta a tutte le forme di organizzazione economica e sociale precedenti. I dati riportati da Angus Maddison illustrano bene questo fatto: L'economia Europea è cresciuta di 47 volte dall'inizio del processo di industrializzazione (1820) ad oggi (2001), l'America del Nord addirittura 678 volte in termini reali, l'economia globale 53 volte. La popolazione è crescita di 2,9 volte in Europa nello stesso periodo (da 133 a 392 milioni di abitanti), 30,9 volte nel Nord America (da 11 a 340 milioni) e 6,1 volte a livello globale (da 1 a 6,1 miliardi). Nonostante il forte incremento della popolazione, i redditi pro capite sono cresciuti dal 1820 ad oggi ad una media del 1.2 l'anno, 24 volte più velocemente rispetto alle stime relative al periodo 1000-1820 (Maddison, 2005). Se poniamo i dati relativi alla crescita dell'economia nel lungo periodo su un piano cartesiano possiamo notare chiaramente l'andamento di tipo esponenziale della curva per il periodo successivo a quella che Polanyi ha giustamente definito la "grande trasformazione".

FIGURE 1

COMPARATIVE LEVELS OF GDP PER CAPITA:

CHINA AND WEST EUROPE, 400–2001

(in 1990 international dollars)

SOURCE: Maddison (1998, 2001, and 2003a).

Già gli economisti classici, Adam Smith e Marx in particolare, avevano inteso perfettamente che questo processo circolare e ricorsivo era il tratto fondamentale del sistema economico capitalista. Tuttavia, la controriforma neoclassica, mentre ha speso fiumi di parole per celebrare la (presunta) natura autoregolativa dei mercati, ha propugnato una visione di equilibrio economico generale, astorica, in cui nulla viene detto per sottolineare la natura autoaccrescitiva del processo di crescita/accumulazione/innovazione. La crescita, ovviamente non può essere negata ma, nei modelli neoclassici (alla Solow), viene ricondotta essenzialmente agli incrementi di produttività, cioè al progresso tecnologico, considerato esogeno. E' chiaro invece che, particolarmente in un contesto competitivo, crescita, accumulazione e innovazione fanno parte del medesimo processo autoaccrescitivo, in cui non solo il progresso tecnologico sostiene la crescita, ma la crescita diviene la fonte per successive innovazioni, in un processo circolare e, appunto, autoespansivo.

Questo processo, sia chiaro, non comporta un mero incremento quantitativo, al contrario alla crescita dimensionale si accompagna una trasformazione delle strutture (principio di emergenza).

Il processo di crescita ha comportato anche una profonda trasformazione delle strutture produttive, ossia delle imprese. Questo processo ha raggiunto una sua maturità già agli inizi del ‘900, quando l’economia americana, prima fra tutte, ha assunto la forma di quel “capitalismo monopolistico” ben descritto da Baran e Sweezy (1968). Avvantaggiandosi delle economie di scala connesse alla produzione di massa di stampo fordista, le imprese capaci di realizzare i maggiori profitti hanno assorbito quelle più deboli, procedendo verso la concentrazione della produzione in poche grandi entità.

Ciò che importante sottolineare è come la crescita dimensionale comporti una inevitabile trasformazione della struttura (principio di emergenza), con conseguenze di non poco conto sugli equilibri/disequilibri del sistema. Pur nella straordinaria verità delle forme nei diversi contesti storici, geografici e politici, la capacita dimostrata da queste “megamacchine” di mantenere ed accrescere, attraverso il controllo monopolistico di qualche risorsa, o semplicemente in virtù delle proprie dimensioni, la posizione di forza acquisita, resterà un tratto caratterizzante del processo di sviluppo capitalistico. Questo processo porterà successivamente il mondo produttivo a strutturarsi secondo le forme tipiche della grande impresa multinazionale (Amin, 2002).

Un'analisi sistemica non dovrebbe mai trascurare, inoltre, di analizzare a fianco dei flussi, l'andamento degli stocks (o strutture) implicati nel processo. Occorrerà dunque tenere in considerazione, ad esempio, per quanto attiene la dimensione economica, oltre ai redditi, l'andamento della ricchezza. Essa come vedremo può essere altrettanto rilevante nel condizionare il comportamento degli agenti.

In conclusione, per quanto l'analisi sistemica sia in grado di evidenziare una molteplicità di spirali autoaccrescitive di questo genere, tuttavia il processo di crescita ed accumulazione del capitale assume, nella nostra prospettiva, un ruolo centrale nella dinamica del sistema mondo, e questo sia per la sua innegabile forza e pervasività, sia perché, come vedremo, gli altri più significativi processi autodistruttivi - dalla spirale della crisi ecologica a quella della povertà/esclusione - risultano come conseguenze della prima.

La spirale della crisi ecologica e l'ecologismo dei poveri

La teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen (1971, 2003) rappresenta un punto di partenza imprescindibile per un'analisi critica dell’ortodossia economica, in particolare per quanto attiene il tema dei limiti ecologici alla crescita (Bonaiuti, 2001). Questi limiti sono, com’è noto, dovuti alla natura entropica del processo economico: secondo la legge di entropia ogni attività produttiva comporta l’irreversibile degradazione di quantità crescenti di energia e, sotto certe condizioni, anche di materia. Essendo la biosfera un sistema chiuso (scambia energia, ma non materia con l’ambiente) ne discendono due importanti conclusioni per l’economia: la prima è che l’obiettivo fondamentale del processo economico - la crescita illimitata della produzione e dei redditi - essendo basato sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, risulta in contraddizione con le leggi fondamentali della termodinamica. Esso pertanto, va abbandonato o comunque radicalmente rivisto.

L’evidenza empirica accumulatasi negli ultimi trent’anni è del resto, a questo proposito, robusta e concorde: basta ricordare che l’impronta ecologica degli USA, ossia l’area degli ecosistemi terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse consumate dalla popolazione americana, e per assimilarne i rifiuti, è circa 5 volte superiore alla disponibilità media globale. I valori dei paesi europei sono per ora circa due-tre volte superiori alla disponibilità media e la Cina ha un’impronta ecologica pro-capite oltre sei volte inferiore a quella americana (Chambers, C. Simmons, M. Wackernagel, 2000).

