Facciamo il punto sulla tempesta perfetta
Il clamoroso conflitto d’interesse dei certificatori
Uno degli aspetti più odiosi messi a suo tempo in luce dallo scandalo della Enron e da altri casi analoghi dei primi anni del nuovo millennio era stato il ruolo perverso svolto nelle vicende di allora dalle società internazionali di certificazione dei bilanci. Si era così scoperto nel corso delle indagini che, tra l’altro, esse approvavano qualsiasi cosa che volessero le imprese, che in particolare la Arthur Andersen - una delle più grandi del settore - era stata nel tempo complice attiva nei reati venuti fuori con il caso Enron (per tali fatti la società di auditing fu alla fine giustamente costretta a chiudere i battenti) e che una delle vie attraverso le quali passavano normalmente le combine società di auditing-imprese certificate era costituita dalla presenza di vaste attività di consulenza che le stesse società di revisione svolgevano per le imprese clienti.
Usciva così alla luce un grande e strutturale conflitto di interessi, che non ha mancato certo di dare poi con il tempo i suoi frutti perversi. Con la chiusura della Arthur Andersen e con il manifestarsi inoltre nel settore di importanti processi di fusione ed acquisizione interni, le grandi società di certificazione internazionale sono rimaste alla fine soltanto in quattro e segnatamente la PricewaterhouseCoopers, la KPMG, la Ernst & Young e la Deloitte. Si è creata quindi una situazione di oligopolio ristretto, con la minaccia concreta inoltre che, in un prossimo futuro, il numero dei protagonisti si possa ridurre ulteriormente.
Lo scoppio della crisi economica e finanziaria in atto non aveva sino a questo momento portato a notizie particolari sul fronte delle società del settore. Ma ora, un articolo apparso sul settimanale The Observer del 20 dicembre ci informa di nuovi sviluppi in proposito non proprio edificanti e forieri probabilmente di ulteriori problemi. Le informazioni riportate nell’articolo si riferiscono specificamente al caso britannico, ma esse hanno delle implicazioni più vaste dal punto di vista geografico.
L’Office of Fair Trade del paese sta svolgendo indagini sul fatto che, almeno in Gran Bretagna, si ripropone oggi il problema che le società di auditing svolgono anche attività di consulenza per le aziende per le quali espletano le certificazioni di bilancio. In particolare, le cifre mostrano come tali società abbiano svolto nel 2008 attività di certificazione per quanto riguarda il perimetro delle 100 imprese britanniche più importanti - incidentalmente, risulta che solo una di tali società non è revisionata dalle quattro grandi - per un valore di circa 545 milioni di sterline e contemporaneamente come esse abbiano anche fatturato alle stesse società, sempre nel 2008, circa 264 milioni di sterline per attività di consulenza. In ben 26 casi, poi, la stessa attività di consulenza ha superato in termini quantitativi quella di revisione dei bilanci.
Naturalmente, le società di certificazione si difendono, affermando che esse, tra l’altro, hanno eretto dei muri di separazione netta, dal punto di vista organizzativo, tra le due attività. Intanto, comunque, le indagini procedono. Nel frattempo le stesse società di certificazione si stanno preparando, in Gran Bretagna come in altri paesi, compresi gli Stati Uniti, per le battaglie legali che certamente scoppieranno in un prossimo futuro in merito al loro eventuale ruolo nel fallimento e nelle difficoltà finanziarie di molte banche, grandi e piccole. Non risulta che in alcun caso le imprese di revisione abbiano in qualche modo segnalato, negli scorsi anni, dei problemi e delle irregolarità contabili in tali istituzioni. Tra l’altro, viene sottolineato da qualche parte come ci sia un concreto pericolo che le dispute legali correlate a tale questione potrebbero condurre al fallimento di qualche altra società del settore della revisione, ciò che aumenterebbe il grado di controllo sul business da parte di un numero ristretto di società, con tutti i correlati pericoli di intese occulte tra le stesse a danno del mercato della certificazione.
