Venezuela, Chávez minaccia di nazionalizzare il sistema bancario

Venezuela, Chávez minaccia di nazionalizzare il sistema bancario

Il presidente venezuelano Hugo Chàvez ha minacciato di nazionalizzare l’intero sistema bancario del Paese, pur avendo assicurato che i risparmi dei cittadini saranno al sicuro negli istituti di credito locali. Parlando ieri alla nazione, il leader latinoamericano ha spiegato infatti che il governo dovrà probabilmente affrontare nuovi problemi nel settore, dopo aver recentemente chiuso i battenti di due banche e proceduto ad un salvataggio d’emergenza per altre due. Si tratta di Banco Canarias de Venezuela e di Banco Provivienda, che sono state dichiarate insolventi, e di Bolívar Banco and Banco Confederado, il cui controllo è passato per ora in mani pubbliche.

Chàvez ha spiegato che la maggior parte dei depositi delle quattro banche (che ammontano complessivamente a circa il 6% del totale venezuelano) saranno restituiti ai legittimi proprietari, e che il governo farà il possibile per evitare rischi sistemici in futuro. «La nostra attenzione è concentrata su un altro gruppo di istituti di credito: ieri abbiamo passato dieci ore a studiare i loro casi», ha spiegato Chàvez in una conferenza proposta in tv da tutte le emittenti venezuelane. «Potete stare certi che se dovrò nazionalizzare l’intero comparto bancario del Paese, lo farò senza esitazioni», ha aggiunto.

Tuttavia - riferisce il Wall Street Journal - le dieci più importanti banche del Paese, che gestiscono circa il 70% dei depositi, sono considerate per ora in discreta salute, e non dovrebbero necessitare di particolari operazioni per garantirne il futuro.

http://www.valori.it/italian/index.php

Intercettazioni bancarie di provincia

sportello-bancarioIeri ero ad uno sportello della mia banca, e come spesso accade avevo davanti una coda di persone. Mi piace - facendo passare il tempo necessario perchè la coda si smaltisca - ascoltare i clienti in fila parlare del più e del meno; ieri questo “più e meno” erano l’economia e la politica. Arrivato a casa ho trascritto il dialogo registrato con il mio cellulare, come una D’Addario qualsiasi. Ve lo riporto com’è uscito dall’altoparlante:

Tizio: «Il problema grosso è che, trattandosi di una crisi mondiale, va risolta su base mondiale. Il problema grosso è che siamo 6 miliardi, che a occhio e croce fa circa 4 miliardi di abili al lavoro, e 4 miliardi di posti di lavoro non ci sono, e nemmeno 3, e forse neanche 2 miliardi, e gli altri? Il problema grosso è che, come dice perfino ora il compagno Fini, l’unica strada è la via dei sussidi minimi. Lo stipendio è un diritto, il lavoro si paga a parte.»

Caio: «Resta il fatto che prima della crisi tutti questi contratti flessibili, da molti definiti “atipici”, hanno permesso una notevole diminuzione della disoccupazione! Quindi, pur in considerazione della profonda crisi che stiamo vivendo, meglio disoccupati o occupati precari? Lo so che non sono entrambe belle situazioni, ma tra le due…»

Tizio: «E’ schifoso questo ricatto da parte di chi ha il coltello dalla parte del manico. Meglio disoccupati: è più dignitoso per la persona e più nocivo per il sistema.»

Caio: «Meglio disoccupati per essere contro il sistema è si un sentimento idealisticamente pienamente condivisibile… purtroppo oggi è sempre più complicato cercare di sovvertire il sistema se non sei figlio di papà…»

Tizio: «Cercherò di spiegarti perché non è necessario essere figli di papà per sovvertire il sistema. In questa fase storica di decadimento il sistema, inteso come intreccio di politica e affari, è retto da una classe dirigente in gran parte composta - questa sì - da figli di papà, raccomandati e smidollati, cocainomani senza alcuna tensione ideale e morale e ai quali ciò che importa, ciò che sta loro veramente a cuore, è riuscire a ritagliarsi spazi per lo sballo, come le recenti cronache testimoniano; e trasmettono subdolamente al resto della popolazione il medesimo messaggio affinché assimili questa “filosofia di vita” e le somigli. La popolazione deve restare calma, stordita, anestetizzata. Queste coscienze addormentate sono l’unico ostacolo alla rivoluzione. La rivoluzione va esercitata non con le armi da fuoco (per ora) ma con le armi del pensiero critico, finalizzate al risveglio delle coscienze, poiché il problema oggi non è denunciare che il re è nudo, il che è fin troppo evidente, ma che il popolo è nudo. Una volta che il popolo, destatosi dal torpore televisivo, prendesse coscienza che il potere oggi non è altro che una tigre di carta, un’accolita di vigliacchetti debosciati, basterebbero due o tre colpi ben assestati per far crollare la baracca.»

Terzo uomo: «Quel “per ora” mi inquieta non poco! Ok, hai fatto crollare la baracca con la rivoluzione più o meno violenta e poi? Già, perchè è il poi che a me interessa! Nel senso che la storia ha sempre dimostrato che il “poi” spesso diventava peggio del “prima” o, più semplicemente: rapidamente “ritornava tutto come prima”!»

Tizio: «Non si sa mai che piega prendano gli eventi, il potere non molla facilmente l’osso. Sarebbe stato quantomeno imprudente per i combattenti della Liberazione dal nazifascismo escludere di imbracciare il fucile … Il “poi” dipenderà da noi, non dalla storia, dal destino o dagli astri. Noi che società vogliamo?»