Non stupisce che un processo di crescita accelerata come quello descritto, debba prima o poi scontrarsi con i limiti biofisici del pianeta. Le simulazioni condotte già a partire dagli anni Settanta dagli studiosi del MIT, presentavano, per le fondamentali variabili economico ecologiche (disponibilità di risorse, popolazione, speranza di vita, produzione industriale, etc.): dapprima incrementi decrescenti a cui seguiva una vera e propria decrescita dei valori assoluti, secondo il caratteristico andamento “a campana”. Quello che ci interessa sottolineare qui, non è certamente formulare una previsione sulle possibili date del picco delle diverse variabili, quanto evidenziare il tipo di andamento che possiamo attenderci per le variabili fondamentali del sistema A meno della comparsa di tecnologie “prometeiche” esso presenterà il classico andamento a campana: prima crescente e poi decrescente. Diciamo per inciso che le simulazioni più recenti rielaborate dal gruppo del MIT, confermano, nello scenario base, picchi per la disponibilità di cibo ed altre variabili chiave, dell'ordine di 10-20 anni e cioè tempi estremamente ravvicinati se si considera l'”inerzia,” o più propriamente, i ritardi feedback, che caratterizzano i sistemi bio-economici (Meadows D. e D. Randes J., 2006). Certo agli indicatori aggregati, come l'impronta ecologica, vanno senz'altro affiancati altri indici più specifici, come i flussi di materia/energia, l'appropriazione umana della produzione primaria netta (HANPP) tuttavia, per chi voglia leggerli senza pregiudizi, già i dati che abbiamo richiamato manifestano apertamente come il sistema produttivo globale sia, già oggi, insostenibile per la biosfera.

Ma vi è una seconda tipologia di relazioni che sorgono nell'interfaccia tra economia, ecologia e società: la crescita continua della produzione e dei consumi comporta un incremento dei flussi di materia/energia provenienti, solitamente, dai paesi più poveri, generando conflitti sociali nei territori dove tali risorse vengono sfruttate. Questo “ecologismo dei poveri,” analizzato in particolare dalla scuola di Joan Martinez-Alier, rappresenta un processo importante, sia in quanto presenta significativi impatti sulla sfera sociale e sulla cultura delle popolazioni locali, sia in quanto i prezzi di molte risorse essenziali per il sistema produttivo mondiale, sono legati agli esiti di questi conflitti (Martinez-Alier, 2002). Come vedremo l'aumento dei costi delle risorse può giocare un ruolo fondamentale nel condizionare gli scenari di lungo periodo.

Limiti sociali allo sviluppo

L'analisi delle conseguenze della crescita economica sui sistemi sociali (quella che potremmo definire sostenibilità sociale) è certamente più complessa e controversa di quella relativa agli ecosistemi. Occorre riconoscere che la nostra comprensione della dinamica dei sistemi sociali è ancora estremamente limitata. Tuttavia, se non intendiamo rinunciare alla possibilità di raffigurarci possibili, per quanto incerti, scenari di in/sostenibilità futuri, le domande che sorgono in questo ambito risultano, per molti versi, imprescindibili.

Alla metà degli anni 70 Fred Hirsch, in un testo innovativo e straordinariamente in anticipo sui tempi, pose chiaramente la questione: esistono – al di la dei limiti ecologici (che egli peraltro considerava “incerti e lontani nel tempo”) dei limiti sociali alla crescita (Hirsch, 1976). Vediamo di cosa si tratta. Per cominciare Hirsch intuisce che la struttura delle preferenze degli individui subisce, mano a mano che aumenta la loro disponibilità economica, delle trasformazioni di tipo qualitativo. Questo è estremamente interessante dal nostro punto di vista poiché prefigura l'emergere di nuovi comportamenti legati alla scala del processo. Infatti l'osservazione del comportamento dei soggetti economici mostra come al crescere della scala dei consumi, una parte crescente della spesa delle famiglie si sposta dal consumo di beni “fondamentali” (ciò che è necessario per vivere, nutrirsi, coprirsi, ecc.) al consumo di beni “posizionali”. Quello che caratterizza un bene posizionale “puro” è il fatto che l'utilità che esso procura non è legata al suo “valore d'uso” (come nel caso del cibo), ma alla sua scarsità relativa. In altre parole ciò che conta, per i beni posizionali, è la differenza tra ciò che possiede ciascuno e ciò che possiedono gli altri. Tutti quei beni o servizi che vengono giustamente definiti “status simbol” (oggetti di prestigio, servizi più o meno esclusivi, ma anche ruoli professionali di leadership, ecc.) sono buoni esempi di beni posizionali. Anche l'istruzione, se la consideriamo unicamente come mezzo per ottenere un posto di lavoro ambito, è un possibile esempio di bene posizionale: mano a mano che aumenta il numero dei laureati, infatti, si riduce il beneficio del possedere una laurea. Naturalmente esistono una infinita varietà di sfumature e ciascun bene può presentare, a fianco di un certo valore d'uso (il del valore legato alla relazione con l'oggetto in sé, ad es. l'utilità del potersi spostare in auto) una più o meno ampia connotazione posizionale (l'utilità legata al fatto di possedere un'auto più prestigiosa e veloce degli altri).

Non deve sfuggirci la natura sistemica dell'interazione posizionale: mentre per i beni fondamentali possiamo trascurare l'interazione con altri individui – ad esempio il piacere che traiamo del bere un bicchiere d'acqua si può considerare ragionevolmente indipendente da ciò che fanno gli altri (i beni fondamentali sono dunque “beni privati”), il benessere associato al consumo di beni posizionali dipende dal comportamento degli altri soggetti. Anche in questo caso, al crescere della scala, emergono effetti generalmente discontinui. Superata una certa soglia, gli individui diventano “sensibili” alle interazioni con i propri “vicini”. Questo si osserva ad esempio nel caso di congestione fisica (traffico), ma anche quando, al crescere dei consumi, aumenta il numero di soggetti che condividono un certo spazio sociale (una strada, una spiaggia, un club): quando il numero di persone che posseggono quell'oggetto o frequentano quel luogo superano una certa soglia, il benessere individuale diminuisce rapidamente, con l'effetto che individui e gruppi si spostano verso altri oggetti/luoghi/simboli. In altre parole - per quanto sia ovviamente impossibile una misurazione rigorosa degli effetti sul benessere aggregato - risulta comunque chiaro che la competizione posizionale si presenta generalmente come un gioco a somma zero o addirittura a somma negativa.