Ben Bernanke “uomo dell’anno”, mentre si attende l’iperinflazione e un governo mondiale
Milano (AsiaNews) - Il settimanale statunitense Time ha eletto “Uomo dell’anno” Ben Shlomo Bernanke, il governatore della Federal Reserve americana. A prima vista la scelta può avere diversi livelli di lettura. Si potrebbe infatti attribuire la scelta al ritorno dei mercati azionari ed obbligazionari mondiali verso livelli di quasi normalità: fenomenale in particolare è stato il rimbalzo della borsa americana, risalita quasi del 60 % negli ultimi nove mesi.
In tale ottica, dedicando la propria copertina a Bernanke, il Time avrebbe una motivazione ben chiara, proprio quella in effetti dichiarata. Sarebbe cioè un riconoscimento all’uomo che, dopo il quasi fallimento di Bear Stearns, il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, GMAC e di AIG[1], e dopo l’isolato, ma traumatico fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, ha salvato – con fondi pubblici [2] – il grosso del sistema bancario americano (Citibank, Bank of America, ecc.) e mondiale dal rischio di un’imminente sbriciolamento (o meglio dalla certezza di un’inarrestabile evaporazione). Non vi potrebbe essere impresa e risultato maggiore nel curriculum – non punteggiato da altri specifici e notevoli contributi teorici e pubblicazioni – di un comune professore di Princeton diventato il governatore della maggiore banca centrale del mondo. Bernanke, dunque, sarebbe, come Ettore o Achille in tempi epici, un eroe della finanza, un eroe della nostra epoca, che epica certo non è, dato che tutto basa sul calcolo economico e sul predominio della pecunia.
La ripresa economica è stentata, forse inesistente
Se questa è l’ipotesi corretta, si può dire come minimo che il riconoscimento da parte del Time è un po’ troppo precoce. La ripresa della borsa americana non ha molto senso perché, tranne pochissime eccezioni, la ripresa economica delle imprese è a dir poco stentata, se non inesistente, negli Usa come nel resto del mondo. Non sono ancora disponibili i bilanci delle imprese, ma di certo non saranno a tal punto brillanti da giustificare un così deciso rimbalzo borsistico.
In particolare, nei paesi più sviluppati, quei settori industriali che non hanno beneficiato di sussidi statali hanno registrato forti cali di fatturato, in media anche del 20 - 30 % – ed in certi casi anche del 50 % [3]. Pur con ogni possibile acrobazia contabile, è difficile supporre perciò che nell’economia reale vi siano grossi utili, tali da giustificare le attuali quotazioni dei mercati finanziari. Laddove le imprese, in casi specifici, avranno pur potuto contenere in qualche modo i danni, nella maggior parte dei casi il risultato è stato ottenuto non grazie ad un aumento delle vendite, ma comprimendo i costi. Infatti la domanda aggregata – cioè delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione – è diminuita e negli Usa si stima un calo del 20 % dei consumi per le classi di reddito medio ed inferiore [4].
Disoccupazione negli Usa e in Cina
Ridurre i costi significa che le imprese hanno potuto contenere le perdite riducendo gli investimenti per la ricerca e l’innovazione di prodotto e di processo, ma non solo. Spesso il contenimento delle “spese” è stato ottenuto soprattutto con riduzioni del personale. Di fatti, nonostante il pacchetto di stimolo senza precedenti storici, voluto con tanta enfasi da Obama, la disoccupazione americana è ancora in forte crescita: è oltre il 9 % secondo i dati ufficiali, oltre il 20 % se si adottano i più realistici criteri econometrici in vigore prima dell’era Clinton.
Non diversa è la situazione in molti altri Paesi. In Cina, ad esempio, i lavoratori migranti, che più di chiunque altro nel Paese hanno subito il peso della crisi, non ne hanno tratto beneficio nemmeno in termini di livelli di occupazione. Il loro impiego era e resta legato all’esportazione drogata dal tasso di cambio dello yuan renminbi – la valuta cinese – fortemente sottovalutato rispetto al dollaro ed alle altre valute convertibili[5].
Si può dire che i due maggiori pacchetti di stimolo economici del 2009, quello americano e quello cinese, non hanno sortito alcun effetto reale, per lo meno in termini di occupazione, che era l’obbiettivo preannunciato.
