UN ATTACCO (FINANZIARIO) PREVENTIVO
UE/ Pelanda: ecco perché l'Italia rischia di finire come la Grecia
mercoledì 17 febbraio 2010
Il mercato teme una ricaduta nella recessione in Europa. I dati, infatti, mostrano una ripresa molto robusta in Cina, zoppicante ma in via di accelerazione in America, e stagnazione nell’eurozona complicata dal crescente rischio percepito di insolvenza dei debiti sovrani di Grecia, Spagna e altri. Qual è il problema? Quale la soluzione di breve-medio termine?
In realtà la lentezza delle economie europee nel riprendersi dopo recessioni globali è osservabile da almeno 20 anni, particolarmente in quelle dei primi anni ’90 e del 2000-02. Dopo quest’ultima ci sono voluti ben tre anni prima che la disoccupazione fosse riassorbita in Germania, e quattro prima che il Pil italiano tornasse a crescere in modo sensibile, nel 2006.
Si aggiungano altri due dati storici. Dai primi anni ’90: (a) l’economia europea tende a crescere circa la metà di quella americana e un quarto di quella cinese, l’italiana circa la metà di quella europea; (b) i debiti pubblici degli Stati europei tendono a crescere, segno che devono finanziare in deficit, per crescita insufficiente, i loro modelli di Stato sociale.
Appare evidente che il problema europeo non sia di contingenza, ma riguardi un modello che non funziona. Gli Stati dell’eurozona sono differenziati per situazioni storiche, più o meno industrializzati, e geografiche, centro o periferia del sistema economico internazionale, ma tendono a essere omogenei sul piano del modello: alta tassazione che finanzia protezioni sociali ed enormi apparati pubblici, molti vincoli burocratici all’attività economica, poca concorrenza e quindi elevati costi sistemici.
L’efficienza gestionale del modello è maggiore o minore nei diversi Stati, ma in tutte le nazioni dell’eurozona mostra di avere un effetto depressivo costante sulla crescita. In particolare, le principali economie dell’eurozona - Germania, Francia e Italia che insieme ne fanno circa i 2/3 del Pil complessivo - mostrano insufficienti consumi e investimenti nel mercato interno e la tendenza a bilanciare questo gap forzando l’export. Nel ciclo economico globale corrente bisognerebbe aumentare la crescita interna per compensare la riduzione delle esportazioni. Ma il tipo di modello detto, combinato con un valore di cambio de-competitivo dell’euro, perché tenuto artificialmente alto da una Bce con la sola missione di contenere l’inflazione e senza responsabilità per la stimolazione della crescita, non lo permette perché soffoca la vitalità del mercato. Così, semplificando, è spiegabile la lentezza europea nel riprendersi dopo botte globali. Ma il problema principale è che almeno da un ventennio il modello inefficiente è finanziato a debito, per questo arrivato in tutte le euronazioni a livelli insostenibili. Quindi gli Stati si trovano intrappolati in un triangolo infernale: modello rigido, alto debito, moneta de-competitiva. Se non si modifica uno dei tre lati la bassa crescita durerà per almeno un lustro, con ricadute in recessione e disoccupazione elevata. Molti invocano un cambio di modello (riforme strutturali). Anche chi scrive. Ma, realisticamente, non si vede come la politica possa ottenere il consenso per ridurre i costi statali e liberalizzare i sistemi in poco tempo, per giunta nella priorità del rigore che inibisce detassazioni. Una riorganizzazione europea del debito è fattibile, va fatta, ma non porterebbe un impulso alla crescita. Quindi l’unica azione che resta, spiace dirlo per il rischio di inflazione connesso, è la svalutazione dell’euro per pompare le esportazioni globali e con queste la crescita dell’eurozona altrimenti non ottenibile nel breve-medio termine.
Argentina, crolla ancora il peso sotto i colpi degli speculatori
Spaventano le spinte speculative nel mercato argentino. La moneta locale (il peso) ha infatti toccato un ribasso record ieri, causato soprattutto dalla scelta degli investitori di acquistare grandi quantitativi di dollari. L’obiettivo è quello di prevenire una possibile svalutazione delle moneta, alla quale il governo di Buenos Aires potrebbe ricorrere per aumentare il flusso fiscale proveniente dalle esportazioni di materie prime e migliorare i conti pubblici.
Così la valuta dell’Argentina ha toccato quota 3,8648 sul dollaro (il precedente record era del giugno del 2002). «Stiamo osservando un trend chiaro di acquisto di dollari, come del resto accaduto nei giorni scorsi. Gli investitori si aspettano un deprezzamento a breve», ha spiegato Gustavo Quintana, trader della Lopez Leon Brokers di Buenos Aires.
Negli ultimi dodici mesi, il peso ha perso il 9,4%: si tratta dell’unico caso di valuta che si è deprezzata rispetto al dollaro tra le sei maggiori economie dell’America Latina. Il declino è spinto anche dalle difficoltà che il presidente argentino, Cristina Fernandez de Kirchner sta incontrando sul fronte del deficit: il fabbisogno statale è infatti stato pari a 10,7 miliardi di dollari nel 2009, ed è previsto in crescita a 11,4 miliardi quest’anno.
http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=2052
Francia e Germania, salviamo la Grecia per salvare le banche
Recentemente, la Francia e la Germania hanno chiesto di fornire un supporto alla Grecia, al fine di salvaguardare l’Eurozona. Ma la principale fonte di preoccupazione per i due Paesi proviene in realtà dalla necessità di proteggere le proprie banche.