http://www.finansol.it/?p=3047

L' INFLUENZA POLITICA E CORRUTTRICE DELLE BANCHE NELLE "SOLUZIONI" ALLA CRISI

di Vincenç Navarro Il Congresso degli USA lo scorso 1 settembre ha istituito una Commissione (composta da 6 democratici e 4 repubblicani) con lo scopo di analizzare le cause della crisi finanziaria, dare responsabilità e proporre misure legislative per prevenire l'emergere di nuove crisi. Questa Commissione è dotata di un team di tecnici diretti da Thomas Greene, che fu il pubblico ministero dello Stato della California quando s’investigò sul caso Enron, tra gli altri. Il Presidente ( in inglese Chairman) della Commissione, il democratico Phil Angelides, dimostra che l’impatto di questa Commissione sarà simile a quello che ha avuto la commissione Pecora (che deve il suo nome al suo presidente, Fernandin Pecora) nominata nel New Deal quando il Presidente Franklin D. Roosevelt ha diretto il recupero dell’economia statunitense durante la Grande Depressione. Tale Commissione del Congresso ha proposto tutta una serie di leggi che, una volta approvate dal Congresso, passarono a formare l’architettura regolatore del sistema finanziario statunitense. Un punto centrale di questa architettura è stata la legge Glass-Steagall Act, che separò le banche di deposito (commercial banks) dalle banche d’investimento (investiment banks), con lo scopo di proteggere la banca commerciale dai rischi che comportano le attività (molte volte speculative) delle banche d’investimenti. Questa legge fu annullata dal Presidente Clinton seguendo il consiglio del suo Segretario del Tesoro (e dell’ economia) Larry Summers, ed è ampiamente riconosciuto che il suo annullamento è una delle cause più importanti dello sviluppo della crisi finanziaria. Oltre a questa Commissione, nella Camera Bassa del Congresso esiste un Comitato, il Comitato della Riforma e della Supervisione del Governo (House Committee on Oversight and Government Reform), preseduto da Edolphus Towns, democratico di Brroklyn, che si sta anche lui occupando di analizzare le cause della crisi. Questo Comitato ha il potere di chiamare qualsiasi membro dell’ Amministrazione Pubblica come testimone, inclusi i membri della Banca Centrale Statunitense (The Federal Reserve, FED), mettendo in una situazione scomoda i rappresentanti della Banca. Questo Comitato è stato molto critico con il comportamento della FED, non solo sulla genesi della crisi, ma anche nel modo in cui si è portato avanti il salvataggio della Banca degli USA (centrato su Wall Street). Quattro sono le conclusioni che derivano da queste ricerche. Una è che l’eliminazione della citata legge Glass-Steagall ha facilitato l’apparizione di enormi mega banche che hanno goduto di un’enorme influenza sul Ministero dell’ Economia, del Tesoro e sulla FED. La maggiore preoccupazione dell’ Amministrazione Bush e Obama è stata quella di salvare queste mega banche ad ogni costo argomentando che sono troppo grandi per permettere che falliscano. Hanno ritenuto che il loro collasso avrebbe danneggiato l’economia statunitense e mondiale. Le misure di sostegno a tali banche siano state intese a mantenere le dimensioni attuali, e questo a scapito di permettere loro di continuare con le loro pratiche normali. Un elemento importante per il suo mantenimento era quello di salvare la compagnia di assicurazioni AIG (che era quella che assicurava gli strumenti con maggiori rischi o derivati, che quelle mega banche possedevano). L’aiuto che ha rappresentato il controllo dell’ AIG da parte del Governo Federale ha permesso di canalizzare un gran numero di prodotti tossici verso questa assicurazione, così come verso le compagnie federalizzate come Fannie Mae e la Federal Reserve Look. Tale canalizzazione di tali prodotti tossici si è fatto in modo opaco senza che la cittadinanza lo sapesse, dato che il Ministero dell’ Economia era pienamente cosciente che si stavano salvando le mega banche con l’assorbimento da parte delle istituzioni finanziarie federale dei prodotti tossici. Una seconda conclusione è che c’era una frode generalizzata nelle pratiche delle mega banche, frodi che erano conosciute dalle agenzie di regolamentazione federale che hanno avuto un atteggiamento blando nella loro responsabilità regolatrice. La Commissione e il Comitato spiegano questo comportamento con l’enorme influenza che le mega banche hanno sul governo federale, sia a livello dell’esecutivo che a livello legislativo, influenza che si traduce nelle connessioni esistenti tra la classe politica e l’amministrazione pubblica da una parte e le megabanche dall’altra. Una terza conclusione importante da segnalare è che la crisi finanziaria ha, in realtà, cause politiche. Anche se i repubblicani sono stati quelli che hanno enfatizzato di più la non regolazione della banca e siano stati i maggiori responsabili della creazione di una cultura di lassismo nel comportamento delle agenzie pubbliche regolatrici (conseguenza dei loro credo liberali), i democratici sono stati determinanti nello sviluppo di tali comportamenti. La fine della GlassSteagall Act è del 1999, sotto l’Amministrazione Clinton, informato dell’esistenza di pratiche fraudolente, dato che erano conosciute dal Ministro dell’Economia molti anni prima, dall’inizio della sua Amministrazione. Una quarta conclusione è che l’istituzione con maggior responsabilità su questa collezione di “irresponsabilità” è stata la FED, che ha completamente fallito nella sua funzione regolatrice del sistema bancario, il fallimento è attribuito all' essere animati da una "ideologia liberale" che sistematicamente ha favorito il capitale finanziario sul capitale produttivo e il mondo del capitale al di sopra del mondo del lavoro, contribuendo ad un’enorme crescita della polarizzazione del reddito, una delle cause della crisi (leggere il mio articolo “La silenziosa causa della crisi” Publico, 19-03-2009) Il guru di tali politiche è stato il governatore Alan Greenspan, che era stato canonizzato dall' establishment finanziario, politico, mediatico di quel paese, riferendosi a lui come il Maestro. Le politiche creditizie della FED hanno giocato un ruolo centrale nella creazione delle bolle, delle quali, quella degli immobili è stata l’ultima e la più distruttiva. Da queste conclusioni si traggono varie riflessioni. Una di esse, menzionata nelle conclusioni citate precedentemente, è chela causa della crisi è politica e tocca un problema che non deve essere ignorato se si vuole risolvere il problema. Ed è l’enorme influenza che il potere finanziario ha sulla democrazia statunitense (e nella maggior parte delle democrazie, inclusa la Spagna). Il finanziamento delle campagne elettorali degli USA da parte del capitale finanziario (con milioni di dollari assegnati ai membri dei Comitati che visionano il capitale finanziario) sta corrompendo il sistema politico. E 'una contraddizione enorme che anche gli scrittori che si definiscono progressisti in Spagna, difendono il fatto che poteri economici possano dare fondi ai partiti e ai candidati. Questa pratica corrompe la democrazia. E l’esempio degli USA è convincente. Le proposte che si stanno considerando nel Comitato della Camera Bassa (proibire che le banche possano contribuire alle campagne elettorali dei membri dei Comitati che supervisionano la banca) sono necessarie, ma drammaticamente insufficienti. L’influenza delle banche e delle compagnie assicuratrici va oltre la finanziazione delle campagne elettorali dei politici. Include altri modi di esercitare la propria influenza, come il fatto che la maggior parte dei lobbisti che difendono gli interessi della Banca hanno lavorato prima in quei Comitati che supervisionano la Banca. Queste reti di influenza corrompono anche la democrazia. Oltre ai lobbisti, vi è una porta girevole di posizioni politiche che provengono dal settore bancario e incarichi bancari che provengono dal mondo politico. Geithner (l’attuale Ministro d’Economia dell’ Amministrazione Obama, incaricato di riscattare la banca) ha come capo di gabinetto quello che era stato capo del gruppo di lobbisti della Goldman Sachs (una delle banche che più hanno beneficiato del recupero finanziario federale). Il segretario generale del Ministero era stato il delegato di City Group (un’altra banca aiutata). Un altro delegato del City Group lavora alla Casa Bianca come consigliere del Presidente Obama, che ha anche nominato un economista che ha diretto l’ UBS (oggi in tribunale per aver consigliato i ricchi su come commettere frode fiscale) come membro del gruppo di lavoro che lavora per il recupero economico. Un simile matrimonio (sotto l’amministrazione Obama) del governo federale con Wall Street, continua l'attuale quadro delle amministrazioni precedenti. Il Ministero d’Economia dell’ Amministrazione Bush jr. è stato Henry Paulson, presidente della Goldman Sachs, e uno dei più grandi sostenitori della deregulation, avendo finito la normativa della Securities and Exchange Commissions, che vietava alcune pratiche creditizie di tipo speculativo. E lo stesso attuale Ministro d’Economia, il Sr. Geithner, quando era direttore dell’ FBR di NY, è stato tra i principali fautori della deregulation bancaria, stringendo amicizia con i massimi dirigenti di Wall Street. Tutti questi dati e altri spiegano l’intervista, rilasciata da chi fu il principale economista del Fondo Monetario Internazionale, Mr Simon Johnson, presente in un articolo sull’ Athlantic Monthly (maggio 2009), nel quale diceva che quanto era successo negli Stati Uniti era un colpo di stato “silenzioso e taciuto” del capitale finanziario che aveva preso il governo federale. Il neoliberismo ha facilitato questa corruzione E’ importante sottolineare che tali connessioni hanno rappresentato la matrice materiale sulla quale si è basato il progetto neoliberale. La fortezza di questo ultimo è il sintomo del potere del capitale finanziario. Questo neoliberismo è stato la giustificazione di politiche enormemente corrotte, sviluppate principalmente per beneficiare gli interessi del capitale finanziario. Credo che coloro che promuovono il neoliberismo stanno sbagliando e si suppone che non sanno quello che fanno. Loro sanno e gli sta andando proprio bene. Come sempre qualsiasi classe o èlite dominante ha identificato i suoi interessi con gli interessi del paese. Un esempio è il Sig. Summers, uno dei progettisti delle politiche di salvataggio delle banche. Summers è il principale consigliere economico del presidente Obama, che non ha avuto nessun dubbio nel creare il più grande programma di beneficienza assistenziale che si sia conosciuto nella storia di qualsiasi paese, assistenza sociale, non ai poveri, ma alle banche. Il Sr Summers, che fu uno degli architetti del programma delle privatizzazioni nei paesi dell’ Est Europa (responsabile che l'aspettativa di vita della Russia è diminuito drasticamente) ha difeso le sue politiche argomentando che difendeva gli interessi del paese. In realtà, gli unici che ne hanno beneficiato sono stati gli interessi bancari (e aziendali) degli USA, per i quali lavorava, includendo il City Group e gli hedge founds (dai quali ha ricevuto, in questi ultimi anni, cinque milioni di dollari) La domanda che si sono fatti i settori progressisti che hanno sostenuto Obama, è come il presidente Obama abbia potuto nominare queste persone così vicine a Wall Street, alcune delle quali erano responsabili delle misure di non regolamentazione che avevano scatenato la crisi. La risposta che ha dato Obama è che aveva bisogno di nominare persone che conoscevano bene il sistema finanziario per poter risolvere la crisi, sottolineando che sarebbe stato lui ha dettare le politiche da seguire. Obama, però, aveva accettato la cornice ideologica, il neoliberismo, che aveva promosso le cause della crisi. Da lì il risultato è stato lo sviluppo di politiche che hanno rinforzato le megabanche. Potrebbe aver nominato altri economisti, conoscitori anche loro del sistema finanziario, che potevano seguire politiche diverse. Ma ha scelto quegli economisti liberali perché s’incastravano con la sua percezione di quello che era necessario per risolvere la crisi. Ha identificato gli interessi della banca con gli interessi del paese. L’importanza di questi fatti in Spagna Nel leggere questo articolo, il lettore avrà potuto vedere alcune analogie con il caso spagnolo. L’enorme sbaglio della Banca Di Spagna nella supervisione e regolazione della banca, nel suo lassismo normativo, nella sua incapacità di prevenire la bolla immobiliare (la maggior responsabile della crisi finanziaria in Spagna), la sua eccessiva complicità con la banca, il suo liberismo finanziario ed economico, la sua mancanza di trasparenza e responsabilità pubblica, sono tutti dati che dovrebbero esigere che una commissione parlamentare venisse formata per fare un’ analisi di quali sono state le cause della crisi in Spagna, includendo anche lo studio dei rapporti tra l’ Amministrazione Pubblica da una parte e gli interessi economici e finanziari dall’altra. La grande tolleranza verso l’esistenza di questi rapporti (come nel caso di David Taguas, che veniva dalla Banca e cominciò a lavorare nella La Moncloa disegnando politiche economiche e finanziare, e dirigere la lobby immobiliare della costruzioni) è anche un sintomo che questa politica corrotta sta danneggiando enormemente la democrazia spagnola. Dall’altra parte, la stessa domanda che le forze progressiste statunitensi fanno ad Obama, dovrebbero farsi al Presidente Zapatero. Come è possibile che molti degli economisti della squadra economica del governo socialista sono appartenuti alla sensibilità liberale (Taguas ha favorito la privatizzazione della Sicurezza Sociale, come è successo in Cile), provenienti da molti centri di ricerca della Banca o della Banca di Spagna? Come fa il governo a nominare Fernandez Ordoñez, noto liberale, Governatore della Banca di Spagna, istituzione che ha confuso gli interessi della Banca con gli interessi della Spagna e che è stato uno degli agenti che più hanno sbagliato in questa crisi? Una risposta a queste domande è che il Governo ha accettato per troppo tempo le premesse liberali che hanno causato la crisi e che adesso stanno ostacolando la ripresa economica. Sarebbe da sperare che il Governo recuperi pienamente la sua vocazione trasformatrice che era riflessa nel suo programma e che ha ancora bisogno di svilupparsi pienamente. Per questo dovrebbe allearsi con le forze della sinistra che permetteranno di neutralizzare le forze conservatrici e liberali promosse dal capitale finanziario in Spagna. Fonte:http://www.vnavarro.org/?p=3640#more-3640 Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di Vanesa