Era logico che così fosse perché i due Paesi vivono di una simbiosi speculare: uno produce, è la “fabbrica del mondo” grazie al cambio arbitrariamente fissato dal Partito Comunista Cinese; l’altro consuma: il 70 % del Pil Usa è dato dai consumi in deficit da vari decenni, fra cui deficit del commercio estero, del bilancio pubblico, del risparmio delle famiglie e del debito estero delle imprese americane.
Era logico che così fosse perché, al di là delle apparenze superficiali – il colore della pelle del nuovo presidente americano o i grattacieli e la “modernizzazione” del regime cinese – e delle speranze, o meglio delle illusioni generate dalle rispettive propagande, nessuno aveva ed ha intenzione di cambiare le distorsioni di fondo del sistema.
Era logico che così fosse perché la globalizzazione non poteva che produrre un sistema di interdipendenze squilibrate: è la sintesi hegeliana di due “moderne” contrapposizioni del secolo scorso, eredità ancora dell’ottocento, di due opposti, ma in pari misura strutturalmente squilibrati materialismi.
Lo spettro dell’iperinflazione
Se la ripresa della borsa americana da un lato non ha molto senso, dall’altro lato un senso ce l’ha. Purtroppo però è un senso davvero sinistro perché ci indica che i mercati finanziari si attendono e scontano il sopraggiungere dell’iperinflazione. Per chiarirci, il valore di un’azienda non è dato solo dalla sua capacità di produrre utili futuri, ma anche da quello intrinseco del suo patrimonio tangibile, ad esempio terreni, capannoni industriali e simili. Allo stesso modo la quotazione in borsa di un titolo non esprime solo gli utili attesi, ma i mezzi propri, i suoi averi. Se è difficile ipotizzare un incremento medio del 60 % dei profitti aziendali nel prossimo futuro è evidente che il rimbalzo di borsa può aver senso solo se si pensa che aumenti il valore dei beni delle aziende per effetto dell’inflazione. In tal caso, se le ipotesi sono corrette e le quotazioni di borsa adeguate, l’inflazione attesa è piuttosto forte, ben superiore al 60 % perché si devono scontare le perdite di esercizio di questo e dei prossimi anni. Dal punto di vista più generale dell’economia, se ne deduce che agli effetti di una fase - quella attuale - di grande depressione si andrebbero perciò a cumulare quelli di un inflazione a due o tre, anche quattro cifre. Gli economisti la chiamano iperinflazione, uno dei fenomeni più socialmente distruttivi. Dagli archivi della storia rispuntano quindi gli spettri della Repubblica di Weimar, che in Germania spianò la strada ad Hitler; da quelli della cronaca si riaffacciano i disastri dello Zimbabwe. Non è, non vuole essere, gratuito catastrofismo, ma solo un modo leggere in maniera razionale un rimbalzo borsistico che difficilmente è spiegabile in termini di andamento degli utili netti aziendali.
Si può certo ipotizzare che gli attuali valori di borsa negli Usa sono soltanto troppo gonfiati rispetto al probabile livello degli utili e di conseguenza dedurne un prossimo nuovo forte crollo.
L’abisso del debito pubblico americano
Anche se AsiaNews non ha pretese di essere un bollettino di previsioni finanziarie, questa seconda ipotesi non appare però convincente, pur ammettendo come probabile un forte saliscendi di borsa. La ragione sta nel livello davvero abnorme dell’indebitamento del sistema americano, includendo in tale definizione sia il debito formalmente emesso che gli impegni debitori. Nel settembre 2008 ad AsiaNews dopo i salvataggi finanziari effettuati fino ad allora da Bernanke - includendo nell’indebitamento pubblico anche quello delle amministrazioni locali e l’esposizione debitoria di enti a capitale pubblico - avevamo calcolato “debito pubblico americano” pari a “59.300 miliardi di dollari, e cioè 200.060 dollari pro capite di debito pubblico, inclusi vecchi, malati e bambini: il 429,37 % del Pil” [6]. Secondo altri economisti – John Williams – la cifra oggi è ben maggiore, circa 75:000 miliardi di dollari[7] ,ben oltre cinque volte il Pil americano.
