OBAMA ORDINA AD UN MILIONE DI SOLDATI USA “DI PREPARARSI ALLA GUERRA CIVILE”

Data: Martedì, 08 dicembre @ 23:50:00 CST Argomento: Usa FONTE: POLITICALTHEATRICS.NET Gli analisti militari russi riferiscono oggi al primo ministro Putin che il presidente USA Barack Obama ha diramato l’ordine al comandante del Comando Settentrionale (USNORTHCOM), il generale Gene Renuart dell’Air Force statunitense, di “cominciare immediatamente” ad aumentare il numero dei militari di un milione di unità, a partire dal 30 gennaio 2010. Questi rapporti mettono in guardia sullo scoppio previsto di una guerra civile negli Stati Uniti prima della fine dell’inverno. Stando a questi rapporti, Obama ha avuto nelle settimane precedenti “numerosi” meeting con il suo consiglio di guerra su come gestire al meglio l’attesa implosione del sistema bancario nazionale mentre, al contempo, tentava di mantenere l’egemonia militare statunitense sul mondo, in quella che gli analisti militari russi definiscono “l’ultima mossa strategica” il cui successo è “lontano dall’essere accertato”. E come “ultimo stratagemma” Obama, continuano i rapporti, annuncerà a tutta la nazione, la prossima settimana, che ha intenzione di ampliare l’entità delle forze militari USA in Afghanistan con diecimila soldati, usando allo stesso tempo il loro schieramento come “copertura” per far tornare in USA più di 200.000 altri soldati supplementari americani da più di 800 basi disposte in più di 39 Paesi nel mondo, portando il numero di queste forze in America a più di un milione. Numero che, a detta dell’esercito USA, sarà in grado di contenere “l’esplosione di violenza” che si prevede farà inquietare le persone quando scopriranno che la loro economia è alla bancarotta. Questi rapporti, inoltre, affermano che Obama cercherà, allo stesso tempo, di preservare il suo Paese dalla disgregazione violenta. Le diecimila truppe aggiuntive che invierà in Afghanistan devono essere inviate a Kandahar, dove gli americani e i loro alleati NATO daranno vita all’ultimo tentativo di mettere al sicuro il loro gasdotto TAPI (TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India). Questo, senza i Paesi occidentali e a causa della grave mancanza di risorse alternative di energia, poiché sono stati estromessi dai grandi fornitori dell’Asia centrale (che sia la Russia sia la Cina stanno tentando di assicurarsi), sono preoccupati crollerà del tutto. A rendere la situazione USA (e, di conseguenza, anche quella dell’Occidente) ancora peggiore, ci sono nuovi rapporti provenienti dall’International Energy Agency. Questi affermano che, “dietro pressioni” del governo USA, (l’agenzia) ha “deliberatamente sottovalutato” il profilarsi di una carenza mondiale di petrolio, per paura di scatenare il panico comprandolo, e facendo crescere i timori americani sulla fine della supremazia del petrolio, poiché ciò minaccerebbe il loro potere all’accesso alle ultime risorse di petrolio rimaste nel mondo. Tra le manovre più spaventose del “gioco alla fine” fatte da Obama nel tentativo di proteggere l’egemonia statunitense sul mondo, c’è quella della mossa incommensurabilmente distruttiva di far affondare nel debito altri 3.5 trilioni di dollari, il che fa crescere l’ammontare totale del debito USA verso i cittadini e il mondo alla cifra mai toccata prima di più di 106 trilioni di dollari. Le azioni di Obama sono diventate così allarmanti (specialmente da quando sono state imitate da tutte le autorità Occidentali) che il direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn, la scorsa settimana ha avvertito che le “azioni di stimolo” dell’Occidente (che essenzialmente consistono nello stampare moneta senza che ci sia nulla a sostenerla), sono diventate ora una “minaccia alla democrazia”, poiché si prevede che milioni di persone reagiranno con violenza nei confronti dei loro governi e contro coloro che hanno rubato i loro soldi e il loro futuro. Tuttavia, purtroppo per i cittadini statunitensi, l’avviso del FMI è caduto nel vuoto in USA, dove il presidente della Federal Reserve Bank di St. Louis, James Bullard, continua a dire questa settimana che gli USA continueranno le loro “azioni di stimolo”, perché queste darebbero maggiore flessibilità a chi attua i piani politici ed economici USA”. Una dichiarazione tanto più assurda quanto più la si vede nell’ottica dei debiti precedenti ancora non pagati e pendenti sull’economia americana, che attualmente non è in grado di pagare in alcun modo. Sulla capacità dei giganti bancari occidentali di poter salvare le economie dei loro Paesi si sono scagliate novità ancora peggiori questa settimana, quando il gigante del rating Standard & Poors lancia l’allarme secondo cui “ogni singola banca in Giappone, USA, Germania, Spagna, Italia, comprese le 45 sparse nel mondo della S&P, rimangono in pericolo”. Un avviso che ha indotto una delle banche più grandi d’Europa, la Société Générale, a mettere in guardia i suoi clienti affinché si preparino al “collasso economico globale”. Ai timori di Obama per il fatto che gli USA possano entrare in una guerra civile dopo che l’entità delle devastazioni e dei saccheggi subiti da queste persone ad opera delle loro banche sarà nota, si aggiungono ora tristi prove che mostrano la probabilità che ciò accada presto, specialmente nei nuovi sondaggi. I grafici mostrano infatti che la percentuale di gradimento di Obama tra i bianchi americani è scesa attualmente al 39%. Un numero reso più significativo se si pensa che i bianchi in america costituiscono il 74% dei 398 milioni di cittadini stimati. Oppure più inquietante, quando si legge nei rapporti che “più di 220 milioni di americani sono armati fino ai denti e pronti a esplodere”. La popolazione bianca degli USA è diventata talmente spaventata che al momento dell’insediamento di Obama alla presidenza è stato nominato “il venditore di pistole dell’anno” dall’Outdoor Wire, il servizio di informazione elettronica quotidiana dell’industria dell’outdoor, che riferisce di “acquisti da panico” di armi e munizioni da parte di coloro che sono spaventati dalla distruzione del loro Paese per mano di un uomo che non è neanche cittadino statunitense, ed è stato loro imposto dalle elite che cercano di renderli schiavi. Sebbene la prossima guerra civile in USA sia stata virtualmente ignorata dai loro mezzi di propaganda, lo stesso non può dirsi della Russia, dove un analista politico di spicco, il Prof. Igor Panarin ha a lungo messo in guardia per il fatto che il tumulto economico negli USA ha confermato la sua convinzione di vecchia data secondo la quale gli USA si dirigono verso il crollo, e si divideranno in parti distinte. Il Professor Igor Panarin ha aggiunto nel suo monito che “il dollaro USA non è garantito da nulla. Il debito estero del Paese è cresciuto come una valanga, sebbene nei primi anni Ottanta non ci fosse debito. Nel 1998, quando per la prima volta ho fatto questa previsione, aveva superato i 2 trilioni di dollari. Ora è di più di 11 trilioni. Questa è una piramide che può solo crollare.” Ciò che rimane da vedere, e tali rapporti non lo prevedono, è se i cittadini-soldati degli USA spareranno e uccideranno i loro conterranei nel conflitto che si profila. Ma se dobbiamo basarci sulla storia, questa ci mostra chiaramente che sarà così, poiché la nazione americana, una volta grande, continua ad affondare a capofitto nell’abisso della storia. Possa Dio avere pietà di tutti loro. Fonte: www.politicaltheatrics.net Link: http://www.politicaltheatrics.net/?p=1001 1.12.2009 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Bridget Von Hammersmark
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BERNASCONI

Un greggie di pecore pascola tranquillamente. Gli spostamenti sono minimi ma non bisogna lasciarsi ingannare. Al primo segnale d'allarme sono pronte a schizzare tutte nella medesima direzione. Ieri le borse si sono improvvisamente ed incomprensibilmente indebolite. Niente di grave ma il nervosismo tra gli investitori aumenta. Il rischio di un movimento a valanga é concreto.

Ieri gli indici azionari europei hanno iniziato male ma in tarda mattinata avevano recuperato le perdite. Sembrava una giornata tranquilla senza grandi movimenti. Poi sono arrivate le vendite che hanno messo le borse sotto pressione - gli analisti hanno provato a dare spiegazioni senza convincere (debiti di Grecia e Dubai, calo del prezzo del petrolio, cattivi risultati di 3M e McDonald's). Tecnicamente vediamo che i mercati si sviluppano nella direzione da noi prevista ma per ora restano all'interno di un trading range che ormai blocca qualsisi movimento da almeno tre settimane.

