MA CHI DIAVOLO E' TORO FEROCE???
L’infelice Timing del presidente Obama
Ieri avevo avvisato via twitter dello strano movimento del dollaro, che sembrava presagire qualche movimento sui mercati e ieri avete assistito ad una giornata di borsa piuttosto pesante; la motivazione proposta dall’orchestra qualunquista è “brutti dati sul settore immobiliare”. E’ vero che sono usciti dei dati poco incoraggianti, ma in fondo succede da mesi, no?
Vi propongo una lettura alternativa: il Presidente USA Obama ha tentato negli ultimi dieci giorni di cavalcare il sentimento popolare di avversione alle banche d’affari, di disgusto per i mega-bonus ai dirigenti bancari ecc… Lo ha fatto per motivi di opportunità politica, ovviamente, c’erano le elezioni in Massachusetts per la sostituzione del defunto Ted Kennedy e la conferma di un seggio democratico era molto importante per l’amministrazione. Di fronte però alla minaccia di una tassazione speciale per le banche ecco che queste rispondono con delle trimestrali pessime, pesantemente sotto le attese, che portano il mercato a temere il “double dip”. Nella partita a scacchi che si sta giocando, le banche hanno un’arma molto forte: la possibilità di valutare molti asset secondo un “fair value” che loro stabiliscono e non più secondo il concetto del “mark to market” (cioè la valorizzazione ai prezzi di mercato). E’ una opzione che l’amministrazione Obama ha dato loro affinché potessero risollevare i loro numeri e evitare che saltasse tutto il sistema. Moltissimi di noi insorsero in quell’occasione; si generava una stortura inaccettabile, un difetto di trasparenza da medioevo. Ora quest’arma viene rivolta verso chi l’ha consegnata alle banche d’affari, ora viene usata per peggiorare i numeri, far ricordare che il destino del mondo è nelle mani di chi fa il mestiere di dio. Nello scegliere il momento in cui inasprire il comportamento con le banche il timing poteva essere migliore, farlo sotto trimestrali espone l’amministrazione al ricatto immediato, rendendo difficile vincere questa partita. Ops… forse in realtà non volevano vincerla… (NdBA: il seggio del Massachusetts l’ha vinto un Repubblicano…)
Parlando di timing non riesco ad evitare di parlare di un emendamento votato oggi dal Parlamento italiano: siamo in una fase di disoccupazione pesante, e forse l’unico modo di prendere positivamente la difficile situazione è -per le persone coinvolte- investire su se stessi il tempo libero dedicandosi alla formazione, cercando di acquisire nuove competenze per potersi riproporre sul mercato del lavoro. Ebbene quel mercato del lavoro (determinato dalle solite dinamiche di domanda e offerta) da oggi ha maggior offerta di lavoratori, perché l’ultimo anno di scuola dell’obbligo (all’età di 15 anni) lo si potrà svolgere in attività lavorativa e sarà valido come anno di ‘istruzione’. Strepitoso. “Invece di sudiare, giovanotto, vai a lavorare!” Una manna per le imprese che potranno persino schifare gli stagisti neo-laureati, che a volte hanno la pretesa di avere anche un rimborso spese. Ora ci sarà disponibile un bel numero di quindicenni pronti a lavorare praticamente gratis per non andare a scuola ed essere comunque promossi, e senza compiti a casa. E naturalmente una fetta di posti di lavoro, nei quali disoccupati veri potrebbero ricollocarsi (magari anche da sotto-occupati, ma pur sempre trovando un reddito), verrà sistemata a costo (finanziario) quasi zero, e a costo (sociale) elevatissimo. Il BelPaese…
PS: Ho appena visto Avatar, ovvero la versione aggiornata di “Balla coi lupi”; non crederete davvero che noi alieni siamo così sprovveduti, vero?
Anglosassoni e levantini
Il mondo nuovo: povertà e fame
di Giuseppe Zaccagni
In lista d’attesa, nel mondo, ci sono 70 milioni di persone che potrebbero cadere in condizioni di estrema povertà entro quest’anno. La denuncia viene dalla Banca Mondiale che, nella riunione svoltasi a Berlino, ha lanciato l’allarme, rilevando che continueremo per anni a convivere con gli effetti della crisi economica. “Stiamo vivendo - ha detto in proposito il presidente dell’istituzione bancaria, Robert Zoellick - la più grave recessione dal dopoguerra, quella che però ha suscitato anche la più forte risposta a livello internazionale mai orchestrata da governi. Una recessione che segnerà la situazione sociale e politica mondiale ancora a lungo”.
I mesi che verranno, quindi, saranno certamente i più difficili degli ultimi due anni: l'occupazione continuerà a scendere, in quanto il livello produttivo non potrà tornare nel breve periodo al vecchio livello e molte famiglie ne subiranno le conseguenze. Aumenterà pertanto la già traumatica spaccatura tra Nord e Sud. "Continueremo a vedere gli effetti negativi della crisi economica - aggiunge Zoellick - e per molti Paesi, anche sviluppati, si avranno problemi di crescita, mentre in altri paesi, già poveri, milioni di persone soffriranno la fame, cadranno in malattia e ci saranno impatti negativi su tante generazioni per molti anni".
In questo contesto - sempre al forum berlinese - si è rilevato che la politica monetaria e di bilancio si è dispiegata nel fornire abbondante liquidità per evitare la diffusione della crisi finanziaria all'interno dei Paesi e il contagio internazionale della stessa. Si è poi sostenuto che i bilanci pubblici si sono svenati per salvare il salvabile, senza aver però impostato una seria politica di ripresa che non fosse quella di innalzare barriere protezionistiche di tipo assistenziale al di quà delle frontiere.
Si è così creata una situazione paradossale, per cui si parla di strategia di uscita dagli eccessi di creazione monetaria e di debito pubblico nati per affrontare la crisi, senza che la crisi sia stata superata; quella vera, fatta d’insolvenze che metteranno in difficoltà le banche e di disoccupazione che peserà sulle famiglie, è gi? in atto da due anni e non si vede la luce alla fine del tunnel. E sempre l’esponente della Banca Mondiale ha ricordato che il settore privato dovrà giocare un ruolo più importante, quando le misure straordinarie introdotte dai governi saranno ritirate.
"Nel momento in cui questo avverrà, avremo bisogno di una mano in più da parte dell'economia privata", ha aggiunto, sottolineando che è negli interessi delle nazioni sviluppate aiutare le economie emergenti a uscire dalla crisi, perché queste potrebbero essere una fonte di crescita. Per questo la Banca mondiale "spera che i Paesi in via di sviluppo diventino un importante fattore di crescita nell'economia globale, un fattore molto importante soprattutto per la Germania come nazione esportatrice". Come sostengono numerosi analisti, la crisi è quindi ancora una realtà con la quale bisogna fare i conti. Conti durissimi, in molte parti del mondo. Questa crisi ha preso avvio dal settore finanziario per poi contagiare progressivamente l'economia reale. Il mondo della finanza è corso ai ripari, e il crack si è attenuato. Ma per l'economia reale i problemi sono ancora molti e molto seri e si preparano tempi difficili.
Lo dimostra anche la situazione statunitense. Obama ha appena presentato un nuova tassa alle grandi banche, per far entrare nuova liquidità dello Stato e dei cittadini. Il guadagno previsto dovrebbe aggirarsi sui novanta miliardi di dollari spalmati in dieci anni. Ma le critiche non sono poche. C’è l'economista capo dell'American Bankers Association, James Chessen, il quale spiega che l'industria bancaria si sta muovendo per restituire con gli interessi al Tesoro i soldi del Tarp, il piano anticrisi da 700 miliardi di dollari varato dall'Amministrazione Bush. E ricorda poi che alle banche, sul totale della somma, sono stati assegnati circa 225 miliardi di cui due terzi già ripagati con interessi e con dividendi superiori ai 15 miliardi di dollari. "Appena un mese fa, il Tesoro dichiarò che si aspettava un utile da ciascun singolo programma d’intervento destinato alle banche", spiega Chessen.