Se consideriamo che il debito delle famiglie americane è uno dei più alti al mondo, circa il 99 % del Pil; che il debito delle aziende Usa è anch’esso il maggiore del mondo, più del 300 % del Pil; che oltre il 95 % del debito estero statunitense è detenuto da residenti esteri, di cui circa il 50 % è detenuto da Giappone e Cina, l’ipotesi che il Tesoro americano non possa far fronte ai propri impegni mediante le imposte e che debba perciò ricorrere ad emettere sempre più moneta non è fantascientifica, ma probabile. In tali condizioni ci sono tutte le premesse dell’iperinflazione. Un qualsiasi evento politico, anche minimo, basterebbe come innesco[8]. È dunque difficile che ci si possa sottrarre a tale esito, e le conseguenze politiche saranno a dir poco epocali non solo negli Usa, ma anche in Europa, in Asia e nel resto del mondo.
La “salvezza” di un governo bancario mondiale
Quella attuale non è perciò solo una crisi peggiore di quella del ’29 - ’33. L’iperinflazione, quando la si lasci scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale. Forse è questo il segreto scopo dei vari governatori della Federal Riserve - tra cui Bernanke - che nel corso degli ultimi 20 anni[9] hanno posto le premesse dell’iperinflazione: da un mondo prima bipolare, all’epoca dell’Unione Sovietica, e poi unilaterale, il segreto proposito, il loro vero intento nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un governo mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà. Il sogno di Serse di ordine, tolleranza e concordia mondiale si potrebbe forse concretizzare ai nostri giorni, a meno di nuove, forse improbabili, Termopili.
Questa – è però improbabile – potrebbe forse essere una seconda lettura della decisione del Time di dedicare la copertina a Bernanke. In altri termini l’onore tributatogli è così palesemente paradossale da far ipotizzare che sia un modo per lanciare un avvertimento in un mondo caduto sotto il dominio della falsità.
[1] Sono le società a capitale privato ma di interesse nazionale che dall’epoca del presidente Roosevelt, settant’anni fa, hanno garantito i mutui immobiliari USA, oltre che la società (la AIG) che assicurava i rischi sui prestiti dei mercati finanziari. [2] Secondo Neil Barofsky, ispettore generale cui è stato affidato il compito di supervisione sui molti programmi di salvataggio finanziario, il relativo costo sarà in totale pari a 23.700 miliardi di dollari, un po’ meno del 165 % del Pil Usa.
[3] La logica conseguenza è che se delle singole aziende possono aver registrato un calo di fatturato del 30 % altre possono aver avuto una diminuzione del 70 %. Un calo di fatturato di tale genere a equivale ad un livello di perdite che rende nella maggior parte dei casi inevitabile la chiusura o il fallimento di un’azienda.
[4] Vedi : l’ultimo rapporto Gallup sull’andamento dei consumi: al roseo titolo: "Upper-Income Spending Reverts to New Normal" – Ritorna di nuovo normale la spesa nel segmento di reddito superiore – corrisponde nel testo un ben più sobrio contenuto (Still, consumer spending by both income groups – middle and lower-income – continues to trail year-ago levels by 20 per cent) – Ciononostante, la spesa di entrambe le classi di reddito, medio ed inferiore, continua a rimanere indietro del 20 % rispetto ad un anno fa.
[5] In termini di parità del potere d’acquisto interno cinese, vedi AsiaNews.it, 07/07/2009, I titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina
[6] Vedi AsiaNews.it, 30/09/2008, Quanto è profondo l’abisso del caos economico, sociale e politico
[7] Vedi l’intervista a John Williams su Fairfield County Weekly del 31/12/2009 We're Screwed!
[8] Nel caso della Repubblica di Weimar, il detonatore fu l’occupazione della Ruhr nel marzo del 1921 da parte della Francia e del Belgio, motivata dalla mancato pagamento delle riparazioni stabilite con il trattato di pace di Versailles dopo la 1a Guerra mondiale.