Ieri l'S&P500 é calato a 1091.93 punti (-1.03%) dopo un minimo giornaliero a 1088. Evidentemente l'indice sta scendendo a testare il supporto e limite inferiore del trading range a 1085 punti. Fino a quando però questo livello resiste non fà senso parlare di correzione o ribasso. Notiamo una marcata espansione dei nuovi minimi a 20 giorni (719) ed il fatto che alcuni oscillatori cominciano a mandare segnali di vendita. Per ora però la pressione verso il basso é limitata. Ieri il rapporto advances /declines é stato di 1 a 2 e l'importante settore tecnologico (con i semiconduttori) si é indebolito meno del resto del mercato. Una settimana fà dicevano di non vedere abbastanza forza per una continuazione del rialzo. Oggi non vediamo (ancora) abbastanza pressione di vendita per credere in un marcato e sostenibile ribasso. Naturalmente bisogna considerare l'incognita dollaro. Venerdì scorso avevamo scritto: "Nelle ultime due settimane l'S&P500 é rimasto in una stretta fascia di circa il 3% con un supporto sui 1085 punti ed una resistenza a 1115 punti. È ora che si muova e tecnicamente vediamo la molla compressa. Manteniamo la nostra opinione e prevediamo una rottura al ribasso per una necessaria ma (a questo punto) sorprendente correzione. Gli investitori si preparano al rally natalizio ed una cambiamento di trend sarebbe la classica sorpresa. Tenete d'occhio il dollaro americano ed in particolare l'USD Dollar Index...! Se volete sapere cosa potrebbe succedere al dollaro guardate il Nikkei negli ultimi dieci giorni." Le borse si muovono secondo le nostre aspettative. Ora dovrebbe arrivare il decisivo test del supporto a 1085 punti. Tecnicamente non sappiamo quale sarà il risultato di questo test ma naturalmente puntiamo su un'accelerazione al ribasso.

Nel caso che la correzione indotta dalla forza del dollaro si concretizzasse vi ricordiamo gli obiettivi definiti due settimane fà: "...dobbiamo ora avere un calo del -3 fino ad un -5% a seconda dell'indice. Per l'S&P500 abbiamo un'obiettivo a 1050 punti mentre l'Eurostoxx50 dovrebbe ridiscendere sui 2700-2750 punti."

Il trend rialzista sugli indici azionari é strettamente correlato alla debolezza del dollaro americano. Questo a sua volta influenza i prezzi delle materie prime e dell'oro. Noi siamo convinti che il dollaro stia terminando questa fase di debolezza e stia iniziando, contro le indicazioni fornite dall'analisi fondamentale, un perido di rivalutazione. Se questa nostra teoria é corretta e l'USD Index sta formando un bottom, é probabile che gli indici azionari stiano formando un largo top a medio termine. Sembra però che questa fase prenda più tempo e sia più complessa del previsto. Ieri l'USD Index é salito a 76.31 (+0.72%). Il cambio EUR/USD é sceso a 1.4715. Il rally in atto potrebbe essere stato l'inizio di quel rialzo che attendiamo da tempo. Il comportamento del dollaro americano é cruciale e decide la differenza tra continuazione del rialzo e correzione sui mercati azionari. Per scatenere un ribasso sostenibile e di ampie proporzioni sui mercati azionari l'USD Index deve superare la forte ed importante resistenza a 76.50-77 punti. L'oro settimana scorsa ha toccato un massimo storico a 1226 USD/l'oncia. Tra venerdì e stamattina é crollato a 1132 USD in quello che é stato un cambiamento di tendenza e l'inizio di una sostanziale correzione. Avevamo ragione dicendo "Crediamo che l'oro stia compiendo un'accelerazione finale di tipo esaustivo per formare un top ma come per il dollaro abbiamo bisogno di conferme." e fissando un possibile ed indicativo obiettivo del rialzo a 1200 USD.

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.

L'S&P500 (-1.03% a 1091 punti) sta scedendo a testare l'importante e decisivo supporto a 1085 punti. Questo sviluppo corrisponde alle nostre aspettative: "L'indice é bloccato da due settimane nel trading range 1085 - 1115. È ora che ne esca. Noi, basandoci sull'improvvisa forza del dollaro americano, speculiamo su una rottura del supporto..." Manteniamo il nostro conosciuto scenario correttivo: "Prevediamo ora una fase di debolezza ed un calo dell'S&P500 fino ai 1050 punti. Questo ritracciamento dovrebbe seguire l'esempio dei tre precedenti e lasciare intatta la linea di trend ascendente dal minimo di agosto."

Il Nasdaq100 (-0.61% a 1772 punti) si é indebolito meno del resto del mercato e l'importante settore dei semiconduttori é rimasto invariato. Non vediamo pressione di vendita ma é evidente che se a New York si sviluppa una correzione al ribasso anche la tecnologia parteciperà. A questo punto la variante negativa delle nostre previsioni diventa quella più probabile: "Nei prossimi giorni si decide l'andamento dell'indice fino a fine anno. Un superamento dell'ovvia resistenza a 1815 punti aprirebbe la strada ad una continuazione moderata del rialzo. Un ritorno sotto i 1740 punti unito ad un'ulteriore rafforzamento dell'USD potrebbe far ridiscendere l'indice sui 1650 punti."

L'Eurostoxx50 (-1.62% a 2849 punti) ha avuto una strana seduta. Dopo un logico inizio in calo l'indice ha recuperato e sembrava volersi bloccare sul livello dei giorni precedenti. Poi improvvisamente l'euro é calato e le borse si sono insaccate. Questo sviluppo é tecnicamente interessante ed apre la strada verso il basso. Per ora però é solo stata una giornata negativa senza rottura di supporti. Non parliamo quindi di ribasso ma manteniamo il nostro conosciuto scenario moderatamente negativo: "Si sta formando una testa e spalla ribassista che verrebbe confermata dalla rottura del minimo di novembre sui 2700 punti. Strutturalmente non vediamo molta debolezza e quindi ci aspettiamo ora una lenta ed irregolare discesa fino a questo supporto che dovrebbe reggere."

Il DAX (-1.66% a 5688 punti) si é comportato come l'Eurostoxx50. L'indice é riuscito a risalire brevemente sopra i 5800 punti ma poi ha preso decisamente la via del ribasso. Per ora la pressione di vendita é limitata. Prevediamo una discesa almeno a testare il supporto a 5580-5600 punti. Una continuazione della correzione sotto questo livello dipende dal cambio EUR/USD.

L'SMI (-1.10% a 6399 punti) é rapidamente tornato sotto il precedente massimo a 6470 punti e sotto la barriera psicologica dei 6400 punti. Il nuovo massimo raggiunto settimana scorsa a 6506 punti risulta a questo punto essere la temuta falsa rottura al rialzo. Lunedì a questo proposito avevamo osservato: "L'SMI ci ha sorpreso in bene chiudendo su un nuovo massimo annuale. L'indice ha chiuso prima del resto dell'Europa ed ha bisogno di scontare ancora un ritracciamento. Di conseguenza siamo un pò scettici sulla validità della rottura al rialzo di venerdì e preferiamo attendere le prime sedute di questa settimana prima di parlare di rally natalizio." Manteniamo invariato il nostro scenario: "Cominciamo a sentirci ridicoli a dover parlare di ribasso o rialzo guardando il grafico di un'indice che praticamente non si muove da due mesi. Fino a quando l'SMI non esce con decisione dal range 6200 - 6470 preferiamo stare zitti e lasciare l'indice oscillare lateralmente senza tendenza."

Scenario fine 2009 - 2010 Per i prossimi mesi prevediamo una sostanziale correzione. Il minimo a 666 punti di S&P500 raggiunti il 6 di marzo deve essere confermato. Un nuovo minimo sotto questo livello é ormai da escludere. Probabilmento l'S&P500 toccherà nel corso dell'anno prossimo un minimo ascendente tra i 740 ed i 820 punti. Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra alle nostre spalle, le stime ufficiali per il 2009 (al 3 novembre 2009) sono risalite a 56.22 USD. Quelle per il 2010 sono addirittura al'incredibile livello di 74.99 USD. Capitalizzando gli utili 2009 con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 900 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Debitiamo inoltre che i dati relativi al 2010 siano realistici. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 50 USD e la ripresa fosse anemica (come ritiene una buona parte degli economisti), un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 600 USD. Riassumendo, tecnicamente e fondamentalmente i 1100 punti di S&P500 raggiunti a novembre corrispondono secondo noi ad una sopravalutazione del mercato. La prossima dovuta sostanziale correzione ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale.

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J’ACCUSE/ C'è una manovra contro consumatori e mercato

mercoledì 9 dicembre 2009

Un emendamento alla legge finanziaria in corso di approvazione alla Camera rischia di compromettere seriamente l’indipendenza (finanziaria, e quindi complessiva) delle cosiddette Autorità indipendenti (Consob, Antitrust, Agcom, Autorità per l’Energia, Covip, Garante della Privacy, Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, Isvap e Commissione di garanzia per gli scioperi).

Si tratta di una proposta presentata da alcuni deputati del Pdl che, se accolta, priverebbe le differenti Autorità delle proprie fonti autonome di finanziamento, convogliate a un “fondo unico perequativo” istituito presso il Tesoro e da qui “redistribuite” per il loro funzionamento secondo criteri evidentemente nelle mani del Tesoro stesso.

L’emendamento ha suscitato reazioni negative delle Autorità interessate, in particolare di quelle maggiormente in grado di autofinanziare le loro attività istituzionali attraverso i contributi obbligatori posti a carico dei soggetti regolati.

L’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ad esempio, ha inviato una segnalazione a governo e parlamento per richiamare l’attenzione sulle sue criticità. Per l’Autorità “la norma proposta finanzierebbe - con onere a carico delle sole imprese che operano nei settori regolati (settore elettrico, del gas, delle telecomunicazioni, assicurativo e degli scambi finanziari) - anche amministrazioni del tutto estranee a tali settori nonché autorità che operano a livello trasversale su tutti i mercati svolgendo attività di vigilanza su tutte le imprese soggette alla concorrenza (introducendo una sostanziale forma di tassazione occulta sui suddetti settori regolati)”.