Come al solito quello che interessa qui non è tanto l'analisi dei comportamenti micro, quanto piuttosto il riconoscimento, dietro la dinamica della competizione posizionale, di un effetto aggregato (o sistemico) con potenziali conseguenze auto accrescitive di lungo periodo. Come si è visto, seguendo le argomentazioni di Hirsch, la crescita economica aumenta la congestione/competizione posizionale. Tuttavia, è altrettanto vero che la competizione posizionale alimenta la crescita. E' possibile qui scorgere una dinamica per molti versi complementare a quella messa in atto dalle imprese attraverso la continua innovazione: l'ambizione a possedere oggetti “unici” (anche quando prodotti in milioni di esemplari) inseguendo “l'ultimo modello,” o i dettami della moda, di cui gli esperti di marketing sono al tempo stesso interpreti e modellatori (attraverso il megafono mediatico) alimenta la produzione di continui nuovi oggetti/simboli rinforzando la crescita economica. Il circolo in questo modo si chiude e si autoalimenta, con l'importante aggravante che, a differenza di quanto accade per il consumo di beni fondamentali (o semplicemente di beni in quanto tali), la domanda di beni posizionali è, per sua natura, sostanzialmente illimitata.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande di natura storico/antropologica che riguardano l'estensione, il radicamento, l'evoluzione dei consumi posizionali in ciascuna società, domande che richiederebbero inoltre una chiarificazione del legame che sussiste tra questo tipo di consumi (ma potremmo forse più propriamente parlare di stili di vita o di habitus) con le gerarchie sociali ed economiche. Domande che complessificano il quadro oltre i limiti che ci siamo imposti qui e che in buona parte attendono ulteriori ricerche. Possiamo tuttavia delineare un paio di passaggi sufficienti a trarre alcune prime conclusioni.

Il bisogno di distinzione sembra profondamente connaturato all'homo sapiens ed è presente nelle culture più diverse, anche le più semplici e arcaiche, e non va pertanto giudicato negativamente in quanto tale. Va dunque colta la specificità che caratterizza il consumo posizionale nelle società industriali contemporanee. Da tempi antichi il consumo posizionale è sempre stato connesso ad uno status sociale che trovava le propri radici per lo più al di fuori della sfera economica. Naturalmente le cose cambiano con l'avvento della società di mercato e del consumo di massa. Ancora una volta ritroviamo alla radice un problema sensibile alla scala. E' chiaro che è solo dopo l'avvento dell'economia di mercato, ed in particolare con quella trasformazione strutturale nota come “consumismo” che una parte significativa dei consumi divengono consumi posizionali di massa.

E' a questa scala che la relazione circolare tra crescita e aumento del consumo posizionale diviene insostenibile (in termini ecologici), in quanto non è immaginabile una rincorsa emulativa nei consumi posizionali estesa all'intera popolazione del pianeta. Come noto oggi circa l'ottanta per cento della popolazione si appropria solamente del 20% del consumo complessivo: in altre parole una parte assai significativa è rimasta sinora esclusa dalla competizione posizionale, ma sta bussando alle porte, desiderosa di entrare a far parte del gioco. Ne possiamo dunque concludere, a differenza di quanto sosteneva Hirsh, che non solo l'esistenza di limiti sociali allo sviluppo non sminuisce la rilevanza dei limiti ecologici, ma che, alla scala attuale, tra la crisi sociale e la crisi ecologica esiste una stretta e innegabile relazione.

L'ingresso di sempre nuovi giocatori nel ciclo della competizione posizionale, inoltre, da luogo ad un processo di frustrazione sistematica (e non occasionale) delle aspettative dei singoli, che si riflette in una perdita di benessere. Rimanere bloccati nel traffico per recarsi al lavoro, spendere un parte significativa del proprio denaro e del proprio tempo per comprare oggetti che si dimostrano presto sostanzialmente identici a tutti gli altri, studiare per molti anni per poi non riuscire a trovare lavoro, sono semplici esempi quotidiani di questa perdita di qualità della vita.

Tuttavia, le spese dei singoli agenti che abbiamo descritto vengono sommate negli indici della contabilità nazionale, che dunque mostrano un continuo aumento dei consumi e del Prodotto interno lordo. Non solo: la frustrazione subita, (affiancata da altre cause di malessere ecologico e sociale che vedremo) da luogo ad un ampia serie di spese di carattere difensivo, (es. spese per la sicurezza, assicurative, per la difesa della salute, ecc.) che pur non portando alcun miglioramento nel benessere, portano ad un ulteriore incremento del PIL.

Questo aiuta a comprendere come i processi di competizione posizionale siano un fattore importante di quel paradosso del benessere su cui si è concentrata, giustamente, l'attenzione di un numero crescente di economisti negli ultimi anni.[2] In sostanza quello che si è presentata agli occhi dei ricercatori è una situazione in cui a fronte di un aumento, anche massiccio, del reddito pro capite, il benessere soggettivo non aumenta o addirittura diminuisce. Più precisamente l'indice così calcolato è diminuito per gli USA da 2,4 a 2,2 nel periodo compreso tra il 1946 e il 1991 a fronte di un aumento del reddito pro capite del 250% nello stesso periodo. Risultati ancora più impressionanti riguardano il Giappone dove a fronte di incrementi del reddito pro capite del 600% (dal 1958 al 1991) le persone che si dichiarano “molto felici” è rimasto sostanzialmente invariato. Se consideriamo i dieci paesi più avanzati possiamo concludere che nessuno di questi presenta una correlazione positiva tra il reddito pro capite e l'indice di benessere soggettivo, mentre due di essi (USA e Belgio) presentano una correlazione significativamente negativa (Kenny, 1999; E. Diener e E. M. Suh, 1997).

Come è già stato notato, la teoria economica standard, e l'azione politica che a questa si ispira, non è in grado di cogliere questo paradosso. Tuttavia, sino a quando il processo economico era nella sua fase iniziale di sviluppo, in cui le interazioni posizionali risultavano complessivamente deboli (o altrimenti regolate) e il consumo era fondamentalmente consumo di beni privati, si poteva generalmente assumere che il comportamento autointeressato degli agenti (la smithiana mano invisibile) potesse condurre il sistema verso un maggiore “benessere sociale”, (quanto meno se siamo disposti ad ammettere che la produzione efficiente di beni privati coincida con il benessere).

Tuttavia, quando il sistema entra in quella che possiamo definire una “prima fase di maturità” in cui i bisogni fondamentali possono ritenersi soddisfatti e, in virtù della crescita economica e della popolazione, le interazioni tra i soggetti si fanno più intense, assumendo un prevalente carattere posizionale, un sistema di allocazione delle risorse che, come quello attuale, trascuri le proprietà emergenti a livello aggregato, non può che fallire nel perseguimento del benessere sociale.