[9] Vedi AsiaNews.it, 07/08/2006, Il collasso del sistema finanziario mondiale
WALL STREET, LA CIA E I COLPI DI STATO
di Marcelo Perez Suarez
Granma
IGLOO IMMOBILIARE, TEMPERATURE POLARI!
Come si legge su Wikipedia, l'ibernazione è quella condizione biologica in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo, il battito cardiaco e il respiro rallentano, il metabilismo si riduce e la temperatura corporea si abbassa.
Sembra proprio che il mercato immobiliare relativo alle nuove abitazioni sia caduto in una sorta di stato di quiescenza, nel quale la sua dinamica è notevolmente rallentata, un lungo letargo nel quale l'organismo si nutre solo della speranza di un nuovo sostegno governativo.
Paradossalmente gli incentivi governativi sembrano aver risvegliato dal lungo terpore il mercato immobiliare delle abitazioni esistenti, sottraendo quindi linfa vitale alle contrattazioni di nuove abitazioni che recentemente hanno stabilito il nuovo record negativo mensile di vendite dal lontano 1966 per quanto riguarda il mese di novembre.
Come abbiamo già visto è fondamentale il contributo che la dinamica delle vendite di nuove abitazioni da all'economia americana, creando occupazione e favorendo tutto l'indotto che circonda il settore edilizio.
E' importante sottolineare che non si tratta solo di occupazione ma anche di investimenti residenziali che come abbiamo visto hanno contribuito a risollevare in parte le sorti della crescita anemica del PIL del terzo trimestre di quest'anno.
L'ultima revisione degli investimenti residenziali ha contribuito a ridurre l'ultima lettura del PIL, quella definitiva. Ho l'impressione che questa dinamica non mancherà di ammortizzare negativamente, anche il rimbalzo relativo all'ultimo trimestre dell'anno.
Inoltre a differenza della maggioranza degli economisti e degli analisti, ritengo che la crescita definitiva e risottolineo definitiva, dell'ultimo trimestre, difficilmente supererà il 3, massimo 3,5 % con il contributo almeno del 50 % della dinamica degli inventari, dinamica che il prossimo anno, verrà spenta dalla mancanza di una ripresa dei consumi finali. Deleveraging e risparmio, contribuiranno a tenere sotto pressione i consumi.
Per il prossimo anno le visioni di una crescita intorno al 4/4,5 % assomigliano più all'ennesimo atto di speranza che ad una razionale analisi della situazione reale, una crescita che in realtà prevedo decisamente recessiva ovvero tra l'1 e il 2 %, con la possibilità di assistere nell'ultima parte dell' anno ad una nuova "double dip recession".
Ma di queste dinamiche dell' economia e di altre questioni fondamentali ne parleremo insieme in LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA, una analisi a tutto campo sulle prospettive macroeconomiche e sui mercati finanziari, dedicata a coloro che hanno contribuito o vorranno contribuire alla navigazione di Icebergfinanza.
Dalle iniziali 430.000 unità comunicate siamo scesi ad una revisione di 400.000 sino al crollo finale che porta il risultato di settembre a 355.000 unità.
This is 11.3 percent (±11.0%) below the revised October rate of 400,000 and is 9.0 percent (±15.3%)* below the November 2008 estimate of 390,000.( Census )
Non solo la revisione diminuisce sensibilmente la precedente rilevazione, ma la percentuale di errore della rilevazione di novembre, ha un margine di errore di un altro 11% in più o in meno. Sarà interessante osservare la dinamica del mese di dicembre, mese storicamente nel quale il numero delle vendite diminuisce drasticamente.
Nel primo semestre o al massimo entro i primi nove mesi del prossimo anno, i fondamentali ritroveranno la giusta considerazione all'interno di un mercato che vive una evidente sovravalutazione fondamentale nell'ordine del 40/50 %.