Gli Stati Uniti stanno uscendo dalla recessione?

Thanks to mintlife

Lost decade Americana

Per le azioni siamo già al Giappone. E da un bel pezzo. Lo S&P 500 nell'ultimo decennio per la prima volta dalla Grande Depressione ha fatto registrare un risultato negativo. Nel grafico qui sotto sono espressi, divisi per decadi, i profitti totali (compresi i dividendi) al loro valore nominale. Considerando anche la svalutazione del dollaro e l'inflazione, investire in azioni in base alla filosofia del "buy and hold" è risultato un pessimo affare soprattutto per i risparmiatori e i fondi pensione. Invece a leccarsi i baffi speculatori e insider. Thanks to EconomPic

WSJ: la Cina risponde alla bolla speculativa?

 

WSJ: la Cina risponde alla bolla speculativa?

I regolatori bancari cinesi hanno risposto alle pressioni, non solo interne, circa la possibili conseguenze di un eccesso di liquidità immessa nel sistema finanziario locale...

I regolatori bancari cinesi hanno risposto alle pressioni, non solo interne, circa la possibili conseguenze di un eccesso di liquidità immessa nel sistema finanziario locale. Secondo una notizia apparsa su Dow Jones Newswires, le autorità di Pechino avrebbero ordinato per la prima volta ad una banca commerciale di limitare i crediti erogati negli ultimi due mesi del 2009.

Si tratta di un istituto controllato dallo Stato, i cui dirigenti avrebbero ricevuto un memo classificato come “urgente” dalla commissione che supervisiona il sistema bancario cinese. Quest’ultima, in realtà, non ha confermato l’invio della richiesta, né è chiaro se si sia trattato di un ordine formale giunto in forma scritta. Ma, riferisce lil Wall Street Journal, ciò che pare certo dalle informazioni raccolte fino ad ora è il tono perentorio utilizzato dalle autorità, che avrebbero informato il board della banca circa la “non negoziabilità” della decisione. In particolare, la richiesta sarebbe stata quella di non superare, a novembre e dicembre di quest’anno, il livello di capitali erogati ad ottobre sotto forma di prestiti. Alla banca, infine, sarebbe stato chiesto anche di centrare gli obiettivi prefissati sui ratio di capitalizzazione (che non dovranno scendere al di sotto del 10%).

Qualora la notizia fosse confermata, costituirebbe un’ulteriore conferma dei timori sulla possibilità di nuove speculazioni in Cina, soprattutto nel mercato immobiliare, con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare anche nel sistema bancario.

http://www.valori.it/italian/finanza-globale.php?idnews=1797

SI PREPARANO???

BCE:BINI SMAGHI,STRETTA MONETARIA DEVE ANTICIPARE INFLAZIONE
(ANSA) - ROMA, 11 SET - La tempistica della 'exit strategy'
dalle misure straordinarie di sostegno al credito dovra' essere
studiata con estrema cura, e ''la fase di stretta monetaria non
potra' aspettare che si materializzi l'inflazione, ma dovra'
precederla''.
A dirlo e' il membro del comitato esecutivo della Banca
centrale europea Lorenzo Bini Smaghi, che nel suo intervento
durante una conferenza alla Banca d'Italia si e' soffermato su
come le banche centrali, su entrambe le sponde dell'Atlantico,
dovranno calibrare la 'exit strategy', cioe' il ritiro delle
misure studiate per sostenere i bilanci bancari e favorire la
ripresa del mercato creditizio dagli shock passati. Senza
trascurare la politica dei tassi d'interesse, a minimi storici
negli Usa come in Eurolandia.
''Sara' fondamentale avere una exit strategy ben studiata'',
ha detto Bini Smaghi. E anche se ancora ''non e' il momento'' di
metterla in pratica, ''avere una exit strategy e' un atto di
responsabilita' per una banca centrale''.
Bini Smaghi si e' soffermato sulla tempistica di una simile
scelta, che implichera' per la Bce il dover riassorbire misure
come la liquidita' disponibile 'a rubinetto', l'espansione delle
attivita' finanziarie che le banche possono dare a garanzia
contro liquidita', l'allungamento delle scadenze dei prestiti e
l'acquisto dei covered bond: molto dipendera' - ha detto - dalla
ripresa economica e dalla stabilizzazione dei mercati, le cui
prospettive sono al momento avvolte dall'incertezza. Iniziare la
exit strategy' troppo presto rischia di minacciare la ripresa;
troppo tardi di seminare instabilita'. (ANSA).

Non è tutto oro quello che luccica

 

L'antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l'accusa di manipolare il prezzo dell'oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d'oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell'oro.
L'iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.
Se il mercato dell'oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.
La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell'oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.
Per Barrick, che prevede che i prezzi dell'oro si manterranno in crescita, l'operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l'eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.
Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell'oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.
A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell'oro di questi giorni, visto che l'operazione Barrick implica l'acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.
La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.
After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.
Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

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Etichette: Barrick Gold, borse, JPMorgan, oro

http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/09/e-tutto-oro-quello-che-luccica.html

Gas release: teoria del complotto o gioco delle coppie?

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Scritto da Carlo Stagnaro

venerdì 11 settembre 2009

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Per giudicare l’efficacia di un provvedimento, bisogna anzitutto aver chiaro quale sia il suo obiettivo. Se la gas release della settimana scorsa serviva dunque ad aiutare le piccole e medie imprese italiane, strette tra il crollo dei volumi, la riduzione dei margini, e un costo dell’energia comunque più alto di quello dei competitor, i dati diffusi ieri dall’Eni non lasciano spazio a dubbi:

l’asta è andata semideserta, i prezzi hanno scontentato venditore e compratori (il che potrebbe essere un argomento per l’equità della scelta, però), e gran parte dei lotti sono andati a grossi utilizzatori o intermediari. Della delusione di tutti dà conto Stefano Agnoli sul Corriere. Dagospia, invece, offre una lettura, diciamo, complottista: forse non del tutto ingiustificata. Ma credo sia necessario aggiungere qualche tassello.

Partiamo, comunque, dai risultati dell’asta: dei 5 miliardi di metri cubi di gas disponibili, ne sono stati ceduti circa un quinto: per i lotti semestrali, ne sono stati assegnati 91 su 340, mentre per quelli di durata annuale si è arrivati a 53 su 285. Tra i maggiori beneficiari dell’operazione, l’Ilva, il gruppo tedesco E.On, e poi Burgo e Phlogas: che da sole avrebbero messo le mani su circa metà del totale venduto. Il prezzo di aggiudicazione è stato pari a circa 20,2 centesimi / metro cubo: sotto il mercato italiano (che viaggia sui 25-26) ma sopra i valori europei (15-17). Ora, i destinatari teorici del provvedimento – da Confindustria ad Aiget – si lamentano, mentre l’Eni minaccia ricorso.