Alcune conclusioni critiche a commento dell'analisi di Hirsh. Come abbiamo visto la competizione posizionale – a differenza dei “limiti ecologici” – non costituisce propriamente un “limite sociale alla crescita,” nel senso che questa non solo non impedisce la crescita stessa, quanto piuttosto ne alimenta la continua espansione (feedback positivo). Il processo, tuttavia, conduce, come abbiamo visto, ad una sorta di frustrazione generalizzata e dunque costituisce, più propriamente, un limite al “benessere sociale”. Indirettamente – questo è certo - la competizione posizionale, attraverso l'aumento dei consumi, spinge il sistema verso il limite ecologico. Il processo ha indubbiamente portata sistemica, anche poiché la competizione posizionale non si scatena solamente a scala individuale, come negli esempi riportati, ma tra gruppi, tra regioni e sopratutto fra stati.

La “corsa agli armamenti” rappresenta l'esempio più ovvio. Ma non si deve dimenticare quanto molti stati tuttora investano affinché le proprie economie siano competitive e raggiungano gli standard di vita occidentali (il caso della Cina è a questo proposito paradigmatico, ma si potrebbe estendere ad altri paesi). In generale se pensiamo a tutti gli sforzi economici e sociali, che – a varie scale – soggetti organizzati pongono in essere al fine di inseguire - o di difendere - posizioni di forza, di prestigio, o come si dice, di leadership, si comprende la portata delle dinamiche posizionali ed il loro ruolo determinante nella dialettica della modernità. Il re è nudo, ma sembra che nessuno voglia accorgersene: in altre parole occorre essere consapevoli della discontinuità che segna quest'ultimo passaggio di scala: mentre infatti l'emergere del consumo posizionale di massa negli anni sessanta da un parte sosteneva la crescita e dall'altra, proiettava l'ombra della futura crisi ecologica e sociale, la competizione posizionale planetaria, implicita nella logica della globalizzazione, rappresenta semplicemente una impossibilità rispetto alla quale non è ancora chiaro quali processi adattivi o di trasformazione radicale si vorranno tentare.

La spirale dell'esclusione e la critica dello sviluppo

In termini molto generali potremmo dire che, sino ad oggi, la questione della sostenibilità sociale è stata affrontata essenzialmente in termini di equità (Sachs, 2002, 2007). L'idea, ampiamente condivisa, è che, poiché i sistemi sociali sono sensibili alle differenze (di reddito, di status ecc), una maggiore diseguaglianza è considerata come un fattore generatore di conflitti ed instabilità sociale. Come è facile comprendere la domanda di fondo sottostante questo approccio alla sostenibilità è se la crescita e lo sviluppo siano da considerarsi, come sostiene la teoria neoclassica della convergenza, portatori di una più equa distribuzione della ricchezza tra i diversi paesi e aree geografiche o piuttosto il contrario.

Fino alla metà degli Settanta il consenso verso le politiche di sviluppo, anche come strumento per favorire una più equa redistribuzione, è stato pressoché unanime. Sono gli anni del boom economico, della produzione di massa e del patto keynesiano tra capitale e lavoro… Sul fronte internazionale, a partire dal famoso discorso sullo stato dell’Unione tenuto dal Presidente Truman nel 1949, lo sviluppo diviene la parola d’ordine con cui l’Occidente si presenta nei confronti dei paesi terzi (che non a caso divengono, da allora, “paesi in via di sviluppo”). È così che la politica egemonica dell'Occidente viene mascherata dietro un colossale programma di emancipazione universale: l’intero pianeta veniva chiamato a seguire l’Occidente lungo “magnifiche sorti e progressive” della crescita e dello sviluppo. (G. Rist, 1997)

Naturalmente non si vogliono negare qui i miglioramenti nelle condizioni materiali di vita che si sono avuti, quantomeno nei paesi occidentali, in questo periodo, e particolarmente nel ventennio 1955-75. Tuttavia, quantomeno a partire dagli anni Ottanta, è diventato sempre più evidente che, a dispetto delle pretese universaliste dell’Occidente, la ricetta dello sviluppo non era estensibile a tutti (S. Latouche,1993, 1997).

I dati di cui disponiamo a questo proposito parlano chiaro: il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’intero continente africano è, ancora oggi, inferiore al 2% del PIL globale. È ormai evidente che l’Africa, e molte zone interne dell'Asia, restano al palo. In generale, a livello planetario, le differenze di reddito tra i più ricchi e i più poveri si allargano drammaticamente. Un solo dato per tutti: il reddito annuale dell’ 1% più ricco del pianeta supera la somma dei redditi annuali del 57% della popolazione più povera (oltre 3 Miliardi e cinquecento milioni di persone; UNDP, 1999, 2002).

Lo scenario globale è sempre più quello in cui ricchezza e benessere coesistono con un vasto panorama di esclusi dal banchetto della società di consumo. Quali che siano le cifre di cui ci si serva per drammatizzare questa realtà (2 miliardi e 737 milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno o un bambino morto ogni 3 secondi) esse stanno a testimoniare che non solo l'Occidente non è stato in grado di estirpare la vergogna della miseria, ma che alla crescita e al miglioramento delle condizioni dei più ricchi non corrisponde, come pretendevano i teorici dello sviluppo, alcun “naturale” miglioramento delle condizioni dei più poveri. Inoltre il dramma dell'esclusione non riguarda solamente le aree più povere del pianeta, ma si affaccia all’interno degli stessi paesi ricchi: qui diversi sono i percorsi di disagio e di emarginazione, in ogni caso i così detti “nuovi poveri” si contano ormai in oltre 100 milioni tra Europa e Stati Uniti.

E' possibile individuare una dinamica di fondo che renda conto di come e perché il grande sogno occidentale di offrire condizioni di vita materiale in continuo miglioramento per l’intera umanità sembra essersi infranto ?

Per quanto il quadro sia indubbiamente complesso e condizionato dalla diversità delle condizioni storiche e politiche di ciascun paese, per i critici dello sviluppo (I. Illich, F. Partant, S. Latouche) il principale responsabile della miseria e dell'esclusione va ricercato proprio laddove si pretendeva di trovare la soluzione, ossia nelle politiche di crescita e sviluppo. Questo apparente paradosso può essere tuttavia compreso nell'ambito di un approccio sistemico: il processo di crescita/accumulazione/innovazione segue, come abbiamo visto, una dinamica autocrescitiva. I maggiori investimenti che i paesi occidentali hanno realizzato a partire dagli albori del processo di industrializzazione, hanno generato un accelerato progresso tecnologico che ha dato luogo sia ad incrementi di produttività che a continue innovazioni. I forti profitti così realizzati sono stati reinvestiti alimentando ulteriori incrementi di produttività... Data la natura competitiva dei mercati internazionali è evidente che chi non è riuscito a restare al passo con l'innovazione ed il progresso tecnologico si è trovato di fronte - oltre alla distruzione delle culture e delle economie tradizionali - ad un gap tecnologico sempre più difficile da colmare. E' ormai chiaro a tutti che, nei paesi più avanzati, la produttività ha raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui abbisognano le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi” dello sviluppo (intesi sia come individui che come interi stati nazione), sono incapaci di prendere parte a questo gioco poiché non sono sufficientemente efficienti, competitivi.