Nel forum berlinese è stato rilevato che su scala mondiale c’è un altro gravissimo problema. Quello che riguarda la povertà, emergenza prettamente rurale. Le nazioni povere sono nazioni la cui economia è un’emergenza essenzialmente agricola e i poveri sono prevalentemente persone che vivono dei frutti della terra. L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), ha recentemente evidenziato come, nelle nazioni più povere, oltre il 75% della popolazione viva nelle aree rurali e come, di conseguenza, queste persone debbano fare affidamento sull'agricoltura per avere lavoro e reddito. Oltre a ciò, l'agricoltura pesa per circa il 40% sul Prodotto Nazionale Lordo (PNL) di queste nazioni e per più del 50% sul totale delle loro esportazioni.
Va ricordato che quasi un miliardo dei poveri di tutto il mondo vive nelle zone rurali e che il loro numero cresce costantemente e con regolarità, specialmente dopo i regressi che si sono verificati nel corso del cosiddetto "decennio perduto", gli anni '80. C’è, in proposito, un preciso rapporto che gli economisti della Russia hanno presentato alle varie organizzazioni dellOnu. Attualmente, è stato rilevato, i poveri costituiscono pressappoco un quinto dell'intera popolazione mondiale.
Le statistiche del passato ci ricordano che la percentuale di quanti, fra la popolazione rurale, vivono al di sotto della soglia di povertà à del 61% nell'America Latina e nei Caraibi; del 60% nell'Africa sub-Sahariana; del 31% in Asia e del 26% nel Nord Africa e nel Levante. Si è verificata una rapida crescita nell'incidenza delle famiglie rurali aventi una donna come capofamiglia: queste famiglie raggiungono attualmente il numero di 75 milioni. Ed oggi la maggioranza di coloro i quali vivono al di sotto della soglia di povertà nelle aree rurali è rappresentata dalle donne; e a partire dal 1975, il loro numero è cresciuto del 50%, contro un aumento del 30% fra gli uomini.
Anche quello dell'insicurezza alimentare, paradossalmente, è un problema tipicamente rurale. Degli 800 milioni di persone che in tutto il mondo soffrono di malnutrizione cronica, la stragrande maggioranza vive, infatti, nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo. Con popolazioni sempre più numerose, le proprietà terriere in molte regioni dei paesi in via di sviluppo stanno diventando sempre più piccole e frammentate; la completa, o quasi completa mancanza di beni immobili nelle aree rurali è in aumento, e nell'Asia Meridionale affligge almeno il 40% delle famiglie. La lotta per sopravvivere sovente insidia le vitali risorse naturali fondamento della popolazione rurale. Per esempio, soltanto durante gli ultimi trent'anni, pressappoco il 20% dei suoli coltivati sono andati persi, in gran parte causa mancanza di capitali e tecnologie necessarie ad intraprendere appropriate misure per la conservazione dei suoli.
La deforestazione delle foreste tropicali e dei terreni boscosi si è verificata ad un tasso di 11 milioni di ettari all'anno, a causa dei disperati tentativi fatti dai poveri per aumentare l'estensione delle aree coltivabili od ottenere legna da ardere. Milioni di ettari di terre sono divenuti sterili a causa di sistemi di irrigazione mal costruiti e peggio mantenuti. Ad una cattiva gestione delle risorse, peraltro, può venire addebitata oltre 1'80% della recente desertificazione in tutto il mondo.
Se l'attuale perdita di 27 milioni di ettari all'anno (pari a 66,7 milioni di acri) continuerà, il mondo rischia di assistere alla progressiva desertificazione di tutte le terre coltivabili in meno di 200 anni. C’è infine da ricordare che nel 1992, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) ha sviluppato quattro importanti indicatori - sicurezza alimentare, povertà integrale, bisogni fondamentali e benessere relativo - per quantificare la posizione relativa di ciascuna delle 113 nazioni prese in esame. Secondo le medie, le popolazioni rurali peggio classificate erano quelle del Bhutan, del Burkina Faso, della Somalia, della Mauritania e del Sudan, mentre le cinque migliori popolazioni rurali erano quelle di Cipro, di Malta, della Repubblica Coreana, di Barbados e di Mauritius.
In apparente controtendenza, in India, Indonesia, Malesia, Pakistan e Lesotho, negli ultimi 20 anni si erano registrati significativi progressi nella riduzione della povertà rurale. Il rapporto dell'IFAD concludeva che, tutto considerato, si era dimostrato falsa la presunzione che la crescita ed il benessere si diffondessero agli strati più poveri.
Ora, nonostante i progressi registrati come risultato di 40 anni di sforzi per lo sviluppo, le sofferenze rimangono, dal momento che ogni giorno mezzo miliardo di persone non ha di che mangiare a sufficienza e che, attualmente, 15 o 20 milioni tra essi muore ogni anno per inedia o a causa di malattie che vengono aggravate dalla malnutrizione.
Attirata dalla speranza di cibo, lavoro, servizi ed altre opportunità, una fetta sempre crescente della popolazione mondiale gravita intorno a paesi e città. Ne consegue che la povertà rurale alimenta la povertà urbana. E la gran parte di questi emigranti è costituita da uomini che, partendo, lasciano dietro di sé le proprie donne a badare alla terra ed alla famiglia. E la realpolitik di questo secolo ci porta sempre più a constatare che i governatori del mondo sono sempre più incapaci di darsi una comune strategia che tenda ad un reale progresso globale.
http://www.altrenotizie.org/economia/2964-il-mondo-nuovo-poverta-e-fame-.html
FINANZA/ Forte: non cerchiamo scorciatoie fiscali per uscire dalla crisi
giovedì 21 gennaio 2010
Il caso Grecia sta creando qualche grattacapo in Europa. «L’euro - ha detto Angela Merkel - si trova in una fase difficile che rischia di durare anni». «Il problema - ha scritto martedì Carlo Pelanda su ilsussidiario.net - nasce dal rischio di insolvenza del debito pubblico greco e dall’effetto contagio che questo può avere nelle percezioni del mercato sulla solidità di altri debiti nazionali, in particolare quelli di Portogallo, Spagna e Irlanda. E anche Italia». Ne abbiamo parlato con Francesco Forte, economista.
Che cosa rappresenta la crisi del debito greco per l’Europa?
Per la Grecia la situazione è certamente molto delicata. Penso però che il piano di risanamento non riuscirà a funzionare, e che l’idea della Merkel e della Bce sia di dare alla Grecia un chiaro avvertimento. E quindi il soccorso avrà luogo tardi, temo, cioè dopo che Atene avrà avuto guai.
Bruxelles farà scattare la procedura di infrazione?
Non penso a quello, ma agli interventi che ora non si faranno. Poi vedrà che tra un anno o due, quando la Grecia sarà in una situazione molto più difficile, in un modo o nell’altro si dovrà intervenire. Manca comunque in Europa un organismo che svolga verso i paesi membri le funzioni del Fondo monetario: per esempio quella di commissariare i paesi dell’area euro che vanno in grave crisi.
Poiché si parla di debito, alla lista possono aggiungersi Portogallo, Spagna, Irlanda. E in Europa lo sanno.
Ma la Grecia è piccola e per la comunità europea non è un grosso problema. Certo se alla Grecia si aggiungesse l’Irlanda, il problema avrebbe un’altra luce. Non dico che l’Irlanda è come la Grecia, ma il suo Pil è anch’esso sopravvalutato perché in gran parte è costituito da attività finanziarie e il paese ha una struttura industriale precaria. La Spagna è un’incognita, anche se per ora il suo debito è considerato solvibile.
E l’Italia?