Le esposizioni complessive che gli istituti di credito hanno nei confronti della Grecia sono infatti pari a 119 miliardi di dollari, che salgono a ben 900 miliardi se si considerano altre economie che versano in condizioni di difficoltà: in particolare Spagna (che “vale” la metà dell’esposizione totale), Portogallo e Irlanda. Ciò significa che, insieme, le banche francesi e tedesche possiedono circa la metà dell’esposizione complessiva di tutto il sistema bancario europeo nei confronti di tali Paesi. A riferire i dati è il Wall Street Journal, che cita uno studio della Banca dei Regolamenti Internazionali, che contempla nei conteggi i bond governativi, il debito aziendale e i prestiti individuali.
E proprio le preoccupazioni per tali esposizioni sono alla base del declino che gli indici azionari settoriali hanno segnato nelle ultime settimane: l’indice bancario DJ Stoxx European, ad esempio, ha registrato un calo del 12,5% nell’ultimo mese, contro un 7% complessivo del mercato. A farne le spese, in particolare, sono state la tedesca Commerzbank (-15%) e la francese BNP Paribas (-14%). Al contempo, di contro, i credit-default swap, strumenti finanziari derivati utilizzati per assicurare un investimento contro il default di un debito (in questo caso sovrano), sono schizzati da dicembre ad oggi.
Una situazione che sta preoccupando molto i governi di Berlino e Parigi, che per questo hanno chiesto di andare incontro ad un - sebbene impopolare - salvataggio d’emergenza della Grecia. Basterà a placare le preoccupazioni degli investitori?
http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=2053
AD ESSERE OTTIMISTI.... aggiungo io.... z. ;-)
Possiamo davvero contare su una solida crescita globale? Le ultime statistiche della zona-euro sembrano dire il contrario. Secondo il quotidiano francese Le Monde, anzi, hanno avuto l’effetto di una vera e proprie doccia fredda. Nel quarto trimestre del 2009, infatti, l’economia del Vecchio Continente ha registrato un incremento estremamente contenuto: +0,1%. Secondo gli economisti di Natixis, il risultato è che «un’interruzione della ripresa» nel primo trimestre di quest’anno, dipesa principalmente dalla glaciazione del commercio mondiale, non è da escludere. Altrimenti detto, lo scenario che si prospetta è quello di un recupero a “W”.
Ad oggi, 2.900 miliardi di dollari (2.122 miliardi di euro) di denaro pubblico sono stati dispensati dai governi di tutto il mondo per sostenere le economie. Secondo il Fondo monetario internazionale, in media, i Paesi del G20 hanno visto per questo crescere il debito pubblico al 99% del pil, e lo vedranno salire ancora al 107% nel 2010 e al 118% nel 2014. «C’è stato un deterioramento colossale delle finanze pubbliche», osserva l’economista Philippe Brossard, presidente di Macrorama.
Quindi via a politiche di austerity? Henri Sterdyniak, dell’Osservatorio francese sulla congiuntura economica (OFCE) non ne è certo. Un piano fatto di aumento delle imposte e di diminuzione delle spese rappresenterebbe circa l’1% del pil: «Ovvero un punto di crescita in meno. Si rischierebbe di mettere una zavorra alla ripresa». E proprio da qui potrebbero essere poste le basi di un andamento della crescita a “W”.
http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=2056
Grecia: bomba alla JP Morgan, ed "è solo l'inizio".
Sarebbe una notizia da raccontare, credo io. E invece, in Italia solo 4 riferimenti alla faccenda, di cui uno è Reuters.
Una bomba è esplosa oggi fuori dagli uffici di JP Morgan ad Atene, senza causare vittime né gravi danni. Lo hanno riferito la polizia e l'istituto di credito. "Era una bomba con timer fuori dagli uffici di JP Morgan al secondo piano di un palazzo di Atene", ha detto un funzionario di polizia.
Nessuno ha idea di chi sia stato, ma data l'esplosiva situazione greca non stupisce che qualcuno pensi di prendersela con le banche. In fin dei conti, il governo ha allegramente investito in derivati per tirare avanti, con la complicità degli istituti finanziari. Il commissario europeo, Mr. Rahn, ha affermato:
"Le banche stesse dovrebbero chiedersi, non ultime in questa crisi finanziaria, se tutto ciò è in linea con il codice etico."
I greci, adesso, hanno tempo un anno per ridurre di 4 punti il loro deficit, e ciò comporta ovviamente lacrime e sangue per la popolazione. Gli scioperi sono continui, e le manifestazioni spesso degenerano. Ecco cosa mi scrive un amico dalla Grecia:
E' incredibile cosa possano combinare ad un Paese dei politici corrotti. Hanno continuato a rubare da quando siamo entrati nell'Unione Europea e adesso salta fuori tutto, ma dovevano saperlo che sarebbe accaduto. Così, la gente pagherà di nuovo. Non so proprio per quanto ancora potremo sopportare, e questo è solo l'inizio.
Il mio amico non si riferisce ovviamente alla bomba (la mail è di qualche giorno fa) ma da ciò che dice si comprende molto bene come l'esasperazione della gente stia giungendo al punto di non ritorno. D'altronde aver sopportato ruberie di ogni genere, per poi essere costretti a pagare salatissime tali ruberie, susciterebbe rabbia in chiunque.
Mentre tutti discutono se la Grecia salverà le proprie finanze, e se l'Europa la aiuterà o meno, mi par di capire che nessuno si sta preoccupando della popolazione. Speriamo non finisca in prima pagina per conto suo.
http://crisis.blogosfere.it/2010/02/grecia-bomba-alla-jp-morgan-ed-e-solo-linizio.html
La nuova giunta dei colonnelli Il vertice UE promuove la dittatura europea
16 febbraio 2010 (MoviSol) - I capi di governo dell'Unione Europea riuniti a Bruxelles l'11 febbraio non hanno fatto assolutamente nulla per evitare il crollo imminente dell'eurosistema. Pur avendo promesso formalmente "solidarietà" alla Grecia, ciò era solo per meglio imporre una politica di austerità decisa dall'UE.
