CINA O USA: QUALE DELLE DUE SARA’ L’ULTIMA NAZIONE A RIMANERE IN PIEDI ?
IL CASO IRAN
Spendono Perchè non Pagano più il Mutuo
- di GZ
- - 23/02/10
- Le trimestrali americane e anche i dati di PIL e consumi USA non sono stati male negli ultimi due mesi (i dati di export, occupazione e fiscali invece no) e questo è un poco un mistero perchè l'occupazione cala, i salari sono fermi, il credito al consumo sta collassando (parliamo di -150miliardi di dollari in meno ad esempio per il credito ai consumatori) e la gente ancora spende abbastanza in America Ad es ammetto di avere sbagliato da questa estate a pensare che la spesa per consumi sarebbe andata molto negativa, con crollo generale dei titoli retail (vedi RTH indice di settore): alcuni hanno ceduto ma la maggioranza ha tenuto perchè nonostante il reddito reale e il credito dei consumatori sia calato hanno continuato a spendere circa come un anno fa (diciamo che la spesa per consumi è un -2% circa rispetto al 2007). Questo ha fatto sì che gli USA abbiano sputato un +4% di PIL annualizzato il trimestre scorso contro un +0.4% della zona Euro ad esempio LA RAGIONE SEMBRA CHE CON IL 15% DEI MUTUI IN DEFAULT HAI UN SACCO DI GENTE CHE EVITA DI PAGARE LE RATE DEL MUTUO! Strano ma vero, le banche rimandano il più possibile i pignoramenti perchè fino a quando il mutuatario ha smesso di pagare ma ancora non è ufficialmente pignorato non segni la perdita a bilancio e in più Obama ha creato una serie di programmi statali in cui si offre la possibilità di rimandare la resa dei conti pagando una frazione delle rate, rinegoziando il mutuo con una diversa scadenziazione delle rate. La gente più astuta quindi fa così: smettono di pagare e invocano il programma di rinegoziazione che impiega mesi per essere attivato e automaticamente blocca la procedura di pignoramento, poi dopo aver fatto finta di voler solo rinegoziare alla fine non paga lo stesso e parte il pignoramento che impiega un altro anno Morale: alcuni per due anni risparmiano di pagare 1.500 o 2.000 dollari al mese di rate del mutuo e di conseguenza queste famiglie che sono circa 4-6 milioni di colpo hanno ora molto più reddito da spendere. La cosa può durare però ovviamente da uno a due anni per famiglia, non in eterno e le banche poi ammetterranno il salasso
- http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=4495&reply_id=217292#217292
GRECIA - IL LETTO DI PROCUSTE
Lombardia ellenica: l’altra corruzione
di Andrea Ferrario
Nel fondo di ammortamento dell’emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati.
I nostri precedenti articoli sull’argomento:
Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano
Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull’argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell’emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell’11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al “fattore greco”, al nostro articolo Formigoni nel pantano dell’11 luglio 2009): “Nell’ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l’operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia”. E’ in questo fondo (il termine tecnico è appunto “sinking fund”) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, “nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione”. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l’emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l’altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l’emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: “l’impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di ‘discarica’ per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo”. Non a caso sull’emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano) e su quella della Regione Puglia. All’epoca dell’articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che “i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing” – quanto fosse elevato questo “standing”, ovvero questa presunta “qualità”, lo si vede oggi con la Grecia sull’orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l’intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l’aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.
Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l’Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant’Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell’ambito di un’inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l’annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.
La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d’Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: “Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose”. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che “l’uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi” e che questa pratica “si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell’esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica”. Bloomberg ricorda che l’Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l’adesione all’euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un’emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi – un’emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.
A questo quadro va ad aggiungersi l’enorme massa del debito italiano e l’altrettanto enorme volume, tra l’altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, “l’esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E’ salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L’esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull’Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record” e “se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un’insolvenza andrebbe poi anche peggio. E’ vero che l’esposizione netta del sistema nel suo complesso è di ‘appena’ 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l’opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell’altra per la stessa ragione” (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull’affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell’Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito “subsovrano” (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.
Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d’olio in tutto il continente perché soddisfa alcune “esigenze” davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una “qualità” ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati “amici”. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un’altra “qualità” ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient’altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell’operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!
Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall’assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all’assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E’ evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la “cosa pubblica” ha lasciato il posto alla “cosa nostra”, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell’urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande “cosa nostra” che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.
http://milanointernazionale.it/2010/02/23/lombardia-ellenica-laltra-corruzione/
BERNASCONI
Questo rapace ha bloccato il suo volo con un'elegante frenata. Dovrebbe ora posarsi ma non possimao dire in quale direzione ripartirà. Dipende dove sono le prede... Ieri il rialzo a corto termine si é bloccato. Noi crediamo che il prossimo sostanziale movimento sarà verso il basso ma non abbiamo evidenze tecniche. Sfruttiamo la pausa per capire le intenzioni del mercato.
Ieri le borse europee hanno iniziato la seduta al rialzo ma i compratori avevano subito esaurito le loro munizioni. In chiusura sono risultate minusvalenze intorno al -0.5%. In America é successo poco. L'S&P500 ha chiuso a 1108 restando sopra i 1100 punti , precedente resistenza ed ora supporto, ma senza essere in grado di continuare a salire. Sembra che la nostra osservazione di domenica sia corretta: "L'unico problema é che strutturalmente il mercato sembra fragile e la partecipazione al rialzo é insufficiente per salire sostenibilmente dal livello attuale. Di conseguenza la nuova settimana deve iniziare con un consolidamento o con una sorpresa negativa. Se l'accelerazione di settimana scorsa é stata una bull trap o una falsa rottura al rialzo nei prossimi giorni vedremo riapparire debolezza. Malgrado che il trend rialzista a corto termine é forte, il ribasso a medio termine non é ancora morto." Noi crediamo che il prossimo sostanziale movimento sarà verso il basso e che i minimi di febbraio dovrebbero essere testati. Non abbiamo però ancora il conforto di conferme tecniche. Il dollaro americano é risalito a 1.3630 dopo che giovedì era sceso fino a 1.3445. Dovremmo ora avere alcuni giorni di consolidamento prima che il dollaro riprenda a rafforzarsi ed il cambio con l'Euro scendere verso l'obiettivo a 1.30. L'oro é praticamente invariato a 1116 USD/oncia. Finalmente sembra che anche il metallo giallo si sia stabilizzato. Noi avevamo previsto l'anno scorso una correzione fino a 1000 USD all'interno di un bull market secolare. Forse questa correzione é già terminata con il minimo a 1043 USD/oncia il 5 febbraio.
Leggete il nostro avviso o visitate il nuovo sito !!!
Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) dell'S&P500.
L'S&P500 (-0.10% a 1108 punti) ha perso un punto restando sopra la barriera dei 1100-1104 punti. Pensiamo che nei prossimi giorni l'indice potrebbe ricominciare a scendere e vi abbiamo annunciato questo nostra previsione, che và contro l'opinione generale, già domenica: "Teoricamente la tendenza ribassista a medio termine é stata annullata. Strutturalmente questo movimento sembra una falsa rottura al rialzo e di conseguenza, prima di gettarci ad occhi chiusi per seguire questo giovane trend rialzista, attendiamo conferme. Abbiamo scenari diversi da quello classico seguito dalla maggioranza degli analisti tecnici che prevede ora una salita a 1150-1170 punti per il 6 di marzo." Un primo eventuale segno di debolezza sarebbe un ritorno dell'indice sotto i 1100 punti.