Secondo la ricostruzione di Dagospia, si tratta del risultato di un diabolico disegno del presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, contro il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ossia colui che più di tutti ci ha messo la faccia. Sebbene tra i due non scorra buon sangue, non credo che Ortis potesse arrivare a tanto; né che, ammesso che ci sia la sua manina, anche a condizioni più favorevoli le cose sarebbero andate diversamente. La gas release è uno strumento da usare con estrema cautela, come avevo scritto tempo fa: in condizioni molto particolari può aiutare a sbloccare il mercato, ma in generale è un intervento a gamba tesa sul mercato. L’Italia ha spesso avuto, nel passato, caratteristiche tali da giustificare manovre autoritative: in fin dei conti, il mercato del gas è dominato da un (ex) monopolista (ex) pubblico, che controlla tutti i punti di accesso internazionali (Rovigo deve ancora entrare in funzione), nonché la rete nazionale e gli stoccaggi. Bene.

Il quadro è stato però alterato dalla crisi: che, tra i suoi portati, ha determinato un crollo della domanda industriale di gas e un crollo della domanda di elettricità (quindi della domanda di gas per il termoelettrico). Per la prima volta, il mercato è strutturalmente lungo: la questione che Paolo Scaroni deve affrontare, oggi, è più come sbarazzarsi del gas che comunque è obbligato ad acquistare dai suoi fornitori, più che ritagliarsi il margine grasso a cui era abituato. Per lui, insomma, come per tutti, contano oggi i volumi: tanto che i maligni, come ha punzecchiato Quotidiano Energia, mormorano che all’Eni avrebbe fatto comodo il successo dell’operazione.

Cosa ha prodotto, insomma, tutto questo tran tran? Direi più feriti che vincitori. Gli unici a guadagnare veramente, infatti, sono i grossi utilizzatori, che giustamente cantano vittoria. Per il resto, però, si vedono macerie. Macerie, anzitutto, a Via dell’Astronomia, che su questo punto aveva minacciato tuoni e fulmini e si ritrova con un pugno di mosche. Macerie a San Donato, che vende poco gas e a basso prezzo: né volumi né margini. E macerie, soprattutto, in Via Veneto, dove alberga il regista politico dell’iniziativa, Scajola, che, volendo giocare di sponda con gli industriali, è riuscito a far incazzare sia Emma Marcegaglia, sia Paolo Scaroni.

Ecco, infine, la possibile coda: l’Eni potrebbe far ricorso contro la gas release. La minaccia è affidata a Domenico Dispenza, capo del Gas & Power, che ne parla con toni bellicosi al Corriere. In questo caso, il principale destinatario sarebbe proprio Scajola, ma inevitabilmente qualche schizzo colpirebbe anche il suo collega-nemico, Giulio Tremonti. Che vedrebbe allargarsi il fronte polemico contro quello che è il più importante gruppo industriale italiano nonché la principale partecipata del Tesoro: lo scazzo sulla gas release va messo in fila con una serie di attriti reciproci, che vanno dal taglio del dividendo (Scaroni contro Tremonti) alla “tassa sulla Libia” (Tremonti contro Scaroni) con annesso possibile ricorso.

In questo contesto, allora, la divergenza tra Tremonti e Scaroni si sovrappone a quello tra Scajola e Ortis, che oltre tutto origina proprio dalla “vivace dialettica” tra Ortis e Scaroni; mentre è nota la scarsa empatia tra Scajola e Tremonti (che ha avuto pure risvolti energetici: come nella riforma della borsa elettrica, voluta da Roberto Calderoli con spalla tremontiana, e nelle osservazioni spedite dal Tesoro al Mse sul ddl sviluppo e in particolare sull’atomo, il più caldo tra i dossier sulla scrivania di Scajola). Facendo un po’ di ordine nel gioco delle coppie, si osserva che gli unici a non essersi ancora incornati sono Ortis e Tremonti, mentre Scajola e Scaroni potrebbero trovarsi, loro malgrado, nella stessa barca.

Da:http://www.chicago-blog.it

Il giorno che crollò il mondo.

Set 0911

 

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Pubblicato da Debora Billi alle 11:02 in

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L'11 settembre è il compleanno della mia migliore amica. Non rischio più di dimenticarmelo.
Otto anni fa, mentre ero come tutti davanti alla TV, mi chiamò mia sorella gridando allarmatissima: "Ci stanno attaccando gli extraterrestri!" Lei è un filino esagerata, ma a tal punto era impossibile, lì per lì, riuscire a capire chi avesse potuto compiere un attacco di tale portata e di tale gravità. I russi? I cubani? Figuriamoci. Ma nel giro di poche ore, abili investigatori scoprirono passaporti fumanti e manuali di volo, e il mondo ebbe una risposta.
Una risposta costata molto a molti, e le tremila vittime dell'11 settembre divennero molte, ma molte di più, e non solo americane.

L'Afghanistan ebbe la sua guerra, il suo Presidente firmato Unocal, ma non ancora il tanto sospirato oleodotto. L'Iraq fece la sua parte, con decine di migliaia di morti, il Paese spaccato, ma gli oleodotti ancora saltano in aria e i giacimenti vanno al rallentatore. L'Iran, per il momento, ha salvato la buccia. Per promettere la chiusura di Guantanamo, c'è voluto un Presidente diverso da ogni altro prima.

Il primo a fare una sommaria analisi dei fatti, che andasse oltre le spiegazioni predigerite, è stato Michael Moore con il suo Farenheit 911. Ho sempre pensato che gli abbiano dato la Palma d'Oro a Cannes più per ringraziarlo di aver messo su pellicola le segrete opinioni di tutti che per vera arte filmica. Il primo che ha collegato gli eventi dell'11 settembre al picco del petrolio è invece un libro poco conosciuto in Italia perché mai tradotto: si tratta di Crossing The Rubicon di Mike Ruppert. L'autore, un giornalista americano, mostrava di conoscere molto bene il problema picco... e insinuava che lo conoscessero altrettanto bene i membri della junta Bush. Gli eventi del 2001, secondo Ruppert, sono stati causati dalla consapevolezza dell'approssimarsi del picco e dalla necessità di modificare gli assetti geopolitici mondiali con l'approvazione di un'opinione pubblica paralizzata dal terrore e il forzato sostegno degli alleati.

La junta, come la chiamò in seguito Gore Vidal nel suo Le menzogne dell'impero e altre tristi verità, nel 2001 non si poteva neppure menzionare. Le gesta di quel superclan petrolifero di comando che includeva Cheney, Wolfowitz, Armitage, Rumsfeld e Perle (detto Il principe delle tenebre), autore del profetico PNAC, Project for The New American Century e vero think tank dietro l'amministrazione Bush e la gestione post-11 settembre, venivano ignorate dalla stampa e i giornalisti di tutto il mondo. Solo i siti Internet più estremisti osavano parlarne.
Unica eccezione, in Italia: Giovanni Minoli, che nel 2003 svolse un'eccellente e lunghissima inchiesta sui ogni membro della junta inchiodandoli alle loro responsabilità. Andò in onda su RaiTre alle due di notte. Oggi Giovanni Minoli sarà forse chiamato a "normalizzare" RaiTre per compiacere un governo ormai disfatto.

In fin dei conti, sono passati otto anni.