La somiglianza con la Grecia è solo apparente, perché le due economie sono completamente diverse. Poi il rapporto debito/Pil della Grecia già prima della crisi era superiore a quello italiano e il suo Pil secondo me era sopravvalutato, mentre il nostro Pil è sottovalutato di un 20 per cento.
Ma quali possono essere le ripercussioni sull’eurosistema di quello che sta accadendo?
Io le trovo positive, scusi il paradosso. È una situazione che mostra finalmente lo stato reale dell’economia europea. La realtà è che il tasso di rivalutazione dell’euro può strangolare le esportazioni. Invece un euro deprezzato potrebbe controbilanciare il fatto, fortemente penalizzante, che le monete asiatiche sono artificiosamente agganciate al dollaro. Le nostre esportazioni in altre parole possono solo guadagnarci. Non la preoccupa la sfiducia dei mercati? L’Italia deve collocare sul mercato circa 485 miliardi di titoli di debito pubblico solo nel 2010. Non drammatizzerei. Ci sono due cose da dire. La prima è che l’Italia deve attuare meticolosamente il piano di rientro pensato da Tremonti. È la priorità. Proprio per questo Berlusconi ha rinviato la riforma fiscale. La seconda è una mia idea da sempre: fare un federalismo fiscale che comporta la devoluzione di una quota significativa dell’imposizione personale sul reddito alle regioni, implica immediatamente - questo sì - il rischio debito Italia. È una cosa che il nostro paese nei prossimi quattro anni non può permettersi. Quindi o si fa un diverso federalismo fiscale o non lo si fa. Attacca il federalismo fiscale? Un attimo. L’Italia non subisce alcun downgrading nel suo debito pubblico perché ha una robusta tassazione personale sul reddito basata sulle trattenute alla sorgente. E qui viene il discorso delle due aliquote. Esse sono impraticabili, ma il vero problema non sono le aliquote ma la progressività: sapere cioè se la progressività è adeguata nel creare una base imponibile accettabile per i redditi alti e quelli bassi, moderata quindi verso il basso e moderata verso l’alto. Dunque torniamo al punto: il nostro debito non è giudicato a rischio perché il nostro prelievo fiscale è coerente. Sì. Siamo solvibili perché coloro - e tra quelli ci sono anch’io - che hanno governato il centrosinistra negli anni ’80 lo hanno fatto bene, sistemando l’imposta personale sul reddito. È per questo che Moody’s ci dà un rating buono, perché abbiamo un’imposta sul reddito che rende il 12 per cento del Pil e potenzialmente può arrivare al 14. Paesi come Irlanda e Grecia dovranno abbassare e i salari. So che è doloroso ma è l’unico modo che hanno a disposizione per riequilibrare un’economia in difficoltà, perché la vera ricchezza non viene dai capitali finanziari ma dai redditi da lavoro. Mi sfugge la questione del federalismo. In Italia abbiamo solo due imposte che funzionano: i contributi sociali - che ci garantiscono il sistema previdenziale - e l’imposta personale sul reddito, che ci garantisce il debito pubblico. L’Iva, per quanto sia evasa - su 100 di base imponibile al fisco ne viene dichiarato solo 60 - in realtà funziona. Ma se una quota dell’Iva andasse alle regioni, lo Stato non riuscirebbe più a garantire una parte del suo debito pubblico. Dunque? Dunque il segnale che viene dall’Europa non è che il nostro debito pubblico è a rischio, ma che dobbiamo fare le riforme giuste e non quelle sbagliate. Tra le prime c’è quella delle pensioni. Ammetterà però che nell’eurosistema qualcosa che non va c’è. Gli stati cedono bilancio e cambio, ma non ricevono flessibilità di gestione. Intanto il cambio il cambio unico è essenziale se si fa un’area monetaria. Io ho sempre sostenuto che prima andava fatta una riforma della struttura fiscale dell’Unione, per poi fare la moneta unica. Invece si è fatta l’Ue sul principio che la moneta sia una struttura di per sé in grado di tenere in piedi un’area monetaria integrata, ma non è così. Così la Bce sovrintende ad un sistema unico senza alcuna garanzia che uno stato abbia un sistema creditizio serio. L’Europa è vittima di un falso monetarismo?
Esatto. L’eurosistema non funziona perché non esiste un automatismo in base al quale la moneta risolve i problemi dell’economia reale. Da anni invece immaginiamo che tramite la moneta dirigiamo le sorti dell’universo. Invece con la moneta non si governa niente. Abbiamo una crisi dell’euro, ma non è l’euro che è in crisi, sono le economie reali.
E questo lo chiamate capitalismo?
Morgan stanley paga il 62% delle proprie entrate in stipendi e bonus, mentre la banca affronta una perdita. IN un'azienda normale gli azionisti starebbero già chiedendo la testa del management. In una banca, questo non è possibile, vista l'acquiescenza del vero azionista di maggioranza: la banca centrale e le autorità di vigilanza, che controllano di fatto il processo di selezione ed approvazione del management, senza contare il prezzo e il quantitativo della materia prima per l'attività bancaria , ossia i tassi di interesse e la liquidità. Sentirete giustamente parlare dell'avidità dei banchieri e del capitalismo; non è invece colpa del "mercato": è colpa di chi impedisce agli azionisti, ossia al mercato, di correggere gli errori di coloro che vengono protetti da quegli stessi politici e burocrati che hanno bloccato e bloccano il corretto funzionamento del mercato, al quale attribuiscono però le conseguenze dei propri precedenti errori ; ricordatevelo, quando sentirete le proposte di correggere gil "eccessi" tramite maggiori regolamentazioni, ossia la stessa strada che ci ha già portato a questa crisi. Da quando ripetere gli stessi errori aiuta a risolverli? Hat tip: DealBook Blog
http://the-mote-in-gods-eye.blogspot.com/2010/01/e-questo-lo-chiamate-capitalismo.html
Usa, in arrivo nuovi limiti ai business bancari
Non si arrestano le “attenzioni” dell’amministrazione Obama sulle banche americane. Il presidente degli Stati Uniti ha fatto sapere ieri di voler effettuare un nuovo giro di vite sulle regole che governano le compagnie di Wall Street, annunciando nuovi limiti proprio per gli istituti di credito, che riguarderanno in particolare la taglia degli stessi e la quota di rischi che potranno assumersi.
La scelta della Casa Bianca arriva dopo un incontro tra lo stesso Obama e il consigliere Paul Volckler, ex presidente della Federal Reserve. «Due mesi fa il presidente ha cominciato a discutere con il suo team di economisti sulla necessità di una riforma più attenta del sistema finanziario, al fine di garantirne maggiore stabilità», ha spiegato al Financial Times una fonte interna all’amministrazione di Washington, che ha specificato come il piano sarà concertato con il Congresso.
D’altra parte, la sconfitta in Massachussetts costringerà d’ora in poi Obama a dover discutere maggiormente anche con l’opposizione, essendo sfumata la maggioranza di 60 voti al Senato, che permetteva l’approvazione delle norme senza il contributo numerico dei repubblicani. E proprio dal Congresso (in particolare dai deputati liberali) sono giunte nelle ultime settimane forti pressioni sulla Casa Bianca, affinché siano imposte misure draconiane contro le banche (anche al fine di ripristinare consenso popolare intorno all’azione governativa). Nel frattempo, inoltre, l’annuncio di una nuova stretta sugli istituti di credito ha incassato l’appoggio di una serie di economisti indipendenti.
http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=1958
ANDREA MAZZALAI CI REGALA UNO DEI SUOI APPROFONDIMENTI GENIALI
ERRORE STRATEGICO!