Scenario 2010 Per i prossimi mesi prevediamo una sostanziale correzione delle borse dopo il rally di marzo - dicembre 2009. Probabilmento l'S&P500 toccherà nel corso di quest'anno un minimo tra i 740 ed i 820 punti. La performance annuale dovrebbe essere negativa e l'S&P500 dovrebbe terminare il 2010 intorno ai 900 punti. Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra alle nostre spalle, le stime ufficiali per il 2009 (al 3 novembre 2009) sono risalite a 56.22 USD. Quelle per il 2010 sono addirittura al'incredibile livello di 74.99 USD. Capitalizzando gli utili 2009 con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 900 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Debitiamo inoltre che i dati relativi al 2010 siano realistici. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 50 USD e la ripresa fosse anemica (come ritiene una buona parte degli economisti), un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 600 USD. Riassumendo, tecnicamente e fondamentalmente i 1115 punti di S&P500 raggiunti a fine 2009 corrispondono secondo noi ad una sopravalutazione del mercato. La prossima dovuta sostanziale correzione ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.
Richiedete informazioni a analisi_tecnica@longshortinvest.com Non rispondiamo a mails anonime.
Bernasconi Consult, gestione patrimoniale e consulenza finanziaria Rütistrasse 13, CH-8702 Zollikon Tel. +41 43 499 63 84 EMail: bernasconi@longshortinvest.com http://www.longshortinvest.com/4603.htmlFINANZA/ Non sono tutte di Goldman Sachs le colpe sul crac della Grecia
martedì 23 febbraio 2010
Così parlò il filantropo: un pacchetto di aiuti è sufficiente per salvare la Grecia, ma non risolve i problemi dell'euro. Parola dello speculatore miliardario, ora tramutatosi in salvatore del mondo, George Soros. In una lettera al Financial Times, Soros scrive che «un'assistenza mirata è sufficiente per salvare la Grecia, ma restano i problemi di Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda. Tutti insieme questi paesi rappresentano un pezzo di Eurozona troppo grande per essere aiutato allo stesso modo». Per questo, secondo Soros, «il salvataggio della Grecia lascia aperto il problema del futuro dell'euro».
Soros, però, non ha tutti i torti. Anzi. Ha decisamente ragione. Tanto più se l'Europa continuerà a comportarsi come sta comportandosi sulla questione Grecia. Ieri il differenziale di rendimento tra i decennali greci e tedeschi è sceso di tre punti a 314 punti base, questo grazie alla buona accoglienza da parte dei mercati della voce, diffusa dal settimanale Der Spiegel, secondo la quale il ministero delle Finanze tedesco starebbe preparando un piano europeo di aiuti tra i 20 e i 25 miliardi di dollari.
Peccato che, a stretto giro di posta, sia il governo tedesco che quello greco abbiano smentito l'esistenza del piano stesso. Insomma, confusione totale. Confermata nella tarda mattinata di ieri anche dalla commissione Ue: «Non c'è un piano del genere - ha dichiarato il portavoce Ue Amadeu Altafaj - perché la Grecia non ha chiesto neppure un euro di aiuti finanziari». Il piano c'è, in verità, è che Berlino nicchia nell'ufficializzarlo perché vuole e deve trovare un modo per renderlo digeribile ai propri compatrioti: insomma, vanno create le condizioni affinché il salvataggio greco diventi un qualcosa di indispensabile agli occhi di contribuenti e risparmiatori.
Serve, in parole povere, un bello spavento. Bisogna portare la situazione greca fino quasi al punto di non ritorno, ovviamente controllando gli avvenimenti e approntando i paracadute del caso, porre l'opinione pubblica di fronte al rischio del contagio in tutta l'eurozona e allora, solo allora, quando si avrà paura di un default argentino generalizzato dei cosiddetti paesi Pigs, si potrà agire con il consensus necessario. Strategie vecchie ritrite ma sempre valide.