Non stupisce che, nel tempo, questo vantaggio competitivo sia andato “depositandosi in strutture istituzionali (militari, finanziarie, tecnologiche, mediatiche) che tendono a conservarne, e per quanto possibile, ampliarne il vantaggio posizionale conseguito. Se questa è la dinamica di fondo che ha segnato sino ad oggi la parabola dello sviluppo, non stupisce il trovarsi di fronte ad un’economia-mondo polarizzata, in cui i contrasti tra il centro e la periferia risultano sempre più marcati - sia su scala globale (S. Amin, 2002) che locale - e dove la crescita, anziché risolvere, alimenta il dramma della povertà e dell'esclusione (Latouche, 1993, 1997).

Va detto tuttavia che, a fianco di questa dinamica di fondo, operano anche processi processi di natura riequilibrativa, (o feedback negativo). Questi processi di “perticolazione” della ricchezza (trickle dawn effect), sono dovuti a varie ragioni: a livello nazionale sono legate alle dinamiche riequilibrative del welfare state, e a livello internazionale, agli investimenti esteri e ai processi di imitazione/ apprendimento della periferia. Essi possono spiegare come ricchezza e benessere materiale si diffondano verso una serie di paesi (come la Cina e l'India) dando luogo al sorgere di una nuova “classe media” globale. La presenza di questi effetti, tuttavia, non mette in discussione le conseguenze polarizzanti del processo di crescita/accumulazione/innovazione che costituisce per dimensioni e storia, il processo primario. Questo sarà ovviamente tanto più vero quanto la dinamica autorinforzante del processo di crescita venga lasciata libera di dispiegarsi, in assenza, cioè, di qualsivoglia intervento redistributivo da parti delle istituzioni sovranazionali. Come sappiamo questa è stata precisamente la politica sostenuta dal WTO, IMF, Banca Mondiale in questi ultimi venticinque anni di globalizzazione.

Crescita e dissoluzione dei legami sociali

Se il problema della insostenibilità sociale trova un suo primo fondamentale ancoraggio nella questione della povertà e dell'esclusione, è ormai chiaro nell'analisi socio-antropologica contemporanea che non è possibile limitarsi alla sola questione dello sfruttamento e alle dinamiche, pur importantissime, che abbiamo enucleato. Già Marx, nella sua illuminante descrizione del feticismo della merce, aveva perfettamente inteso che dietro allo scambio si nascondeva una particolare struttura di relazioni sociali: in altre parole lo scambio di mercato nasconde – oltre ai rapporti di forza – le specifiche condizioni sociali (il “come” e il “dove”) della produzione.

In continuità con questa lettura – ma arricchita delle seminali acquisizioni dell'antropologia di inizio secolo sulle società “primitive” (Malinowsky) e più in generale pre-industriali - la linea di pensiero che va da Mauss al MAUSS, passando per il fondamentale apporto di Karl Polanyi, consente di collocare la lezione marxiana in uno sfondo storico-antropologico ben più ampio e sopratutto di enucleare – a fianco dell'ineguaglianza – quella che possiamo ritenere una seconda dinamica sociale fondamentale. Tale dinamica ha che vedere con i processi mediante i quali gli esseri umani si organizzano in società, e quindi, per usare una formulazione semplificata, con il farsi e il dissolversi del legame sociale.

Secondo Polanyi il processo capitalistico, la grande trasformazione che la rivoluzione industriale ha portato con sé implica un duplice processo di mercificazione: i fattori di produzione, esseri umani e natura, devono essere ridotti a merci. La megamacchina lo richiede: il regolare approvvigionamento del lavoro e delle risorse naturali è infatti una necessità imprescindibile affinché il processo produttivo si svolga regolarmente, e sopratutto, gli enormi capitali investiti trovino una remunerazione adeguata e non troppo rischiosa. E' così che tra Sette e Ottocento, prima in Inghilterra e poi sul continente, vengono a crearsi un mercato per le risorse naturali e sopratutto un mercato del lavoro. Che questo processo assomigli più a una metamorfosi, cioè , in termini sistemici, all'emergere di nuova forma di organizzazione sociale, che non a un processo di sviluppo “naturale e continuo” è stato sottolineato con forza dallo stesso Polanyi: mai, nelle organizzazione economico sociali del passato il lavoro era stato comprato e venduto come nell'Inghilterra di inizio Ottocento. Una serie di meccanismi istituzionali, di regole saldamente ancorate nella legge e nelle consuetudini, agivano, come sistemi di feedback negativo, impedendo che il lavoro, con tutto il portato di relazioni sociali e simboliche che esso porta con sé, potesse essere comprato e venduto sul mercato. Questo processo di riorganizzazione, fa sì che le relazioni di reciprocità su cui si fondavano i sistemi economico-sociali tradizionali vengano spezzati e sostituiti da scambi di merci. L'economia, per riprendere le parole del grande economista, avanza sulla desertificazione del sociale.

Secondo Polanyi questa “grande trasformazione” comporta l'emergere non solo di un nuovo tipo di economia ma di un nuovo tipo di società. In una prima fase essa richiede la rottura delle regole/relazioni che caratterizzavano il tipo di organizzazione sociale precedente e dei processi omeostatici che ne garantivano la stabilità. A ciò si accompagna il sorgere di una sfera ampiamente autonoma di relazioni relazioni economiche (di mercato) accompagnata da un successivo aumento della complessità in questa sfera (specializzazione del lavoro, ecc) che finisce per dominare e dare forma alle seconde.