L'Istituto Bruno Leoni ha giudicato gravissima l’eventualità dell’approvazione dell'emendamento. Come osservato in maniera condivisibile da Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'istituto, "l'indipendenza dei regolatori è una condizione necessaria per il buon funzionamento dei mercati. Al di là dei problemi tecnici di implementazione dell'emendamento, mettere in mano al Tesoro la possibilità di stabilire discrezionalmente chi e quanto deve essere finanziato significa potenzialmente minare l'autonomia delle autorità e, dunque, turbare i meccanismi di mercato.

Le autorità, specie quelle attualmente indipendenti dal punto di vista finanziario, sarebbero ricattabili e il loro operato potrebbe essere indirizzato secondo criteri politici. A farne le spese sarebbero la credibilità del nostro paese e, in ultima analisi, i consumatori. […] Screditare i mercati mettendo in discussione l'indipendenza dei regolatori non è nell'interesse di nessuno".

L’emendamento appena ricordato non è che l’ultimo di numerosi tentativi realizzati in passato, per fortuna senza conseguenza di rilievo, per cercare di riportare sotto un maggiore controllo dell’esecutivo l’operato di queste Autorità, le quali sono istituzionalmente indipendenti dai governi, dato che svolgono attività amministrative connotate solo da aspetti tecnici e non politici, e rispondono direttamente al Parlamento.

Poiché la loro attività è ovviamente regolata dalla legge, i tentativi precedenti hanno cercato di comprometterne l’indipendenza modificando le norme che le riguardano, ad esempio in relazione alla composizione e modalità di nomina dei loro vertici, mentre ora si sta provando a farlo intercettandone le autonome risorse finanziarie.

Se i tentativi di ridurre l’indipendenza delle Autorità esistenti non hanno avuto sinora successo non bisogna tuttavia dimenticare che nell’ultimo decennio non si è provveduto a istituire diverse Autorità che erano esplicitamente richieste da norme di legge, tuttora in vigore. I servizi postali, ad esempio, non sono regolati da Autorità indipendente mentre questo si verifica in 25 dei 26 altri paesi appartenenti all’Unione Europea; le infrastrutture di trasporto (autostrade, rete ferroviaria, porti, aeroporti) neppure; idem i servizi di trasporto non esercitati in regime di concorrenza quali quelli ferroviari, il trasporto pubblico locale e le rotte aeree domestiche divenute in regime di monopolio dopo la fusione Alitalia-AirOne.

Nelle scorse settimane è stata approvata un’importante riforma dei servizi pubblici locali che modifica soprattutto il settore dei servizi idrici ma anche in questo caso non è previsto il suo assoggettamento a un’Autorità indipendente di regolazione; anzi, il ministro competente, quello dell’ambiente Prestigiacomo, ha dichiarato trattando del tema delle tariffe: “In relazione a questa esigenza di garanzia per i cittadini […] si è discusso in questi giorni della opportunità di istituire una Authority: io non credo serva una nuova Autorità per l’acqua. La regolamentazione della qualità e del prezzo del servizio è svolta dal ministero dell’Ambiente attraverso la Conviri, la Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche da poco rinnovata”.

Questa affermazione non solo non è condivisibile, dato che la regolazione dei servizi effettuata in ambito ministeriale non è in grado di garantire né i clienti dei servizi né coloro che comprano azioni delle aziende ed era considerata inefficace già 15 anni fa da governi e Parlamento, ma la posizione del ministro è anche in contrasto con precise norme di legge, approvate nel lontano 1994, le quale richiedono l’istituzione di Autorità indipendenti di regolazione delle utilities prima di avviare processi di privatizzazione, che dopo l’ultima riforma potranno in effetti essere realizzati anche per i servizi idrici.

L’art. 1 bis della legge 474 del 1994 contenente “Norme per l’accelerazione delle procedure di dismissione di partecipazioni dello Stato e degli Enti pubblici in società per azioni” stabilisce infatti che le dismissioni di partecipazioni azionarie “sono subordinate alla creazione di organismi indipendenti per la regolazione delle tariffe e il controllo della qualità dei servizi di rilevante interesse pubblico”.

È in applicazione di tale norma che la legge n. 481 del 1995 ha riformato la regolazione attribuendone i compiti ad Autorità indipendenti appositamente costituite. Nel suo disegno originale prevedeva l’istituzione di quattro differenti autorità di settore: per l’energia elettrica e il gas, per le comunicazioni, per i trasporti, per i servizi idrici.

Nelle diverse fasi di discussione del provvedimento, tuttavia, succedeva che, come nel racconto di Agata Christie “Dieci piccoli indiani”, tutte le autorità previste finivano col cadere e ne rimaneva solo una, quella dell’energia elettrica e il gas. L’Autorità per le comunicazioni veniva infatti costituita solo un paio d’anni dopo, ma deviando dal modello originario e stralciando dalle sue competenze il mercato postale; quella dei trasporti non vedeva mai la luce, nonostante diversi progetti nelle successive legislature, e quella dei servizi idrici neppure.

Quindici anni dopo l’unico tentativo di istituirla il ministro dice che non serve e che il suo ministero può bastare; peccato che tutti gli studiosi di regolazione sostengano il contrario e altrettanto facciano i pessimi risultati delle regolazioni ministeriali in tutti i comparti i in cui sono state attuate.

Nell’ultimo decennio sono state effettuate privatizzazioni di utilities in settori privi di Autorità, violando la legge del 1994. Un esempio è la privatizzazione della società Autostrade per l’Italia, uno più recente è quella di Alitalia; in calendario vi è la privatizzazione di Tirrenia e in un futuro prossimo potranno essere effettuate privatizzazioni nei servizi idrici e cedute sul mercato quote di Poste Italiane. Di Autorità indipendenti di regolazione non parla tuttavia più nessuno se non per dire che se ne può fare a meno. Eppure non è necessario, tranne che nei trasporti, istituirne di nuove dato che il mercato postale potrebbe essere affidato all’Autorità per le comunicazioni e i servizi idrici all’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

La regolazione economica delle utilities serve a tutelare i consumatori, dal punto di vista sia delle tariffe che della qualità, in settori produttivi in cui non è possibile, a causa di rilevanti economie di scala, la presenza di numerosi operatori in concorrenza tra di loro. In questi casi i processi di privatizzazione rischiano di trasformare monopoli pubblici in monopoli privati e le inefficienze produttive tipiche dei primi in profitti monopolistici.

La regolazione economica è un’attività solo tecnica e non ha implicazioni politiche dato che non deve scegliere tra obiettivi collettivi reciprocamente incompatibili. Tuttavia i politici vogliono generalmente mantenerla sotto il loro controllo per poterla usare per finalità che nulla hanno a vedere con la tutela dei consumatori di fronte al potere di mercato di imprese in mercati poco concorrenziali.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2009/12/9/J-ACCUSE-C-una-manovra-contro-consumatori-e-mercato/54172/

Cina, nel 2010 tetto ai nuovi prestiti a 8 mila miliardi di yuan

Cina, nel 2010 tetto ai nuovi prestiti a 8 mila miliardi di yuan  I regolatori bancari cinesi stanno pianificando l’imposizione di una contrazione del flusso del credito...

I regolatori bancari cinesi stanno pianificando l’imposizione di una contrazione del flusso del credito. In particolare i nuovi prestiti, nel corso del prossimo anno, dovranno essere contenuti tra i 7 mila e gli 8 mila miliardi di yuan (intorno ai mille miliardi di dollari). A rivelarlo è l’agenzia Bloomberg, che cita una fonte anonima vicina alla Commissione cinese che regola il sistema bancario del Paese.

L’obiettivo è quello di far scendere, nel 2010, l’attuale dato relativo ai capitali prestati a cittadini e imprese dalle banche, che nei primi 10 mesi del 2009 è stato pari a 8.900 miliardi di yuan. Il governo di Pechino è infatti convinto del fatto che un flusso di denaro meno imponente sia comunque sufficiente a fornire all’economia il supporto necessario per proseguire sulla strada della ripresa. Ed è altrettanto convinto della necessità di evitare una crescita troppo veloce, che potrebbe provocare nuove bolle speculative, soprattutto nel mercato immobiliare.

«Si tratta di una scelta corretta - ha commentato She Minhua, analista di Haitong Secutiries Co. a Shanghai - che consentirà alla Cina di mantenersi in linea con il mercato e di avvalersi di un supporto sufficiente a garantire il recupero economico».

http://www.valori.it/italian/index.php

Le Banche, ma non Quelle Italiane

La UE è un ente con le stesse finalità del NAFTA: precarizzare i giovani

di Uriel - 08/12/2009 Fonte: wolfstep

Quando ho scritto della fine delle competenze ho ottenuto una certa risonanza, ma credo che sia avvenuto tutto perche’ non ho detto proprio tutto quel che penso del fenomeno della precarizzazione del lavoro. Del resto, anche la lettera di Celli al figlio e’ ipocrita, ma ancora piu’ ipocrita e’ la risposta di Napolitano, che SA benissimo da dove venga questa “necessita”‘ di precarizzare il lavoro in Italia.

Come potrete intuire dal titolo, personalmente accuso di questo la UE. La accuso di voler imitare coscientemente il NAFTA, e di voler individuare alcune zone dallo schiavismo facile , nel caso europeo Italia e altri, le quali zone sono state destinate alla produzione di una gioventu’ disperata che lavori a basso costo.