Il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy ha detto molto chiaramente alla conferenza stampa conclusiva che l'idea è quella di stabilire una dittatura UE, trasformando il Consiglio in una giunta imperiale con poteri sempre maggiori rispetto agli stati membri. Prima del vertice, stando alle indiscrezioni pubblicate dall'Independent, Van Rompuy aveva spedito una lettera ai capi di governo scrivendo in uno degli allegati: "I membri del Consiglio Europeo sono responsabili della strategia economica nel loro governo. Dovrebbero fare lo stesso a livello UE. Che si chiami coordinamento della politica o governo economico, solo il Consiglio Europeo è in grado di formulare e sostenere una strategia europea comune per una maggiore crescita e più posti di lavoro". Aggiunge che "le finanziarie, i programmi di riforme strutturali ed i rapporti sui cambiamenti climatici dovrebbero essere presentati simultaneamente alla Commissione. Questo consentirà un'esauriente visione d'insieme".
Van Rompuy prosegue: "I recenti sviluppi nell'area dell'Euro mettono in luce l'urgenza di rafforzare la governance economica. Nelle nostre economie interdipendenti, le riforme devono essere coordinate per massimizzarne l'effetto… La crisi ha rivelato le nostre debolezze. Il nostro tasso di crescita strutturale è troppo basso per creare nuovi posti di lavoro e sostenere i nostri sistemi sociali".
Pur evitando di usare il termine "governo economico", alla conferenza stampa Van Rompuy ha utilizzato la formulazione citata sopra, aggiungendo che il "Consiglio Europeo è molto ambizioso. Vogliamo la padronanza, vogliamo fungere da guida… anche se, naturalmente, in consultazioni con gli stati membri" aggiungendo: "Ecco perché ho proposto che il Consiglio si riunisca regolarmente, ogni mese".
I disegni imperiali degli architetti dell'UE sono stati espressi ancor più sfacciatamente da Alberto Giovannini, un agente chiave del sistemo Euro, in un'intervista a Il Sole 24 Ore il 10 febbraio. "La storia ci insegna", scrive, "che gli imperi sono più efficienti e raggiungono grandi prosperità perché il modello imperiale ha successo con una geografia estesa ma con un centro che svolge un ruolo politico efficace e funzionale".
Ex allievi del guru mondiale della valuta unica Robert Mundell, Giovannini presiede un comitato di consulenza dell'UE creato originariamente per sovrintendere alla transizione dalle valute nazionali all'Euro (il cosiddetto "Giovannini Group"). Tra le tante credenziali fallimentari, è stato anche nel consiglio di amministrazione dell'LTCM ed ha creato la piattaforma EuroSTMS per la vendita elettronica di titoli di stato.
Nella stessa intervista sostiene un progetto che circola nell'Unione Europea, che chiede che l'80% del debito pubblico dei membri dell'UE diventi debito UE, mentre il resto potrebbe restare legato ai singoli rischi sovrani nazionali ed esposto al default.
Il "Giovannini Group", dice, aveva discusso uno schema di Eurobond: "Le soluzioni tecniche si possono trovare, ma il problema è politico. Il problema politico è in fondo un problema di soldi: chi contrae il debito? Chi lo paga e lo garantisce? Come vengono distribuite le risorse raccolte con questi bond? L'Europa non è ancora una macchina politica efficiente in grado di tenere a bada gli interessi dei singoli operatori rispetto all'interesse generale". Venendo da un fautore dell'impero, l'implicazione è chiara. Una soluzione che propone è questa: "Si potrebbe istituire una tassa europea, non nazionale, abbinata al bond europeo. In questo modo il Parlamento europeo, che al momento è coacervo di interessi particolari e non svolge alcun ruolo di leadership, potrebbe rafforzarsi per esprimere un'unione politica europea".
IL "TEMPISMO" DEL CRAC E' PER QUESTA ESTATE AL MASSIMO
GRECIA, GOLDMAN E...PRODI. LE DOMANDE CHE NESSUNO PONE
DI MARCELLO FOA
blog.ilgiornale.it
Grazie al New York Times ora sappiamo che dietro la crisi greca, ci sono ancora una volta le grandi banche di Wall Street, secondo le stesse modalità che hanno provocato il terremoto dei subprime e il fallimento della Lehman: una truffa contabile realizzata con i derivati (potete leggere una sintesi della notizia in italiano qui .
E chi sono le banche coinvolte? La solita Goldman Sachs, vera regina di Wall Street, da cui ranghi sono usciti ben due segretari al Tesoro (Rubin e Paulson) e JP Morgan Chase, che come spiega Massimo Gaggi, è da sempre la banca più vicina al governo americano ed è, ricordiamolo, l’istituto del banchiere più potente della storia degli Usa, David Rockefeller, nonché cantore della globalizzazione finanzaria.
Mi chiedo: quand’è che le autorità di controllo si decideranno ad indagare a fondo su Goldman e Jp Morgan Chase? Se esaminiamo la storia recente della finanza internazionale, scopriamo sovente Goldman e lo stesso Rockfeller hanno avuto un ruolo importante, talvolta di lobby per orientare leggi in una certa direzione, talaltra a fini di lucro, come dimostra la vicenda greca.
L’impressione è che questi stessi protagonisti abbiano creato un sistema di alleanze e connivenze che gli permette di esercitare un’influenza enorme, evitando contestualmente guai giudiziari. E forse, anche controlli e indagini credibili sulle loro attività.
Anche in Italia. Dall’articolo del New York Times emerge che anche il nostro Paese nel 1996 è ricorso a trucchetti contabili simili a quelli greci. E chi era a Palazzo Chigi allora? Romano Prodi, ex consulente di Goldman Sachs. E chi era il direttore generale del Tesoro? Mario Draghi, che di Goldman Sachs è diventato consulente qualche anno dopo. E forse sarebbe il caso che lo stesso Prodi chiarisse finalmente i suoi rapporti con lo stesso Rockefeller, che oltre ad essere un banchiere, ha fondato il Club internazionale dei potenti, il Bilderberg. Prodi divenne a sorpresa presidente della Commissione Ue un anno dopo essere stato ammesso nel Bilderberg. Solo una coincidenza ?