E' importante comprendere perché, mano a mano che il processo di trasformazione raggiunge una sua maturità e l'economia di mercato si diffonde in nuovi paesi ed e verso nuove società, questo processo comporti una progressiva dissoluzione dei legami sociali. Come hanno mostrato i pionieristici lavori di Malinowski e di Marcel Mauss, ciò che caratterizza le relazioni di reciprocità tipiche della società tradizionali è “il triplice obbligo di donare ricevere e ricambiare.” Su questo obbligo, attraverso la molteplicità di doni e contro doni, si fondano e si mantengono i legami sociali. Questa conclusione è oggi supportata da un'ampia serie di ricerche (A. Caillè, 1991, 1998 J.T. Godbout, 1993, 1998). Al contrario le relazioni di mercato si basano su quello che gli economisti definiscono “scambio di equivalenti.” L'equivalenza di ciò che viene scambiato consente alle relazioni di mercato di chiudersi nel momento in cui si effettua lo scambio, senza dunque che attorno ad essa si costruisca alcun legame tra gli individui. In altre parole le relazioni di mercato assumono un carattere impersonale: come disse sagacemente Milton Friedman, ideologo del neoliberismo della scuola di Chicago, “nel grande supermercato globale non occorre conoscersi né tanto meno essersi simpatici.” Certo questa norma fondativa del mercato presenta significativi vantaggi economici: essa ha consentito una straordinaria moltiplicazione del numero e della varietà dei beni scambiati: è stato calcolato che nella sola città di New York sono oggi disponibili 100 miliardi di diverse tipologie di beni. Ciò che normalmente non si dice, è che questa medaglia ha un suo rovescio: la diffusione delle relazioni di mercato si accompagna infatti ad una progressiva dissoluzione dei legami sociali.

Questo processo ha conosciuto una ulteriore accelerazione a partire dagli anni '80 con l'affermarsi del neoliberismo e globalizzazione dei mercati, come ha riconosciuto la letteratura sociologica più recente. In particolare nella lettura offerta da Bauman (2002, 2006) la dissoluzione dei legami sociali, nel contesto della contemporaneità, si esprime sotto forma di liquidità sociale. Non a caso la società liquido-moderna è “una società di consumi”. Una società, cioè, in cui ogni cosa, beni e persone, sono trattati come oggetti di consumo e pertanto come qualcosa che perde utilità, attrazione, in definitiva valore, molto rapidamente. Pertanto la società liquida è una società mobile, impermanente, precaria, in cui tutto ciò che ha valore si trasforma rapidamente nel suo contrario, esseri umani inclusi. In definitiva, secondo la descrizione offerta da Bauman, la società moderna raggiunge livelli mai conosciuti prima di dissoluzione dei legami sociali.

Certo, come ci ricordano gli ottimisti, si osservano anche alcune dinamiche compensative. La scuola ed i nuovi sistemi di formazione e comunicazione consentono nuove forme di socialità. E' possibile, inoltre, attribuire nuove funzioni agli oggetti e agli strumenti che fuoriescono dalla cornucopia capitalistica: usare la pubblicità contro la pubblicità (Adbuster, Casser de Pub), o le reti informatiche, originariamente progettate per scopi militari, per favorire la costruzione di reti sociali o solidali. Difficilmente, tuttavia, questi processi compensativi ci sembrano in grado di contrastare la forza dei processi di dissoluzione.

In conclusione la “dissoluzione dei legami sociali” tipica delle società liquido-moderne, oltre a spiegare una parte significativa della perdita di benessere che si regista in queste società a partire dalla metà degli anni Settanta (Bruni e Porta, 2004), offra una prima chiave interpretativa del perché, nonostante il depauperamento dell'ambiente e le forti e crescenti ineguaglianze sul piano economico e sociale, queste società si mostrino, anche nel contesto della crisi, così poco reattive. Tuttavia per poter affrontare adeguatamente questo aspetto occorre introdurre un'ulteriore dimensione: quella relativa all'immaginario.

Frammentazione post-moderna e immaginario dominante

Ciò che caratterizza i sistemi biologici e sociali e che li differenzia dai sistemi fisici, è la capacità di cui i primi dispongono di formarsi “rappresentazioni” dell'universo in cui vivono. Certamente anche gli animali sono in grado di farsi un'idea del mondo che li circonda, e di prendere decisioni a fronte di certi stimoli (signaling). Ad esempio, già organismi molto semplici, come gli organismi unicellulari sono in grado di stimare la presenza di un certo composto chimico in un fluido e di muoversi di conseguenza nella direzione in cui tale composto è maggiore. Tuttavia ciò che sembra specifico delle organizzazioni socio-culturali umane è la capacita di negoziare tali rappresentazioni, dando luogo a rappresentazioni condivise (D. Lane, D. Pumain, S. van der Leeuw, G. West, 2009).

A differenza di quanto accade nell'attività omologa nell'ambito dei sistemi biologici (signaling) nella negoziazione la semantica conta. Il messaggio può essere completamente nuovo nella forma e tuttavia colui che lo invia si aspetta che il ricevente sia in grado di interpretarlo. Affinché ciò possa accadere è molto importante che le organizzazioni socio culturali umane condividano “attribuzioni di valore” e “forme narrative” su cui i messaggi si basano. In altri termini, e più in generale, possiamo concludere che la formazione di un immaginario condiviso è la premessa necessaria affinché individui e organizzazioni sociali possano intraprendere un progetto o un'azione comune.

Ma, come argomenta Lyotard, con la fine della gradi narrazioni e l'avvento della società post moderna è precisamente questo orizzonte di senso condiviso che è venuto a mancare (Lyotard, 1979). Sino a quando la tradizione religiosa (il cristianesimo in occidente), il marxismo e altre “grandi narrazioni” offrivano un comune orizzonte di senso, con i loro eroi e i loro miti nei quali identificarsi, non era difficile per ciascuno prendere posizione nella società e dare un senso al proprio ruolo e alla propria azione. Tutto questo, quantomeno dagli anni Settanta, è scomparso, o comunque ha perso la sua presa sull'immaginario sociale [3].

L'immaginario postmoderno è un immaginario polimorfo, frammentato, dove la citazione prende il posto delle grandi narrazioni e la pluralità dei codici e delle forme narrative si sostituisce all'universalismo che caratterizzava il grande progetto emancipatorio della modernità. Per quanto la condizione post-moderna sia caratterizzata da una innegabile libertà e varietà di espressione, essa nasconde al tempo stesso le ragioni profonde della frammentazione e della dipendenza. Ma cerchiamo di tratteggiare, seppure seguendo un ragionamento “a grana grossa”, le dinamiche che possono essere ritenute responsabili di questo processo di trasformazione.

Rispetto ai processi di tempo lungo di cui abbiamo detto sopra, potremmo avanzare l'ipotesi che la frammentazione dell'immaginario sia connesso innanzitutto alla dissoluzione dei legami sociali che caratterizza il passaggio dalle società tradizionali alle società di mercato. In altre parole si può immaginare che la dissoluzione dei legami sociali di tipo tradizionale - e dell'apparato di simbolico che le è proprio - costituisca l'indispensabile premessa all'avanzare della modernità e dei suoi simboli.