Innanzitutto, ci sono alcune superstizioni da sfatare. Un agenda politica risponde di cio’ che contiene e di cio’ che non contiene. La scelta di inserire O MENO qualcosa in un calendario politico e’ una scelta politica a tutti gli effetti, e il semplice fatto che la UE non si occupi di qualcosa e dica “sono questioni dei governi nazionali” e’ una scelta POLITICA.

Nell’aprire i confini alle merci, ci si e’ preoccupati prima di dare stabilita’ alle monete con lo SME prima e con l’ Euro dopo. Senza lo SME non c’erano, per scelta politica, “le condizioni per dare via libera alla circolazione libera delle merci”. Il che e’ interessante, perche’ evidentemente si e’ messo in agenda il problema della circolazione delle merci.

Sia chiaro, che non era obbligatorio: il WTO, per esempio, non si cura minimamente di armonizzare una cippa: le merci devono circolare, punto. In UE, e questa e’ una SCELTA politica, si e’ deciso di preoccuparsi. Si e’ messa nell’agenda la stabilita’ dei sistemi produttivi e si e’ DECISO di armonizzare il valore delle singole valute e di alcuni balzelli come l’ IVA prima di procedere.

Stranamente, non ci si e’ posto lo stesso problema quando si e’ deciso di liberalizzare la circolazione di “risorse umane”. Si e’ deciso di permettere ad un italiano di lavorare in Germania ben sapendo che gli stipendi tedeschi siano piu’ alti di quelli italiani. Non e’ stata una scelta obbligatoria: si e’ DECISO di fare questo. In alcuni casi si e’ deciso di armonizzare, in altri no.

Non ci sono scuse valide per questo. Si e’ detto che se non avessimo ridotto le tutele ai lavoratori l’industria cinese avrebbe prevalso, ma contemporaneamente si sono vietati aiuti di stato alle industrie europee. Se davvero si temeva l’industria cinese , perche’ non iniziare un massiccio programma di aiuti pubblici, con i quali si sarebbe contrastata l’industria cinese? La risposta e’ : perche’ in sede POLITICA si e’ scelto che combattere i cinesi sulla pelle dei lavoratori va bene, mentre dare aiuti di stato all’industria no.

Anche questa scelta non e’ obbligatoria; si sarebbe potuto scegliere diversamente. Non si e’ voluto, perche’ si e’ scelto in sede politica. Solo che non si vogliono chiamare i politici che hanno deciso a rispondere della loro decisione, perche’ si dice che fossero “scelte obbligate” o che fosse “necessario”. No, si potevano combattere i cinesi con altri strumenti, gli stessi che peraltro i cinesi usano, cioe’ la svalutazione pesantissima della moneta e una politica di massicci aiuti statali alle aziende cinesi.

Allo stesso modo, l’unione europea entra nel merito di moltissimi settori della produzione: dall’abolizione di tecniche e di sostanze che non si vogliono piu’ usare, alla nomenclatura dei prodotti, alle dispute commerciali. La UE non si fa problemi a legiferare in materia di sicurezza dei lavoratori, non si fa problemi a pontificare sulla percentuale di donne sui posti di lavoro, eccetera.

Non si occupa, pero’, di salari e di retribuzioni, ne ha una definita idea sociale. Ma solo in questo campo, perche’ in moltissimi campi invece l’idea ce l’ha eccome. Se da un lato non si fa NULLA per armonizzare i redditi (magari al rialzo) , dall’altro il referendum svizzero (che , sia chiaro, e’ un atto politico extra-UE) ha avuto tutta una serie di reazioni fortissime . Perche’ ci si occupa di minareti e non di stipendi?

La verita’ e’ che la UE e’ un ente con le stesse finalita’ del NAFTA: intende garantire dei “serbatoi” di risorse materiali e dei “serbatoi” di risorse umane a disposizione dei paesi forti, e come il NAFTA ha come obiettivo esplicito il profitto di una precisa classe di industriali. Come il NAFTA , ha scelto alcune aree analoghe al Messico , e ha scelto che quelle forniranno gli schiavi ai paesi ricchi.

Oh, certo, la retribuzione che gli italiani trovano in UE sembra una favola. Per ora. Finche’ ne emigrano 90.000 l’anno, va tutto bene. Aspettate che la moda di emigrare all’estero, come desidera Celli, cresca di dimensioni verso una UE che ha la disoccupazione all’ 8% medio, e vedrete che i lavoratori italiani saranno un’arma di ricatto in quei paesi, come Francia e Germania, che offrono stipendi piu’ alti e hanno mercati saturi.

Si dira’ che una misura simile sarebbe impopolare e andrebbe contro molti interessi. Ma questo non e’ stato un problema della UE quando si facevano le quote. Non lo e’ stato quando si e’ demolita l’industria locale degli acciai in Italia. Non lo e’ stato quando si e’ fatto l’Euro. Eppure, si e’ trattato di azioni estremamente invasive, che nessuno mi racconti di un euro “poco invasivo”, di “quote poco invasive” o di “direttive poco invasive”. Moltissime direttive UE sono tremendamente invasive, e nessuno se ne preoccupa. Cosi’ come moltissime direttive sono tremendamente impopolari, e nessuno se n’e’ preoccupato.

La verita’ e’ che non c’entra ne’ la concorrenza dei cinesi ne’ la popolarita’, ne’ l’invasivita’: se la UE non si occupa di armonizzare i mercati del lavoro proibendo leggi infami come quella sul precariato e’ perche’ si e’ scelto in sede politica di operare in questo modo. La scelta e’ POLITICA, e non e’ obbligatoria.

L’europa Unita ha le idee molto chiare su molte cose, e probabilmente ha le idee molto chiare anche sui lavoratori italiani: gli vanno bene schiavi.

Del resto, c’e’ una evidente contraddizione tra queste politiche del lavoro e la proibizione di dare aiuti statali alle industrie locali: da un lato lo stato non puo’ direttamente erogare soldi ad un’industria, dall’altro puo’ semplicemente peggiorare le condizioni di lavoro e di retribuzione, fino a sgravare le imprese di costi.

Qual’e’ la differenza tra le due cose? Non si tratta sempre di una politica che attinge a risorse locali per produrre una competitivita’ artificiale? Perche’ non posso relagare all’industria dieci miliardi di euro in un assegno e glieli posso regalare creando una serie di lavoratori che consumeranno servizi sociali (ospedali, trasporti, polizia, tribunali, formazione scolastica etc) ma non pagheranno le stesse tasse?

Allo stato una categoria di lavoratori sottopagati COSTA. Costa perche’ la persona consuma gli stessi servizi pubblici ma non ritorna pressione fiscale. Questo costo puo’ essere, diciamo , di dieci miliardi di euro l’anno. Adesso supponiamo che anziche’ precarizzare si fossero presi questi dieci miliardi di euro l’anno e si fosse fatto un programma di aiuti all’industria. Che differenza ci sarebbe stata? Nessuna.

Ma la prima delle due cose si puo’ fare, la seconda NO. Questa non e’ una scelta obbligata e NON ci sono ragioni “tecniche” per non farlo: e’ una scelta politica, ovvero la scelta di permettere qualcosa e non l’altra.

Nel precarizzare i giovani e nella politica discendente dei redditi, lo stato italiano sostiene dei costi, cioe’ delle mancate entrate. E queste mancate entrate sono, di fatto corrispondenti a maggiori entrate nelle aziende sotto forma di mancato prelievo fiscale alla fonte. Morale: nel precariato STIAMO dando aiuti pubblici alle industrie. Solo che li stiamo dando sotto una forma che la UE tollera. Per decisione, e per decisione politica.

Da questo punto di vista, quindi, la politica europea c’e', ed e’ chiarissima: se si definisse con chiarezza che qualsiasi politica del lavoro che produca una riduzione della tassazione in volume (e non in percentuale) sia un aiuto di stato all’industria , verrebbe punito il social dumping pianificato. Ma non si fa; e non si fa per scelta politica.

Quindi mi spiace, ma quando “emigrate nel resto dell’europa” in realta’ non state fuggendo alla politica italiana, come credete, ma state seguendo gli interessi e la volonta’ di una precisa politica europea. Non e’ il destino cinico e baro ad aver voluto questo, non e’ la politica italiana; e’ semplicemente una precisa scelta in sede UE; di vietare la tal cosa ma non la talaltra, di vietare gli aiuti all’industria ma NON se consistono nella distruzione del reddito dei lavoratori, che pure e’ un costo per l’erario: formare quei laureati e’ costato dei soldi dello stato, e se poi non tornano tasse sono problemi di bilancio.

Finora l’universita’ pubblica si era giustificata nei costi perche’ i laureati avevano un reddito piu’ alto e quindi l’investimento ritornava sotto forma di tasse. Ma oggi non e’ piu’ cosi’, e i nuovi laureati sono carne da macello , roba da 500 euro al mese lorde in alcune zone del paese. Come giustifichiamo questa spesa? Non sono aiuti alle imprese?

E qualora a fronte di questi costi ne benefici l’erario di un altro paese, ove il nostro laureato emigra, non e’ ancora un costo per lo stato? Che differenza c’e', allora, nel dare aiuti di stato all’impresa?

Allora, lo ripeto: in sede europea si sono fatte scelte precise. Una volta VIETATO che lo stato aiuti le imprese ed una volta VIETATA la svalutazione della moneta , l’unica alternativa per sostenere la concorrenza rimaneva quella di schiavizzare un’intera generazione. Cosa che, guarda caso, NON e’ vietata da nessuna norma UE.