E che ruolo hanno avuto Tommaso Padoa Schioppa, nonché lo stesso Draghi, nello scandalo Easy Credit, che consentì a, guarda caso, Goldman Sachs, Jp Morgan Chase e Citigroup, una truffa ai danni dello stato per 600 milioni di euro? Di quell’inchiesta non si è più saputo nulla… ma a Goldman Sachs il governo italiano ha continuato ad affidare l’emissione di global bonds per miliardi di euro
Sono queste le domande a cui bisognerebbe dar risposta. E che invece vengono ignorate. E credo che, in Italia, i primi a pretendere un chiarimento debbano essere gli elettori di sinistra che, in buona fede, hanno dato fiducia proprio a Prodi, a Padoa Schioppa e che oggi, con una certa ingenuità, si commuovono ascoltando Draghi.
O sbaglio ?
Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2010/02/15/grecia-goldman-e-prodi-le-domande-che-nessuno-pone/
15.02.2010
In guerra tutto è permesso
E ora che si fa?
Più che di una vera guerra si tratta di una gara, e siamo ai nastri di partenza: è la gara degli emittenti. Altrove potrete leggere ciò che è successo (dopo che sarà successo), qui vorrei provare a raccontarvi cosa sta per accadere. Questo post tira le fila di molti discorsi che si sono susseguiti negli ultimi mesi, in apparenza in modo disorganico, ma come vedrete (aprendo i link) erano tutti pezzi dello stesso mosaico.
Qualche tempo fa vi ho parlato della situazione greca e dei suoi effetti sul rapporto euro-dollaro, erano i prodromi di ciò che accade oggi: dopo la firma del trattato di Lisbona, in UK hanno smarrito qualunque forma di influenza sulla BCE e sull’euro. E questo è un importante pezzo del puzzle. Infatti la situazione oggi è la seguente: enormi masse di debito pubblico necessitano di sottoscrittori e ciascun Stato (e le imprese) deve cercare di convincere i risparmiatori a sottoscrivere le sue obbligazioni, e non quelle della “concorrenza”. I risparmi interni di ciascun Paese non sono sufficienti a coprire l’esigenza di finanziamento, occorrono anche denari stranieri e questo complica le cose (sarebbe facile dirottare per legge i capitali dei propri cittadini sul proprio debito, chiudendosi in una perniciosa autarchia). La forma più cruenta e brutale della concorrenza degli emittenti obbligazionari è quella sui tassi: immaginate gli Stati che, come delle banche online, si strappano ‘clienti’ offrendo tassi via via crescenti. E’ però un gioco molto pericoloso: pagare elevati interessi per quei Paesi che hanno masse rilevanti di debito potrebbe comportare l’impossibilità di rientro dalla situazione di emergenza o addirittura l’allargamento del debito perché gli interessi superano le entrate, portando lo Stato in deficit finanziario ed in una spirale irreversibile. Dunque prima di arrivare alla fase cruenta e pericolosa si intraprende un’altra strada, ovvero quella che sta iniziando ora: anziché offrire sempre di più ai sottoscrittori si tenta di screditare gli altri offerenti, ispirandosi ad un vecchio B-movie italiano “Lui è peggio di me”. Ed eccoci qui, con -fino a qualche settimana fa- USA e UK che affondano nei debiti e con valute strutturalmente deboli, in declino, in svalutazione progressiva, mentre dell’euro si parla insistentemente come dell’unica concreta alternativa al dollaro quale moneta universalmente riconosciuta per gli scambi internazionali. Con l’aiuto dei CDS e di una buona campagna mediatica USA e UK hanno iniziato a spostare la pubblica preoccupazione sull’euro, facendoci discutere sulla sua tenuta, sulla sua solidità, sulla possibile disgregazione dell’area, sul default di Grecia o Spagna (e ancora nessuno parla dell’Italia che per dimensione del PIL e parametri sballati rappresenta un’ottima carta per chi vuole speculare contro l’euro) ecc.. al mercato le incertezze non piacciono e così il denaro si sposta dalle obbligazioni in euro a quelle in dollari. Con il recupero del dollaro si dà anche un messaggio ai grandi detentori di debito americano: ‘i vostri investimenti non si svalutano, continuate a comprare i nostri titoli’. Inoltre la difficile gestione della politica economica comunitaria, con una moneta unica e 27 ministri dell’economia, lascia parecchie perplessità sulle forme dell’intervento di aiuto alla Grecia, offrendo il fianco alla subdolo gioco anglosassone: invitare al tavolo della BCE il FMI, che è un organismo internazionale, ma di fatto sotto il controllo anglosassone. In questo modo potrebbero mettere il becco nelle decisioni del “concorrenza”. L’Europa per ora dà risposte deboli, limitandosi a rassicurare i mercati sul fatto che -Grecia a parte- non ci sono pericoli di contagi o effetto domino. L’arrivo del FMI è uno “spettro” che aleggia da tempo. Mentre Dubai, dopo il presunto “salvataggio” di novembre, è giunta alle corde chiedendo ai propri creditori un accordo di taglio del debito (default tecnico) occorre evitare che i mercati puntino la speculazione su uno dei PIIGS: l’impennata dei CDS farebbe aumentare il costo della protezione per chi sottoscrive le obbligazioni, costringendo l’emittente ad aumentare il tasso offerto per compensare il maggior costo della copertura, portando la situazione su una brutta china. Gli USA nel 2010 hanno 2000 miliardi$ di titoli in scadenza da riemettere più 1500 miliardi$ di deficit da coprire, i loro cittadini hanno iniziato a risparmiare qualcosa ma la loro capacità non arriva a coprire un terzo di quelle esigenze, dunque è necessario continuare a richiamare il denaro cinese (che sta calando drasticamente), giapponese (il nuovo governo ha annunciato che interromperà gli acquisti di treasury americani), russo (anche qui è stato annunciato lo stop) e dei sempre più importanti paesi OPEC. Altrove, in proporzioni diverse, c’è il medesimo problema: tutti gli stati vogliono denaro per coprire i loro debiti, ma non c’è in circolazione denaro sufficiente per tutti. Conseguenze: altro denaro verrà stampato (portando inflazione a venire, vedremo in che forma), qualche default distruggerà debito sul mercato, le altre forme di investimento verranno ordinatamente disincentivate per indurre la maggior massa possibile di denaro verso i titoli governativi, le grandi imprese che -a differenza delle PMI- hanno aggirato il credit crunch emettendo pesantemente obbligazioni corporate nel 2008-2009 dovranno togliere il disturbo e tornare a chiedere i soldi alle banche invece che al mercato, aprendo un fronte che diverrà caldo, finché le banche non riprenderanno ad erogare credito, e le banche potranno farlo solo ritirando dal mercato la liquidità che vi hanno dirottato (e che era stata fornita loro per sostenere l’economia…). In tutta questa grossissima partita che si sta giocando sul nostro futuro, e che per ora si svolge a colpi di fango gettato gli uni sugli altri, i Paesi con poco debito e comunque al di fuori di questi giochi vedranno le loro valute rivalutarsi. Finché il titolo di Stato nell’opinione comune rappresenterà un bene rifugio è piuttosto probabile che venga indotta una nuova fase di avversione al rischio, funzionale a diversi degli aspetti sopracitati, dunque potrebbe avere ulteriori fiammate a rialzo anche l’oro. Stiamo probabilmente per entrare nella fase più difficile, soprattutto se la debole semi-convinzione de “la crisi è finita e stiamo ripartendo” dovesse caracollare.
Euro-dracma e mondo nuovo
Che bilancio singolare, quello dell’eurocrisi in salsa greca. Un euro-dracma, più che un eurodramma. Dà ragione a ciascuno, a tutti e a nessuno.Se la guardiamo con l’occhio americano, ha dato ragione a Milton Friedman e Martin Feldstein, i monetaristi falchi di Chicago che prima della moneta unica ammonivano l’Europa a non illudersi. Ma dà ragione anche – almeno secondo lui – a Paul Krugman, che cita proprio la coppia di tradizionali nemici per sposare il loro punto di vista, sui rischi di una moneta unica introdotta tenendo però separati i sottostanti mercati del lavoro, beni e servizi e le relative curve di costo. Anche se Krugman da buon iperkeynesiano ne tira conseguenze opposte, e dice oggi che non è dell’eccesso di deficit e debito pubblico che è il momento di preoccuparsi, ma dell’eccesso di stretta che il partito del rigore pretende di esercitare, per tenere le finanze pubbliche in equilibrio al momento sbagliato.
Se all’euro-dracma guardiamo con l’occhio europeo, dà ragione al partito eurortodosso germanico, che con Karl Otto Pohl, Jurgen Stark e Axel Weber – il passato, presente e forse futuro della BCE, se continuerà a vincere Berlino e a Trichet non succederà Mario Draghi – ha ribadito che il salvataggio dei reprobi greci non era possibile, sarebbe stato come aprire il vaso di Pandora e ne sarebbe uscito ogni male, la rottura stessa del presupposto costitutivo dell’euro. L’articolo 123 e 125 del Trattato stabiliscono che l’Unione non è responsabile dei debiti e dei deficit dei Paesi membri, come di ogni amministrazione pubblica che loro appartenga.
Ma dà ragione anche alla Francia di Sarkozy, che è su posizioni molto diverse e si appella all’articolo 122, per il quale in casi di particolare ed estremo pericolo il Consiglio europeo può varare – all’unanimità o a maggioranza a seconda della gravità – l’aiuto a un Paese membro. Persino a casa nostra, le posizioni si sono scambiate a sorpresa. Padoa Schioppa, ex ministro di Prodi, ha detto no a salvataggi gratis. Per Antonio Martino, ex ministro di Berlusconi e soprattutto liberista a cento carati, il salvataggio greco era invece auspicabile, per evitare il peggio. Roberto Perotti, che sta col mercato ma iperliberista non è, dice invece che tuitto smmatom era meglio lasciare la Grecia al suo destino, per sperimentare una way oput temporanea che riaggiusti col cambio gli squilibri da eccesso di debito. Nouriel Roubuini ha sostenuto la stessa cosa, proponendo l’introduzione di un doppio regime valutario, in dracme all’interno e in euro sul debito pregresso: sarebbe tutto0 da vedere, con che effetti sul cambio dell’euro sul dollaro e yuan… In ogni caso, sembran contenti tutti. Gli elettori tedeschi perché Berlino non paga per gli spreconi. Quelli greci, perché Papandreu ha detto no ai nuovi tagli chiesti dai tedeschi.
Ma che crisi è, una che dà ragione a chi la pensa in un modo e insieme a chi la pensa al contrario? Prima che si capisca davvero se l’euro-dracma sia o no una tragedia di Eschilo, è apparsa come una commedia di Menandro. Limitiamoci a mettere infila almeno alcuni dei problemi aperti, e dei paradossi – più che soluzioni – in cui essi sembrano risolversi.