http://petrolio.blogosfere.it/2009/09/il-giorno-che-crollo-il-mondo.html

ALTO FUNZIONARIO CINESE PRESAGISCE L'ALLONTANAMENTO DAL DOLLARO


Data: Giovedì, 10 settembre @ 17:00:00 CDT
Argomento: Cina

DI STEPHEN C. WEBSTER
Raw Story
Stando a quanto pubblicato in un documento, la Cina starebbe gradualmente assumendo un atteggiamento circospetto nei confronti della fornitura crescente di dollari, tanto da voler finanziare le nuove iniziative, sopratutto relative alle energie verdi, attraverso diversi tipi di valori quali ad esempio l’oro, l’euro e lo yen.
“Noi confidiamo in un cambio nella politica monetaria statunitense non appena si avranno segnali positivi di crescita”, ha dichiarato Cheng Siwei, ex vicepresidente del Comitato permanente, scrive il The Telegraph.
“Se, al contrario, continueranno a stampare moneta per comprare titoli di Stato”, ha continuato Siwei, “ciò porterà a fenomeni inflazionistici, e dopo un anno o due ci saranno pesanti ricadute sul dollaro. Ad oggi, la maggior parte delle nostre riserve sono in titoli di Stato statunitensi e ciò non cambierà nel prossimo futuro, ma ciò non toglie che potremmo iniziare a diversificare le nostre riserve addizionali comprando euro, yen o altre valute”.
Siwei ha inoltre confermato che la Cina è particolarmente interessata all’acquisto di oro, ma ha puntualizzato che ne comprerà con circospezione per non agitare il mercato.
“Fino a che essi (la Cina) venderanno dollari e compreranno oro, yen o euro, non può che esserci un movimento al ribasso per il dollaro statunitense”, ha scritto Edward Harrison in un rapporto economico su RGE Monitor.
“Non ci si può basare sulle parole di un alto funzionario cinese per comprendere le politiche della Cina”, ha aggiunto, “e Cheng non ha mai detto che i cinesi stanno attivamente diversificando le proprie riserve allontanandosi dal dollaro. Ciò nonostante, sono molti i funzionari cinesi che ormai da diversi mesi si lamentano della linea ribassista del dollaro, per cui sono portato a credere che le loro parole saranno seguite prima o poi da azioni”.
Tuttavia, alcuni sostengono che la Cina abbia già iniziato tale diversificazione.
“Il Commento di Siwei dipinge esattamente ciò che l’osservazione dell’andamento del mercato dell’oro sembra suggerire”, sostiene AmbroseEvans-Pritchard in una edizione del Telegraph. “Ogni volta che c’è un andamento al ribasso dell’oro, entra in gioco una potente forza sconosciuta che acquista”.
“Per lungo tempo gli investitori hanno sospettato che si trattasse della Cina. Successivamente, abbiamo scoperto che Pechino ha in effetti raddoppiato le sue scorte di oro, fino ad arrivare a 1054 tonnellate. Prima il fatto compiuto, poi l’annuncio”.
Il Business Insider ha aggiunto: “sarà un processo lento e il paese non ama comprare in modo massiccio, in quanto distorcerebbe oltremodo il mercato, ma senza dubbio continuerà ad accumulare il prezioso metallo”.
Lunedi scorso i tassi di cambio per l’oro hanno battuto un record di sei mesi, a 995.19 dollari all’oncia, mentre alcune analisti prevedono che esso si apprezzerà fino a superare i 1000 dollari molto presto.
“Il fattore sottostante è sempre il dollaro”, ha dichiarato Dan Smith, un analista della Britannica Standard Chartered Plc, come riporta Bloomberg News. “Se ci sarà una caduta del dollaro, essa potrebbe innescare un forte rialzo dell’oro”.
Domenica scorsa, i presidenti delle banche centrali dei paesi più potenti del mondo, su richiesta degli USA, hanno concordato di rafforzare la struttura degli accordi “Basilea II”. Hanno inoltre deciso di dare più poteri al “supervisore globale” delle imprese finanziarie, con l’intento esplicito di creare un mercato più resistente alle scosse economiche e finanziarie.
La Cina detiene più di 2 trilioni di riserve in dollari statunitensi.
Aggiornamento: a causa delle paure sull'affondamento del dollaro, l'oro ha già superato i 1000 dollari l'oncia
Titolo originale: "Top Chinese official signals move away from dollar "
Fonte: http://rawstory.com
Link
07.09.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIOVANNI PICCIRILLO

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UN GIOCO AL MASSACRO

 

Giovedì, 10 Settembre 2009 - 13:30 -

di Ilvio Pannullo

L’estate è finita, l’inverno è alle porte, la vita e la morte non cambiano mai. Vorremmo fosse uno scherzo, un paradosso, ma è la triste realtà: la crisi economica che ha devastato le economie di mezzo mondo mandando in frantumi una fiducia nel mercato che si riteneva più sacra di Dio, adesso pare solo un lontano e spiacevolissimo ricordo. I governi e le istituzioni finanziarie internazionali devono ancora risolvere i problemi, le storture, le irragionevolezze che sono state alla base di una caduta dei valori azionari peggiore di quella che si osservò in occasione della grande crisi, ma c’è già qualcuno che grida alla ripresa. Vorremmo fosse uno scherzo, ma è la triste realtà; è storia e quello che pare insegnarci è che la storia non insegna nulla.
Quello al quale stanno assistendo i piccoli risparmiatori di tutte le economie, emergenti e non, incapaci come sono di comprendere le reali dinamiche sottese ai finti proclami da spot pubblicitario, è un gioco al massacro. Ogni uomo e donna che abbia una sia pur minima connessione con le leve del potere o sia in grado di spendere una qualche credibilità sul mainstream televisivo, la scorsa settimana ha levato la sua lode alla sopravvivenza del sistema finanziario mondiale, a quello che si è rivelato alla fine come un banale riflusso gastroesofageo prolungato. Le nostre preoccupazioni sono finite, insomma, se si crede a queste buffonate. E tutto lascia intendere che sarebbe saggio non farlo.
Non fate ciò che dico, fate ciò che faccio. Potrebbe riassumersi così l'analisi del comportamento di molte banche e investitori istituzionali. Un articolo di Vittorio Carlini su Il Sole24Ore coglie esattamente il senso di quanto sta accadendo oggi sui mercati e, per farlo, aiuta il lettore a seguire il suo ragionamento, nascosto neanche troppo tra le righe dell’articolo, focalizzandone l’attenzione sull’unica cosa che ha un valore reale: i numeri. “Per rendersene conto – scrive Carlini - basta ritornare con la mente al 26 agosto scorso. In quella data si è svolta un'asta di titoli di Stato, con la domanda che ha superato l'offerta. I BOT semestrali sono stati collocati con un rendimento medio ponderato dello 0,550%.
Secondo Assiom, vuole dire un yield semplice e cioè al netto di tassazione e commissioni dello 0,08 per cento”. Dato che lo yield rappresenta il rapporto dividendo-prezzo corrispondente al rapporto tra l'ultimo dividendo annuo per azione corrisposto agli azionisti e il prezzo in chiusura dell'anno di un'azione ordinaria, è utilizzato come indicatore del rendimento immediato, indipendentemente dal corso del titolo azionario. Un numero, insomma, cui prestare attenzione in momenti come questo.
Ebbene - si chiederà - cosa mostra questo fatto? La risposta è semplice: visto che gli acquirenti sono stati in maggior parte banche ed investitori istituzionali, ciò vuole dire che questi soggetti, spesso impegnati a distribuire ottimismo (pur con le debite riserve) sui rally dei mercati, preferiscono parcheggiare la loro liquidità a breve in investimenti con rendimenti vicino allo zero. Potrebbe essere un caso di scuola per dare dimostrazione della teoria sull’asimmetria informativa tanto cara al professor Stiglitz e, se lui ci vinse un Nobel, vorrà dire che ci sarà pur un briciolo di logica in quello che questa teoria sostiene.
È importante, infatti, comprenderne il senso soprattutto per i risvolti pratici che si potrebbero cogliere, in via del tutto casuale ed ipotetica, se si decidesse di guardare quanto accade oggi consapevoli di non sapere. In questo Stiglitz assomiglia molto ad un Socrate moderno che, invece di bighellonare in giro per l’agorà ateniese interrogando tutti i passanti sulle questioni più disparate, abbia deciso di interessarsi al solo argomento che pare avere importanza ai giorni nostri: il mercato. Similmente al filosofo greco, il professore americano ammonisce chiunque si avvicini alle teorie economiche esortandolo alla vigilanza e all’onestà intellettuale. L'asimmetria informativa é infatti quella condizione in cui un'informazione non è condivisa integralmente fra gli individui facenti parte del processo economico. Stando così le cose, dunque, una parte degli agenti interessati avrebbe maggiori informazioni rispetto al resto dei partecipanti, potendo trarre un vantaggio da questa configurazione.
Ovviamente siamo nel campo delle mere speculazioni. Diversamente già si leverebbero nel cielo le grida di quanti, non potendo accettare la crudezza della realtà, ridurrebbero precise ricostruzioni a mere coincidenze. Se non fosse una speculazione, insomma, sarebbe nell’ennesima teoria del complotto. Ma siamo proprio sicuri che sia tutto frutto della mente di qualche mitomane?
Antonella Randazzo scriveva sul suo blog: “Il termine complottisti viene oggi utilizzato con toni assai dispregiativi, ad indicare alcune persone che denunciano l’attuale sistema come dovuto al potere criminale di uno sparuto gruppo di persone. Tale denuncia risulta essere, per il potere costituito, assai dannosa, poiché mirerebbe a rendere le persone comuni coscienti di non avere alcun potere politico o finanziario. Per questo motivo, coloro che denunciano questo stato di cose vengono coperti di etichette o nomignoli, atti a spostare l’attenzione su particolari irrisori o su aspetti personali, al fine di minimizzare le loro denunce o di renderle poco credibili.
C’è da interrogarsi su quest’esigenza di etichettare persone che a un certo punto della loro esistenza scoprono che le guerre non vengono fatte per “portare democrazia”, che alle autorità politiche non frega un baffo se loro hanno un lavoro decente oppure no, che la storia insegnata a scuola non la conta giusta sul potere che i grandi banchieri-imprenditori hanno avuto nel provocare determinati eventi, o che la scienza ufficiale non lavora sempre a favore degli esseri umani. Queste persone si sono rese conto, con non poco sconcerto, che quello che accade in ambiti finanziari, economici o politici non è esattamente come lo raccontano i mass media.”
Tombola. La realtà è così, ma solo se si crede al pifferaio. Basta un attimo di distrazione dal campionato, dall’ultimo gossip, un attimo in cui si spegne la televisione si accende il cervello e magari si legge un buon libro, che tutto pare tornare a posto come in un videogioco. In un attimo di lucidità si realizza che, in effetti, il messaggio di ottimismo sui mercati è arrivato con chiarezza. Però, tutta questa sicurezza sull'equity evidentemente non c'è. Gli investitori istituzionali, che sono i primi a fare pressioni perché torni ad instaurarsi un clima di fiducia (e che ovviamente sono già esposti sul mercato azionario) preferiscono diversificare. Strano: diffondono fiducia, ma sembrano non averne. Non è certamente un comportamento coerente.
Si potrebbe obiettare che l'attuale forte inclinazione della curva dei tassi, sia negli Usa sia in Europa, segnala i timori della ripresa dell'inflazione e quindi, indirettamente, presuppone la ripresa dell'economia. Insomma, le condizioni per proseguire nella salita dei mercati ci sarebbero. Ma non ci s’illuda, è solo fumo negli occhi. Le obbligazioni a lunga durata scontano sì il surriscaldamento dei prezzi ma, in verità, ciò che non viene detto è che questo aumento fittizio dei valori nominali è più conseguenza dell'enorme liquidità immessa dalle banche centrali, piuttosto che di una reale ripresa dell'economia reale.
Come dire, insomma, che passato l'effetto ondata di liquidità sul mercato, se il mondo dell'economia reale non riparte, i corsi azionari ripiomberanno nel buco nero dal quale sembra stiano per uscire. Alle sirene degli economisti si preferisca dunque la saggezza popolare: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=101553&mode=thread&order=0&thold=0