Non si tratta di un caso ne’ del destino cinico e’ baro: la politica NON poteva certo dire “schiavizzateli”, cosi’ ha fatto una cosa diversa. Ha proibito tutte le altre alternative. Proibita la svalutazione, proibita l’inflazione (e cosi’ ogni forma di scala mobile) proibiti gli aiuti di stato, rimangono solo le ultime generazioni da schiavizzare.

Si e’ trattata una scelta politica: se io chiudo qualcuno in una stanza con quattro porte e ne chiudo a chiave tre, non posso dire che non c’entro nulla se la persona passa per l’unica aperta. Certo, “io non mi sono mai occupato di quella porta aperta, non l’ho certo aperta io”. Con questa scusa “noi non abbiamo mai costretto nessuno a togliere diritti ai lavoratori” si giustificano in UE. Ma guarda caso, tutte le altre porte sono state chiuse. Cosi’ come ogni altra politica di rilancio dell’industria e’ stata proibita.

Se alcuni paesi di Europa ancora si sta meglio e’ perche’ si partiva da una situazione piu’ favorevole ancora, e se a noi le cose sembrano migliori, gli abitanti hanno vissuto un peggioramento netto. Certo, c’e’ chi scrive sui blog di quanto si stia bene in confronto in GErmania. Oh, certo. Peccato che non sappiano quanto si stesse bene PRIMA, in Germania, quando l’azienda ti pagava anche dentista e oculista, e contribuiva gli studi dei figli fino all’universita’ se tu eri laureato. Fantascienza? No, e’ stato cosi’ fino a Schroeder.

Quindi, in definitiva il peggioramento e’ avvenuto ovunque: chi aveva di piu’ prima ha, nel confronto, di piu’ oggi, ma TUTTI CI HANNO RIMESSO. E non ci hanno rimesso perche’ lo voleva il destino cinico e baro o perche’ c’erano delle scelte obbligate; ci si e’ rimesso perche’ si e’ SCELTO in sede politica.

Quindi, e’ inutile continuare ad assolvere la UE ed a accusare i governi locali: anche se in alcuni posti si sta ancora meglio, si sta comunque peggio di prima e questo peggioramento e’ dovuto esplicitamente al fatto che si sono VIETATE tutte le operazioni diverse dal peggioramento dei redditi dei lavoratori. A TUTTI i paesi dell’area e’ stato VIETATO di svalutare la moneta, e a TUTTI i paesi e’ stato vietato sostenere la propria industria, ovviamente non rimane che cercare competitivita’ agendo sulle condizioni del lavoro, cosa che si e’ scelto di NON vietare. Risultato: TUTTI i paesi europei hanno i lavoratori in caduta libera : chi cadeva da piu’ in alto ci sembra piu’ fortunato perche’ e’ ancora ad una quota maggiore, ma PRIMA STAVANO MEGLIO TUTTI.

Quindi, signori, invece di credere alla storiella che “sono i governi locali”, sarebbe meglio iniziare a dare ai responsabili di questo le colpe e le punizioni che meritano: se ti occupi di industria non puoi dire che tu vieti gli aiuti di stato ma te ne fotti del mondo del lavoro perche’ e’ questione dei governi locali; o te ne occupi o non te ne occupi, e se te ne occupi sono tutti cavoli tuoi produrre una politica armoniosa. Stranamente, pero’, non si sono vietati gli aiuti di stato alla finanza: se dieci industrie europee rischiano di fallire le si lascia fallire, se dieci banche europee rischiano di fallire le si aiuta: questa non e’ un’incoerenza, in politica non ci sono incoerenze, e’ una SCELTA precisa.

LA SCELTA CHE VI HA RESI PRECARI.

Cosi’, signori, il vostro precariato e’ questo: il risultato di un’europa che ha ingessato l’azione dei governi, ha ingessato l’azione valutaria (1) , con la scusa di combattere una Cina che queste politiche LE FA ECCOME, e adesso l’unica strada aperta sono i costi del lavoro. Si sono chiuse tutte le porte tranne una, e quando gli industriali imboccano l’unica aperta si dice “ma non e’ colpa nostra, noi quella porta non l’abbiamo toccata”. Certo, avete chiuso tutte le altre, tutto qui.

Cosi’, e’ necessario che qualcuno si presenti in UE con precise proposte:

  1. Se si possono aiutare le banche, si possono autare le industrie. Oppure, neanche le banche..
  2. Anche il crollo delle retribuzioni e’ un aiuto di stato perche’ e’ un costo dello stato. Se non si possono dare aiuti di stato, non si puo’ peggiorare lo stato dei lavoratori.
  3. Se un paese come la Cina puo’ svalutare per vendere, la maniera di vincere e’ di farlo a nostra volta. Salire sul ring con le mani legate non ha senso.

E questa, signori, e’ POLITICA: sono proposte politiche che vanno contro le idee politiche della UE, quelle che vogliono una seconda NAFTA, fatte a spese dei soliti sfigati latinos, quelli che nella gerarchia culturale delle razze , molto diffusa negli ambienti nordici, sono catalogate come “cheap slaves”. Italiani compresi.

E quando il “Partito del times” vi suggerisce di lasciare l’italia, vi sta solo dicendo di realizzare, infine, il disegno politico che si e’ scelto.

note

(1) I cinesi di investimenti governativi ne fanno ECCOME, e la moneta la svalutano ECCOME. Perche’ noi non possiamo usare le stesse armi, giustificandoci proprio con la LORO concorrenza?

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Sorpresa! Lo scudo fiscale non tutela più l’anonimato

Economiadi Pietro Salvato
pubblicato il 7 dicembre 2009 alle 16:28 dallo stesso autore - torna alla home

Per non incorre in sanzioni dall’Unione europea, il governo accetta le norme antiriciclaggio togliendo l’anonimato allo scudo fiscale. La Guardia di Finanza potrà conoscere nomi e dati fiscali di chi ha “scudato” i suoi capitali ed avviare così accertamenti e sanzioni.

Nell’ambito delle operazioni relative allo scudo fiscale, vanno applicate le disposizioni antiriciclaggio previste dal Decreto Legislativo numero 231 del 2007, norma che estende la lotta al denaro sporco anche all’emersione, voluta dall’allora ministro delle Finanze del governo di centrosinistra, Vincenzo Visco. Questo significa che in termini di adeguata verifica, di registrazione e di segnalazione di operazioni sospette, i nomi di coloro che aderiscono allo scudo fiscale, possono essere rinvenuti dalla Guardia di Finanza nella documentazione antiriciclaggio tenuta dai professionisti e dagli intermediari finanziari e, pertanto, può utilizzarli anche a fini fiscali. Questa è l’ultima interpretazione data dai “tecnici” del dipartimento del Tesoro alla normativa sull’ultimo scudo fiscale. Una novità, come si vede, molto importate. La Guardia di Finanza, d’ora in poi, può fare verifiche sia negli istituti di credito sia negli studi di commercialisti ed intermediari ed acquisire i nomi dei clienti che si sono avvalsi dello scudo. A fare breccia nell’anonimato così come previsto dallo scudo voluto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sono state le disposizioni in tema di antiriciclaggio di denaro “sporco”. Secondo la review del dipartimento del Tesoro, nelle operazioni relative allo scudo fiscale trovano pienamente applicazione “tutti i presidi antiriciclaggio” previsti dal Dlgs 231/2007, conseguentemente, i soggetti destinatari degli obblighi antiriciclaggio che intervengono nell’iter della procedura di rimpatrio o, come assai più probabile, di semplice regolarizzazione, “devono provvedere all’adeguata verifica della clientela; alla registrazione dei dati, all’obbligo di segnalazione di operazioni sospette”, a patto che queste siano comunque motivate da particolari attività d’indagine. Ne deriva che tutti i professionisti a cui si sono rivolti i clienti che intendevano “scudare” i loro capitali, precedentemente “esportati” illegalmente all’estero, possono far conoscere alle autorità competenti, i nomi e tutti gli altri dati sensibili dei loro assistiti. Peraltro, la stessa normativa antiriciclaggio prevede la possibilità per la GdF di effettuare controlli presso coloro che sono tenuti a tali adempimenti, per verificarne la piena osservanza e l’esplicita possibilità di utilizzo a fini fiscali dei dati e delle informazioni registrate. La procedura può essere avviata sia autonomamente dalle “Fiamme Gialle”, sia su mandato dell’autorità giudiziaria.