Alcune evidenti crepe si stanno insinuando tra il sottile ghiaccio delle agenzie governative, Fannie Mae e Freddie Mac, attuale imponente iceberg alla deriva nei conti pubblici americani, dal quale attraverso i suoi analisti proviene l'allarme di un'improvvisa risalita dei tassi ipotecari trentennali al 6 %. Ripeto per l'ennesima volta la mia curiosità nell'osservare le mosse della Federal Reserve in relazione all'annunciata fine del programma di acquisto dei titoli MBS.
La prossima settimana vedremo da vicino se la dinamica di salita dei prezzi delle abitazioni americane avrà un seguito, anche se alcuni segnali anticipatori sono chiari; l'indice S&P Case/Shiller di martedi rivelerà l'inizio di una nuova tendenza.
Sarà inoltre da osservare nel tempo, entro aprile del prossimo anno, la validità dei defibrillatori immobiliari prorogati dal governo americano, dal credito d'imposta di 8000 dollari ( qualcuno sussurra che questa sarà l'ultima estensione per non assistere alla morte del dio mercato ......chi vivrà, vedrà!) , alle moratorie sui pignoramenti, sino a scrutare un ulteriore segnale che giungerà dalle dinamiche di acquisto del Tesoro americano e della Federal Reserve dei Mortgage Backed Securities MBS, titoli con sottostante immobiliare, mercato congelatosi nella madre di tutte le crisi.
Suppongo che per i " capitalisti flessibili ", sia affascinante continuare ad assaporare il gusto del successo senza dovere sopportare il dolore del fallimento, utilizzando il contribuente americano come metadone.
Continuando in questo ambiente decisamente glaciale, l'agenzia di rating S&Poors ha degradato ben cinque agenzie di assicurazioni sui mutui in quanto alcune tipologie di mutuo a basso rischio stanno incominciando a sperimentare maggiori perdite.
Vi ricordate quando qualche illuminato analista urlava la circoscrizione del fenomeno subprime, ritenendo i mutui prime assolutamente indenne da qualsiasi contagio....bene ora la Verità e sempre più figlia del tempo, in ogni settore, attraverso ogni dinamica.
L'analista di S&P ha dichiarato che il basso livello di rischio dei mutui americanio con migliore punteggio sono stati e saranno sempre più compromessi continuando ad essere maggiori di quello preventivato. Figuriamoci quando arriverà la seconda ondata di reimpostazioni ARMs e Alt-A aggiungo io.
Sarà inoltre interessante osservare la dinamica all'interno del settore assicurativo, qualunque esso sia, rimasto stranamente e relativamente indenne in questa vera e propria tormenta immobiliare.
Come più volte ricordato, entro i primi giorni del prossimo anno, vedremo insieme a coloro che hanno sostenuto o vorranno sostenere Icebergfinanza, alcune mappe dal punto di vista tecnico e fondamentale che probabilmente ci aiuteranno a comprendere alcune dinamiche per il prossimo anno, per scegliere in maniera consapevole ognuno la sua rotta in " LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA ".
Per coloro che continuano ad osservare, in alcuni commenti presso altri blog, ( come segnalatomi da alcuni lettori ), che queste analisi " dedicate " sminuiscono la "gratuità" dell'esperienza di Icebergfinanza, ricordo solo che in tre anni di navigazione Icebergfinanza ha condiviso 820 post " liberamente", alcuni dei quali veri e propri poemi, a fronte di una decina di analisi "dedicate". Queste analisi dettagliate sono un ulteriore regalo che io amo condividere con coloro che in questi anni hanno sostenuto anche economicamente il lavoro di analisi e ricerca di questa esperienza.
Ricordo inoltre che spesso per problemi di mail, antispam e mancanza di riferimenti, talvolta le analisi non giungono a destinazione. Non fatevi alcun problema a contattarmi!
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Icebergfinanza come un cantastorie che si esibisce nelle strade e nelle piazze delle città!
La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!
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Postato da: icebergfinanza a dicembre 27, 2009 22:26 | link | commenti (3)
http://icebergfinanza.splinder.com/post/21949787/IGLOO+IMMOBILIARE%2C+TEMPERATURE
Energia dal sole: la soluzione finale, una buona idea?