CRISI/ Indovinate perché le banche hanno le semestrali in ordine…

 

Gianni Gambarotta

11/09/2009 - 6.11

Le semestrali presentate dagli istituti italiani mostrano dei dati tutto sommato incoraggianti. Come hanno fatto le banche a recuperare redditività? Semplice: hanno ripreso le vecchie abitudini. Ma alcune di esse hanno continuato a finanziare il sistema produttivo

Le banche italiane sono riuscite a venire fuori dalla crisi, a non essere travolte dalla tempesta perfetta che per un paio di anni ha imperversato sull’economia mondiale. Molti, a partire dal ministro Giulio Tremonti, dicono che hanno fatto meglio di tante loro concorrenti straniere perché hanno ceduto meno alle tentazioni di quella finanza creativa che ha inventato i sub prime e altri prodotti simili e che alla fine si è rivelata pericolosissima, talvolta mortale. E probabilmente è così. Qualunque sia la ragione, le semestrali presentate dagli istituti italiani mostrano dei dati tutto sommato incoraggianti: è vero che presentano dei ritorni sul capitale praticamente dimezzati, e questo dopo un 2008 che non era stato certo entusiasmante. Però si parla sempre di un utile, di un’attività che è ritornata a produrre ricchezza. E che in prospettiva - se è vero quanto assicura ormai la maggior parte degli esperti sulla crisi che starebbe per passare - ne produrrà ancora di più. Il punto è: come hanno fatto, e come stanno facendo, le banche a recuperare redditività?

La risposta è semplice e non entusiasmante: hanno ripreso le vecchie abitudini, si sono rimesse a fare finanza, sono tornate a quei modelli in voga prima della crisi e in realtà mai abbandonati proprio perché quando funzionano, danno risultati eccellenti per le banche e i loro manager. Invece sono state molto caute, strette di manica in quella che si sperava sarebbe stata la loro attività principale: sostenere l’apparato manifatturiero che è ancora ben lontano dall’uscita dal tunnel della crisi. Secondo quanto riporta l’ultimo supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia, la crescita dei crediti concessi dalle banche alle aziende continua a rallentare. Per l’esattezza in luglio il tasso di crescita dei prestiti alle imprese si è attestato all’1,3 per cento, contro il +2,42 per cento del mese di giugno.

È su questi dati che si basa Tremonti nei suoi ripetuti attacchi al sistema bancario (il primo al Meeting di Rimini di fine agosto, l’ultimo di un paio di giorni fa). Le critiche del ministro sono state rintuzzate da molti commentatori. Il Corriere della Sera di martedì 8 settembre ha fatto una difesa d’ufficio degli istituti di credito contro le pretese di ingerenza del mondo politico (e visti quali sono i grandi azionisti della casa editrice, da Mediobanca a Intesa Sanpaolo, la cosa non sorprende). Ma anche un commentatore acuto e distaccato da qualsiasi interesse come Francesco Forte ha messo in guardia dalla tentazione di lanciare una caccia alle streghe contro i grandi istituti.

Probabilmente nessuno, e meno che mai Tremonti, vuole partire lancia in resta contro Intesa, Unicredit, Montepaschi e via dicendo: sarebbe irresponsabile e privo di senso soprattutto se si ricorda che è stato proprio lui a varare quei Tremonti bonds che nella fase più acuta della crisi hanno dato tranquillità al mercato. Tuttavia non si possono ignorare i dati forniti da Bankitalia sulla decrescente propensione delle banche a finanziare le imprese. Un atteggiamento che avrà forse le sue fondate motivazioni (evitare di accollarsi eccessivi rischi di insolvenze), ma che potrebbe davvero mettere in ginocchio una larga parte del sistema produttivo nazionale fatto di migliaia di piccole imprese. E lo sanno bene le Banche di credito cooperativo, quelle che fino a poco tempo fa si chiamavano Casse rurali e artigiane, che invece continuano a finanziare il tessuto produttivo dei rispettivi territori perché ritengono che sia questo il loro mestiere (o addirittura la loro missione). Il lavoro fatto da queste numerose, efficienti ma piccole banche territoriali è eccellente, encomiabile. Ma non basta. L’industria italiana ha bisogno di grandi capitali che possono venire solo dai grandi istituti.

 

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37216

FINANZA/ La Gran Bretagna e il realismo che manca all’Europa. La Cina ringrazia

 

Mauro Bottarelli

11/09/2009 - 6.13

Mentre gli Usa “nascondono” un deficit commerciale in aumento del 16 per cento dietro dazi su importazioni cinesi, mostrando poca lungimiranza, e la Gran Bretagna stringe con Pechino accordi commerciali per 500 milioni di dollari, la Bce fa accademia sui criteri di Maastricht

L’avevamo annunciato due giorni fa e puntualmente la prima rappresaglia Usa nei confronti della Cina e della sua disinvolta politica di differenziazione e investimento si è materializzata. Il dipartimento del Commercio americano ha annunciato ieri di aver imposto dazi preliminari compresi tra il 10,90 e il 30,69 per cento su importazioni di tubi d’acciaio cinesi per complessivi 2,6 miliardi di dollari. La mossa era stata caldeggiata dai produttori e dai sindacati americani del settore secondo cui le importazioni di acciaio cinesi a prezzi bassissimi hanno portato alla perdita di migliaia  di posti di lavoro negli Stati Uniti. Furiosa la reazione cinese giunta ieri mattina. «La Cina è molto preoccupata per questa vicenda - ha dichiarato un portavoce del governo cinese - e ci opponiamo con vigore a misure protezioniste del genere».

La prima battaglia della nuova guerra fredda sembra decisamente iniziata. Anche perché l’America, nonostante il dibattito sembri incentrato unicamente sulla riforma della sanità del presidente Barack Obama, comincia ad aver paura. E parecchia. Michael Barr, vice del segretario al Tesoro Timothy Geithner, ha dovuto ammettere che una nuova ondata di pignoramenti è alle porte nonostante lo schema statale di rinegoziazione dei mutui – ad oggi vi hanno aderito una cinquantina di entità creditizie che hanno soddisfatto però soltanto il 6 per cento degli aventi diritto mentre alcune non hanno rinegoziato nulla – e, sempre ieri, la nota analista Meredith Whitney ha messo in guardia il governo dal fatto che a causa dell’alto tasso di disoccupazione il prezzo delle case negli Stati Uniti potrebbe crollare di un altro 25 per cento. Se infatti il dato reso noto ieri dal governo ha visto scendere ulteriormente la richiesta di sussidi di disoccupazione, in molti temono che queste fluttuazioni non possano essere lette come un dato macro consolidato ma soltanto come un parziale aggiustamento in corso d’opera destinato a conoscere nuovi andamenti a “v”.