COSA È SUCCESSO? – Come mai ad una settimana dal termine della procedura di adesione allo scudo fiscale (che scade, è bene ricordarlo, il prossimo 15 dicembre) è avvenuta questa sorta di rivoluzione copernicana? Una possibile risposta, a nostro avviso, può essere la seguente. La “precedente” versione dello scudo, con tanto di anonimato totale, era rischio bocciatura da parte dell’Unione Europea, poiché palesemente in contrasto con la direttiva antiriciclaggio comunitaria. Sul portale d’informazione economica lavoce.info l’avvocato Giuseppe Scassellati Sforzolini, partner dello studio Cleary-Gottlieb, ha sostenuto che: “Lo Stato italiano può essere citato dalla Commissione europea davanti alla Corte di giustizia perché questa constati la violazione ai sensi dell’articolo 226 del Trattato“. In alternativa, “non solo qualsiasi giudice, ma anche qualsiasi autorità pubblica, è tenuta a disapplicare una norma interna, anche di rango primario, contraria a una disposizione di una direttiva, applicando in sua vece la disposizione della direttiva stessa, se sufficientemente chiara, come in questo caso“. L’emendamento inserito dal Parlamento all’articolo 13 del decreto 78/2009 prevedeva che alle operazioni di emersione fatte con lo scudo fiscale non si applica l’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. “Senza addentrarsi nel tema, invero complesso e controverso – sostiene l’avvocato – dell’estensione della non punibilità penale introdotta dal nuovo scudo fiscale, basti osservare che, se fosse fuor di dubbio che non si estende alle attività criminose, il Parlamento non avrebbe avvertito la necessità di sospendere completamente l’obbligo di segnalazione, contrariamente al precedente scudo fiscale del 2001 e alla versione soft approvata con il decreto 78/2009: entrambi non a caso escludevano espressamente la punibilità dei soli reati di natura fiscale“. In pratica, la normativa sinora in vigore sullo scudo violava la direttiva europea 2005/60 sull’antiriciclaggio, che vieta agli Stati membri di sospendere gli obbligo di segnalazione. Una bocciatura in ambito europeo avrebbe messo a rischio tutta l’operazione “scudo fiscale”, basti immaginare a tutta la possibile serie di ricorsi alla stessa Alta Corte di Bruxelles. Nonché, per usare un termine ultimamente molto in voga, procurato al nostro paese l’ennesimo “sputtanamento” all’estero.

MA NON FINISCE QUI - Del resto alcuni europarlamentari italiani dell’Italia dei Valori, fra i quali Luigi De Magistris, e Vittorio Prodi del Partito democratico avevano presentato una denuncia formale alla Commissione contro lo scudo fiscale varato dal governo il 2 ottobre scorso. Secondo il ricorso la misura “non è né giustificabile né sostenibile”, poiché viola tre principi chiave del diritto comunitario. Nelle motivazioni si legge: “viola le norme comunitarie sull’Iva, sugli aiuti di Stato e sul riciclaggio”. Il dipartimento del Tesoro, come si è visto, è corso ai ripari, abolendo, di fatto, l’anonimato con riferimento alla normativa sull’antiriciclaggio. Restano, tuttavia,ancora i dubbi sugli altri due punti presentati nella denuncia di De Magistris&Co. In particolare: il provvedimento si scontrerebbe contro le disposizioni dell’Ue sull’Iva, concedendo, di fatto, un’amnistia fiscale sul suo pagamento. Secondo il legale esperto in questioni comunitarie Giuseppe Giacomini, al quale è stato affidato l’incarico di portare avanti l’iniziativa, “qualsiasi misura che riguardi l’Iva deve essere autorizzata dalla Commissione europea preliminarmente, dietro notifica formale, e lo scudo, che non è stato notificato, incide direttamente sull’evasione delle imposte dirette e dell’Iva”. L’avvocato ha sottolineato inoltre che il “18 settembre scorso la Corte di Cassazione italiana ha dato obbligo di esecuzione immediata a una sentenza della Corte di giustizia europea che annullava il condono fiscale dell’Iva del 2002”. In questo modo, ha spiegato Giacomini, si è “disposto l’obbligo di rimborso dell’Iva da parte di chi ha approfittato del condono, e questo vuol dire che lo stesso potrebbe accadere in caso di annullamento dello scudo”. A lungo termine si potrebbe dunque trattare di una vera e propria “trappola per evasori fiscali”. Sull’altro punto, con lo scudo fiscale si prefigura la possibilità di usare i patrimoni rimpatriati (pagando solo il 5% di imposte) per ricapitalizzare un’impresa. Il legale ha fatto un esempio: “Immaginiamo due aziende in difficoltà a causa della crisi, una che ha sempre pagato le tasse e l’altra che ha 10 milioni di euro in nero all’estero. La seconda, facendoli rientrare con lo scudo, potrebbe salvare l’azienda con nuovi investimenti”. Ciò può configurarsi come un aiuto di Stato che dovrebbe essere autorizzato dalla Commissione, dal momento che, distorcendo la concorrenza, andrebbe a svantaggio delle aziende concorrenti che non hanno mai evaso il fisco.

http://www.giornalettismo.com/archives/43810/sorpresa-lo-scudo-fiscale-non-tutela-piu-l%e2%80%99anonimato/

S.p.q.c. Sono Pazzi Quiesti Cinesi

  • 03:33 08/12/09
  • Quello che mostra il video sotto di MrFog e tanti altri post che abbiamo messo sulla Cina è riassunta in questa tabella che mostra che oggi in Cina gli investimenti fissi, tipo fabbriche, case, palazzi, porti, aereoporti, ferrovie, strade, linee telecom, cementifici, acciaierie, container, gasodotti.... insomma tutto quello che è richiede investimenti FISSI, cioè che non si muovono, pesanti, con dentro rame, alluminio, acciaio, cemento, fibre, ferro.. sono il 50% del PIL Ora è bello avere queste cose, in Italia mancano autostrade, ferrovie, raffinerie, gasodotti ecc.. però abbiamo anche costruito tante "cattedrali nel deserto" specie al sud ma non solo pensa a Malpensa che è costata una follia e ora è mezza vuota e poi tutte le acciaierie a Gioia Tauro Sono cose che costano molto perchè impieghi anni a costruirle e poi se nessuno le usa molto, specie gli immobili o le acciaierie o arereporti sono soldi spesi che non migliorano la vita e non puoi lasciarli a mezzo devi terminarli e poi anche la manutenzione Stalin ad esempio e Mao hanno riempito i loro paesi con investimenti fissi, erano la specialità del comunismo, ma poi non sempre venivano utilizzati. Sembra che un poco la tradizione di Mao sia rimasta. Voglio dire, i tedeschi con Krupp o Basf in termini di chimica, acciaio, treni, infrastrutture varie non scherano ma i loro investimenti fissi non hanno mai superato il 25% del PIL e al picco massimo, in Cina oggi siamo al 50%
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  • http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=5815&reply_id=204792

Il cerchio si stringe intorno alla Grecia

Tuesday, 8 December, 2009

in Economia & Mercato, Esteri

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Nella giornata di ieri l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha post in creditwatch negative, cioè sotto osservazione con implicazioni sfavorevoli, la qualità del debito sovrano della Grecia. Il periodo di osservazione è stato ridotto dagli abituali 90 a 60 giorni al termine dei quali, in assenza di misure “sufficientemente aggressive” da parte del governo di Atene per assicurare la flessione dell’onere del debito pubblico, il rating potrebbe subire un downgrade di un livello, al livello di BBB+.

Di rilievo il fatto che attualmente la Banca centrale europea consente di utilizzare titoli di stato a garanzia di finanziamenti fino al limite di rating dell’investment grade, cioè BBB- per S&P, ma questa è misura temporanea da ricondurre alle iniziative straordinarie per contrastare la crisi. In precedenza, il limite inferiore di rating per accedere ai finanziamenti dell’Eurotower era proprio A-, l’attuale rating della Grecia, che il paese potrebbe perdere entro due mesi.

Oggi, le banche greche sottoscrivono in massa i titoli del Tesoro di Atene, e li finanziano presso la Bce, usandoli come garanzia. Se questa possibilità venisse interrotta dalla perdita dello status di stanziabilità dei titoli di stato greci, come riuscirà il paese a finanziare il proprio imponente deficit e debito? Questo è il punto, in un paese scosso da profondo malessere sociale, e che appare assai poco disposto a bere l’amara medicina che gli irlandesi hanno accettato, e che potrebbe comunque non bastare: tagli alle retribuzioni nominali del settore pubblico, aumento di tassazione, riforma delle pensioni.

Sempre ieri, parlando davanti al Parlamento europeo, il presidente della Bce, Jean Claude Trichet ha detto di confidare nella capacità del governo greco di adottare misure idonee a superare la crisi. Noi siamo assai meno ottimisti, e crediamo che la possibilità di un intervento del Fondo Monetario Internazionale non sia così remota. In quel caso apparirebbe definitivamente chiaro che l’euro, da solo, è condizione necessaria ma non sufficiente per restare nel club dei paesi dalla finanza pubblica virtuosa. L’illusione è finita, da questo momento occorre rimboccarsi le maniche e lavorare per il risanamento fiscale e la crescita.

Update: la terza agenzia di rating per importanza, Fitch, ha già provveduto al downgrade.

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La CNN, il Picco del Petrolio e la libera (dis)informazione

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Pubblicato da Pietro Cambi alle 18:46 in Apocalypse now, Bugie, Vita quotidiana

cnn? cnn cosa?

"Ehi, Pa, hai sentito le notizie? "

"No, non ho ancora visto la CNN, oggi"

"Cos'è la CNN?"

Ok. Lo sappiamo, l'informazione indipendente è una merce rara, lo è sempre stata e, di questi tempi, si ritrova quasi esclusivamente nel mondo virtuale, nel mare magno di Internet. In ogni caso, mantenere l'indipendenza di giudizio non basta. Bisogna anche tenerlo allenato, il giudizio, perchè il mondo cambia, le poste in gioco mutano, si accrescono, si mescolano, in una sarabanda tale che è facile perdere la testa.

In tutto questo cancan mi ha veramente colpito ( ed ormai mi succede di rado) la caduta clamorosa non solo di credibilità ma anche di stile della CNN.

Mica baubau miciomicio ( direbbe Iachetti): il simbolo stesso del giornalismo di frontiera, del microfono brandito come un'arma mediatica, dell'approfondimento rigoroso, del raccontare LA REALTA', costasse quel che costasse. Non pochi giornalisti CNN, per tener fede a questo impegno, ci hanno rimesso le penne.