Inoltre, come ha notato acutamente David Harvey (1990) occorre chiarire che la condizione post-moderna non si configura come rottura dalla modernità, quanto piuttosto come una “rivoluzione interna” alla modernità stessa, che finisce per accentuarne i tratti più profondi e caratterizzanti. L'esperienza comune alla modernità tutta da cosa è segnata, infatti, se non dall'incertezza e dalla frammentazione, dalla caducità e dal senso di cambiamento caotico? Nelle parole dei uno dei suoi massimi esperti “essere moderni vuol dire vuol dire trovarci in un ambiente che promette avventura, potere, gioa, crescita, trasformazione di noi stessi e del mondo e che al contempo minaccia di distruggere tutto ciò che abbiamo” (Berman, 1985, p. 25). In fondo il passaggio alla post modernità non ha fatto altro che accentuare questa tendenza.

Come non leggere qui la stretta connessione tra l'esperienza comune dell'essere moderni e le trasformazioni economiche e sociali sottostanti. Già Marx aveva sottolineato come un tratto fondamentale dell'economia capitalista fosse il sua condanna all'incessante innovazione. Harvey si spinge ancora oltre mostrando con chiarezza come la trasformazione che segna l'immaginario postmoderno sia connesso al passaggio dall'organizzazione economico sociale fordista a quella post-fordista. Va premesso che il post-fordismo come già il fordismo non rappresenta per Harvey semplicemente un sistema di organizzazione del lavoro, ma un nuovo sistema di organizzazione economica e sociale, in cui le istituzioni pubbliche e la società civile si adeguano alle mutate condizioni proprie “dell'accumulazione flessibile”. La scomparsa della grande fabbrica, la finanziarizzazione dei processi economici, la flessibilità sul mercato del lavoro (lavori a tempo parziale, temporanei o in subappalto), la centralità assunta dai servizi (di marketing, assicurativi, immobiliari, informatici); la straordinaria differenziazione dei prodotti e l'accelerazione nella rotazione dei consumi “ sono inseparabili da [quello] specifico modo vivere, di pensare, di sentire la vita” che definiamo post-moderno.

Semmai il fatto più sorprendente è la totale accettazione della liquidità e della frammentazione che caratterizza il postmodernismo: il suo “galleggiare e sguazzare nelle correnti caotiche del cambiamento quasi non ci fosse null'altro”. Non stupisce che Jameson definisca l'architettura postmoderna come “deliberata superficialità” e non sarebbe difficile estendere questo giudizio, in particolare alla moda, all'intrattenimento, all'industria degli eventi culturali.

Nel contesto della contemporaneità la frammentazione dell'immaginario è legata, inoltre, alla moltiplicazione degli artefatti che caratterizza la società dei consumi. E' importante rendersi conto che gli oggetti di cui ci circondiamo, attraverso il tempo che spendiamo con loro e per loro, divengono per ciascuno strumenti con cui ciascuno costruisce la propria identità, per quanto angusta e frammentata. Non vi sono dubbi, e non entreremo in dettagli su questo, che le imprese impiegano molte risorse per alimentare questo processo. Il budget relativo a marketing e alla pubblicità è secondo solo a quello delle spese militari e come ben sanno gli esperti del settore, la potenza di fuoco del sistema mediatico è tale è tale che l'efficacia di una “campagna” non è mai messa in discussione. A differenza di quanto sostengono molti intellettuali post moderni, la capacita del sistema mediatico di colonizzare l'immaginario è enorme. Caos e frammentazione non devono dunque portarci a concludere che nella società liquida non esiste un immaginario dominante. Come ci avverte Serge Latouche questo sarebbe un grossolano errore: nella società dei legami deboli, l'immaginario consumista resta il solo collante condiviso (Latouche, 2007).

Indubbiamente l'homo consumens dispone oggi di una incredibile libertà di scelta. Tuttavia, il cittadino-consumatore può operare le proprie scelte solo all'interno di un set predefinito, non può determinare ex ante l'insieme delle cose fra cui può scegliere (Bauman, 2002; 2006). E fra queste c'è senz'altro la tecnologia, ossia il come della produzione. In altre parole il sistema di mercato promette libertà, ma veicola dipendenza. Arriviamo qui ad un aspetto fondamentale: è chiaro che la questione dell'immaginario si lega strettamente a quella dell'autonomia/dipendenza (Castoriadis, 1998, 2005) [4].

In conclusione la condizione dell'immaginario post-moderno sembra segnata dalla compresenza di due polarità apparentemente contraddittorie: individualizzazione e omologazione. Da un lato sembra chiaro che la frammentazione dell'immaginario rende impossibile una presa d'atto collettiva delle contraddizioni in cui il sistema è intrappolato e, di conseguenza, estremamente difficile un'azione coordinata in questa direzione. L'esperienza del movimento contro la globalizzazione e da questo punto di vista illuminante. Dall'altro ci si potrebbe chiedere come mai una società che pure conosce un grado di libertà individuale apparentemente così elevato, è in realtà così conformista nelle decisioni collettive. Ho il sospetto che ancora una volta la spiegazione possa essere ricercata nella scala del processi. La frammentazione del legame sociale e la straordinaria concentrazione delle ricchezza legati all'espansione dell'economia a scala globale ha reso possibili, ed efficaci, strumenti di condizionamento dell'immaginario collettivo funzionali alla creazione di un uomo massa che non avrebbero senso, né potrebbero essere mantenuti, a scale più ridotte. Tali strumenti stanno mostrando tutta la loro efficacia nell'impedire di squarciare il velo che occulta la connessione tra la libertà nelle scelte di consumo individuali e l'oppressione della gabbia collettiva.

Crisi e rendimenti decrescenti

Ritorniamo dunque al contesto della crisi attuale. I processi che abbiamo analizzato possono esserci d'aiuto per comprendere la dinamica della crisi? Innanzitutto cosa l'ha scatenata? Interpellati, con alcune rarissime eccezioni, le molte migliaia di economisti che nulla avevano detto sull'avvento della crisi, ci hanno ripetuto in infinite versioni la storia dei mutui sub prime, riconducendo la crisi agli eccessi nella concessione del credito del mercato americano. E' noto che le regole che presiedono alla concessione e moltiplicazione del credito, in particolare per i così detti derivati, sono eccessivamente lasche... non a caso è su questa deregolamentazione si è costruita la fortuna del capitalismo finanziario degli ultimi trent'anni. Tuttavia le cose sono probabilmente più complesse di così.