Come ho scritto in passato in UN URLO DALLA STORIA: NAZIONALIZZARE! , Grande Depressione, Lost Decade e Crisi Svedese sono tutte figlie di una eccessiva deregulation del sistema finanziario, ed in diversa misura sono state tutte innescate da un crollo del sistema immobiliare, quindi, nelle loro dinamiche, vanno ricercati, le possibili chivi di lettura, le possibili soluzioni, nella Storia vanno esplorati gli errori strategici, ma come tutti ben sappiamo, la piovra del conflitto di interesse, sta dispiegando i tentacoli del destino, della nemesi della madre di tutte le crisi.
Fa tenerezza ascoltare "nonno" Buffet, urlare che non ha senso tassare una parte del sistema finanziario, perchè ciò che è stato fatto in autunno del 2008, è di aver salvato l'economia americana, non solo il sistema finanziario, le banche.
Come hanno sussurrato nell'audizione della commissione di inchiesta governativa sulle responsabilità e le cause di questa crisi, alcuni dei principali manager del sistema finanziario americano, le banche si sono trovate "involontariamente" in mezzo alla crisi e la crisi in fondo è naturale, ogni cinque o sette anni, una crisi finanziaria è nelle pieghe della storia.
Il "sistema ombra" finanziario, la sua assoluta demenzialità creativa, è una della cause principali, se non la principale della madre di tutte le crisi.
Certo, le grandi banche americane hanno restituito sino all'ultimo centesimo degli aiuti governativi con gli interessi, ma se l'intervento "divino" governativo ed in particolar modo della Federal Reserve non avesse sospinto amorevolmente i mercati finanziari, solo con la fantasia, il sistema finanziario americano e mondiale, avrebbe potuto realizzare l'impressionante sequela di utili da trading e demenziale speculazione, messa in atto in questi ultimo anno.
Date un'occhiata a quanto sussurra Dundley, governatore della Federal Reserve di New York, WSJ e non dimenticate la frase del nostro governatore della banca centrale, Draghi:
"I banchieri dovrebbero essere consapevoli delle fragilità del sistema", ha detto il governatore di Bankitalia. "Dovrebbero tenere a mente che ci sono molti aspetti fragili in questo inizio di ripresa". ( reuters )
Non solo i banchieri dovrebbero tenerne conto ma anche i mercati, accantonando le loro illusioni, ma in fondo si sa, l'azzardo morale impera, tanto ci pensa lo zio Sam.
Anche la banca di dio...Goldman Sachs, sarebbe fallita se non avesse avuto santi in paradiso, ma qualcuno ama dimenticarlo!
Non c'è una virgola degli ultimi bilanci rilasciati da alcune grandi banche americane che non urli la triste realtà delle dinamiche tradizionali dell'economia reale, bilanci impregnati di utili e profitti insostenibili. Ma il tempo sta muovendo le sue pedine, sullo scacchiere della grande crisi, le sta muovendo in maniera silenziosa, mentre dall'altra parte, si continua a perpetrare gli errori strategici della "Grande Bolla" giapponese.
E meno male che le regole contabili sono state stravolte e che i revisori contabili possono chiudere un occhio o meglio due, perchè l'uragano dell'economia reale, si sta abbattendo sui bilanci delle famiglie e delle imprese americane, affondando tutte le illusioni di questo sistema.
Warren Buffet, sarà anche una leggenda ma parla avvolto dal conflitto di interesse delle sue partecipazioni in Goldman Sachs e Wells Fargo e il senso di vendetta al quale accenna e solo un atto di giustizia, di compensazione.
Come ho sottolineato in un recente post, nulla è stato fatto negli ultimi due anni, nulla se non solo parole e buoni propositi, per riformare un sistema demenziale.
L'errore strategico di questa crisi, è stato l' AZZARDO MORALE " dichiarato, condiviso e sottolineato, spudoratamente perpetrato, l'assoluta sicurezza che a nessuna banca di dimensioni sistemiche sarà mai concesso di fallire.
Il conflitto di interesse ritorna in tutta la sua naturale evidenza, in quanto nazionalizzando i relitti finanziari, gettati sugli scogli, da questa tempesta perfetta, azioni ed obbligazionisti, avrebbero perso in proporzione, tutto o una parte dei loro investimenti, delle loro speculazioni.
La rapidità di intervento nella crisi svedese permise di nazionalizzare tutte le maggiori banche insolventi per isolare il virus di assets tossici con perdite minimi ai danni dei contribuenti. La crisi fu inestata da un rialzo improvviso ed esponenziale dei tassi per far fronte ad una tempesta valutaria con conseguente crollo del mercato immobiliare e successiva svalutazione della corona che permise una rapida ripresa attraverso le esportazioni. Oggi una soluzione di questo genere appare improbabile in quanto oggi la recessione globale è generalizzata come solo durante la Grande Depressione.
Oggi si è privilegiata la scelta indolore, quella di posticipare l'inevitabile nemesi del sistema finanziario; paradossalemente si è scelta la via svedese per liquidare General Motors e Chrysler, mentre si continua a percorrere allegramente la rotta della "Lost Decade" per quanto concerne il sistema finanziario.
Fuori il dente, fuori il dolore, direbbe la saggezza popolare, nazionalizzare le istituzioni, troppo grandi per fallire, smontandole una per una, ma si sa, ciò che si ama smontare oggi è il sistema finanziario tradizionale, quello regionale, scrivendo settimana dopo settimana, la parola fine sul grande libro della FDIC.
Benvenuti nella seconda fase della Madre di tutte le crisi, benvenuti nella realtà della lenta ed inesorabile fine della Quiete prima della tempesta.
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Icebergfinanza come un cantastorie che si esibisce nelle strade e nelle piazze delle città!
La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!
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Postato da: icebergfinanza a gennaio 21, 2010 06:15 | link | commenti (13)
http://icebergfinanza.splinder.com/post/22085453/ERRORE+STRATEGICO%21
Francia, operai azienda metallurgica "sequestrano" 4 dirigenti
Quattro dirigenti del gruppo metallurgico svedese Akers sono "in ostaggio" da ieri sera in una fabbrica nella Francia centrale da alcuni lavoratori che chiedono migliori liquidazioni. Continua a leggere questa notizia
Akers ha annunciato a novembre la chiusura dello stabilimento di Fraisses, con relativo licenziamento di 117 dipendenti.
Il ministro dell'Industria Christian Estrosi ha denunciato l'azione dei dipendenti, non la prima di questo tipo in Francia, e ha chiesto che si arrivi ad una rapida conclusione della vicenda.
"Non ci può essere alcun ritorno al dialogo finché i manager non verranno liberati", ha commentato Estrosi in un comunicato, definendo come "irresponsabile" il gesto dei lavoratori.
Il responsabile dello stabilimento Laurent Dousselin ha detto alla francese iTele di aver parlato con i dirigenti dell'azienda in Svezia e di aver avuto indicazioni di interrompere i negoziati.
"Non è possibile continuare in queste condizioni, perchè siamo a quasi 24 ore di sequestro ormai. In secondo luogo non abbiamo più lo stesso spazio di manovra che avevamo in precedenza, che già non era molto ampio", ha detto Dousselin.
La televisione francese ha fatto sapere che i dipendenti chiedono una liquidazione di 30.000 euro. I sindacati, al momento, non hanno commentato l'episodio, ma alcuni sindacalisti hanno detto che questo genere di protesta, una sorta di ultima spiaggia per i dipendenti, ha procurato concessioni importanti da parte delle multinazionali in passato.
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GLI DO' RAGIONE E SCAPPO 2 SETTIMANE IL THAILANDIA!!!! (zio)
INTESA CI PAGA UNA VACANZA VIA DAI POVERACCI E DAI PRECARI!!!
Ricordo che abbiamo acquistato 300.000 Banca Intesa a 3,16,
come indicato, abbiamo raddoppiato la posizione a 3,07!!!
QUINDI, RIASSUMENDO, LA NOSTRA POSIZIONE E' LONG 600.000 BANCA INTESA A 3,115!!!
QUESTA SERA IL TITOLO HA CHIUSO A 3,135!!!