Il problema è un altro: ovvero, risolto il caos greco va affrontata la situazione più generale dell'euro e per farlo occorre che i politici, non i burocrati non eletti, ordinino alla Bce, in forza dell'articolo 219 dell'Unione, di svalutare l'euro al fine di evitare che quel 20% di sopravvalutazione attuale non ci porti dritti dritti verso una trappola deflattiva. Ovviamente non lo faranno, perché si naviga a vista e la Bce, oggi in cerca di un successore a Trichet, è e rimane troppo potente: non è un caso che la guerra aperta tra i vari membri sia quella per decidere tra Mario Draghi e Alex Weber come nuovo governatore della moneta unica
E qui entra in campo una buona dose di dietrologia d'accatto: una delle liabilities, delle debolezze, della candidatura dell'attuale governatore di Bankitalia sarebbe - per tedeschi e americani, molto interessati al fatto che alla Bce continui la politica di miopia perseguita con successo per anni da Trichet - il suo passato come vice-presidente della filiale londinese di Goldman Sachs, nemmeno avesse fatto parte di Prima Linea o Lotta Continua, visto che in quel caso dirigerebbe un giornale o sarebbe opinionista in tv. Guarda caso, ecco i fari del mondo che vengono puntati sul contratto swap valutario posto in essere nel 2001 tra governo greco e Goldman Sachs, reo di aver “corretto” i dati del debito di Atene ma, soprattutto, di essersi rivelato un investimento per Goldman che, una volta chiuso il deal, poi si sarebbe posta al ribasso contro il debito greco. Che enorme affronto alla moralità! È normale, infatti, che dopo aver condotto una due diligence sui reali conti della Grecia, Goldman abbia sì compiuto il suo ruolo di banca d'investimento ma poi, forte delle sue conoscenze, si sia posta al ribasso: i fatti di questi giorni, parlano da soli. Quel debito era una fogna a cielo aperto, un oceano di dissesto che la paletta e il secchiello di Goldman non avrebbero mai potuto prosciugare: quindi, scommetto contro. Non siano di fronte a funzionari della Bce o della Commissione europea che, dato il via libera agli aiuti, scommettono al rialzo perché ne conoscono la vera entità: Goldman è un soggetto di diritto privato e opera sul mercato, quindi se ha fatto ciò di cui è “accusata” ha fatto bene. Non regge nemmeno l'accusa di insider trading per il suo ruolo di consulenza che la rende più informata di altri sul mercato: anche Morgan Stanley e altre banche d'affari negli anni - e a più riprese, l'ultima volta lo scorso novembre - hanno offerto i propri servigi al governo di Atene, il quale però ha scelto Goldman semplicemente perché è la migliore. Altra accusa al gigante newyorchese è la propria capacità di agire sui mercati attraverso il software di flash trading che le permette di centrare ordini sempre un nanosecondo prima degli altri. Anche qui, tanto complottismo e poco realismo. Attualmente nelle Borse occidentali, tutte, servono 300 microsecondi - mille volte meno di un battere di ciglia - per incastrare ordini di acquisto e vendita: è così per tutti. Il trading algoritmico e ad alta frequenza, poi, rappresenta il 60% di tutte le attività sui mercati azionari degli Stati Uniti: non è solo Goldman, allora, a utilizzare i geni della matematica invece che affidarsi ai consigli degli arbitraggisti, mi pare. Pensate, tanto per capire quanto l'attività sui mercati sia frenetica, che i gateway, i cancelli, attraverso cui arrivano gli ordini sono interessati da un traffico di 3mila messaggi al secondo: e le valvole di regolazione entrano in gioco ai cinquemila messaggi al secondo, non prima. Questo è il mondo in cui naviga Goldman Sachs insieme, però, a tutti gli altri che ben ne accettano regole ma anche privilegi: non è colpa di Goldman se nel febbraio dello scorso anno Ubs ha inoltrato un ordine da 31 miliardi di dollari, 100 volte più grande del voluto. E nemmeno se Morgan Stanley, nel settembre di sei anni