Un dato macro che invece fa paura è quello che vede il deficit commerciale Usa salire del 16,3 per cento, il massimo incremento mensile da 10 anni, passando da 27,49 a 31,96 miliardi di dollari sulla scia dell’aumento record del 4,7 per cento delle importazioni. L’import Usa avanza a 159,6 miliardi di dollari, sulla scia dell’aumento di 2,4 miliardi di dollari di importazioni di auto e di quello da 1,7 miliardi di dollari di beni di consumo, come farmaci, giocattoli, abiti e apparecchi televisivi: le importazioni di auto sono ai massimi da dicembre. A far salire le importazioni contribuisce anche l’incremento a 62,48 dollari al barile del prezzo del petrolio: il deficit commerciale con la Cina, poi, sale del 10,8%. Unico dato positivo, figlio della debolezza del dollaro, l’export Usa che avanza del 2,2 per cento a 127,6 miliardi di dollari. Insomma, il gigante barcolla ma proprio per questo non rinuncia ad assestare colpi al nemico-amico asiatico.

Chi invece ha capito che con la Cina è meglio fare affari piuttosto che guerra è la Gran Bretagna, visto che Londra e Pechino hanno stretto un accordo commerciale e di investimento da 500 milioni di dollari in buona parte destinato allo sviluppo di attività “verdi” e a bassa emissione da parte di industrie britanniche. Con il tasso di disoccupazione al 10 per cento, Gordon Brown ha deciso – su consiglio del ministro per il Business, Lord Mandelson, che proprio in questi giorni è a Pechino – che occorre sviluppare il commercio con le economie in rapido sviluppo come Cina e India. Tra gli accordi già chiusi quello che riguarda la Pilkington Group, branca britannica del gigante giapponese del vetro e la cinese Shanghai Yaohua Pilkington Glass per costruire una fabbrica in cui sviluppare vetro in grado di salvare ed economizzare energia negli ambienti. Inoltre il Britain’s Carbon Trust, ente para-governativo per lo sviluppo di un’economia a bassa emissione di inquinanti, ha chiuso un accordo con la China Energy Conservation Investment Corporation per permettere l’ingresso della tecnologia verde britannica sul mercato cinese.

Insomma, nel giorno in cui la Bank of England decideva a sorpresa di mantenere invariati i tassi allo 0,5, Londra metteva la freccia e superava in scioltezza le timidezze e le ingessature burocratiche della Ue e cercava altrove la chiave della ripresa. Ma, come già ricordato, loro hanno la Bank of England e la sterlina e possono decidere quale leva utilizzare per risanare e rilanciare. Nell’area euro, invece, i conti pubblici sono finiti fuori scala in quasi tutti i paesi e vi è “l’urgente necessità” che nei piani di bilancio per il 2010 i governi “predispongano e rendano note strategie ambiziose e realistiche di uscita dalle misure connesse con la crisi”. Lo ha chiesto la Banca centrale europea, nell’analisi trimestrale sull’andamento delle finanze pubbliche dei paesi membri pubblicata ieri con il suo ultimo bollettino mensile. Il risanamento dei conti pubblici dovrà iniziare “al più tardi con la ripresa economica e gli sforzi andrebbero intensificati nel 2011”. Inoltre, secondo la Bce nei paesi in cui si registrano elevati livelli di disavanzo-Pil o di debito pubblico-Pil, gli sforzi di risanamento “dovranno essere significativamente superiori al valore minimo di riferimento dello 0,5 per cento del Pil l’anno fissato dal Patto di Stabilità e di crescita: l’aggiustamento strutturale annuo - si legge - dovrebbe raggiungere almeno l’1 per cento del Pil”. La Bce ha poi avvertito che nell’area euro solo tre economie minori - Cipro, Lussemburgo e Finlandia - rispetteranno i criteri di Maastricht quest’anno e “tutti rischiano di scostarsi nel 2010”. Burocrati, nulla di più. Peccato che siano questi burocrati a doverci mostrare la via d’uscita dalla crisi. Auguri.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37224

ENI/ Privatizzarla? Farebbe la gioia di tutti i competitors, da Mobil a Gazprom

 

Silvio Bosetti

11/09/2009 - 6.10 

Dalla Siberia alla Nigeria ed in tutti i Paesi in cui agisce in concessione, Eni opera già in un regime di confronto, competizione o collaborazione con gli altri players (dalla Mobil alla Gazprom), verso i quali occorre avere le stesse dimensioni e risorse. Silvio Bosetti risponde a Carlo Stagnaro

In un articolo comparso questa settimana Carlo Stagnaro sostiene “l’idea di dividere e privatizzare l’Eni, sottraendola all’influenza della politica” nell’interesse di tutti e per il miglior funzionamento del mercato dell’energia. Lo spunto per questa uscita è dato dalla proposta di un grande fondo finanziario americano (Knight Vinke Asset Management) che suggerisce di separare la grande azienda italiana dell’energia in più tronconi: uno dedicato all’attività estrattiva, un altro alle attività commerciali, ed un terzo alla gestione delle reti (infrastrutture).

Sulla base di questo intervento, vale la pena fare qualche breve considerazione su quanto accade nel comparto dell’energia, rimettendo in fila i concetti di liberalizzazione, privatizzazione, competizione del mercato e vantaggi per i consumatori. Non perché Eni (la cui autorevolezza e dimensioni sono tali da non essere turbate da quelle “provocazioni”) necessiti di una difesa, ma perché la materia è complessa ed articolata, e seguire le suggestioni dei grandi gestori della finanza potrebbe non essere scevro da qualche sorpresa meno gratificante di quelle attese da Stagnaro.

La separazione della filiera energetica dell’energia nelle sue principali aree industriali è alla base della liberalizzazione e della possibilità di creare un mercato: la Comunità europea ha emanato le Direttive ed il nostro paese le ha recepite da quasi dieci anni. Eni ha rispettato le norme, in Italia e all’estero. Nel frattempo il sistema regolatorio si intensifica: dalla separazione di natura contabile ci si avvia verso la separazione funzionale fino a quella proprietaria. I maggiori Stati europei (Francia e Germania avanti a tutti) non sono favorevoli a queste separazioni in tronconi. I più importanti competitor di Eni sono tuttora presenti in tutte le parti della filiera.

Un secondo elemento, ben distinto dal precedente, riguarda le privatizzazione delle società. In Europa lo scenario è molto variegato. Il gigante russo Gazprom è quasi coincidente con “lo Stato”;  la Gaz de France francese o la Statoil norvegese, che deve la sua ricchezza ai pozzi del gas nel suo mare del Nord, a loro volta sono considerati dei veri campioni nazionali. D’altro lato è vero che possono essere vincenti in questo mercato anche le private Shell o Bp, ma la storia anglosassone è ben diversa.

Passando ad un terzo aspetto, il citato articolo annuncia importanti benefici economici per i consumatori e per l’intero sistema. Le ricadute delle proposte del Fondo americano (gli “spezzatini” e l’uscita dalla proprietà pubblica), per l’esperienza osservata, sia in Italia che all’estero (anche nell’Inghilterra della signora Thatcher) possono rivelarsi sia positive (la contrazione dei costi per la competizione) che negative (l’incremento delle funzioni di raccordo e di controllo con relativi aggravi economici).

Come quarta ed ultima annotazione, è bene ricordare che Eni ha già effettuato (sul lato cosiddetto down stream) la separazione delle infrastrutture (rete di trasporto Snamretegas, le caverne di stoccaggio con Stogit, la distribuzione locale con Italgas), mentre sul lato up stream dalla Siberia alla Nigeria ed in tutti i Paesi in cui agisce in concessione, opera già in un regime di confronto, competizione o collaborazione con gli altri players internazionali (dalla Mobil alla Gazprom) verso i quali occorre avere le stesse dimensioni e risorse.

L’affidabilità degli approvvigionamenti, la diversificazione delle fonti, le problematiche geopolitiche, le scelte di ingenti investimenti nei gasdotti e nei pozzi estrattivi, richiedono soggetti autorevoli, competenti e autonomi. Eni ha molte di queste caratteristiche, dunque può e deve essere stimolata ad affrontare il futuro energetico dell’Italia e dell’Europa, non necessariamente seguendo solo le sirene dei Fondi finanziari americani.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=37231

BERNASCONI

Oggi lasciamo splendere l'arcobaleno che promette bel tempo e, secondo le leggende, un tesoro per chi sarà in grado di arrivare alla sua base prima che sparisca.
I mercati azionari toccano nuovi massimi annuali e tutto sembra perfetto. Tecnicamente abbiamo un forte e solido rialzo che sembra accelerare nell'infinito.