LASCIAR CORRERE I PROFITTI!!! SU UNA POSIZIONE DEL GENERE CI PORTIAMO A CASA ALMENO 100.000 EURO!!!
PRONTO A PRENOTARE UNA BELLA VACANZA QUI!!!http://www.slh.com/seychelles/fregate_island/frefre.html
E' IL MIO POSTO PREFERITO!!!
VIA DAI POVERACCI E DAI MORTI DI FAME!!
IL PEGGIO E' ALLE NOSTRE SPALLE RELOAD...
2 notizie in "leggera" controtendenza.... ;-)
Crisi, Confcommercio: 2009 si è chiuso con 20.000 negozi in meno
La crisi ha colpito in modo pesante il settore del commercio con il 2009 che si è chiuso con 20.000 negozi in meno. Lo ha detto Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio a margine di un convegno a Napoli sulla criminalità organizzata. Continua a leggere questa notizia
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Sangalli ha auspicato che il governo guardi con attenzione al settore nel definire il decreto sugli incentivi previsto per questo mese.
"Noi ci auguriamo che ci sia un'attenzione per quelle realtà del commercio che soffrono, perché certamente gli incentivi vanno visti in un'ottica più generale", ha detto Sangalli.
"Questa crisi ha colpito in modo particolare l'economia dei servizi. Il nostro centro studi ci ha dato un dato che è preoccupante e che sottoponiamo al governo: il 2009 si chiuderà con 20.000 negozi in meno, nel senso che tra mortalità e natalità il 2009 si chiude con un saldo negativo di 20.000", ha aggiunto.
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CRISI: SCAJOLA, IL PEGGIO E' ALLE NOSTRE SPALLE (2) (ANSA) - ROMA, 20 GEN - ''Troppo spesso, consapevoli dei gravi problemi del nostro Paese - ha proseguito il ministro Scajola - ne dimentichiamo le straordinarie qualita'. La consapevolezza di quello che l'Italia sa fare deve essere forte stimolo per abbandonare polemiche sterili, come lei signor Presidente ha tante volte indicato - ha detto rivolgendosi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - e lavorare con rinnovato e concorde entusiasmo per il bene comune''. Il ministro ha ricordato i punti di forza del made in Italy che ha raggiunto posizioni di leadership a livello mondiale per oltre mille prodotti di nicchia. Il responsabile del dicastero dello Sviluppo economico ha indicato che occorre puntare sull'innovazione, ''vero motore dello sviluppo, la leva su cui agire per competere al meglio nel mondo post-crisi, creando un rapporto sempre piu' stretto tra imprese, universita', centri di ricerca, banche e pubblica amministrazione''. Scajola ha infine ricordato l'impegno del governo per fronteggiare i problemi congiunturali dell'economia e la stretta creditizia per le imprese e, in tale contesto nei giorni scorsi sono stati assegnati ulteriori 250 milioni di fondi comunitari al Fondo di garanzia per le pmi. (ANSA).
L'inflazione nella crisi
di Ilvio Pannullo
Il 2009 sarà ricordato come l'anno dell'inflazione più bassa degli ultimi cinquant'anni. Stando a quanto calcola l'Istat, nell'anno appena concluso i prezzi al consumo sono aumentati solo dello 0,8%: un record imbattuto dal 1959, quando l'inflazione fu pari a -0.4%. Allora il dato segnava l’inizio di una fase di espansione economica che sarebbe stata successivamente ricordata come uno dei periodi più felici nel dopoguerra italiano.
Dalla fine degli anni ’50, infatti, s’innescò in Italia una fase di rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali. Fu un processo che in dieci anni trasformò la penisola da paese prevalentemente agricolo - sostanzialmente sottosviluppato - in un moderno paese industrializzato. Oggi la situazione appare decisamente diversa, nonostante il partito dell’amore, saldamente al governo, dispensi ottimismo per il presente e speranza per il futuro.
Stando ai dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica nel mese di dicembre 2009, l'inflazione è aumentata di pochissimo: appena un + 0,2% su base congiunturale (rispetto a novembre 2009) mentre su base annua, l'aumento registrato è stato dell'1%. Sempre secondo l'Istat, nel 2008 l'inflazione era salita al 3,3%. Anche l'indice Ipca - quello utilizzato in sede europea ed ora utilizzato anche come base di riferimento per i rinnovi contrattuali (depurato però dei prezzi dei carburanti) - ha registrato un aumento dello 0,8% rispetto al 3,5% del 2008. Pare insomma che i dati descrivano una situazione più che positiva, con i prezzi al consumo stabili e le famiglie italiane pronte a cogliere l’opportunità fornita dall’aumento del loro potere di acquisto.
Peccato che nessuno sembra averlo notato. La statistica è, infatti, una materia molto delicata, una scienza non esatta i cui dati rappresentano più una tendenza che una precisa fotografia della realtà. Basti pensare che, in un'ipotetica società formata da due sole persone, di cui una è proprietaria di due telefoni mentre l'altra è nullatenente, secondo la statistica entrambe avrebbero un telefono a testa. Nell’ipotetica società, dunque, non si registrerebbe - questo almeno secondo i numeri - alcuna anomalia.
Quanto appena detto è necessario per comprendere come sia possibile che, dietro a un costo della vita basso come quello accertato dall'Istat per il 2009, si celi una riduzione del potere d’acquisto e del reddito per milioni di famiglie. Se nel dopoguerra l’inflazione zero segnava infatti l’inizio del boom economico, oggi lo stesso dato statistico descrive tuttavia una realtà completamente diversa. Allora il maggior impulso all’espansione economica venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentir loro di reggere l’ingresso dell'Italia nel Mercato Comune Europeo, in quegli anni ancora in costruzione. Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu anche l’aumento produttivo nei settori in cui erano presenti le grandi realtà industriali: le autovetture segnarono un più 89%; la meccanica di precisione un più 83%; le fibre tessili artificiali un più 66,8%. Oggi la realtà dell'economia italiana è purtroppo assai diversa.
La recessione che ha investito l'intera economia internazionale ha colpito gli italiani in modo eterogeneo: chi ha perso il lavoro ha avuto un tracollo del reddito e ha dovuto adattare il proprio stile di vita di conseguenza; i redditi fissi, invece, hanno beneficiato dei prezzi bassi guadagnando addirittura potere d'acquisto, un'occasione preziosa per recuperare gli effetti mai smaltiti dell'introduzione dell'euro. Dal 2001 a oggi, centinaia di prodotti - secondo quanto riportato su Milano finanza del 12 gennaio - hanno subito enormi rincari: si va dal 5% per 250 g di burro, il rincaro più basso, al 290% per un cono gelato, il rincaro più alto. Almeno questa è la teoria.
Nella pratica si osserva infatti che nonostante l'inflazione sia prossima allo zero il potere di acquisto delle famiglie italiane ha continuato a ridursi, come peraltro certificato dallo stesso Istituto nazionale per la statistica: nel periodo ottobre 2008-settembre 2009, il reddito disponibile in termini reali è diminuito dell'1,6% rispetto a un anno prima. La domanda dunque si pone spontanea: come si spiega questo mistero? Come’é possibile che a prezzi bassi corrisponda un potere d'acquisto in calo?
La risposta si trova guardando quelli che sono gli unici prezzi a salire in tempo di recessione. Per esempio tariffe e pedaggi, come nel caso delle Ferrovie dello Stato che a dicembre hanno rivisto al rialzo i prezzi dei biglietti, con punte del 20%. Similmente nel 2010 Autostrade per l'Italia, il gruppo acquistato a debito dalla famiglia Benetton, ha deciso un aumento dei pedaggi del 2,4%. E questi sono aumenti che colpiscono tutti e contribuiscono ad innescarne altri: "In un paese dove l'80% dei trasporti avviene su gomma - afferma la Coldiretti - l'aumento dei pedaggi pesa sui costi della logistica che incidono per quasi un terzo sui prezzi di frutta e verdura". E, per restare in tema di logistica, da marzo anche gli scali aeroportuali potranno applicare rincari compresi fra 1 e 3 euro, in base al volume degli investimenti e al numero di passeggeri di ogni scalo.