Il metro del debito
La Grecia si è indebitata negli ultimi mesi? No. E’ iperindebitata da anni. E’ vero, ci ha messo del suo mentendo sulla contabilità nazionale. Quando i socialisti di Papandreu hanno qualche mese fa vinto le elezioni, hanno scioccato tutti violando l’autonomia dell’Istat greco, e obbligandolo a dire che il deficit lasciato dal centrodestra non era il 3,5% del Pil, ma del 10% maggiore. La differenza, però, non sta neanche in questo. E – non lasciatevi deviare da coloro che danno tutta la colpa a i derivati – non sta nemmeno negli swap proposti e realizzati al Tesoro greco da Goldman Sachs, cioè nel debito nascosto trasferendolo in scommesse valutarie sui cambi negli anni a venire, cosa che – entro certi limiti – è anche ammessa dai criteri di Eurostat. E che dice più del mestiere di Goldman, che di quello greco.
Il punto è un altro. La grande crisi del 2008 e 2009 ha cambiato i criteri con cui il mercato considera il debito di un Paese. Non conta più solo il debito pubblico, cioè il metro per il quale quello italiano era il terzo debito al mondo dopo quello americano e giapponese (da pochi mesi, anche con questo criterio saremmo comunque oggi il quarto, la Germania ci ha superato). L’esplosione delle bolle da cui nasce la grande crisi – quelle mobiliari e immobiliari – ha ottenuto l’effetto di considerare tutte e quattro le componenti da sommare, per l’indebitamento di un Paese. Il debito pubblico, certo: ma poi anche quello dei privati. Delle famiglie, delle imprese non finanziarie, e anche delle banche. In più, poiché a esplodere sono stati i Paesi con il più grave squilibrio di bilancia dei pagamenti e commerciale, occorre guardare anche al flusso annuale di attivo o passivo sull’estero, e non solo a quello patrimoniale.
E’ questa la spiegazione, del perché la crisi abbia colpito la Grecia, e metta in fila come potenziali altri candidati Portogallo, Spagna, Irlanda. Non l’Italia. Il nostro Paese ha un elevato debito pubblico, ma basso delle famiglie, e persino nella componente imprese non se la passa troppo male (rectius: da noi questo è un freno non sull’estero ma forte sull’interno, perché le aziende italiane sono piccole e dunque tradizionalmente sottocapitalizzate, dunque anche se meno indebitate rispetto alle concorrenti in assoluto, ne sono più frenate su investimenti e crescita perché hanno esigui attivi patrimoniali per ottenere credito).
Le conseguenze
Fin qui, ormai la pensano tutti allo stesso modo, keynesiani e anti, americani ed europei. Attenti però. Se si crede davvero a questo metro, allora esso sovverte alcune gerarchie. Per cominciare dall’Europa, la Germania dovrebbe contare assai meno, rispetto alla tradizionale egemonia nelle eurovicende. E quanto alla tradizionale motrice franco-tedesca, l’Italia dovrebbe puntare i piedi, perché il nostro debito complessivo è migliore di quello francese. Le famiglie francesi a metà 2009 sono gravate da un debito superiore del 12% di Pil rispetto a quelle italiane, e le imprese non finanziarie di uno maggiore del 26% di Pil rispetto alle nostre. Nel conto finale i nostri 35 punti in più dei debito pubblico vengono pareggiati e superati, dai francesi, rispetto ai quali esportiamo anche di più.
Ma anche gli Stati Uniti, se si adotta questo metro, sarebbe bene abbassassero un po’ le penne. Ha ragione Niall Ferguson, lo storico dell’economia che ha parlato dell’euro-dracma come di una malattia che riguarda anche gli States. Il debito delle famiglie sul Pil è più che doppio del nostro, arriva al 96%. E questo solo fatto annulla i 35 punti in più di debito pubblico italiano. In più, gli Usa sono in deficit cronico di bilancia commerciale. E rischia di ridursi di molto l’avanzo di flussi finanziari che sosteneva i consumi americani maggiori del reddito e del prodotto: la Cina comprava il 46% di titoli del debito pubblico Usa solo 3 anni fa, ma è scesa al 20% nel 2008, al 5% nel 2009.
La bilancia del debito
Purtroppo, non è cambiata però solo l’unità di misura del debito. E’ cambiata anche la bilancia. E questo è un problema che disorienta e divide. Prima erano le quattro agenzie internazionali di rating, a giudicare il debito pubblico come quello delle grandi corporations, con proprie valutazioni sui conti pubblici e tenendo d’occhio gli spread registrati ogni giorno sul mercato tra i rendimenti dei titoli pubblici decennali tedeschi e quelli di ciascun Paese dell’eurozona. Ma con la crisi la credibilità delle agenzie di rating è andata a pallino. Il mercato ha iniziato ad affidarsi a un criterio che apparentemente è meno discrezionale, cioè all’andamento non degli spread sui titoli ma dei CDS, cioè dei contratti derivati attraverso i quali ogni giorno si misura il rischio di assicurazione dei debiti sovrani, scommettendo sul suo andamento a termine. E’ un meccanismo più di mercato? Sì e no. In un mondo nel quale politica e regolatori diffidano dei derivati, da un anno e mezzo sui mercati è aperta la grande gara a concentrarsi ogni tot mesi su futures diversi, alla ricerca del maggior guadagno speculativo a breve. L’euro-dracma si acuisce dal 12 gennaio, cioè dal giorno in cui alcune decine di primary dealers sul mercato dei futures chiudono le posizioni corte tenute sulla svalutazione del dollaro, e si riversano nel mercato dei CDS sovrani. In pochi giorni, il CDS greco arriva a 400 punti, raddoppiando cioè la soglia di rischiosità segnata fino a poche settimane prima. Siamo proprio sicuri, che questa nuova bilancia sia più fedele della precedente? Di certo, io la preferisco alle agenzie. Ma forse sarebbe saggio alzare i margini, per partecipare al mercato dei CDS. Altrimenti la volatilità darà ragione alle ministre dirigiste francesi Lagarde che protestano, e insieme ai politici populisti e spreconi e ai loro elettori nazionalitar-corporativi – Italia è di te che sto anche parlando! – che indicano i complotti dell’odiata finanza anglosassone come i veri responsabili dell’eurocrisi.