fa, ha inoltra un ordine da 10 miliardi invece che da 10 milioni. Loro sbagliano, perché in questa follia telematica è normale sbagliare, Goldman non sbaglia. Perché sono più bravi. Punto. Sarebbe quindi il caso di farla finita con certe piazzate e dare le colpe a chi le merita: non va biasimata Goldman per il currency swap greco del 2001, ma Atene e i suoi politici corrotti e incapaci che non hanno saputo far altro che distruggere l'economia di un paese, rendendolo talmente debole e vulnerabile da diventare preda e bersaglio delle decine di Goldman di turno. Nessuno, a oggi, ha lanciato attacchi speculativi al ribasso sui conti tedeschi: si tengono d'occhio i cds delle banche teutoniche, non le casse e il rischio di default sul debito. Ed è cosa molto ma molto differente. Basta quindi con il crucifige della finanza come mostro cattivo e senza morale, la situazione della Grecia e dell'intera eurozona è colpa di politici inetti e burocrati che non rispondono ad alcunché poiché non godono di mandato popolare: forse occorrerebbe mettere mano a questo, prima che pulirsi la coscienza dando tutte le colpe a Goldman Sachs. Il fatto stesso che Berlino stia “giocando” con il futuro di Atene e degli altri Pigs, prima confermando e poi negando il piano di salvataggio, la dice lunga sulla “moralità” di certa politica nell'Unione.
L’obiettivo UE sui biocarburanti causerà una carestia di massa
«Lo strano caso dei bond greci: penalizzati di piú i titoli a breve»
Spettro Dubai in Oriente e in Occidente
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Loretta Napoleoni
Un commando israeliano penetra nel cuore di Dubai assumendo l’identità di sette cittadini britannici, ai quali ha rubato i dati anagrafici, ed uccide a sangue freddo Mahmoud al Mabhouh, un leader di Hamas che si trovava nell’emirato per acquistare armi. Sembra la trama di uno nuovo giallo di Le Carrè o quella di un thriller hollywoddiano ed invece è tutto vero. Tra Londra e Tel Aviv scoppia la guerra diplomatica, ma ciò che colpisce in questa storia singolare non è tanto che Mossad, i servizi segreti israeliani, abbiano scippato l’indentatà di sette sudditi di Sua Maestà britannica, ma che questa triste storia si sia svolta a Dubai. Da quando la crisi del credito e la recessione hanno prosciugato i forzieri dell’emirato questa città-Stato ha iniziato a mostrare al mondo il suo lato oscuro. Ed i colpi di scena sono continui. Da una decina d’anni crocevia importante degli affari loschi delle mafie del centro Asia e di quella russa, data la vicinanza geografica con queste regioni, Dubai assomiglia sempre meno alla Wall Street della finanza islamica e sempre di più alla versione moderna della Beirut degli anni Settanta. Ci sorprende che le compravendite di armi per Hamas non avvengano più nelle capitali europee o in quelle medio - orientali, come appunto Beirut, ma a Dubai, a pochi passi dai palazzi di vetro della finanza mondiale e delle ville dei nababbi sauditi. Molti pensavano che a Dubai ci si andasse solo per divertirsi, giocare in borsa o per incontrare i banchieri occidentali e volti celebri. Ebbene non è mai stato così. Prima dell’11 Settembre Osama bin Laden si faceva curare nei moderni ospedali dell’emirato; parte dei soldi serviti per finanziare l’11 settembre sono partiti da conti cifrati di banche di Dubai e durante l’assedio di Kandahar i talebani hanno contrabbandato gran parte delle riserve d’oro afgane nell’emirato. Nessuno le ha più riviste. Eppure è l’assassinio di Mahmoud al Mabhouh a farci improvvisamente guardare a questa città-Stato come a uno dei centri mondiali del crimine e del terrorismo. E la tentazione è di circoscrivere questa realtà al suo status di paradisco fiscale nell’universo della finanza islamica. Queste considerazioni ci spingono a pensare che a casa nostra, in occidente, tutto ciò non potrebbe avvenire perché le nostre leggi sono migliori, ecco perché