Ma non finisce qui: dopo un anno di ribassi sono salite le tariffe del gas (€ 26 in più all'anno); si è adeguato il canone Rai aumentato di € 1,5 in più rispetto al 2009; l'assicurazione auto obbligatoria costerà in media ad ogni famiglia € 130 in più all'anno; il ricorso al giudice di pace € 55; la bolletta dell'acqua € 18; la Tarsu (la tassa sui rifiuti solidi urbani) € 35; i servizi bancari € 30 e le rate dei mutui per l'aumento dello spread applicato dalle banche € 80, annullando o quasi il beneficio derivante dai bassi tassi di interesse a livello europeo. Insomma, un'apocalisse di rincari che secondo l’Adusbef e Federconsumatori ammonterà a € 660 annui. Aumenti - è bene ricordarlo - che non dipendono dall'andamento della domanda ma da decisioni quasi sempre di tipo amministrativo, come le tasse, o da rigide condizioni di mercato (come la Rca) o da quello del credito.
La conseguenza di tutto ciò sarà che chi ha un reddito fisso non riuscirà sostenere l'economia approfittando dei prezzi bassi, perché il suo "bonus da inflazione zero" finirà divorato dai vari aumenti delle tariffe, mentre chi avrebbe bisogno di un po' di respiro riceverà il colpo finale. Secondo Federconsumatori "ogni famiglia sarà colpita nel suo potere d'acquisto per mancati introiti dovuti a cassa integrazione, minori guadagni e disoccupazione, per un ammontare complessivo pari a € 565". Mancate entrate che, se sommate ai 660 euro di rincari significano, più o meno, 1000 Euro in meno all'anno. E, se riparte l'inflazione, sarà ancora peggio.
http://www.altrenotizie.org/economia/2961-linflazione-al-tempo-della-crisi.html
BERNASCONI
La lumaca sembra essere giunta in cima al ramo e non possedere molte alternative. Fermarsi, cadere o ritornare indietro da dove é venuta. Malgrado la chiusura a Wall Street su nuovi massimi non ci abbandoniamo all'entusiasmo. Riteniamo di essere in una fase di top a medio termine ed invitiamo alla prudenza. Abbiamo scartato la caduta e favoriamo una pausa ed un ritorno verso il basso.
In Borsa é giunto il momento di essere prudenti ed un cambiamento di tendenza potrebbe essere vicino. Anche per noi é arrivato il momento per fare dei cambiamenti. Dal 1. febbraio parte un nuovo servizio per la clientela privata. A questo scopo apriremo un nuovo sito: www.bernasconiconsult.com Nella rubrica "Il punto dolente" ottenete maggiori chiarimenti.
Ieri le Borse europee sono inizialmente cadute con perdite che superavano l'1%. Come al solito gli europei hanno dimostrato di agire impulsivamente, irrazionalmente e seguendo solo l'esempio di altri (in questo caso i mercati asiatici). Poi si sono riaperti i mercati americani ed é arrivato un'insperato reversal. Gli indici azionari europei hanno ribaltato la situazione chiudendo la seduta con plusvalenze intorno al +0.9%. Il rialzo é proseguito in America e l'S&P500 ha chiuso su un nuovo massimo a 52 settimane a 1150.23 punti (+1.25%). Se a questo punto qualcuno pensava che avessimo già abbandonato il nostro scenario negativo si sbaglia. Evidentemente questa buona seduta (advances/declines a 4583/1333) riapre la possibilità di una continuazione del rialzo ma non cancella il nostro scetticismo. A fronte di 1366 nuovi massimi a 20 giorni (buono ma non eccezionale) troviamo 470 nuovi minimi. Un dato preoccupante che segnala pressione di vendita. Di conseguenza evitiamo di passare dal pessimismo all'entusiasmo e manteniamo un'atteggiamento possibilista ricordandovi quanto scritto ad inizio settimana: "Il quadro generale si degrada e tra rottura dei supporti in Europa e peggioramento tecnico in America vediamo abbastanza nuvole all'orizzonte per indurci alla prudenza. Se tutto va bene i mercati azionari si bloccano in un movimento laterale con l'S&P500 tra i 1150 ed i 1120 punti. Ma l'alternativa é un'accelerazione al ribasso." Il nostro scenario di lunedì 11 gennaio resta valido: "Pensiamo che il potenziale di rialzo sia limitato ed i massimi del 2010 difficilmente superabili (massimi marginali possibili). Il prossimo movimento significativo dovrebbe essere verso il basso ma é ancora troppo presto - i ribassisti devono aver pazienza ed attendere il loro turno. Il trend di base resta rialzista." Ed infine ripetiamo un'avvertimento: "Sconsigliamo speculazioni al ribasso."
Il dollaro americano si rafforza. L'USD Index é salito a 77.50 punti. Il cambio EUR/USD stamattina é a 1.4270. Il rialzo del dollaro sembra riprendere e potrebbe sostenere un'eventuale ribasso delle borse. Notate la debolezza relativa dell'Euro! L'oro stamattina é a 1132 USD/l'oncia - pensavamo che il prezzo del metallo giallo dovesse scendere fino ai 1000 USD prima che il rialzo riprendesse ma forse ci siamo sbagliati. Per ora manteniamo la nostra previsione: "la correzione in atto ha il potenziale di far ridiscendere il valore del metallo giallo sotto i 1000 USD. Il trend a lungo termine é però rialzista ed i 1000 USD potrebbero costituire un'interessante livello d'acquisto."
Leggete il nostro avviso o visitate il nuovo sito !!!
Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.
L'S&P500 (+1.25% a 1150 punti) é di nuovo salito sui 1150 punti, resistenza e massimo a 52 settimane. Non pensiamo che l'indice sia in grado di accelerare al rialzo ma evidentemente ora questa possibilità é concreta. Non abbandoniamo ancora il nostro scenario visto che strutturalmente il mercato non entusiasma: "L'S&P500 dovrebbe quindi bloccarsi in un movimento laterale tra i 1120 ed i 1150 punti."
Il Nasdaq100 (+1.66% a 1895 punti) si é comportato come l'S&P500 e si trova nella stessa situazione tecnica. Ripetiamo quindi la nostra previsione: "Supporto é a 1820 punti. Non abbiamo l'impressione che l'indice sia già pronto ad accelerare al ribasso e per i prossimi dieci giorni favoriamo un movimento laterale tra i 1820 ed i 1900 punti." Oggi non abbiamo neanche l'impressione che un'accelerazione al rialzo sia possibile...
L'Eurostoxx50 (+0.91% a 2984 punti) é prima caduto per poi recuperare con decisione senza ragione tecnica apparente. Questa volatilità ci ha sorpreso e siamo un pò perplessi. Il nostro scenario di base é corretto: "A medio termine vediamo un degrado della situazione. È possibile che l'indice si blocchi ora in un movimento laterale tra i 2940 ed i 3044 punti ma un'accelerazione al ribasso in direzione 2800 punti diventa possibile." ma a corto termine fatichiamo a seguire. Oggi l'apertura dovrebbe essere invariata e non sapppiamo cosa potrebbe succedere.
Il DAX (+0.98% a 5976 punti) si é comportato come l'Eurostoxx50. Anche per questo indice lo scenario a medio termine é corretto con un punto di domanda per quel che riguarda i prossimi giorni: "Prossima forte resistenza é solo a 6150 punti, supporto é sui 5850 punti. Il trend é rialzista e per ora non esistono segnali per un cambiamento di tendenza. Noi però favoriamo a breve l'inizio di un periodo negativo ed attendiamo sviluppi in questo senso." Stamattina il DAX apre in leggero calo (-0.2%).