Innanzi tutto va chiarito che, fra i sistemi che abbiamo analizzato, quello finanziario è certamente il più sensibile. Gli agenti formano le loro aspettative a partire da un'ampia serie di segnali. A differenza di quanto accade nei sistemi sociali o nella biosfera, i sistemi finanziari dispongono di indici che riportano minuto per minuto l'andamento dei mercati, e questo fa si che, quando si scateno eventi eccezionali, si inneschi un processo di feedback positivo (effetto panico) tra l'andamento degli indici e il comportamento degli agenti che amplifica notevolmente le oscillazioni. Questo chiarisce perché il sistema finanziario sia più veloce e sensibile di altri nelle sue oscillazioni e perché le crisi nei tempi moderni si manifestano generalmente a partire dal collasso delle borse. L'esplosione della bolla speculativa si trasferisce poi, inevitabilmente, all'economia reale.

Resta aperta la domanda: che cosa ha scatenato la crisi? Joan Martinez Alier, economista ed ex Presidente dell'International Society of Ecological Economics, ha avanzato l'ipotesi che la crisi finanziaria sia stata innescata dall'eccessivo aumento del prezzo del petrolio, che raggiunse i 140 $ il barile nel Luglio del 2008, mettendo in crisi le aspettative di profitto, in particolare del mercato americano dell'auto. Alcune ricerche più recenti sembrano confermare questa ipotesi (Hamilton, 2009). Ma se le cose stanno in questi termini quella a cui stiamo assistendo potrebbe rappresentare non solamente la crisi economica più grave degli ultimi settanta anni, ma un primo segnale di una crisi di sistema.

Dall'economia reale la crisi si è poi trasferita alla società. Novanta milioni di persone scivolano sotto la soglia dei due dollari al giorno secondo le stime della Banca Mondiale. I disoccupati si contano a decine di milioni in Europa. Conformemente alla lezione polanyiana, la società reagisce alla crisi auto difendendosi: neoprotezionismo, difesa delle banche e dei grandi gruppi, richieste di protezione sociale e salariale, sono tutte forme in cui si è espressa l'autodifesa della società. Tuttavia essa prende soprattutto la forma di una richiesta di intervento protettivo dello Stato nei confronti degli shock provenienti dai mercati. Non a caso, nonostante le differenze politiche, dall'America di Obama, all'Italia berlusconiana, dalla Cina “comunista” all'Inghilterra, i governi e le banche centrali intervengono, certo con misure a volte parziali e discutibili, ma comunque intervengono, iniettando nel sistema enormi ammontari di liquidità, in misura assai più significativa di quanto avvenne negli anni '30.

Tuttavia, considerata la gravità della situazione economica e sociale, ci si domanda come mai i conflitti siano tutto sommato contenuti e scarsa la capacità di reazione della società. Secondo quanto visto in precedenza ciò può essere legato a due fattori principali: Nel nord ricco del pianeta, il calo dei redditi è molto forte, ma la ricchezza accumulata durante i decenni della crescita economica, per quanto mal distribuita, è molto maggiore di quanto fosse negli anni Trenta. Inoltre le politiche monetarie e fiscale messe in atto dai governi, hanno impedito il tracollo del sistema finanziario e sostengono in culche modo la domanda, pur trsferendo il peso dell'operazione sulle genrerazioni future, già gravate di un debito enorme e in via di espansione. Inoltre, se escludiamo alcune minoranze consapevoli e attive, i fattori di liquidità sociale e di frammentazione dell'immaginario collettivo di cui si e detto, ostacolano fortemente il coagularsi di un progetto alternativo e dunque l'autorganizzazione della società.

Certo è possibile che nel medio periodo le economie avanzate tornino a conoscere - per qualche tempo - di crescita dell'ordine dell'uno due per cento, ma questo significa forse che la crisi di sistema sia risolta?

In un suo recente articolo lo storico ed economista Immanuel Wallerstein (2009), che da tempo segue un approccio sistemico, avanza l'ipotesi che il sistema capitalista non sia di fronte ad una, per quanto grave, crisi ciclica, ma, appunto ad una crisi di sistema. Questo non implica, nella prospettiva di Wallerstein, che il sistema economico non possa conoscere un qualche ripresa a breve quanto, piuttosto, che nei prossimi 20-30 anni l'aumento dei costi necessari per alimentare il processo di produzione – essenzialmente costi del lavoro, delle materie prime/energia e costi relativi all'apparato statale e militare (e dunque delle tasse) - impedirà una nuova fase di crescita ed accumulazione globale di lungo periodo, determinando la fine del modo di produzione capitalistico così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Certo si tratta di un'ipotesi, per altro non nuova nell'ambito delle teorie di derivazione marxista, e che tuttavia Wallerstein ha avuto il merito di presentare ben prima dell'affacciarsi della crisi. E' interessante notare - al di la un certo riduzionismo economico (le varie dimensioni della crisi sono infatti tutte ricondotte in termini di costi economici) - le affinità tra l'analisi di Wallerstein e l'approccio sviluppato, in una cornice ben diversa, dall'archeologo e studioso di sistemi complessi, Joseph Tainter nel suo Il collasso delle società complesse (1988). Analizzando i processi di decadenza delle più importanti civiltà della storia (l'Impero romano, la civiltà Maya, l'isola di Pasqua, e numerosi altri) Tainter individua un principio comune a tutti questi casi. Al crescere della complessità delle strutture economico-sociali, oltre una certa soglia, i benefici della complessità presentano incrementi decrescenti. Pertanto, superata una certa soglia di complessità, queste megamacchine (eserciti, burocrazie, corporazioni) cominciano a presentare costi che superano i benefici. Tesi nel tentavo di superare i problemi che queste stesse strutture generano, coloro che le governano possono essere spinti ad ignorare i segnali che preannunciano una crisi di sistema, (come appunto un aumento dei “costi” - non intesi qui in senso strettamente economicistico – provenienti dai vari sottosistemi) e, sviati da alcuni comportamenti tipici dei sistemi complessi, (come incertezza delle informazioni, ritardi di feedback, ecc.) spingere verso un'ulteriore espansione, fino al collasso del sistema.

Questo è solo uno dei possibili scenari ipotizzabili (Raskin, 2008), tuttavia è chiaro che i processi di lungo periodo che abbiamo analizzato - e che trovano nella crescita ed accumulazione illimitata la loro radice comune - si possono inscrivere facilmente in questa cornice interpretativa.

Al momento l'ipotesi di Wallerstein, che prevede appunto una aumento delle varie dimensioni del costo di produzione (lavoro, risorse, tassazione) non mi pare trovi riscontri empirici sufficienti a trarre conclusioni definitive (anche per la tragica mancanza di ricerche sistematiche in merito), tuttavia è evidente che se il quadro complessivo risultasse fondato, da una crisi di questa natura non si esce certo con qualche inie

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