Hamas scegliere Dubai e non Londra, Berlino o Ginevra per la compravendita di armi. In parte è vero che negli ultimi dodici mesi una concomitanza di fattori, alcuni positivi altri negativi, hanno proiettato Dubai in cima all’Olimpo dell’illecito. Da una parte i rigidi controlli fiscali applicati dai Paesi dell’Unione Europea per far fronte ai deficit di bilancio creati dalla recessione ed quelli monetari imposti dal Patriot Act sul dollaro rendono sempre più difficile usare le capitali ed il sistema bancario occidentale senza essere intercettati. Dall’altra parte Dubai, che versa in gravi condizioni economiche, cerca di attirare ogni tipo di business senza far troppe domande. Ma è sbagliato accusare solo questo emirato. Nè l’occidente nè l’oriente hanno disegnato una regolamentazione che pur mantenendo in piedi alcuni pilastri del sistema bancario, quali il rapporto intimo tra banchiere e cliente, impedisca che questo sia contaminato dal crimine e dal terrorismo. Senza, tutti i centri finanziari internazionali sono a rischio di essere infiltrati dalla criminalità internazionale e dai servizi segreti. E questa triste storia potrebbe ripersi anche a casa nostra | |
Piani Segreti, Manovre Sotterranee
- 03:13 23/02/10
- Ho sempre pensato che il ruolo giocato da piani segreti, manovre sotterranee, cabale non visibili e piccoli gruppi dietro le quinte e diciamo complotti in senso lato fosse secondario. Ma negli ultimi anni grazie ad internet che allarga di 100 volte circa l'orizzonte rispetto a quando c'era solo la scelta tra Corriere, Repubblica, Manifesto, Giornale o Stampa mi sono ricreduto
In Ingbilterra ci sono le elezioni tra qualche mese e sembra scontato che dopo otto anni e il disastro che hanno creato i laburisti perdano. Mesi fa si è imparato anche di come la politica di immigrazione di massa perseguita dai Laburisti è stata mandata avanti seguendo un piano segreto, mai discusso pubblicamente e nemmeno con gli attivisti e la base del partito e conosciuto solo da un gruppo ristretto vicino a Blair e Brown
Ma oggi visto che sembra finalmente ci siano le elezioni e gli inglesi mandano a casa i laburisti cose cambieranno e il politicamente corretta-multiculturale- multirazziale verrò arginato ?
Ma neanche per idea. Oggi i giornali riportano di un imbarazzante memorandum interno del Partito Conservatore di David Cameron che qualcuno ha trafugato e in cui si fissa un piano segreto per inserire usando dei sotterfugi quanti più "women, gay and ethnic candidates" possibili senza che la base del partito se ne accorga. La stupefacente è che è un documento segreto, che espressamente predica di comportarsi "come congiurati... perchè otterremo i risultati se il pubblco non vedrà i trucchi utilizzati...". Notare che non è una manovra per prendere voti, anzi che li farà forse perdere un poco e per questo la tengono segreta. I conservatori fanno parte anche loro della nuova elita globalista e tradiscono il loro elettorato, come i repubblicani di Bush.
By Daily Mail Reporter 19th February 2010 A confidential blueprint for David Cameron's controversial bid to impose more women, gays and ethnic candidates on reluctant party activists has come to light. The explosive six-page document proposes the use of subterfuge to end the white, male and middle-class... It was written by Tory schools spokesman Michael Gove, an influential member of Mr Cameron's inner circle, and Dean Godson, a director of favoured think-tank Policy Exchange. Mr Gove is a close friend of Joanne Cash, 40, the poster girl for the Tories' so-called A-list of candidates designed to fast-track women, ethnic candidates and gays into winnable seats. The document suggests using 'stealth' and stresses the importance of keeping 'quiet' over the plans to ensure more women, ethnic and gay candidates. 'Like a conjuror, we'll get more applause if the audience cannot see exactly how the trick is performed