L'SMI (+0.46% a 6633 punti) si é comportato come il resto dell'Europa mostrando però meno volatilità. Probabilmente su questo indice si sono meno speculatori all'opera. Vi ricordiamo la previsione di lunedì 11 gennaio che restano valide: "Il trend é positivo e l'indice potrebbe salire verso la prossima resistenza a 6850-6890 punti. Come per gli altri indici e malgrado la mancanza di conferme tecniche, noi favoriamo però l'inizio di una fase negativa. Supporto é a 6500 punti." All'inizio di questa settimana abbiamo ristretto il range di oscillazione: "In teoria l'indice dovrebbe bloccarsi in un movimento laterale tra i 6500 ed i 6666 punti (massimo annuale)." e non abbiamo ancora ragioni per cambiare opinione.
Scenario 2010 Per i prossimi mesi prevediamo una sostanziale correzione delle borse dopo il rally di marzo - dicembre 2009. Probabilmento l'S&P500 toccherà nel corso di quest'anno un minimo tra i 740 ed i 820 punti. La performance annuale dovrebbe essere negativa e l'S&P500 dovrebbe terminare il 2010 intorno ai 900 punti. Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra alle nostre spalle, le stime ufficiali per il 2009 (al 3 novembre 2009) sono risalite a 56.22 USD. Quelle per il 2010 sono addirittura al'incredibile livello di 74.99 USD. Capitalizzando gli utili 2009 con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 900 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Debitiamo inoltre che i dati relativi al 2010 siano realistici. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 50 USD e la ripresa fosse anemica (come ritiene una buona parte degli economisti), un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 600 USD. Riassumendo, tecnicamente e fondamentalmente i 1115 punti di S&P500 raggiunti a fine 2009 corrispondono secondo noi ad una sopravalutazione del mercato. La prossima dovuta sostanziale correzione ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.
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Comunicare un licenziamento mica è facile. Ci vuole tatto, ci vuole umanità. E che tatto e quanta umanità ha avuto l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne. Pochi giorni fa, Marchionne - per comunicare il licenziamento in tronco di tutti gli operai siciliani della fabbrica di Termini Imerese, in provincia di Palermo - si è limitato a dire che la chiusura del loro stabilimento arriverà puntuale nel 2012. E che questa decisione - quella di chiudere, appunto - è ormai, testuali parole, “irreversibile”. Un po’ come il coma che precede la morte. Amen. Con buona pace delle 1.300 e passa persone che ci lavorano dentro; e pure degli altri 800 operai che lavorano fuori (nelle aziende del cosiddetto indotto).
Duemila i (potenziali) licenziamenti, quindi. E mirabili le ragioni. Punto primo:
“La Fiat - ha detto Marchionne - è un’azienda e ha le responsabilità di un’azienda. Non ha le responsabilità di un governo, è il governo che deve governare. Siamo il maggiore investitore in Italia, ma non abbiamo la responsabilità di governare il paese”.
Tradotto: la Fiat mica è Babbo Natale e i disoccupati non sono affar suo.
Punto secondo:
«A livello globale - ha ricordato Marchionne - la nostra industria ha la capacità di produrre circa 94 milioni di auto all’anno, circa 30 milioni in più di quante se ne vendono. Un terzo di questo eccesso di capacità si trova in Europa (…). La ragione è semplice. I produttori europei semplicemente non chiudono gli impianti. E questo perché ricevono spesso fondi per non farlo. L’ultima volta che un impianto in Germania è stato chiuso, la Seconda Guerra Mondiale doveva ancora iniziare”. “Questo problema coincide con l’apparente determinazione a fare del settore automobilistico l’ultimo bastione del nazionalismo economico del continente. È passato più di mezzo secolo è passato da quando il Trattato di Roma è stato firmato, e i governi europei continuano ancora ad agire come se fossero le infermiere delle rispettive case automobilistiche nazionali, discriminandosi fra paesi“.
Che sempre tradotto, sembra volere dire: cari politici, siamo nel terzo millennio; dovreste proprio piantarla di preoccuparvi tanto e di riempire di soldi le vostre case automobilistiche.
Parole e concetti chiarissimi, per carità. Che fanno tanto imprenditore serio e libero mercato. Ma che sfortunatamente - e sfortunatamente per Marchionne, s’intende - cozzano con altre parole e altri concetti sempre usciti dalla bocca dell’amministratore delegato della Fiat. Perché: non era forse Marchionne quel signore col maglione blu che l’inverno scorso - e precisamente nel gennaio del 2009 - aveva chiesto a gran voce al governo Berlusconi di mettere mano al portafoglio e pagare una ricca messe di incentivi alla rottamazione, pena il licenziamento di 60mila persone? E non è stato sempre Marchionne - questo autunno, a settembre - a invocare con toni apocalittici una proroga dei soliti incentivi per la solita rottamazione, che se no sarebbe successo “un disastro”? E non è forse la Fiat guidata proprio dal signor Marchionne che da quattro anni a fila - quattro anni a fila: 2007, 2008, 2009 e con tutta probabilità 2010 - chiede e ottiene regolarmente gli incentivi di cui sopra, pagati con i soldi di tutti i contribuenti, anche di quelli che la macchina non la cambiano da lustri? Risposta: assolutamente, sì.
E va anche detto - a onor del vero - che Marchionne, nell’andare in giro con il cappello in mano, non ha fatto altro che seguire una consolidata tradizione di famiglia.
Dei Marchionne, cioè? No, degli Agnelli. Che di Fiat sono da sempre i proprietari. E infatti. Per chi avesse scarsa memoria: quattro anni fa - nel 2005, in una intervista a Repubblica - l’allora ministro del Welfare, Roberto Maroni si lanciò in un calcolo a cicche e spanne. E concluse che da quando la bonanima dell’Avvocato Agnelli aveva assunto la direzione dell’azienda, lo Stato aveva trasferito a Fiat - sotto varie voci - qualcosa come un milione di miliardi di vecchie lire. Pari a circa 500 miliardi di euro. Una cifra astronomica, che - disse sempre Maroni tanto per chiarire di quale montagna di soldi si trattasse - sarebbe bastata per comprare la statunitense General Motors. E non quella mezza fallita di oggi. Bensì quella florida di quattro anni fa, quando la General Motors era ancora la prima azienda automobilistica al mondo.
Soldi - bisogna aggiungere - che però la Fiat ha sempre reinvestito. Soprattutto all’estero. Per esempio a Belo Horizonte, in Brasile. Dove - come ha ricordato il Corriere della Sera, domenica scorsa (in un articolo purtroppo non disponibile on line) - la casa torinese ha da tempo una fabbrica da 9.400 dipendenti che produce ben 730mila auto all’anno. E ancora in Polonia. Dove sempre per esempio e sempre Fiat ha un altro stabilimento a Tichy che scodella altre 650mila vetture, ogni dodici mesi. Il risultato? Oggi Fiat produce più macchine in Polonia e Brasile che in Italia (1,4 milioni contro solo 650mila effettivamente made in Italy). E in futuro andrà peggio. Perché Termini Imerese dovrebbe chiudere, e a quel punto rimarranno sull’italico suolo soltanto quattro fabbrichette (a Torino, Cassino, Pomigliano d’Arco e Melfi). E perché una buona fetta dei quattrini guadagnati negli ultimi anni - anche grazie agli incentivi pagati dai contribuenti italiani - sono stati pure loro regolarmente reinvestiti. Ma in Serbia. Lì, Fiat ha deciso di comprare una storica fabbrica di automobili, la Zastava (costo: circa 700 milioni di euro, secondo “il Corriere della Sera”). E - corentemente con il nuovo corso stile “imprenditori del terzo millennio” e “avanti tutta con il libero mercato” - la casa torinese, per l’occasione, ha pure scelto un socio di eccezione, che sarà partner di Fiat con una quota del 33%. Lo Stato serbo.