A debito nuovo, mondo nuovo
Quali conseguenze trarne? Fino a quest’oggi, i governi hanno rappezzato. L’Europa non ha saputo indicare una strada nuova. I tedeschi hanno la meglio, tagliando le unghie ai francesi che immaginavano un salvataggio concordato fosse l’annuncio di un’Europa finalmente politica e non delegata alla sola BCE. Nessuno statista europeo ha saputo o voluto mettere i tedeschi di fronte a un’altra prospettiva. Senza un inizio almeno di debito condiviso in eurobond – è così che nacquero davvero gli Stati Uniti con Alexander Hamilton, che non si limitò a dar vita alla prima banca centrale USA – non c’è strumento finanziario di politica davvero comune, politicamente non si esiste ma si resta una pura area monetaria. Anche in Italia, solo pochi come Paolo Savona hanno detto che occorrerebbe anche più dell’eurodebito, cioè un’iniziativa europea per un accordo valutario a tre, non più lasciando la scena a dollaro e yuan, per chiedere finalmente pari responsabilità ai Paesi in surplus come la Cina e a quelli in deficit di bilancia corrente, per agire reciprocamente sulla domanda interna invece di cercare aggiustamenti reciproci di cambio e o d’inflazione. Altrimenti, svalutazioni competitive e aumenti del prezzo per via del dollaro unica vera valuta ancora di riserva mondiale continueranno a riverberarsi entrambi negativamente sull’attuale Europa ”impolitica”. E più sull’Italia che sulla Germania, come i tedeschi sanno benissimo. Infatti, a loro va bene.
E’ un mondo nuovo, quello che bisogna avere la forza di immaginare alla luce di ciò che la crisi ha mostrato. Non c’é ruolo diverso degli USA nel mondo senza un’Europa più consapevole. Ma non è la via tedesca, quella da seguire. Perché a Berlino preferiscono il solo euro in cui dominano come potenza continentale, a un’europolitica che li farebbe contare meno. Chi qui scrive pensa che l’europolitica non ci sarà. E allora sarebbe meglio che comunque l’Italia imparasse a difendersi meglio, rispetto alla primazie franco-tedesche alla quale le nostre implumi classi dirigenti prestano troppo ascolto. Non solo ma anche, perché hanno studiato meno di loro.
http://www.chicago-blog.it/2010/02/16/euro-dracma-e-mondo-nuovo/
FINANZA/ Caro Tremonti, ecco cosa fare per non fallire come la Grecia
Grazie a quei giochini, simili in parte a quelli che hanno inquinato i conti di tre quarti degli enti locali italiani, il debito greco appariva molto sotto il livello reale, permettendo quindi di non incorrere nella mannaia né delle agenzie di rating - che invece sapevano benissimo come stavano le cose, essendo pappa e ciccia con le banche d'affari che offrono quei prodotti - né dell'Unione Europea. A denunciare l'accaduto ci ha pensato il New York Times, raccontando come l'ultima visita di emissari di Goldman Sachs, guidata nientemeno che dal presidente in persona, si sia tenuto lo scorso novembre, insomma quando i buoi erano ormai fuori dal recinto e servivano misure d'emergenza.
I contratti, estremamente complessi, si basavano di fatto su un criterio molto semplice: denaro contante a fronte di un promessa di ripagare, con gli interessi garantiti dallo swap, in futuro. Swap è un termine inglese (letteralmente baratto, scambio) utilizzato per identificare quei contratti finanziari in cui due controparti si impegnano a scambiarsi flussi monetari in entrata o in uscita, e a compiere l'operazione inversa a una data futura predeterminata.
Il caso di scuola è quello di un ente locale, che ha contratto un mutuo di 100 miliardi tasso fisso (10%) con la Cassa depositi e prestiti, e che deve quindi pagare periodicamente degli interessi (10 miliardi l'anno). L'operazione si rivela onerosa in seguito alle mutate condizioni di mercato, e l'ente decide quindi di legare il mutuo a un parametro di indicizzazione (un tasso del 5%) maggiorato di uno spread (un differenziale) del 5%, scommettendo su un ribasso dei tassi di interesse. Stipula così un contratto di swap con una banca, la quale garantisce il tasso fisso contro quello variabile.
Se il tasso variabile aumentato dello spread è inferiore al tasso fisso, e scende ad esempio attorno all'8%, l'ente ne ottiene un vantaggio, può ridurre le sue spese e di conseguenza il suo deficit. Viceversa, se il mercato fa salire i tassi e l'onere complessivo schizza sopra il 10%, sarà la banca a incassare di più, e l'ente vedrà salire le sue spese e il suo deficit. Il caso può essere traslato dagli enti locali agli Stati, che si indebitano sui mercati internazionali con emissioni obbligazionarie in valuta locale o estera, sulle quali sono costrette a pagare dei tassi di interesse.
A cosa abbiano portato queste continue pratiche, è ora sotto gli occhi di tutti. Insomma, Wall Street non ha creato la crisi del debito greco ma l'ha coperta per mesi: e il timore, almeno così si paventa a Londra, è che altri paesi si siano fatti sedurre da questi contratti swap per tenere sotto controllo il debito pubblico galoppante. I nomi che circolano sono quelli di Spagna, Portogallo e Italia: ovvero, gli altri tre membri dei Pigs.