Non c'è niente da fare. Orfani di una eredità gigantesca, che abbiamo dissipato in gozzovigliamenti vari nel giro di una manciata di generazioni, ci continuiamo ad affannare alla ricerca della soluzione UNICA alla crisi energetica che ormai, come il riscaldamento globale, sono in pochi a negare.
Ecco quindi che qualcuno ha preso alla lettera certi calcoli, che mostravano come un quadrato di un paio di centinaia di km di lato nel mezzo del deserto del Sahara sarebbe stato in grado di fornirci tutta l'energia di cui avevamo bisogno ed è partito con un progetto che DAVVERO si propone di fornire una importante percentuale dell'energia elettrica per la vecchia Europa a partire da un gigantesco impianto solare Sahariano. Il Progetto, il suo nome è Desertec è gigantesco e trovarete in questo articolo di Der Spiegel un'ampia presentazione ( in inglese).
Sinceramente, mi perdonerete, non voglio nemmeno entrare nei dettagli.
Non c'è infatti bisogno di concepire un impianto da decine di GW, basterebbe molto meno.
Basterebbe cominciare a studiare le reti affinchè siano in grado di distribuire in modo intelligente l'energia, molto di più di quanto possano fare ora.
Ci vuole tempo impegno e strategia.
Basterebbe pensare ad aumentare i piccoli bacini irrigui, stabilendo degli standard di realizzazione, in mdo da velocizzarne la realizzazione e l'iter autorizzativo, in modo che siano posti in tandem e possano fare da "volano" di produzione elettrica, questo essendo già una cosa competitiva oggi, anche se solo pochi lo sanno.
Il resto lo farà il costo dell'energia, rapidamente crescente, via via che il prezzo del petrolio tornerà a salire e con lui quello del gas e quello del carbone.
Saranno le mille iniziative private che potranno creare quella resilienza, necessaria alla sopravvivenza del sistema, che attualmente i mega impianti non possono dare. Immaginate quel mega impianto nel mezzo del deserto durante un probabile momento di tensione tra Nord e Sud del mondo e capirete che non sarebbe molto sensato concentrare una percentuale cosi grande della produzione di energia elettrica in un unico posto. Meglio, molto meglio, pensare di trasferire la "tecnologia" ( si tratta di un know-how di certo non eccessivamente rivoluzionario che dovremmo poter cedere con una certa serenità)ai paesi interessati ed aiutarli a realizzare una rete che colleghi le sparse comunità, che diverrebbero ciascuna un centro produttivo. Siccome questo è abbastanza evidente anche ad osservatori superficiali ed occasionali come noi, credo che questo ed altri megaprogetti, in ultima analisi siano in perenne caccia agli investimenti, mentre cercano di essere competitivi, in termini di costi con il nucleare e con il gas.
E' una fatica futile a mio avviso. Sarebbe come cercare di dimostrare che esiste un modo piu' comodo di ottenere liquidità che andare in banca a prelevarla dal conto corrente della ricca eredità che lo zio d'amercia ha avuto la bontà di lasciarci.
Le future fonti di approvvigionamento energetiche saranno TUTTE quelle che riusciremo a preseguire e che saranno ancora disponibili fra trenta o quaranta anni a cifre ragionevoli. Petrolio gas carbone E nucleare non lo saranno.
Cosi come è un esercizio futile cercare di portare le ferrovie in pareggio, in qualunque realtà economica, allo stesso modo è futile pretendere un pareggio economico brutale tra energie rinnovabili e non rinnovabili.
Per il semplice motivo che, ad esempio, nel conto di queste ultime andrebbero messe le guerre, i disastri ecologici, i cambiamenti climatici, senza contare lo sviluppo e l'estendersi del nostro nefasto stile di vita a tutto l'orbe terraqueo.
Non servono i mega progetti. Specialmente se il lro unico vero scopo è quello di dimostrarne la competitività economica a tutit i costi.
Serve la consapevolezza della posta in gioco, diffusa ad ogni livello. A quel punto i progetti e le cose da fare, ad ogni possibile e concepibile livello, non mancheranno.
Perché l'idea di decrescita non trova consenso
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# posted by di Ugo Bardi : 6:19 PM 5 comments links to this post