Dulcis in fundo, gli Stati Uniti. Nella culla del libero mercato, la nuova Fiat targata Marchionne è sbarcata da poco, ma è risucita subito a farsi riconoscere. Fiat, nel 2009, ha messo le mani su uno storico marchio a stelle e strisce: la Chrysler. Cosa nota ai più anche perché ben strombazzata dai mass media tricolori. Meno noto è che la Chrysler “Fiat style” - secondo il “New York Times” - ha già ottenuto 6,6 miliardi di dollari di fondi dallo Stato. Stato (americano, questa volta) che ha anche un ruolo tutto particolare: quello di azionista - assieme a Fiat e ai sindacati - di Chrysler.
Perché, sapete com’è?, il libero mercato è il futuro. Ma per costruire il futuro c’è sempre tempo. E perché siamo tutti liberisti nel “core”. Ma con il portafoglio degli altri.
FINANZA/ I fondi avvoltoi ora volteggiano su Haiti
mercoledì 20 gennaio 2010
Obama fa scuola. Il ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, ha proposto all'Ecofin di «discutere la possibilità di introdurre una tassa sulla stabilità» nell'Unione europea, sul modello di quanto fatto dagli Stati Uniti. «Il sistema finanziario dovrebbe pagare per i costi reali che impone alla società e ai contribuenti sotto forma di garanzie statali implicite per le banche con importanza sistemica», ha scritto Borg in una lettera al presidente dell'Ecofin, la spagnola Elena Salgado.
«Una tassa pagata dalle istituzioni finanziarie darebbe un contributo ai nostri sforzi verso il consolidamento finanziario, ma accrescerebbe anche la legittimità delle nostre misure nei confronti del settore finanziario nella pubblica opinione», ha aggiunto Borg, osservando che «inoltre una tassa sulla stabilità aiuterebbe a risolvere il problema delle banche con importanza sistemica e il problema delle “too big to fail” (troppo grandi per fallire) che viene discusso ampiamente in numerosi forum internazionali».
Ovviamente questo non accadrà mai, visto che non siamo nemmeno riusciti a imporre un sacrosanto stress test a livello europeo per le banche continentali, le quali hanno continuato bellamente a nascondere nei bilanci i titoli tossici e a giocare con gli off-balance-sheets come se rimandando la risoluzione dei problemi questi sparissero magicamente da soli.
C'è però un problema ulteriore: Obama, con la sua decisione di chiedere il conto ai giganti di Wall Street, sta giocando una pericolosa mano di poker contro il proprio destino politico. Interpellato dalla Cnbc, Richard Bove, analista della Rochdale Securities, ha infatti definito quanto posto in essere dal presidente Usa «un'espropriazione in stile venezuelano», di fatto accomunando Obama a Chavez e bollandolo di comunismo.
Non è un'accusa da poco negli Usa, tanto più che già la riforma sanitaria ha fatto terminare l'inquilino della Casa Bianca nel mirino degli oppositori con accuse da maccartismo in piena regola. Da almeno dieci giorni diciamo che è in atto una campagna per destabilizzare l'amministrazione Usa, questa è certamente una parte sostanziale di essa.
Il mondo del business più sfrontato non vuole che la crisi diventi l'occasione per porre un argine alla speculazione più bieca e alle pratiche più inaccettabili. Come ad esempio quella di Goldman Sachs, pronta ad annunciare un bonus multi-milionario per i propri dipendenti. Oppure Deutsche Bank, intenzionata ad alzare gli stipendi dello staff. Oppure Citigroup, che festeggia i propri risultati in linea con quanto previsto dagli analisti - una perdita di quasi otto miliardi di dollari, 33 cents ad azione contro i 30 previsti - e dà una spinta alle Borse nonostante il crollo delle revenues: va bene così, sono un mondo a parte e vogliono restare tali. Non fatevi abbindolare dalle notizie come vengono vendute: purtroppo la crisi ha reso solo un certo tipo di capitalismo più aggressivo di prima, poiché ne ha esposto i limiti e quindi creato le condizioni per un suo superamento. Obama, almeno così si vocifera a Londra in ambienti finanziari, era pronto a mettere mano alle dark pools e alle contrattazioni over-the-counter, ma qualcuno gli avrebbe suggerito di lasciar perdere: meglio non toccare troppo gli interessi di Wall Street. La crisi non li ha cambiati, li ha solo resi peggiori. Prendiamo la cronaca di questi giorni. Il Club di Parigi - l'organizzazione che raggruppa i principali Paesi creditori - ha chiesto anche alle altre nazioni di annullare il debito di Haiti, dopo il violento terremoto che ha colpito martedì scorso la capitale Port-au-Prince causando decina di migliaia di morti. «Tenuto conto delle spese finanziarie che Haiti dovrà sostenere per al ricostruzione, il Club di Parigi chiede agli altri creditori di annullare la totalità del debito haitiano», si legge in un comunicato dell'organizzazione, che da parte sua ha già cancellato i 214 milioni di dollari dovuti da Port-au-Prince ai Paesi membri. Fino al settembre del 2008 il debito estero totale di Haiti ammontava a 1,88 miliardi di dollari: oltre ai Paesi membri del Club di Parigi i principali creditori sono Venezuela e Taiwan. Quel debito non sarà mai annullato: verrà comprato dalle banche, le quali poi gireranno il tutto ai vulture funds - i fondi avvoltoi - pronti a battere cassa, non appena l'impegno internazionale avrà rimesso in sesto il paese, con tassi di interesse da usura. È normale, è sempre andata così. Solitamente, occorre essere onesti, alcuni paesi del Terzo Mondo “meritano” le attenzioni dei vulture funds per far conoscere al mondo regimi di satrapi che vivono nel lusso mentre i propri concittadini muoiono letteralmente di fame nonostante miliardi di dollari di aiuti dei paesi sviluppati, in questo caso però siamo alla speculazione pura su una tragedia: a New York come a Londra, si stanno mettendo in pratica strategia per speculare su quei palazzi sbriciolati dal terremoto. Certamente non è core business, qualche biliardino per gonfiare le tasche e garantirsi dividendi più alti: i bonus che le banche, d'affari e non, stanno pagando ai loro manager in questi giorni sono immorali allo stesso modo. Non perché chi produce ed è bravo non meriti un riconoscimento, anzi. Ma perché se ci troviamo in queste condizioni lo dobbiamo alle banche, grandi e medie, non certo ai fondi speculativi che sulla crisi hanno gravato per meno del cinque per cento e come loro abitudine non scatenano tempeste ma salgono in giostra a cose fatte, guadagnano e scappano. Il fatto che in attesa della trimestrale di Citigroup le Borse stessero crollando e, nonostante le perdite del colosso Usa, il fatto di aver buttato al vento “solo” otto miliardi di dollari le abbiamo risollevate un po' dovrebbe farci riflettere su un sistema completamente malato: c'è troppa liquidità sul mercato, troppi soldi facili e a basso costo che governi e istituzioni finanziarie devono smettere di pompare, il prima possibile, puntando anche a un graduale innalzamento dei tassi. La Gran Bretagna pagherà caro, nella seconda metà di quest'anno, la politica di quantative easing disinvolta della Bank of England e anche gli abusi del Tarp statunitense non faranno che portare a logiche perverse come quelle dei bonus accoppiati alle accuse di comunismo ad Obama: il sistema è fuori controllo, o il G20 interviene d'urgenza oppure il peggio potrebbe essere davvero alle porte. La crisi potrà anche terminare, l'economia globale ripartire ma questa logica che sottende il capitalismo in salsa rapace non farà altro che creare le condizioni per altre crisi: ovviamente, vista la debolezza sistemica, sempre più pericolose.