Tremonti farebbe bene a dare un'occhiata, visto che è noto a tutti che nel 1996 l'Italia ha stipulato un contratto swap con JP Morgan, un'operazione sui derivati che permise di riportare il budget in linea attraverso uno swap monetario con la banca d'affari a un tasso di cambio favorevole. Il problema è che quel tipo di contratto, che permise al governo italiano di ottenere denaro fresco, aveva come clausola il fatto che i futuri pagamenti effettuati dall'Italia non sarebbero stati messi a bilancio come liabilities, ovvero fonte di perdita. I derivati sono strumenti straordinari, peccato che bisogna saperli utilizzare. Ed evitare le scatole cinesi dei derivati sui derivati. Ripeto, Tremonti dia una bella occhiata a quanto fatto e pattuito in passato, a New York non mettono la mano sul fuoco sulla stabilità del debito italiano e anche l'uscita di Jean-Claude Trichet di domenica non dovrebbe farci stare troppo sereni. La crisi greca, nei fatti, non rappresenta la fine dell'eurozona ma certamente l'inizio della fine: troppo difficile mantenere insieme economie così differenti in tempi difficili come questi, troppo forte ancora la spinta egoistica e sovrana dei vari governi a fronte di un'inconsistenza politica totale di Bruxelles. Occorre coraggio, a partire da casa nostra. Tremonti butti l'occhio, i continui stop-and-go sull'abbassamento delle tasse, l'ipotesi di contro-finanziarie e altri allarmi - come quello di Baldassarri a Ballarò, «In cassa non c'è più una lira» - fanno pensare che a New York abbiano ragione. Occhio a come si muoveranno i fondi e come varierà il numero di contratti contro euro e debito di Pigs e Italia al Chicago Merchantile Exchange: le prossime settimane, forse, ci diranno la verità. Non potrebbero non essere cose piacevoli da sentire.
GB, le banche hanno rifiutato il 57% dei prestiti alle imprese
Le banche inglesi non hanno fornito adeguato supporto alle imprese. A denunciarlo, stavolta dati alla mano, è un’indagine svolta dall’Institute of Directors, un gruppo di lobbying dei lavoratori, che ha dimostrato come gli istituti di credito abbiano rigettato il 57% delle richieste di prestiti provenienti dalle compagnie britanniche nel corso del 2009.
I risultato dello studio, che sono stati sottoposti anche all’attenzione del governo di Londra, contraddicono dunque le posizioni assunte dalle banche, secondo le quali la maggior parte delle linee di credito richieste sarebbero state concesse. Si tratta - riferisce il portavoce Alistair Tebbit - della prima volta che l’istituto raccoglie dati del genere, ma Royal Bank of Scotland e Lloyds Banking Group, le due principali banche del Paese, erano già finite nel mirino dei legislatori britannici, che in un rapporto della scorsa settimana hanno spiegato come esse non siano riuscite a garantire il supporto necessario alla ripresa economica. «Gli istituti di credito nazionalizzati o semi-nazionalizzati devono a noi la loro esistenza, e per questo devono fare la loro parte nel concedere i prestiti di cui ha bisogno il Paese», aveva osservato il liberal-democratico Vince Cable.
Il risultato del credit crunch è stato - prosegue lo studio dell’Institute of Directors, che ha coinvolto 1.045 compagnie - che alcune aziende si sono viste costrette a ricorrere a prestiti non sicuri. Circa il 20% ha dovuto infatti accontentarsi delle carte di credito per raccogliere capitali, mentre chi si è potuto rivolgere alle banche è stato solo il 28% (contro il 45% del 2001).
http://www.valori.it/italian/economie-sostenibili.php?idnews=2051
Nel 2010 la Cina supererà il Giappone come seconda maggior economia
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina si appresta a sorpassare il Giappone e diventare la seconda maggior economia mondiale, dopo i soli Stati Uniti. Il risultato emerge dai risultati del Giappone nell’ultimo trimestre 2009, inferiori alle attese e tali da confermare le difficoltà del Paese a fronte di una Cina in ripresa.
Ieri Tokyo ha detto che il Prodotto interno lordo è cresciuto del 4,6% nel quarto trimestre (il 5% nell’anno), cosa che gli consente di registrare nell’intero 2009 un Pil di circa 5.100 miliardi di dollari, rispetto ai 4.900 del 2008. Ma esperti osservano che la ripresa è conseguenza dei robusti finanziamenti concessi dal governo alle imprese e che è inferiore alle attese. L’economia nipponica è comunque in crescita da 3 trimestri e il consumo interno, che costituisce circa il 60% della sua economia, è cresciuto dello 0,7% rispetto al terzo trimestre 2009. Del risultato hanno beneficiato soprattutto i venditori al dettaglio e le vendite di autoveicoli e abitazioni. L’industria ha ripreso fiducia e ha ricominciato a investire in strutture e macchinari.
Per il 2010 le previsioni sono incerte: analisti prevedono che il consumo interno continuerà a crescere, ma con minor velocità e temono che si instauri un circolo vizioso, con diminuzioni di prezzi e salari.
La Cina appare invece in rapido recupero, dopo che il quarto trimestre ha annunciato una crescita del 10,7%, l’8,7% nel 2009.
In questo scenario Takuji Okkubo, economista per la Societe Generale a Tokyo, predice al South China Morning Post che entro l’anno Pechino spodesterà il Giappone da questo secondo posto tenuto da 40 anni. D’altra parte, Tokyo ha anche interesse alla crescita cinese, nella speranza che aumenti il consumo interno del Paese e che cresca la domanda di prodotti nipponici. Nella previsione che permanga il relativo ristagno del mercato interno, il Giappone punta ad aumentare l’esportazione, che a dicembre è cresciuta per la prima volta dalla fine del 2008, contribuendo a una crescita dell’industria del 2,2%.
Peraltro anche in Giappone, come in altri Paesi, è sotto esame l’attendibilità delle statistiche ufficiali, dopo che il governo ha dovuto rivedere più volte le previsioni sul Pil del 3° trimestre, passando dall’ottimistico 4,8% della prima proiezione all’1,3% delle ultime previsioni del Gabinetto: ieri, invece, il governo ha ammesso che nel periodo luglio/settembre non c’è stata alcuna crescita.