Che è successo?

Beh, evidentemente a corto di argomenti importanti, nel tentativo di passare alla storia anche in questo 2009 ormai quasi terminato, hanno trovato un modo: riuscire a scrivere quello che probabilmente sarà uno degli ultimi e sicuramente il più azzardato degli articoli "negazionisti" del Peak Oil.

Per questo, storicamente, potrebbe forse essere il peggior pezzo giornalistico mai uscito con il "marchio" CNN.

Pare incredibile ma, a due settimane di distanza dall'uscita del "world energy outlook "dell'IEA, di cui abbiamo ovviamente parlato, c'e' qualcuno che scende dal pero (o forse sarebbe meglio dire cade, battendo duramente la testa e dando una brutta mescolata agli sparsi neuroni) e se ne esce con un pezzo dallo storico titolo "Perchè il petrolio a buon mercato è qui per restare ."

Ora: che questa sia una FESSERIA COLOSSALE non ve lo voglio nemmeno cominciare a raccontare. Per questo esiste Petrolio, che Debora conduce in modo autorevole ( Lei odia che uno la definisca così perchè la fa sentire babbiona ma questa è la pura e semplice verità) dove, in un migliaio di post, sparsi su arco di tempo che va dal remoto 2005 ad oggi, vi potrete togliere ogni pur minuscolo dubbio in merito.

La cosa incredibile è che si possa scrivere una bufala così colossale OGGI ( veramente quattro giorni fa, ma ci siamo capiti), dopo che la IEA, che, vado a memoria, nel 2004 dichiarava che non vi sarebbe stato MAI un picco del petrolio, vaticinando produzioni superiori ai 125 milioni di barili al giorno, che nel 2007 si vedeva costretta ad ammettere che, beh, si forse un picco ci sarebbe stato ma dopo il 2030 e comunque intorno a 110 milioni di barili al girono, che nel 2008 ammetteva che beh, ecco, forse il picco sarebbe arrivato prima, intorno al 2015 ma sarebbe stato piu' simile ad un plateau con una produzione stabile intorno a 100-105 milioni di barili al giorno e che nel 2009, finalmente, ammette che la produzione attuale , nonostante il calo della domanda, non potrà essere mantenuta per molto e che, insomma, ecco, forse siamo già al picco .

Dopo che il Direttore responsabile del CERA, Cambridge Energy Research Association, famoso per le sue stime sempre oltre le più rosse previsioni, ha ammesso che"il Picco del petrolio è qui per restare".

Dopo che James Schlesinger, uno che ne ha viste tante, ha pubblicamente dichiarato : "I Picchisti hanno vinto, ai picchisti io dico: potete dichiarare la vittoria!! Non siete più una sparuta ed assediata minoranza di voci che gridano nel deserto, siete ormai il Mainstream, dovete prendere un "ebbene si" per una risposta ed essere magnanimi nella vittoria" lascia davvero increduli che una testata con la fama della CNN possa uscire con una affermazione di tal genere, per di più supportata, senza riferimenti, dall'affermazione di sedicenti "analisti della Deutsche bank" che "l'età del petrolio finirà non perchè è finito il petrolio ma perchè siamo divenuti più efficienti ad usarlo". A dimostrazione della loro tesi portano dei dati che mostrano come l'"intensità energetica" del sistema americano è costantemente aumentata, al ritmo di circa il 2% all'anno a partire dai primi anni 80 e che quindi la domanda Statunitense di petrolio probabilmente ha già raggiunto il suo massimo e non aumenterà nel prevedibile futuro.

Di fronte a queste castronerie non si sa da che parte cominciare, verrebbe voglia di adottare un bel cattedratico e stentoreo "fuori di qui e ripassi quando avrà studiato i fondamentali !!!" ma dobbiamo essere, l'ha detto Schlesinger, "magnanimi nella vittoria".

Vediamo quindi, con calma, di smontare almeno le bischerate più grosse:

1) Se è vero che l'intensità energetica è aumentata, disgraziatamente sono aumentati ancora più rapidamente i consumi, così che, per il noto (?) paradosso di Jevons, il fabbisogno di petrolio è aumentato, nel periodo considerato.

2) Se anche il fabbisogno americano non aumentasse le importazioni americane dovranno farlo, per il semplice motivo che da quasi quaranta anni la produzione nazionale è in declino.

3) Il resto dell'articolo è un insulso bla bla, che ha la sua perla nella affermazione che "al momento che i cinesi vorranno comprare centinaia di milioni di automobili, queste potranno benissimo essere elettriche". Qualcuno glielo spiega, all'esimio articolista, che, tanto per dire, trascurando il problema di come produrre l'energia elettrica necessaria a centinaia di milioni di veicoli, produrre automobili costa una enorme quantità di energia?

Che c'e' un modesto problema DI TEMPI nella rosea affermazione che "in questo esatto momento c'e' tanta capacità produttiva disponibile ( There's so much spare capacity right now)"

Che SOLO UN TERZO del petrolio è usato per i trasporti?

Lo sanno, gli esimi studiosi, ( Di un istituto bancario centrale, santinumi, cosa possono capire, con il dovuto rispetto, dello stato delle ricerche e delle riserve petrolifere?) che il gap si chiuderà presto, perchè la capacità produttiva sta diminuendo per cause geologiche e monetarie ( arresto e/o rallentamento di grandi progetti di ricerca e sviluppo, ridimensionamento delle stime etc etc)

Non leggono, gli esimi studiosi, cosa scrivono le massime autorità mondiali?

( oltretutto alquanto istituzionalmente ottimiste).

Evidentemente no.

Ed escono fuori con uno studio e con una serie di affermazioni che sono letteralmente un delirio.

Per meglio dire: apparentemente.

Ed il "povero" articolista della CNN ci cade.

Apparentemente.

La cosa, sinceramente, non quadra.

E' bastata una rapida ricerca ed ho scoperto che il giornalista smentisce quello che lui stesso aveva scritto circa due anni fa, sempre per la CNN.

Nell'insieme, tuttavia, a vedere l'elenco degli articoli che ha scritto per la CNN, il quadro si chiarisce.

C'e' un "Bias" abbastanza evidente contro la tassazione dei proventi petroliferi, i tagli ai sussidi al bioetanolo, la riduzione delle emissioni.

Questo spiega, tutto considerato, il suo punto di vista sulla questione ma non giustifica l'aver scritto un articolo senza riportare le fonti citate. Una cosa inamissibile, quando si fanno affermazioni tanto clamorose. Una ricerca on line non mi ha portato alcun risultato: non è possibile trovare le fonti di quanto riportato dall'articolista.

Insomma: all'apparenza, tutto fuorchè un giornalista indipendente ma, quel che è peggio, tutto fuorchè un giornalista scrupoloso e competente.

Tutto il contrario, in conclusione di quel che ci saremmo aspettati dalla CNN.

Siamo lontani dal ridicolo raggiunto in questi giorni dai nostri media ma il trend è chiaro: l'informazione libera è sempre più concentrata nella rete, i media ufficiali arrancano, restano sempre più indietro, cercano invano di afferrare, comprendere, analizzare e poi FILTRARE, quel che al loro editore ai loro "sponsor" non piace.

Sono, cronicamente, IN RITARDO.

Qui invece, cari lettori, il filtro LO FATE VOI. Siete voi che, con un click, decidete, analizzate, comprendete, filtrate.

insomma: VOTATE.

Non abbiamo bisogno di pacche sulle spalle, di aumenti di stipendio, di piante di ficus, di auto aziendali. Siete VOI, che decidete chi vince e chi perde, chi informa e chi no.

Da due anni, con una pazienza ed una partecipazione che ogni volta mi stupisce, ci premiate.

Grazie, specialmente per le critiche e le precisazioni e tenete duro!!

http://crisis.blogosfere.it/2009/12/la-cnn-il-picco-del-petrolio-e-la-libera-disinformazione.html