Ieri le borse europee hanno faticato e malgrado un buon inizio la sera si sono ritrovate al punto di partenza. L'America invece si é rafforzata per il quinto giorno consecutivo raggiungendo con la maggior parte degli indici nuovi massimi. S&P500 a 1044 punti il 10 di settembre. Vi dice qualcosa? Da circa 5 settimane la nostra previsione é quella di un top l'11 di settembre a 1050 punti al termine di un'accelerazione di tipo esaustivo. La nostra previsione si sta avverando ma sinceramente crediamo ancora poco a quello che dovrebbe avvenire in seguito. Ad un top segue una fase negativa che varia da una correzione (-10%) ed un ribasso. Strutturalmente però questo rialzo é perfetto e non vediamo divergenze. Abbiamo un sano aumento dei nuovi massimi ed una diminuzione dei nuovi minimi. L'Advance/Decline cumulata continua a raggiungere nuovi massimi, la rotazione tra i settori é sana e regolare, abbiamo conferme dei nuovi massimi da numerosi indici (p.e. Transportation) ed altri mercati finanziari (p.e. USD), la volatilità VIX (ieri a 24.32) scende confermando la fiducia degli investitori. Sinceramente é difficile credere adesso in un cambiamento di tendenza. Lo scenario per il futuro con le maggiori probabilità é quello della continuazione del rialzo in autunno verso i 1200 punti di S&P500. Manteniamo ancora viva la possibilità di un top fino all'inizio di settimana prossima - a livello temporale e di punti la coincidenza con le nostre previsioni é stupefacente. Ci manca però qualsiasi riferimento tecnico che possa confermare la possibilità e la vicinanza di un massimo. Già lunedì mattina vi avevamo preparati a questa situazione: "Strutturalmente la situazione non cambia. (...) A questo punto non possiamo ancora escludere il nostro scenario di un top per l'11 di settembre ma dobbiamo ammettere che per ora non si vede la formazione di questo massimo. È ancora il trend rialzista a dominare gli avvenimenti." 
Oggi 11 settembre vi ricordiamo il nostro scenario che ci ha accompagnato per settimane: "Noi prevediamo ormai da tempo un top e la fine di questo rialzo tra il 4 e l'11 di settembre. A questo top dovrebbe seguire almeno una sostanziale correzione se non un cambiamento di tendenza. Questa é però una speculazione basata su paragoni con il passato. Dobbiamo ora vedere nel corso di questa settimana se questo massimo comincia a trasparire anche sui grafici e negli indicatori. Idealmente i mercati azionari dovrebbero brevemente accelerare in un movimento esaustivo. L'S&P500 potrebbe in questa occasione raggiungere (ed eventualmente superare intraday) i 1050 punti."
L'indice ha raggiunto l'obiettivo nel momento previsto ma ora non vediamo nessun massimo all'orizzonte - solo un'arcobaleno....

Ieri l'S&P500 ha chiuso a 1044 punti, in rialzo del +1.04%. Gli indici azionari azionari stanno accelerando al rialzo in quello che potrebbe essere un movimento esaustivo. Strutturalmente però vediamo solo conferme e di conseguenza facciamo fatica ad immaginarci un top.
Da alcuni giorni seguiamo con attenzione oro e USD. L'oro si é bloccato sui 1000 USD l'oncia mentre l'indebolimento dell'USD non si ferma. Il cambio EUR/USD si é attestato sopra gli 1.45 (ora a 1.4605) e l'USD Index ha toccato ieri un nuovo minimo a 76.69 (ora a 76.82). Oro e USD restano a livelli cruciali e le nostre domande di mercoledì riguardanti un possibile reversal su questi mercati sono ancora senza una chiara risposta.
Se ci avviciniamo ad top "Non lo sappiamo ancora ma é sicuro che la decisione arriverà entro il fine settimana. Strutturalmente il rialzo dei mercati azionari sembra solido e le poche divergenze che vediamo non sembrano in grado di determinare un cambiamento di tendenza nell'immediato futuro."

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.

L'S&P500 (+1.04% a 1044 punti) ha chiuso la seduta sopra il precedente massimo annuale a 1039 punti. L'indice si é comportato secondo le nostre previsioni di inizio settimana: "Il trend resta positivo ma il potenziale di rialzo sembra limitato. Se, come sembra, i 1018 punti non sono in grado di bloccare il movimento, l'indice dovrebbe salire verso i 1039 punti per poi tentare un balzo finale a 1050. Questa potrebbe essere la fine del rialzo ma prima dobbiamo vedere quando e come il mercato raggiunge questo obiettivo. Supporti sono a 992 punti (intermedio) e 975 punti (forte)."
Ieri mattina abbiamo scritto: "Ora l'S&P500 attaccherà i 1039 punti e potrebbe esaurire il movimento con un'accelerazione entrò venerdì verso i 1050 punti. Non abbiamo però nessun elemento che ci confermi la possibilità di un top. Il rialzo é solido e potrebbe continuare con obiettivo i 1200 punti." e manteniamo questa opinione. 

Il Nasdaq100 (+1.01% a 1686 punti) continua a rafforzarsi e le sedute positive si sommano e si somigliano. Quanto previsto lunedì mattina si é concretizzato: "In questa settimana prevediamo un nuovo massimo annuale marginale. Poi potrebbe delinearsi un cambiamento di tendenza." Malgrado il forte trend rialzista manteniamo la nostra previsione di lunedì 31 agosto coscenti del fatto che non ci sono elementi tecnici a conferma di questa ardita teoria: "Secondo noi anche la tecnologia sta formando un top a medio termine e dovrebbe indebolirsi dopo la prima decade di settembre." e "Il trend rialzista prosegue anche nella tecnologia. Non abbiamo per questo indice un'obiettivo preciso verso l'alto. Attendiamo un movimento esaustivo nella prima decade di settembre e l'inizio di una correzione. Primo importante supporto é a 1600 punti mentre decisivi sono solo i 1560 punti."

L'Eurostoxx50 (-0.11% a 2817 punti) é salito in apertura fino a 2840 punti (nuovo massimo annuale) ma prese di profitto l'hanno respinto verso il basso. Oggi si delinea un'ulteriore attacco verso l'alto che dovrebbe sfociare in una chiusura su un nuovo record. Questo comportamento segue le nostre previsioni di lunedì: "Per il resto della settimana prevediamo un'attacco verso i 2800 punti ed eventualmente un nuovo massimo annuale marginale."
Vi ricordiamo la nostra teoria di un'imminente top: "Dobbiamo ora osservare come l'indice si avvicina ai 2800 punti ed all'11 di settembre per sapere se si sta preparando un cambio di tendenza o se il rialzo deve continuare in autunno." Finora il movimento ha carattere esaustivo ma la convincente partecipazione ci fà dubitare della possibilità di un'imminente cambiamento di tendenza.

Il DAX (+0.37% a 5594 punti) si é comportato meglio dell'l'Eurostoxx50 chiudendo in positivo e raggiungendo un nuovo massimo annuale marginale. L'indice segue il tracciato indicato all'inizio della settimana: "Resistenza é quindi a 5460 punti. Superata questa, l'indice potrebbe tentare di raggiungere nuovamente il massimo annuale a 5572 punti formando poi l'atteso top a medio termine." Per ora il trend resta decisamente puntato verso nord e non notiamo accenni di debolezza. Vediamo cosa ci riservano l'ultima seduta della settimana ma non sembra che questo indice si appresti a cambiare direzione.

L'SMI (+0.10% a 6208 punti) ha terminato la seduta praticamente invariato e sembra bloccato sui 6200 punti.
Niente da aggiungere alle nostre previsioni di inizio settimana: "L'SMI questa settimana dovrebbe tentare di risalire verso il massimo annuale a 6262 punti. Difficile dire se questo movimento é di tipo esaustivo. Se l'indice sale su un massimo l'11 di settembre ed abbiamo poi una seduta contraddistinta da un reversal potremmo avere il nostro atteso top."

Scenario 2009

Per quest'anno prevediamo ancora una continuazione del bear market. Il minimo a 666 punti di S&P500 raggiunti il 6 di marzo deve essere testato. Un nuovo minimo sotto questo livello non é da escludere. Più probabile però sembra ora un nuovo minimo ascendente  tra i 740 ed i 820 punti di S&P500.
Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra avvicinarsi alla fine ed il pericolo di una depressione sfuma, le stime ufficiali per il 2009 (al 30 giugno 2009) sono risalite a 55.54 USD. Capitalizzando questi utili con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 850 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 40 USD e la ripresa fosse anemica, un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 480 USD.
Riassumendo tecnicamente e fondamentalmente i 950 punti di S&P500 raggiunti nella prima decade di giugno corrispondono secondo noi ad una sopra-valutazione del mercato. La prossima dovuta fase di ribasso ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.

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