Crisi economica, colpevoli in fuga con il bottino

di Fabio Sebastiani - 07/12/2009 Fonte: Liberazione [scheda fonte]
Come le banche hanno salvato la pelle. Ce lo spiega Luciano Vasapollo Nel gioco di specchi in cui il capitalismo occulta il suo reale funzionamento, il primo grosso deficit di conoscenza riguarda proprio le cause della attuale crisi economica e finanziaria. La paradossale confusione di diagnosi e relative prescrizioni a cui stiamo assistendo da mesi non solo avvelena il libero confronto democratico e la stessa convivenza civile, ma getta gli individui in uno stato di incertezza assoluta. Risultato, l'effetto è ancora più negativo rispetto alla necessità di creare un clima di fiducia basilare rispetto alla ripresa. In buona sostanza, non essendo riusciti a stabilire l'esatta entità complessiva del movimento speculativo finanziario legato ai mutui subprime le istituzioni economiche internazionali, governi compresi, si trovano ora completamente scoperti rispetto alla gestione delle sue conseguenze, una delle quali è rappresentata sicuramente dal dramma della disoccupazione. Pensavano di cavarsela con il "penso positivo". E invece si sono ritrovati davanti un "muro di guai" proprio perché non c'è nessuna reale intenzione di ritornare alle cause vere della crisi. Ora il nuovo gioco è quello del cerino in mano, tra Usa, Europa, Cina e paesi asiatici. Fuori da ogni appello rimangono le banche, che appaiono sempre di più come le vere vincitrici di questa carneficina. Non solo sono state il "motore mobile" della crisi ma si sono aperte una via di fuga con in mano il coltello del ricatto ottenendo alla fine più del necessario. Del resto, come chiarisce Luciano Vasapollo, nel suo "compendio di economia applicata" La crisi del capitale (Jaca Book, pp 439, euro 38,00), è proprio in quella direzione che va cercata se non la causa - perché la causa ultima rimane sempre lo sfruttamento capitalistico - uno dei nodi della fase attuale del capitalismo. Nel libro di Vasapollo, che da anni studia con attenzione la valorizzazione del capitale e le crisi cui da luogo, vengono chiariti tutti i passaggi e le relative conseguenze. Una è sicuramente quella del profit State , ovvero di uno Stato che non solo si mette al servizio del capitalismo nella sua fase speculativa, ma che pratica la dissoluzione del "vincolo di cittadinanza" come passaggio necessario alla conquista di nuovi territori da dare in pasto alla valorizzazione. In realtà quello a cui assistiamo, e su questo punto La crisi del capitale è fin troppo chiaro, è uno spostamento lungo l'asse del tempo delle "soluzioni" alla crisi strutturale di sovraproduzione. Ed ogni passo è uno stadio ancora più deciso e violento verso l'imposizione di un modello sociale meno libero e più alienato. Viene propagandata come "modernizzazione" e "futuro", ma in realtà è una netta separazione tra condizione degli uomini e delle donne di questo pianeta e progettualità reale (da qui l'insuperabile lezione del socialismo). «La crisi è quindi una regolarità distruttrice necessaria - si legge nel saggio - per tentare una nuova fase di crescita economica ricostruendo ciò che era stato distrutto in precedenza e realizzando il saggio di profitto desiderato, ovviamente,attraverso la disoccupazione, la precarietà, le terre di nessuno ma anche distruggendo imprese, effettuando fusioni, concentrazioni, distruggendo capacità tecnico produttive e distruggendo capitale fittizio». Se dopo la crisi del 1929-1933 la soluzione del "keynesismo" aveva aperto nuove soluzioni, oggi i nuovi terreni sono appunto il profit State , "l'economia della conoscenza", "l'informazione". Ma questo non vuol dire più sapere e più consapevolezza, ovviamente. Ad alcune parti in cui non viene che riproposta la teoria marxista classica, Vasapollo nel suo saggio unisce alcuni pregevoli capitoli come quello sui rapporti tra occidente e paesi in via di sviluppo, segnato da una infinita spoliazione, quello sul profit State e infine, le parti dedicate all'economia della conoscenza.
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Barney Frank e il Pianeta delle Banche

di Ralph Nader - 07/12/2009 Fonte: futuroieri

Su quale pianeta vive il Congressista Barney Frank, di fatto? E' il pianeta delle banche e delle altre imprese finanziarie che continuano a riempire i forzieri della sua campagna come loro presidente della House Financial Services Committee. Dal suo piedistallo extraterrestre, protetto dalle sue osservazioni irriverenti e spiritose, vede la crisi di consumatori e proprietari di case rovinati e indebitati, ma le sue azioni non sono all'altezza. Vedi le ultime audizioni fatte prima di questo scritto: Mr. Frank ha affossato i punti chiave della proposta di creare un Consumer Financial protection Agency (CFPA) indipendente. Le banche non volevano un diritto del consumatore alla causa contro le imprese che violavano le regole per le loro ipoteche, carte di debito e credito, o prestiti a termine e a rate. Barney disse certo! Le banche vogliono un comitato di controllo debole dei loro regolatori adulanti, che fallirono sempre e miseramente nel decennio passato nell'evitare il collasso di Wall Street e le sue conseguenze economiche letali per lavoratori e consumatori. Barney disse certo! Le banche vogliono che i Congressisti amici rinuncino alla norma di ragionevolezza con la quale la nuova agenzia di tutela del consumatore arriverebbe alle tasse evase e alle pratiche ingannevoli, vedi il controllo della truffa dello scoperto che porta alle banche $40 miliardi. Barney disse, certo, certo! La "American Bankers Association" esulta come un migliaio di roosters. Le 5 banche più grandi - ora anche più grandi dopo il collasso, il loro salvataggio pubblico e le loro acquisizioni - esultano con più forza. E perché no? Essi specularono con la pensione e gli altri risparmi della gente americana. Trilioni di dollari furono drenati dai conti e saccheggiati a questi innocenti. Inoltre, le banche si aspettano che la Legge Glass-Stegall - abolita da Clinton, Citigroup e dal Congresso nel 1999 - non sia ripristinata per separare le banche al dettaglio da quelle di investimento e bloccare i conflitti di interesse che devastano gli investitori. Le Banche avranno ancora la loro Federal Reserve protettiva che, sebbene rafforzata dalla legge del 1994 per limitare il prestito predatorio, non farà nulla per fermare la truffa dell'ipoteca subprime che sommerse l'economia edile. Fiutando un Barney Frank disponibile: altri affaristi vogliono le esenzioni dalla nuova autorità dell'agenzia del consumatore, inclusi i venditori d'auto, gli agenti immobiliari, i mercanti, i dettaglianti e altri giocatori vari nel gioco scritto piccolo dei servizi finanziari. Possedute in massa dalla arroganza ghignante dello stato aziendalista, tali grandi banche garantiscono ancora alti compensi ai loro amministratori e ai grandi capi, mentre i contribuenti dell'America li stanno sussidiando e salvando ancora.. Il Ministro del tesoro scelto da loro, Timothy Geithner concesse che il governo USA assicuri oggi, non i depositi nelle grandi banche, ma il loro capitale come buono. Più sbalorditivo per gli americani (di destra e di sinistra) che seguono i ragazzi della finanza è che loro sviluppano altri pacchetti di derivati speculativi, emessi con tassi attraenti, come le scommesse garantite sulle polizze vita. Questo vi ricorda il tipo di giro finanziario e affare che affondò Wall Street e l'economia lo scorso anno? Naturalmente i gruppi dei consumatori come il National Community Reinvestment Coalition (http://fairlending.com) e il U.S. Public Interest Research Groups (USPIRG) (http://www.uspirg.org) che hanno fornito la testimonianza eccellente nei mesi scorsi su quello che i consumatori sfruttati e i salvatori necessitano a lunga scadenza, sono delusi. Ma loro, e la Consumer Federation of America (http://www.consumerfed.org) fronteggiano una disparità di risorse opprimente con gli affaristi finanziari. Questi affaristi dispiegano eserciti di lobbisti a Capitol Hill e ospitano centinaia di campagne di finanziamento dei partiti. In un articolo eccellente sul New York Times, l'editorialista onesto Joe Nocera pone la domanda - "Le Banche Non Hanno Vergogna?" Egli inizia la sua risposta citando Simon Johnson, un ex economista del Fondo Monetario Internazionale: "Essi non possono pagare quello che devono!" iniziò con rabbia. Allora si fermò, raccolse i suoi pensieri e andò oltre: "Tim Geithner le salvò con condizioni estremamente favorevoli per le banche ... Ciò che mi interessa è che le banche continuano ad opporsi alla protezione del consumatore. Come possono opporsi alla tutela del consumatore proposta dall'uomo che è il Ministro del Tesoro più favorevole che abbiamo avuto in una generazione ... è irragionevole". Ben detto, ma non è abbastanza. Finché i grandi capi delle banche avranno i loro alti premi e le loro banche corrotte e mal gestite avranno i loro salvataggi del contribuente, perché troppo grandi per fallire, continueranno a spingere l'avarizia devastante con impunità. Il tema non è solo la vergogna. Il tema è la colpa e per quella, il processo, la condanna e la carcerazione sono i rimedi. Quella è la sola possibilità per smaltire la sbornia dei truffatori aziendalisti. Un processo adeguato previene leggi criminali aziendaliste più dure e un governo per la legge e l'ordine - nulla di simile si trova nelle proposte di legge o nelle teste e nei cuori dei nostri rappresentanti a Washington. Perciò, cittadini sovrani ovunque siate, se non vi organizzate per poter parlare, continuerete a pagare, pagare e pagare. Il momento di essere apatici è superato!

Tradotto da F. Allegri il 06/12/2009 Per approfondire visita il sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri.

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La ripresa economica? Nel reparto rianimazione

Il peggio è alle spalle? I deboli segnali di ripresa rappresentano già di per sè una ripresa sostenibile? Faccio il punto della situazione dell'economia statunitense ricorrendo all'analisi dei miei consulenti finanziari preferiti, quelli di Comstock che, come al solito, non si uniscono al coro degli ottimisti di professione e con i quali mi trovo il più delle volte, come in questa occasione, perfettamente in sintonia. La risposta di Comstock a quelle due domande è che la ripresa economica è ricoverata in rianimazione e con prognosi riservata. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave - case, immobili commerciali e spesa dei consumatori - rendono altamente probabile che la crescita economica sarà estremamente debole o cadrà in un' altra recessione. Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L'esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l'hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti. Quello degli immobili commerciali - Commercial real estate (CRE) - è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l'economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un'altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese. La terza gamba del traballante sgabello dell'economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l'8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull'economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all'anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni. In conclusione, le condizioni estremamente negative in materia di case, immobili commerciali e la situazione finanziaria dei consumatori sono totalmente in contrasto con la visione che l'economia stia sperimentando il tipo di recupero che ha caratterizzato il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Gli analisti di Comstock ritengono pertanto che il mercato azionario è pesantemente sopravalutato e destinato ad un importante calo.